Pensiero
Brevi considerazioni cattoliche sui tempi di epidemia
Renovatio 21 pubblica questo intervento di Don Jean-Michel Gleize, Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pubblicato sul sito francese La Porte Latine. Il testo parla della situazione francese ma le riflessioni ecclesiologiche possono essere riportate anche alla situazione italiana.
La questione della ripresa delle Messe sarà affrontata dalla Chiesa alla fine del mese, come ci informa Le Figaro del 17 aprile.
Nell’attesa, secondo le direttive dei nostri Superiori, gli offici e le Messe negli orari abituali nelle nostre cappelle non sono assicurate, né in settimana, né la Domenica.
Facendo così, obbediamo ad un ordine giusto dello Stato in vista del bene comune? O si tratta di un abuso del potere temporale che la Chiesa deve tollerare per prudente realismo?
Abbiamo chiesto un chiarimento a Don Jean-Michel Gleize, professore di Ecclesiologia nel seminario di Ecône.
«Come non è permesso ad alcuno trascurare i propri doveri verso Dio, e che il più grande di tutti i doveri è abbracciare con lo spirito e col cuore la religione, non quella che si preferisce, ma quella che Dio ha prescritta e che delle prove certe e indubitabili stabiliscono essere la sola vera tra tutte; così le società politiche non possono comportarsi, senza colpa, come se Dio non esistesse in alcun modo, o considerare la religione come estranea o inutile, o ammetterne una qualsiasi secondo il loro gradimento» (1).
«Le società politiche non possono comportarsi, senza colpa, come se Dio non esistesse in alcun modo, o considerare la religione come estranea o inutile, o ammetterne una qualsiasi secondo il loro gradimento» Papa Leone XIII
1) Queste decise parole di Papa Leone XIII non sono l’espressione di una visione arretrata.
Perché il Vicario di Cristo vi espone il principio stesso dell’ordine sociale cristiano, ordine necessario perché espressione della volontà divina. Il cardinale Billot ne ha dato la giustificazione teologica nella seconda parte del suo Trattato sulla Chiesa (2).
2) Quest’ordine ha la sua radice profonda nella natura stessa dell’uomo, e nella sua gratuita elevazione ad un ordine soprannaturale.
I beni esteriori dell’uomo (le ricchezze) sono ordinati al suo benessere corporale e il benessere corporale dell’uomo è ordinato al suo benessere spirituale naturale, cioè al bene naturale della sua anima, e questo bene naturale dell’anima è esso stesso in qualche modo ordinato al fine ultimo soprannaturale, all’unione soprannaturale dell’uomo con Dio, di cui la Chiesa è incaricata; esso lo è nella misura esatta in cui il bene naturale dell’anima è la condizione necessaria, quantunque non sufficiente, del bene soprannaturale, poiché la grazia presuppone la natura.
Questa gerarchia dei beni implica la gerarchia dei poteri a cui spetta il compito di procurare questi beni (3).
Pur essendo distinti, ciascuno nel suo ordine, il potere dello Stato e il potere della Chiesa non devono essere separati (4), poiché il bene che è di competenza dello Stato non è in sé un fine ultimo; esso stesso è ordinato al fine soprannaturale
3) Il potere dello Stato ha il fine (tra gli altri) di preservare nel suo ordine proprio la salute pubblica (che è il bene del corpo) e, per far questo, di neutralizzare gli effetti pregiudizievoli di una malattia contagiosa.
Il potere della Chiesa ha per fine di assicurare nel suo ordine proprio l’esercizio del culto dovuto a Dio e per far questo di determinare per mezzo dei precetti le condizioni concrete della santificazione della Domenica.
Pur essendo distinti, ciascuno nel suo ordine, il potere dello Stato e il potere della Chiesa non devono essere separati (4), poiché il bene che è di competenza dello Stato non è in sé un fine ultimo; esso stesso è ordinato al fine soprannaturale.
