Spirito
Il cardinale Fernandez dice al superiore della FSSPX che i documenti del Vaticano II «non possono essere corretti»
Il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, avrebbe dichiarato a don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), che i documenti del Concilio Vaticano II non possono «essere corretti». Lo scrive la vaticanista Diane Montagna.
Un comunicato diffuso giovedì dalla Casa Generalizia della FSSPX ha reso noto che, sebbene il cardinal Fernandez abbia proposto l’avvio di un dialogo per definire il «minimo necessario» affinché la Fraternità possa ottenere uno status canonico regolare, ha al contempo precisato che i testi conciliari devono essere accettati integralmente dalla FSSPX come condizione imprescindibile per raggiungere tale regolarizzazione.
«Il cardinale ha affermato oralmente che, sebbene sia possibile avviare un dialogo sul Concilio, i suoi testi non possono essere corretti», si legge nel comunicato.
Nel corso dell’incontro tenutosi giovedì tra Fernáandez e Pagliarani, il prefetto ha suggerito scambi mirati a chiarire «i diversi gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio Ecumenico Vaticano II e la loro interpretazione».
L’intransigenza manifestata da Fernández sui documenti del Vaticano II riduce sensibilmente le prospettive di un’intesa reciproca tra il Vaticano e la FSSPX, considerando che la Fraternità – insieme al suo fondatore, l’arcivescovo Marcel Lefebvre – ha sempre sostenuto con fermezza che alcune parti di quei testi risultano in contraddizione con l’insegnamento magisteriale perenne della Chiesa.
Il Fernandez ha posto come precondizione per qualsiasi dialogo la sospensione da parte della FSSPX della decisione di procedere alle consacrazioni episcopali previste per l’estate.
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Inoltre, secondo quanto emerso dal comunicato post-incontro, Fernandez ha minacciato Pagliarani e la Fraternità del crimine di «scisma» qualora le ordinazioni annunciate dovessero essere celebrate.
Il cardinale ha chiesto a Pagliarani di sottoporre la proposta al proprio Consiglio e di prendersi il tempo necessario per valutarla. Il superiore generale «risponderà nei prossimi giorni» e «scrivendo direttamente al cardinale Fernández renderà nota la sua risposta anche ai fedeli», ha precisato la FSSPX.
Giovedì, Pagliarani avrebbe «rinnovato il suo desiderio» che la Fraternità possa proseguire la propria opera nella situazione attuale, definita «eccezionale e temporanea», per il bene delle anime.
Va rilevato che la richiesta del cardinale Fernandez di un’accettazione piena e integrale dei testi del Vaticano II contrasta con le precisazioni fornite nel 2016 dall’arcivescovo Guido Pozzo, allora segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, secondo cui «alcuni testi del Concilio non sono dottrinali e quindi non vincolano la coscienza cattolica».
Monsignor Pozzo aveva citato espressamente i documenti contestati dalla FSSPX, quali Nostra Aetate sul dialogo interreligioso, Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo e Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, spiegando che si tratta di «istruzioni e linee guida orientative per la pratica pastorale» e non di affermazioni dottrinali definitive. Di conseguenza, secondo Pozzo, sarebbe possibile «continuare a discutere di questi aspetti pastorali dopo l’approvazione canonica [della FSSPX], al fine di condurci a ulteriori chiarimenti accettabili».
L’incontro di giovedì, promosso da Fernandez, segue l’annuncio della FSSPX del 2 febbraio, con cui si prevedeva la consacrazione di nuovi vescovi il 1° luglio. L’arcivescovo Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi senza mandato pontificio il 30 giugno 1988, proprio per garantire – secondo la sua visione e quella della Fraternità – la sopravvivenza della Tradizione cattolica nella Chiesa post-conciliare.
Lefebvre, unitamente ai vescovi Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, fu dichiarato scomunicato latae sententiae da papa Giovanni Paolo II. Le scomuniche dei quattro vescovi furono revocate da papa Benedetto XVI il 21 gennaio 2009; Lefebvre era deceduto il 25 marzo 1991.
Attualmente, tra i prelati consacrati nel 1988, restano in vita solo Fellay e de Galarreta.
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Spirito
«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto
Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: “ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum.” Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.
Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione. Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza. Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. “Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo.” Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano. — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 7, 2026
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Spirito
Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica
Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.
Israele, il Tempio e l’Anticristo
«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?
L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.
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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.
Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.
È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».
La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».
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Una sedizione a Corinto, Roma interviene
Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.
Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».
L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.
L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».
Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.
Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Leone XIV elogia la Confessione di Augusta, documento fondativo luterano
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