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Morte cerebrale

Espansione del dominio della morte cerebrale

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Noi di Renovatio 21 lo andiamo dicendo da tempo: il falso criterio della morte cerebrale costituisce una delle basi della falsa scienza che attacca la vita.

 

Già, perché dietro tale assunto si cela una concezione dell’uomo materialistica ed utilitaristica: se il principio vitale di un essere umano è nel suo cervello la cessazione definitiva, o presunta tale, delle sole funzioni cerebrali lo rende un mero contenitore di organi «tenuto artificialmente in vita dalle macchine». Stante tale premessa, appare quindi inevitabile che il passo successivo sia quello di considerare non più umani anche i soggetti che versano in stato di incoscienza, a prescindere dal fatto che a costoro sia stata diagnosticata la morte cerebrale oppure no.

 

Pertanto, non pare azzardato preconizzare un superamento del criterio stesso di morte encefalica, divenuto ormai d’intralcio al raggiungimento della piena e definitiva «oggettivizzazione» dell’essere umano.

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A dimostrazione di quanto sia presente tale deriva, il New York Times ha pubblicato un editoriale dal titolo «Donor Organs Are Too Rare. We Need a New Definition of Death» («Gli organi donati sono troppo rari. Abbiamo bisogno di una nuova definizione di morte») , in cui alcuni cardiologi di fama mondiale sembrano lanciare un appello affinché la comunità scientifica elabori una nuova definizione di morte: «Una persona può diventare donatrice di organi solo dopo essere stata dichiarata morta (…) La morte cerebrale è tuttavia rara (…) La soluzione a nostro avviso, è ampliare la definizione di morte cerebrale per includere i pazienti in coma irreversibile sottoposti a supporto vitale».

 

Avete letto bene: lorsignori vogliono aumentare il numero dei morti, per legge. Vogliono aumentare gli squartamenti ospedalieri dei trapianti, semplicemente cambiando i parametri di quella che è considerabile morte. Ed è bene ricordare che per costoro i morti hanno il cuore che batte – una contraddizione che non provoca in loro né dissonanza cognitiva né vergogna.

 

«Le funzioni cerebrali più importanti per la vita sono la coscienza, la memoria, l’intenzione e il desiderio» continua l’editoriale apparso nel principale quotidiano mondiale. «Una volta che queste funzioni cerebrali superiori sono irreversibilmente perdute, non è forse corretto affermare che una persona (in contrapposizione a un corpo) ha cessato di esistere?»

 

Usano la parola irreversibile con spavalderia e faccia tosta, viste le notizie dei continui casi di improvvisi «risvegli», compresi quelli in sala operatoria, a macellazione di espianto iniziata.

 

Colpisce il fervore riduzionista degli autori: la vita si identifica con le «funzioni cerebrali». Senza «coscienza», «memoria» e «desiderio» non si è vivi. Quindi, quando dormite, e siete per definizione in stato di incoscienza, non siete vivi – e quindi magari pure squartabili per il commercio dei vostri organi. Se perdete la memoria, idem: immaginiamo che dovremmo cambiare tante trame di film di smemorati, che invece che finire per ritrovare i propri ricordi e i propri cari, finiscono sacrificati all’industria dei trapianti.

 

Poteva poi mancare un riferimento al «desiderio», inteso evidentemente qui nel senso del «piacere»? Non dicono «volontà», «progetto», «aspirazione», dicono «desiderio», e c’è un motivo: il desiderio produce il piacere, che è il fine ultimo dell’utilitarismo, cioè della filosofia che è silenziosamente divenuta il sistema operativo dello Stato moderno.

 

L’utilitarismo, così come inteso sin dalle sue origini britanniche trecento anni fa, prevede la massimizzazione del piacere per la popolazione, anche a discapito di gruppi sociali meno fortunati, anche grandi. Una filosofia, di fatto, che prevede quindi l’assassinio di massa, ed infatti eccoci qui con aborti, provette ed espianti a cuor battente. E caterve di bambini ammazzati dagli ospedali nel loro «best interest».

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Appaiono chiare in sovraimpressione le parole germaniche che più sinteticamente spiegano quanto stanno dicendo gli scienziati editorialisti: lebensunwertes lebens, ossia «vita indegna di essere vissuta»: se non sei cosciente, se non ricordi, se non fai sesso, se non godi, la tua vita è indegna, e quindi è cancellabile a piacimento. Dovrebbe essere chiaro a tutti i lettori di Renovatio 21 come di fatto, Hitler ha perso la guerra militare, ma ha stravinto quella bioetica.

