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Sorveglianza

Perugia ti aspetta al varco ZTL

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«Varchi ZTL, dalla primavera multe anche per chi esce». È questo il titolo che in questi giorni campeggia nella cronaca locale di Perugia de Il Messaggero. Una notizia che segna l’ennesima stretta sulla mobilità cittadina, voluta dalla giunta comunale guidata dal sindaco Vittoria Ferdinandi.

 

Dopo i timidi allentamenti introdotti dalla precedente amministrazione del primo cittadino Andrea Romizi, oggi la direzione sembra essere radicalmente cambiata. A Palazzo dei Priori si lavora infatti all’attivazione dei varchi ZTL anche in uscita, con l’obiettivo di sanzionare chi non abbandonerà la zona entro l’orario imposto. Un ulteriore giro di vite che colpisce ancora una volta gli automobilisti, trasformando il centro storico in una sorta di recinto a tempo.

 

Sempre Il Messaggero è puntuale nel descrivere le apparenti motivazioni di questa ipotetica nuova ordinanza: «il motivo è chiaro: la giunta Ferdinandi ha puntato forte alla lotta contro la sosta selvaggia e la difesa della Zona traffico limitato per tutelare i residenti del centro storico, è un passaggio chiave. Ecco perché quello che era stato confermato, dopo diverse anticipazioni, dall’assessore alla Mobilità Pierluigi Vossi durante la conferenza di fine anno, adesso è un piano di lavoro. Dovrebbero essere, da quello che filtra, sette i varchi in cui saranno attivate le telecamere che multeranno chi non lascia la Zona traffico limitato entro i limiti previsti dagli orari di apertura e chiusura. Gli uffici sono al lavoro per individuare le vie di uscita da far controllare alle telecamere in uscita».

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Se il provvedimento dovesse diventare operativo, il rischio è quello di dover consumare una cena al ristorante in fretta e furia, con l’ansia dell’orologio più che il piacere della serata. Al conto, spesso già salato, potrebbe infatti aggiungersi anche quello di una multa, per essere usciti dall’acropoli pochi minuti oltre l’orario imposto. Resta da capire se l’amministrazione si dimostrerà almeno più magnanima del celebre incantesimo di Cenerentola, con rientro obbligatorio allo scoccare della mezzanotte.

 

Questa impostazione, che per molti in città richiama scenari degni di George Orwell, non è in realtà una novità assoluta. Le sue radici risalgono a oltre dieci anni fa, quando una proposta analoga era stata già avanzata dall’amministrazione dell’ultimo sindaco di centrosinistra, Wladimiro Boccali. Un’idea successivamente accantonata con l’avvento del nuovo corso politico, che ha visto una destra moderata guidare la città per due mandati consecutivi, fino all’ultima tornata elettorale.

 

Scrivendo queste righe mi è tornato alla mente un episodio singolare. Era l’estate del 2002, quando per la prima volta vennero introdotte le telecamere per delimitare una zona a traffico limitato. I dispositivi furono installati lungo l’arteria principale che conduce a piazza Italia, nel cuore della città.

 

Il cartello di avviso di quella che, per l’epoca, rappresentava una tecnologia del tutto nuova, venne collocato diverse centinaia di metri prima rispetto alla posizione effettiva delle telecamere. Una persona a me molto cara, all’epoca ben inserita nei gangli della politica locale – allora saldamente orientata a sinistra – mi raccontò che alcuni tecnici comunali avevano proposto di far entrare in funzione le telecamere qualche minuto dopo l’orario indicato sui pannelli informativi. L’intento era quello di concedere agli automobilisti il tempo necessario per comprendere la novità e mettersi nelle condizioni di non violare il divieto, evitando così sanzioni involontarie.

 

Secondo quel racconto, tuttavia, un alto dirigente comunale, espressione del partito di maggioranza, non avrebbe approvato tale soluzione, preferendo un’applicazione immediata e rigida del sistema, che avrebbe inevitabilmente prodotto un numero maggiore di multe ai danni di cittadini ignari.