San Tommaso spiega molto chiaramente nel De regimine, libro I, cap, XV: «È al Papa che appartiene la cura del fine ultimo, è a lui che devono sottomettersi coloro a cui spetta la cura dei fini intermedii, ed è dai suoi ordini che essi devono essere diretti» (n° 819).
Il Papa esercita dunque un potere «architettonico» nei confronti dei capi di Stato, e questa espressione significa che il Papa ha la responsabilità del fine ultimo in funzione del quale i capi si Stato sono tenuti ad organizzare tutto il governo della società.
Il Papa esercita dunque un potere «architettonico» nei confronti dei capi di Stato, e questa espressione significa che il Papa ha la responsabilità del fine ultimo in funzione del quale i capi si Stato sono tenuti ad organizzare tutto il governo della società
4) La salute, che è uno degli aspetti principali del benessere corporale dell’uomo, non ha niente a che vedere con la santità, poiché questa è ordinata in qualche modo all’esercizio del culto e alla santificazione della Domenica.
In effetti, anche se non basta essere in buona salute per essere un santo, e si può essere un santo senza essere in buona salute, ordinariamente, per poter andare a Messa la Domenica, una delle condizioni richieste è quella di essere in buona salute.
Il ruolo dello Stato, dunque, è di preservare la salute pubblica (e di neutralizzare l’epidemia) al fine di realizzare la migliore condizione per l’esercizio del culto, di cui la Chiesa ha il compito, e di rendere ordinariamente possibile la santità.
Il Papa Leone XIII dice infatti che «in una società di uomini, la libertà degna di questo nome consiste nel fatto che, con l’aiuto delle leggi civili, noi possiamo più facilmente vivere secondo le prescrizioni della legge eterna» (5).
In una società di uomini, la libertà degna di questo nome consiste nel fatto che, con l’aiuto delle leggi civili, noi possiamo più facilmente vivere secondo le prescrizioni della legge eterna»
Dunque, lo Stato, qui come in altre occasioni, è alla dipendenza della Chiesa e ad essa subordinata nella misura esatta in cui il suo ruolo è di mettere il bene temporale, di cui è incaricato, al servizio del bene eterno, di cui è incaricata la Chiesa.
«Il temporale» – dice il cardinale Billot – «deve vegliare a che niente impedisca la realizzazione dello spirituale, e stabilire le condizioni grazie alle quali questo possa essere ottenuto in tutta libertà». E aggiunge che il fine temporale «non deve porre alcun ostacolo al fine spirituale, anche a costo del suo stesso pregiudizio» (6).
Parole sorprendenti agli occhi della semplice ragione, ma parole veridiche agli occhi della ragione illuminata dalla fede. Poiché «è meglio per te entrare nella vita eterna con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nel fuoco della Geenna» (7).
5) Di conseguenza, interdire o limitare il culto per neutralizzare un’epidemia, da parte del potere dello Stato sarebbe, non solo illegittimo (per abuso del suo potere temporale che come tale non può riguardare l’esercizio del culto), ma anche assurdo, poiché la neutralizzazione dell’epidemia deve avere in definitiva lo scopo di favorire l’esercizio del culto.
A meno di supporre l’inversione radicale dei fini e di sostituire l’ordine col disordine: invece della salute (con la neutralizzazione dell’epidemia) ordinata all’esercizio culto, si avrebbe (con la restrizione o l’interdizione del culto) l’esercizio del culto ordinato alla salute.
E disgraziatamente è questo che stiamo constatando nelle attuali circostante e che giustifica la recente osservazione di Mons. Schneider: «molti membri della gerarchia … danno più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini» (8).
Questo si spiega in ragione dell’inversione radicale introdotta dal concilio Vaticano II: non è più lo Stato che è subordinato alla Chiesa e al suo servizio, è la Chiesa che è divenuta dipendente degli Stati.