 

Potrebbe mettere le vertigini, inoltre, il discorso sulla persona che «cessa di esistere»: sentirsi proporre che a decidere dell’esistenza stessa di una persona sono dei medici con le loro teorie: se la macchinetta a cui sei attaccato non fa bip nel modo giusto, tu semplicemente non esisti, sei annichilito, sei depennato dalla realtà, sei disintegrato dall’universo.

 

È un linguaggio che può (ancora, per il momento) suonare alieno alle orecchie occidentali: morire non è percepito da tutti, almeno nei Paesi di matrice cristiana, come la cessazione dell’esistenza – forse la fine della vita terrena, ma non dell’esistenza in sé, concetto che ai più richiama una dimensione eterna, quella dell’anima.

 

Va notato che dei tre firmatari dell’editoriale sull’espansione predatoria della morte almeno due hanno nomi che sembrano indiani. Qui si potrebbe aprire un discorso lungo riguardo al takeover degli indiani – cioè, in larga parte, degli induisti – di tanti gangli della società angloamericana, nelle imprese elettroniche come nelle pratiche mediche: di qui, vien da pensare, questo senso definitivo sull’«irreversibilità»: tra i seguaci, anche non praticanti, di Shiva e Vishnu, la storia di Lazzaro non è diffusa; lo sono, invece, le storielle sulla metempsicosi, per cui una volta finito di vivere come tale ti reincarni come tizio, o come un’altra creatura di qualche tipo… il disprezzo per la dignità umana sensibile in tanta parte dell’Asia viene tutto da qui… ricordando sempre che i nazisti per rappresentarsi avevano scelto un bel simbolo indiano.

 

Ma torniamo al manifesto di morte del New York Times. Nel 1968, proseguono i cardiologi, «un comitato di medici ed esperti di etica di Harward formulò una definizione di morte cerebrale, la stessa definizione di base utilizzata oggi nella maggior parte degli Stati». Gira che ti rigira, si torna sempre lì: alla definizione artificiale e accademica della morte cerebrale, l’inizio della grande truffa genocida pro-espianti.

 

Nel suo rapporto iniziale, chiosano gli esperti, ad Harvard «il comitato osservava che c’è un grande bisogno di tessuti e organi di persone in coma irreparabile per riportare in salute coloro che sono ancora salvabili. Questa valutazione schietta è stata eliminata dal rapporto finale a causa dell’obiezione di un revisore. Ma è quella che dovrebbe guidare le politiche odierne in materia di decessi e trapianto di organi».

 

È proprio il caso di dire che più chiaro di così si muore… il mercato degli organi chiama, e noi dobbiamo rispondere predando subito quelli che sono in coma «irreparabile» (gli stessi che poi, capita, si svegliano e dicono di aver sentito tutto). Allarghiamo le maglie della morte, per il bene di organi e tessuti da distribuire a chi ancora ha una vita degna di essere vissuta – per il momento, almeno.

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E, ricordano gli autori, bando alle obiezioni di coscienza, che effettivamente, come sempre, sono solo ridicole foglie di fico, cerottini cosmetici che non fermano il dissanguamento, anzi, lo accelerano impedendo ai più di capire la gravità della situazione ed intervenire.

 

Del resto, che i cosiddetti «esperti» di Harward (sì, sono proprio loro, gli «esperti» a stabilire se siete vivi o siete morti: volete non fidarvi?) siano stati chiamati ad elaborare un nuovo criterio di morte al solo scopo di consentire l’eliminazione dei comatosi e la predazione degli organi non è un segreto.

 

È altresì altrettanto evidente come tale definizione contenga al suo interno tutte le premesse per un suo superamento. Infatti, privata del fine soprannaturale l’esistenza umana perde totalmente il suo valore intrinseco e finisce per acquisire significato solamente in relazione a quanto essa può essere utile a qualcun altro.

 

Secondo l’utilitarismo di Bentham, ora su tutti noi, la sua utilità è nel permettergli il godimento per il quale la società deve essere programmata. Sacrificati per il piacere di uno sconosciuto… a cosa somiglia questa cosa? Trovate, per caso, che somigli ad una storia di serial killer? Trovate che somigli ad un sacrificio umano?