 

Oggi, negli scranni comunali, siedono in larga parte coloro che possono essere considerati i figli e i nipoti politici di quell’amministrazione di sinistra di oltre vent’anni fa. Un dettaglio che, forse, aiuta a leggere con maggiore continuità alcune scelte del presente.

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Congetture a parte, non è del tutto chiaro quali siano le motivazioni precise che spingono la politica locale ad adottare questa ulteriore restrizione, anche se secondo alcuni l’obiettivo sarebbe quello di incentivare cittadini e turisti all’uso dei mezzi pubblici, come il Minimetrò e il nuovo Metrobus attualmente in costruzione.

 

Per quanto si voglia promuovere l’utilizzo di autobus e metropolitane, la conformazione della città di Perugia consente di spostarsi in automobile da una parte all’altra del territorio urbano in pochi minuti, mentre con i mezzi pubblici il tempo di percorrenza risulta spesso maggiore.

 

Valorizzare la mobilità sostenibile è un obiettivo condivisibile, ma qui si rischia di oltrepassare una linea sottile: quella che separa l’incentivo dall’imposizione. Una cosa è offrire servizi efficienti e lasciare al cittadino la libertà di scelta, un’altra è restringere progressivamente le possibilità fino a rendere l’automobile una colpa da punire.

 

Ed è proprio la libertà di scelta il punto cruciale. La libertà di muoversi nella propria città come si ritiene più opportuno, senza vincoli sempre più stringenti decisi dall’alto. Una libertà tutt’altro che secondaria, soprattutto se si guarda ai modelli urbanistici che vengono sempre più spesso evocati, come quello delle cosiddette «città dei 15 minuti», in cui ogni cittadino dovrebbe trovare lavoro, servizi, svago e istruzione nel raggio di un quarto d’ora a piedi o in bicicletta.

 

Un’idea presentata come idilliaca e sostenibile, ma che solleva interrogativi legittimi quando diventa parte integrante dei grandi progetti globali legati alla famigerata Agenda 2030. Perché dietro il linguaggio della sostenibilità e dell’innovazione si cela spesso una progressiva riduzione delle libertà individuali, mascherata da necessità collettiva.

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Detto ciò, è lecito domandarsi quali conseguenze pratiche possa avere questo ulteriore giro di vite sul centro storico. Un centro che, soprattutto nei mesi invernali, appare già esanime: deserto, svuotato, a tratti spettrale, in particolare nelle ore serali e notturne. Il corso principale ha perso gran parte della sua anima, colonizzato da catene commerciali di basso profilo, fast food e locali anonimi, tutti uguali, privi di identità e di radicamento nel tessuto cittadino. Qualche negozio oramai storico e una manciata di ristoranti gestiti da perugini resistono stoicamente a questa desertificazione sempre più marcata.

 

A questo quadro già desolante si aggiunge, negli ultimi mesi, una recrudescenza di episodi di violenza, come puntualmente abbiamo riportato nel nostro giornale. Coincidenze? Forse. Ma è legittimo chiedersi se il cambio di maggioranza non abbia avuto anche un impatto sul livello di sicurezza percepita e reale. In ogni caso, se questa nuova normativa dovesse entrare in vigore, rischierebbe di rappresentare l’ennesima mazzata a un’economia già fragile, mettendo ulteriormente in difficoltà le attività dell’acropoli. Il centro storico potrebbe così trasformarsi in una nuova no-go zone per imposizione burocratica.

 

Già oggi, nelle nostre città, le zone di non accesso si moltiplicano. Parchi che un tempo erano luoghi di gioco e di socialità per le famiglie sono diventati spazi evitati, occupati da gruppi che bivaccano, spacciano e intimidiscono chi prova semplicemente a passeggiare in quello che dovrebbe essere uno spazio pubblico, libero e sicuro.