«Molti membri della gerarchia … danno più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini» Mons. Schneider
6) Può accadere che, sul piano della contingenza, che è quello delle circostanze concrete, non sia possibile garantire una sanità pubblica sufficiente a neutralizzare il contagio di una malattia, così da rendere possibile l’esercizio del culto in maniera ordinaria. Spetta allora all’autorità ecclesiastica – e solo ad essa – stabilire la forma particolare dell’esercizio del culto richiesta dalle circostanze, e renderla possibile appoggiandosi al braccio secolare. In questo modo lo Stato potrebbe, per esempio, mettere a disposizione della Chiesa degli spazi sufficientemente vasti in cui i fedeli potrebbero assistere ad una Messa rimanendo dentro le loro auto. Al peggio, la Chiesa potrebbe dispensare i fedeli dall’assistere alla Messa e, anche qui, appoggiarsi alle risorse tecniche e finanziarie che lo Stato metterebbe a sua disposizione per diffondere massicciamente nelle case le trasmissioni televisive della celebrazione della Messa.
Le situazioni e le soluzioni possono essere molto diverse; ma in ogni caso, la Chiesa ha il potere di decidere le condizioni in cui deve essere stabilito l’ordine totale, un ordine totale secondo il quale l’esercizio del culto è un bene superiore a cui deve essere ordinato il bene della salute pubblica. Non spetta allo Stato interdire o restringere la celebrazione del culto in nome della salute; è alla Chiesa che spetta decidere le condizioni per la celebrazione del culto rispetto alle circostanze, rivendicando, come ha il dovere e il potere di fare, il sostegno e l’assistenza del potere temporale.
7) Questa gerarchizzazione dei poteri, necessaria e normale, faceva sentire in gran parte i suoi effetti nei cantoni cattolici della Svizzera ancora agli inizi del XX secolo.
Anche all’indomani dei grandi sconvolgimenti che avevano scosso l’ordine sociale cristiano in tutta Europa, le autorità politiche avevano, per esempio nel Vallese, solo un potere limitato nelle chiese e potevano intervenire solo i maniera diplomatica per raccomandare alle autorità ecclesiastiche il rispetto delle misure sanitarie resesi necessarie per l’epidemia dell’influenza spagnola.
Così, non stupisce trovare nel disposto del Consiglio di Stato del 25 ottobre 1918: «L’autorità ecclesiastica prescriverà le misure d’igiene necessarie per ciò che concerne le chiese e la celebrazione degli offici divini».
È il clero a dovere scegliere le misure che ritiene di applicare, senza che possa incorrere in rappresaglie finanziarie o giuridiche
In questo modo, è il clero a dovere scegliere le misure che ritiene di applicare, senza che possa incorrere in rappresaglie finanziarie o giuridiche. È così che le varie lettere inviate alle parrocchie si presentano più come una successione di raccomandazioni che cercano di tenere conto le sensibilità, piuttosto che una ferma decisione politica.
Una seconda circolare dell’autorità civile riguardante più specificamente le sepolture, stabiliva che il feretro doveva essere condotto direttamente al cimitero per l’inumazione e che la Messa funebre doveva essere celebrata unicamente in presenza dei parenti stretti e dopo la sepoltura; e ancora una volta la disposizione si chiude con un diplomatico: «Noi speriamo che comprendiate la necessità di queste misure destinate ad evitare per quanto possibile il pericolo della contaminazione e che vi conformerete a queste istruzioni», cosa che è molto diversa dalle disposizioni inviate ai diversi organismi imprenditoriali che invece si chiudono col richiamo alle possibili sanzioni nel caso in cui le misure non venissero adottate.
È interessante segnalare che questa stessa circolare, del 20 luglio 1918, è stata ritrovata negli archivi episcopali di Sion, ma con l’aggiunta di una piccola nota manoscritta a pie’ di pagina: «Sulla questione vorremmo ricevere delle indicazioni dal Vicario, l’autorità politica non fa fede dappertutto…» (9).