 

La capacità di volere, di desiderare e di avere piena coscienza di sé al fine di poter essere considerati come persone titolari di diritti inalienabili, rappresenta il cavallo di Troia con cui la Necrocultura si prepara a sferrare l’attacco decisivo all’uomo Imago Dei, creato a immagine e somiglianza del Creatore. Tale visione, propalata dalla comunità scientifica e fatta sedimentare nella coscienza collettiva, non ha più bisogno di «paraventi» medico-scientifici per considerare e trattare l’uomo incosciente o semi-incosciente come un corpo morto.

 

Capiamolo: usare la mancanza di coscienza (concetto, di per sé, indefinito ed indefinibile) come ratio per l’eliminazione di un essere umano non apre, oltre che alla predazione trapiantista, solo all’eutanasia dei malati e all’aborto o alla produzione e distruzione di embrioni in vitro (pratiche dei cui «scarti» l’utilitarismo biomedico trae i suoi vantaggi, scientifici ed economici, come nel caso dei vaccini, ): di qui si va molto oltre, partendo dall’aborto post-natale, cioè la libera uccisione dei bambini piccoli teorizzata anni fa dal filosofo utilitarista Peter Singer e dai suoi accoliti animalisti, per arrivare all’assassinio depenalizzato come nemmeno nei referendum radicali (da «era lui che voleva che lo uccidessi» a «era incosciente quando lo ho ucciso»). Il lettore di Renovatio 21 sa pure che, prossimi in graduatoria, sono gli autistici

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È a tutti gli effetti, il caricamento di un mondo allucinante, un mondo dove la morte trionfa senza più ostacoli. E, scolpiamocelo nella testa, tutto questo accade oggi, in questo stesso momento, potrebbe capitare a voi o a qualcuno che conoscete: un piccolo incidente, un dato encefalico secondo i parametri decisi degli esperti, e zac, possono squartare il vostro corpo e rubarvi il cuore mentre vi batte ancora.

 

La truffa della morte cerebrale, ci stanno ora dicendo, per questo disegno non serve più. L’espansione del dominio della morte cerebrale è in atto. Cioè, più generalmente, l’espansione del dominio della morte tout court.

 

L’impero della Necrocultura è qui, in prima pagina sul New York Times. Vogliamo combatterlo, oppure vogliamo lasciare che facciano a pezzi noi e i nostri figli?

 

Alfredo De Matteo

Roberto Dal Bosco

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Morte cerebrale

Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto

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Due recenti fatti di cronaca ci consentono di mettere a fuoco un aspetto della cosiddetta morte cerebrale che rimane quasi sempre sullo sfondo e che, in realtà, precede la stessa questione dei trapianti. E che quindi ci sembra opportuno ribadire.   Nel primo caso, un cinquantenne è stato ricoverato in Rianimazione a Pescara dopo essere stato colpito con violenza mentre cercava di difendere il figlio diciottenne durante una lite. Pochi giorni dopo è stato avviato l’iter di accertamento della morte encefalica, culminato nella dichiarazione del decesso, cui ha fatto seguito la cosiddetta donazione degli organi.   Nel secondo fatto di cronaca, a Verona, un ragazzo di appena diciotto anni, colpito alla testa con una bottiglia durante una lite, è stato ricoverato in condizioni molto gravi. Anche in questo caso l’ospedale, appena due giorni dopo, ha avviato la procedura per l’accertamento della morte cerebrale. Non si hanno notizie se anche per questo paziente si procederà all’espianto degli organi, ma a questo punto la questione del consenso alla donazione degli organi appare francamente marginale. 