 

Come riportato da Renovatio 21, ci sono le stazioni ferroviarie – e quella di Perugia non fa certo eccezione – attorno alle quali gravitano, in Italia come nel resto d’Europa, personaggi e gang di ogni sorta, pronti ad avventarsi sullo studente, sul pendolare di turno o sull’inerme cittadino

 

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Eppure il treno e i mezzi pubblici li usiamo tutti: per andare a lavorare, per necessità personali o anche solo per una gita. Il pendolare medio – spesso appartenente a quella classe lavoratrice già schiacciata da tasse, balzelli e multe di ogni genere – si trova così a dover temere per la propria incolumità e per quella dei suoi cari, affrontando una sorta di percorso di guerra quotidiano. Un paradosso amaro: essere minacciati da soggetti che, in molti casi, si contribuisce anche a mantenere con i propri contributi.

 

Le stazioni diventano così i non-luoghi simbolo di una vera e propria anarco-tirannia: spazi in cui al cittadino onesto viene ricordato, ogni giorno, che la sua sicurezza non è più garantita. Non importa se si viva in una grande metropoli o in quella che per anni abbiamo definito «provincia sonnacchiosa». La stazione, porta d’ingresso di una città, il suo biglietto da visita, nel nostro caso è diventata, per qualche mese, una «zona rossa» per decisione del Governo, a causa dell’elevato numero di reati. Un luogo dove la legge è dettata da chi non avrebbe alcun diritto di farlo, secondo la logica del più prepotente.

 

E allora la domanda finale è inevitabile: se in centro rischio la multa perché è sempre più zona a traffico limitato, se il parco sotto casa non è sicuro, se la stazione è un luogo pericoloso, dove posso andare?

 

La tanto citata Costituzione afferma che «ogni cittadino può muoversi, stabilirsi o soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale» e che «è esclusa qualsiasi restrizione per motivi politici».

 

Una domanda sorge spontanea: siamo davvero ancora fedeli a questo principio, o lo stiamo sacrificando un pezzo alla volta?

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di Mariordo (Mario Roberto Durán Ortiz) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata

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Testata giornalistica europea rifiuta di pubblicare un articolo di Lavrov. Non è la prima volta

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Il ramo europeo della testata Politico, che ha sede a Bruxelles ed è di proprietà della tedesca Axel Springer SE, si è rifiutata di pubblicare un articolo esclusivo scritto dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.   L’articolo era inizialmente previsto per la pubblicazione su Politico Europe, ma è stato annullato «a causa di una decisione dell’ultimo minuto da parte della redazione», ha dichiarato venerdì il ministero degli Esteri russo.   Nel testo, Lavrov delineava la posizione di Mosca sul conflitto ucraino, il ruolo dell’Europa nell’escalation della crisi e le implicazioni per la sicurezza globale. Il capo della diplomazia russa ha accusato i leader europei di usare la diplomazia come copertura per l’espansione della NATO e dell’UE, sostenendo che l’Occidente ha cercato di trasformare l’Ucraina in una roccaforte anti-russa.