Quando cent’anni più tardi, gli Stati apostati del XXI decidono in maniera unilaterale l’interdizione o la limitazione dell’esercizio del culto, in nome della salute, i fedeli cattolici reagiscono, sotto la direzione dei loro pastori, non come dei reazionari fanatici, ma come delle persone prudenti e realiste, e tollerano (10) o sopportano con pazienza delle decisioni ingiuste, contrarie alla prudenza soprannaturale.
Ma in nessun caso essi saranno tenuti ad un vero atto della virtù di obbedienza nei confronti di quello che in realtà è un abuso di potere.
Il potere della Chiesa nei confronti dei capi di Stato è come il potere di un infermiere professionale nei confronti di un aiuto-infermiere
8) Tutto questo si spiega in ragione di una causa finale. Da questo punto di vista, il potere della Chiesa nei confronti dei capi di Stato è come il potere di un infermiere professionale nei confronti di un aiuto-infermiere.
Quest’ultimo realizza il dosaggio delle medicine a seconda di quanto richiesto dalla salute del corpo, di cui ha cura l’infermiere professionale. Allo stesso modo, il capo di Stato deve vegliare al buon ordine della società a seconda di quanto richiede la salute delle anime, di cui ha cura la Chiesa. Poiché l’uomo non deve cercare la salute, né le ricchezze, se non per quanto richiesto – come dice Sant’Ignazio – dalla salvezza della sua anima: «Che vantaggio avrà l’uomo a guadagnare il mondo intero, se poi perderà la propria anima?» (Mt. XVI, 26).
Che serve all’uomo vincere l’epidemia se finisce col trascurare la santificazione della sua anima, perdendo l’abitudine di andare a Messa la Domenica?
L’antica liturgia della Chiesa prevedeva una Messa per i tempi di epidemia e le rubriche prescrivevano che questo genere di Messe dovevano essere celebrate «con gran concorso di popolo» …
Che serve all’uomo vincere l’epidemia se finisce col trascurare la santificazione della sua anima, perdendo l’abitudine di andare a Messa la Domenica?
NOTE
1 – Papa Leone XIII, enciclica Immorale Dei, del 1 novembre 1885, AAS, t. XVIII (1885), pp. 163-164.
2 – Cardinale Louis Billot, La Chiesa. III, La Chiesa e lo Stato, Courrier de Rome, 2011.
3 – Cardinale Louis Billot, op. cit., n° 1183.
4 – La separazione della Chiesa e dello Stato è stata condannata da Papa San Pio X nell’enciclica Vehementer nos dell’11 febbraio 1906.
5 – Papa Leone XIII, enciclica Libertas del 20 giugno 1888, AAS, t. XX (1988), p. 598.
6 – Cardinale Louis Billot, op. cit. n° 1182.
7 – Mt. XVIII, 9.
8 – Intervista di Diane Montagne a Mons. Athanasius Schneider per la rivista The Remnant.
9 – Laura Marino, L’influenza spagnola nel Vallese (1918-1919); tesi di laurea presentata alla Facoltà di Biologia e Medicina dell’Università di Losanna, 2014, pp. 182-183. La tesi è nell’archivio dell’Università (http://serval.unil.ch), sotto il riferimento BIB_860E861187545.
10 – Così si spiega la comparsa del regime dei concordati, con la definizione di certe materie dette «miste», Cfr. Billot, n° 1247 e ss.
Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.
Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).
La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.
È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.
Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.
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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.
È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.
È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.
Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.
Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».
Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.
Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.
Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.
Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».
C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.
Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.
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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.
Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.
La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»
Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.
E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.
È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».
Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.
Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.
Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.
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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.
Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.
Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.
È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.
Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.
Roberto Dal Bosco
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Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863), Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata
Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.
Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.
1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.
2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it.
1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.
4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.
5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.
6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.
7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.
Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.
La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.
La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.
Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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