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Già, perché si tratta di due episodi diversi ma accomunati dallo stesso schema operativo: l’aggressione subita, il ricovero in ospedale in stato di incoscienza e in condizioni molto gravi, l’attivazione della medesima procedura alcuni giorni dopo. È proprio questa sequenza di eventi che permette di sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso: la questione della morte cerebrale non è innanzitutto legata a quella dei trapianti.   Il prelievo degli organi vitali rappresenta certamente una delle sue conseguenze più evidenti e brutali, ma sarebbe un errore pensare che l’accertamento della morte cerebrale venga effettuato soltanto nei confronti di potenziali donatori.   La legge italiana stabilisce infatti che «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo» e il D.M. 11 aprile 2008 prevede che, quando ricorrono determinate condizioni cliniche, il medico debba darne immediata comunicazione alla Direzione sanitaria affinché venga attivato il procedimento previsto. La volontà relativa alla donazione degli organi appartiene dunque a un piano successivo e distinto.   In altre parole, non essere donatori non mette al riparo dall’accertamento della morte cerebrale e i familiari non dispongono di un diritto di veto sulla procedura di accertamento della morte quando ne ricorrano le condizioni previste dalla legge.    La morte cerebrale stabilisce infatti il momento nel quale un essere umano gravemente cerebroleso cessa giuridicamente di essere un paziente. Per il nostro ordinamento, una volta concluso l’accertamento egli è equiparabile a un cadavere; e anche qualora non si proceda all’espianto, non esiste comunque più il presupposto per continuare un trattamento terapeutico finalizzato alla sua sopravvivenza.    Ma quali sono i criteri attraverso i quali si arriva a una conseguenza tanto definitiva?   Il punto meriterebbe molta più attenzione di quanta normalmente ne riceva. L’accertamento neurologico, infatti, non consiste semplicemente nell’osservare passivamente un organismo fino alla comparsa degli inequivocabili segni tradizionali della morte. Richiede una serie di verifiche cliniche, tra cui l’assenza di coscienza e dei riflessi del tronco encefalico e la verifica dell’assenza di respirazione spontanea attraverso il cosiddetto test di apnea   Proprio il test di apnea costituisce uno degli aspetti che più contrastano con la deontologia medica: per verificare se il paziente sia ancora capace di respirare autonomamente viene consentito che la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenti fino ai valori stabiliti dal protocollo, mentre il paziente non riceve la normale ventilazione meccanica. La letteratura medica riconosce che durante questa procedura possono verificarsi complicanze quali ipotensione e ipossiemia e prevede criteri per interrompere il test qualora si produca instabilità clinica significativa.   La questione assume un significato particolare proprio perché ci troviamo davanti a un individuo del quale si sta cercando di stabilire se sia morto: se la premessa fosse sbagliata, quelle procedure verrebbero effettuate su un paziente vivo e gravemente cerebroleso, precisamente nel momento in cui avrebbe bisogno della massima protezione e della massima cura.    E non esiste neppure, a livello internazionale, un unico protocollo universalmente applicato. Nel corso degli anni numerosi studi hanno documentato differenze tra Paesi e sistemi sanitari riguardo ai prerequisiti, alla durata dell’osservazione, al numero degli esaminatori, all’impiego di test strumentali e alle modalità dell’accertamento. Proprio per ridurre questa variabilità è stato elaborato il World Brain Death Project, che ha proposto raccomandazioni internazionali comuni; il fatto stesso che sia stato necessario tentare un’armonizzazione mostra quanto i criteri abbiano storicamente presentato differenze significative.   Eppure, dall’esito di questi accertamenti dipende una conseguenza radicale: da un lato del confine abbiamo un paziente gravissimo da assistere, dall’altro un presunto cadavere.   La medicina intensiva permette oggi di sostenere per periodi prolungati organismi gravemente cerebrolesi che necessitano di ventilazione, assistenza continua, personale specializzato e posti di terapia intensiva. Con la dichiarazione di morte cerebrale quel problema scompare alla radice, perché non esiste più, giuridicamente, un paziente da assistere.

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Evidentemente, la normativa non dichiara come proprio scopo quello di liberare posti letto o risparmiare risorse. Ma questo non impedisce di porre una domanda scomoda: quanto è funzionale al sistema sanitario (e al sistema in generale) una definizione della morte che consente di trasformare un paziente gravemente cerebroleso, potenzialmente bisognoso di assistenza per un tempo indefinito, in un soggetto nei confronti del quale non esiste più alcun dovere terapeutico?   La questione non è marginale, perché ci riporta alle origini stesse del paradigma. La legge italiana non afferma semplicemente che la cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche costituisca un segno dal quale dedurre che l’organismo è morto; stabilisce che la morte si identifica con quella cessazione.   È proprio a questo punto che la questione diventa antropologica: medicina e diritto si sono arrogati il potere di stabilire che un essere umano le cui funzioni cerebrali vengono considerate definitivamente compromesse non appartenga più al mondo dei vivi.   È questo che rende riduttivo concentrare il dibattito esclusivamente sulla donazione. Anche se domani non venisse più effettuato un solo trapianto di organi vitali, rimarrebbe intatta la domanda fondamentale: quell’essere umano è veramente morto?   E la domanda riguarda tutti, donatori e non donatori, perché la morte cerebrale non stabilisce soltanto quando gli organi possono diventare disponibili, ma quando un essere umano gravemente compromesso cessa di essere considerato un paziente al quale prestare cure.   Il lettore ci permetterà un’amara riflessione a margine: quando al rinnovo della carta d’identità ci viene chiesto se acconsentiamo alla donazione degli organi, possiamo ancora decidere che cosa verrà fatto del nostro corpo, ma non quando possiamo essere considerati cadaveri.    Quella decisione è già stata presa. E non da noi.   Alfredo De Matteo