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Il vertice della diplomazia russa ha avvertito che la crescente militarizzazione dell’UE, comprese le discussioni sulla deterrenza nucleare e sull’«autonomia strategica», potrebbe aumentare il rischio di uno scontro diretto tra NATO e Russia.   Non è la prima volta che un articolo del ministro degli Esteri di Mosca, rispettatissimo decano della diplomazia internazionale e per alcuni volto razionale della Russia, viene censurata dalla stampa occidentale.   Un altro grottesco caso simile ha riguardato il principale quotidiano italiano, il Corriere della Sera, che lo scorso novembre ha rifiutato di pubblicare un’intervista esclusiva con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.   L’incredibile sviluppo è stato ridicolizzato dal portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova, che, facendo ridere i presenti ad un briefing a Mosca, ha raccontato che quando il ministero russo ha chiesto come mai l’intervista non fosse stata pubblicata il Corriere avrebbe risposto che non c’era spazio; la Zakharova ha proseguito dicendo che, visiti i «problemi con la Carta che deve avere l’Italia», era stato proposto dal Cremlino di pubblicarla sul sito, ma sarebbe stato risposto da via Solferino che non c’era spazio nemmeno su internet. Infine, non si sa quanto scherzando, la portavoce dice che è stato ulteriormente proposto all’antico quotidiano italiano di pubblicare un link ad una pagina esterna, ma sarebbe stato detto che non c’era spazio nemmeno per quello.   È finita che l’intervista la ha pubblicata il sito del ministero degli Esteri russo e dell’ambasciata russa in Italia.   Fu un caso altamente imbarazzante, cringe nel pieno senso del termine.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Google avverte che il disegno di legge canadese su Internet porterebbe alla creazione di un’infrastruttura di sorveglianza

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Persino i giganti della tecnologia Google e Apple hanno avvertito che un disegno di legge «distopico» sulla censura di Internet proposto dai liberali canadesi, che richiederebbe la conservazione dei dati degli utenti per un’eventuale revisione da parte della polizia, porterebbe a una «infrastruttura di sorveglianza». Lo riporta LifeSite.

 

Il Bill C-22 impone ai fornitori di servizi digitali e di telecomunicazione di conservare i metadati e fornire strumenti di intercettazione. Come in Europa, dove le direttive sulla data retention (conservazione dei dati) sono state a lungo al centro del dibattito, il C-22 obbliga i provider a registrare e conservare i metadati degli utenti per un periodo fino a un anno.

 

Intervenendo dinanzi alla Commissione permanente per la sicurezza pubblica e la sicurezza nazionale della Camera dei Comuni in merito al disegno di legge C-22, o Lawful Access Act («Legge sul diritto di accesso»), i rappresentanti di Google e Apple hanno chiesto ai parlamentari canadesi di includere misure di protezione per i contenuti crittografati.

 

«Gli ordini segreti sono in contrasto con le pratiche di altri Paesi democratici e limiterebbero gravemente la capacità delle aziende di essere trasparenti con gli utenti su come vengono protetti i loro dati», ha dichiarato di recente ai parlamentari Jeanette Patell, direttrice per gli affari governativi e le politiche pubbliche di Google Canada.

 

Google, in una nota presentata alla commissione, ha avvertito che il disegno di legge C-22 consente la creazione di un’«infrastruttura di sorveglianza», in quanto conferisce al Ministro della Pubblica Sicurezza canadese, Gary Anandasangaree, nuovi e audaci poteri.

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Secondo Google, questo disegno di legge consentirebbe la creazione di backdoor che porterebbero a una «vulnerabilità sistemica».

 

«Senza una definizione più rigorosa di ‘vulnerabilità sistemica’, la legge potrebbe essere utilizzata per ridurre la sicurezza complessiva degli utenti creando delle backdoor che violerebbero la crittografia end-to-end e creerebbero rischi significativi per la sicurezza informatica, facilitando le interferenze straniere e indebolendo la privacy degli utenti a livello globale», ha affermato Google nel suo documento.

 

Google ha affermato di non aver «mai creato una backdoor o altro meccanismo per aggirare la crittografia end-to-end nei nostri prodotti. Se diciamo che un prodotto è crittografato end-to-end, lo è davvero».

 

Il disegno di legge C-22, noto come «Legge sul diritto di accesso», è stato recentemente presentato dall’Anandasangaree, presumibilmente per affrontare le preoccupazioni relative alla privacy connesse a un altro disegno di legge, il C-2, che avrebbe consentito alla polizia e ai funzionari governativi di aprire ed esaminare la corrispondenza personale dei canadesi e avrebbe anche vietato le donazioni in contanti superiori a 10.000 dollari.

 

Il disegno di legge impone alle compagnie di telecomunicazioni e internet di garantire che i loro sistemi includano funzionalità di sorveglianza e monitoraggio, che potrebbero essere condivise con le forze dell’ordine e le agenzie di Intelligence. Per quanto riguarda Apple, il suo direttore senior per la privacy degli utenti e la sicurezza dei minori, Erik Neuenschwander, ha espresso alla commissione la sua opinione sulla possibilità che l’azienda lasci il Canada qualora il disegno di legge C-22 diventasse legge.

 

«Non posso ipotizzare cosa accadrebbe in una situazione del genere», ha detto.«Attraverso questo confronto e il dialogo continuo, speriamo di ottenere emendamenti positivi al disegno di legge».

 

In seguito alle pressioni esercitate dai più grandi colossi tecnologici mondiali, come Meta e Google, nonché dai fornitori di VPN, il governo liberale canadese ha annunciato che modificherà una controversa legge «distopica» sulla censura di Internet.

 

Di recente, una petizione con le firme di oltre 42.000 canadesi che chiedevano il blocco del disegno di legge C-22 prima che venisse discusso alla Camera è stata consegnata alle autorità federali.

 

I colossi tecnologici Apple e Meta, insieme ai principali fornitori di VPN, hanno lanciato l’allarme sul disegno di legge C-22, sottolineando che potrebbe avere ripercussioni sulla sicurezza informatica in Nord America.

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Il Centro di giustizia per le libertà costituzionali (JCCF) ha lanciato numerosi avvertimenti in merito al disegno di legge C-22, affermando che il disegno di legge, così come è formulato, viola chiaramente la Carta canadese dei diritti e delle libertà.

 

Il disegno di legge C-22 ha attirato l’attenzione di alcuni politici statunitensi. Recentemente, i presidenti delle commissioni Giustizia e Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, i repubblicani Jim Jordan e Brian Mast, hanno inviato una lettera ad Anandasangaree mettendolo in guardia contro il disegno di legge.

 

La spinta verso un «accesso tempestivo» alle informazioni di abbonamento e ai dati di trasmissione accomuna il Canada alle pratiche investigative dell’Unione Europea e della Gran Bretagna (dove il Investigatory Powers Act regola la sorveglianza e l’accesso ai dati crittografati).

 

Come riportato da Renovatio 21, l’indagine dell’UE fatta partire l’anno passato su quattro colossi della pornografia online lasciava intravedere in chiarezza lo sforzo di Bruxelles per trovare un nuovo strumento di introduzione del portafoglio digitale UE, la più grande minaccia alla nostra libertà.

 

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Immagine di John Marino via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Sorveglianza

Cittadino tedesco multato per aver definito Merz «Fritz il bugiardo»

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Un tribunale tedesco ha stabilito che chiamare il cancelliere Friedrich Merz «Fritz il bugiardo» debba essere perseguito penalmente per «interesse pubblico», infliggendo al colpevole una multa pari a uno stipendio mensile medio, ovvero più di 2.000 euro.   Il caso è solo uno delle decine di indagini simili avviate dalla polizia tedesca in seguito a commenti critici pubblicati su Facebook lo scorso anno, ha dichiarato a Die Welt la procura della città sud-occidentale di Heilbronn.   La vicenda risale al 25 ottobre, quando un dipartimento di polizia locale ha emesso un avviso di divieto di volo per i droni in vista della visita di Merz nella zona. A seguito di ciò, si è scatenata una serie di commenti offensivi in cui Merz è stato definito un «pagliaccio bugiardo», un «chiacchierone» e un «lacchè», secondo quanto riportato.

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Le autorità hanno avviato 39 procedimenti preliminari ai sensi dell’articolo 188 del codice penale tedesco, che vieta gli insulti contro persone «impegnate nella vita politica pubblica» se questi «possono ostacolare in modo significativo» le loro attività pubbliche. Quindici casi sono stati poi archiviati per mancanza di prove, ha dichiarato la procura.   Secondo la testata germanica Tagesspiegel, coloro che hanno definito Merz «Pinocchio» e un «pagliaccio bugiardo» possono stare tranquilli: nessun agente delle forze dell’ordine busserà alla loro porta a breve.   Tuttavia, nel caso di «Fritz il bugiardo», la corte ha stabilito a marzo che le parole «sono suscettibili di incitare ulteriori pregiudizi negativi o aggressioni tra individui che la pensano allo stesso modo».   Interpellato sui casi durante la conferenza stampa di questa settimana, un portavoce del governo ha dichiarato che non avrebbe commentato la questione «per rispetto della magistratura», aggiungendo che lo stesso Merz non aveva sporto denuncia. Sollecitato ulteriormente, il funzionario ha affermato che si trattava di «normali procedure legali» che «devono essere tutelate».   Merz, che ha definito obsoleto lo stato sociale e ha esortato i tedeschi a lavorare di più invece di prendersi giorni di malattia, è stato recentemente nominato il leader più impopolare al mondo in un sondaggio d’opinione. Il mese scorso, i media tedeschi hanno riportato che il suo stesso partito stava valutando la possibilità di estrometterlo a causa dei suoi bassissimi indici di gradimento.   Ad alimentare ulteriormente le preoccupazioni sulla libertà di espressione, secondo quanto riportato dai media che citano documenti governativi trapelati, le autorità di regolamentazione tedesche starebbero pianificando di obbligare le piattaforme di social media a dare maggiore visibilità ai media approvati dal governo nei loro algoritmi.   Ad aprile, l’UE ha dichiarato che il governo tedesco ha abusato delle leggi contro l’incitamento all’odio per limitare la libertà di espressione.   Il carattere orwelliano della repressione della libertà di espressione da parte del governo tedesco è stato attaccato direttamente dal vicepresidente USA JD Vance e dal dipartimento di Stato di Marco Rubio.   Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato si videro raid all’alba contro cittadini che su internet criticavano il governo.   In alcuni casi, è scoppiato uno scandalo nazionale quando i dettagli dei casi sono diventati pubblici, come nel caso di un pensionato, Stefan Niehoff, la cui abitazione è stata perquisita per aver definito «idiota» l’ex ministro dell’Economia Robert Habeck.   La repressione più dura si abbatte in Germania da anni, prendendo di mira soprattutto AfD, perseguitata dagli stessi servizi di sicurezza della Budesrepubblica. Infatti, i servizi di sicurezza interna tedeschi BfV hanno messo sotto sotto sorveglianza il loro stesso ex capo, Hans-Georg Maaßen.

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Mesi fa un tribunale distrettuale tedesco ha condannato il caporedattore della rivista conservatrice Deutschland-Kurier a sette mesi di carcere per aver diffamato l’allora ministro degli Interni Nancy Faeser – proprio quella dei corsi contro l’estremismo di destra per i bambini di tre anni nei kindergarten – con quello che era chiaramente un meme satirico.   La repressione delle espressioni dei cittadini trova un alleato nel partito dei Verdi tedeschi, con parlamentari che, oltre che per la guerra contro la Russia, premono apertamente per la censura dei social network.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un tribunale di Amburgo ha condannato un uomo a tre anni di galera per aver giustificato l’«aggressione russa» all’Ucraina su Telegram.   Mesi fa è stata de-bancarizzata una delle più importanti TV anti-globaliste di lingua tedesca, AUF1. L’anno passato, era stato debancarizato anche il leader di Alternative fuer Deutschald (AfD) Tino Chrupalla.   Come riportato da Renovatio 21, il caso più avanzato di repressione di libertà di parola pare essere la Gran Bretagna, dove almeno 12 mila persone all’anno sono messe in galere per frasi sui social. In Albione si è arrivati a condannare persino chi prega con la mente.

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