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Morte cerebrale

Calciatore dato per morto si risveglia in obitorio. Dichiarare la morte non equivale a determinarla

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Ci sono notizie che sembrano riproporre storie già viste e che, proprio per questo, rischiano di essere liquidate come semplici curiosità di cronaca. Quella che arriva in queste ore dalla Nigeria appartiene certamente a questa categoria, ma pone in evidenza un particolare sul quale vale la pena soffermarsi, perché ancora una volta ci costringe a interrogarci sul significato della morte e, soprattutto, sul rapporto tra la realtà e le definizioni attraverso le quali pretendiamo di descriverla.

 

Chinedu Ozor, trent’anni, da poco ingaggiato dal Katsina United, stava disputando una partita amichevole di preparazione alla nuova stagione quando, dopo appena una decina di minuti di gioco, si è improvvisamente accasciato sul terreno di gioco. Il personale sanitario presente è prontamente intervenuto per soccorrerlo e il calciatore è stato trasportato in ospedale, dove poi ne sarebbe stato dichiarato il decesso.

 

Diverse fonti riferiscono che la morte sarebbe stata constatata in due strutture prima del trasferimento in obitorio.

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Nel frattempo, la notizia aveva cominciato a circolare e il Katsina United aveva annunciato ufficialmente la scomparsa del suo giocatore, esprimendo vicinanza alla famiglia e salutando il proprio «Warrior». Immediatamente erano arrivati i messaggi di cordoglio di altre società della Nigeria Premier Football League e delle squadre nelle quali Ozor aveva militato in precedenza. Per il mondo del calcio nigeriano, insomma, Chinedu Ozor era morto.

 

Poi è accaduto qualcosa che ha improvvisamente rovesciato la situazione: quando il calciatore si trovava ormai in obitorio, qualcuno si sarebbe accorto che il suo corpo si muoveva; alcune ricostruzioni parlano in particolare del movimento di una mano. È stato dato immediatamente l’allarme e Ozor è stato riportato in ospedale, dove, secondo le ultime informazioni disponibili, si trova ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a ossigenoterapia.

 

Una storia incredibile, certamente, ma non del tutto nuova. Episodi di persone dichiarate morte e successivamente trovate ancora in vita ricorrono periodicamente nelle cronache. È necessario però fare una precisazione che può apparire come ovvia: Ozor non è tornato dalla morte. Il movimento osservato in obitorio ha semplicemente costretto chi gli stava intorno a riconoscere che la precedente dichiarazione di morte non corrispondeva alla realtà.

 

La distinzione, in effetti, è tutt’altro che banale, perché ci ricorda qualcosa che nella medicina contemporanea rischia di passare in secondo piano: la morte è un fatto che riguarda l’essere umano, mentre il suo accertamento riguarda la nostra capacità di riconoscere quel fatto. Sono due cose distinte e, soprattutto, la seconda non può creare la prima.

 

Un medico può accertare che una persona è morta, così come può sbagliare nel farlo, ma la sua dichiarazione non possiede il potere di modificare la realtà biologica dell’individuo che ha davanti. 

 

È proprio a questo punto che il problema della morte cerebrale entra in una dimensione che supera la semplice discussione sui protocolli diagnostici.

 

Per secoli la questione fondamentale è stata individuare i segni attraverso i quali riconoscere che la morte dell’organismo fosse effettivamente avvenuta. Con l’introduzione del criterio neurologico, invece, il problema si è spostato progressivamente anche sul piano definitorio: una determinata condizione clinica, caratterizzata dalla cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche previste dai protocolli, viene considerata equivalente alla morte dell’individuo.

 

Ma cosa succede dopo che una sentenza di morte è stata emessa? Inevitabilmente, cambia il modo in cui possiamo trattare l’essere umano.

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Nel caso di Chinedu Ozor un movimento del corpo ha imposto una revisione immediata di tutto ciò che era stato stabilito poche ore prima. Ma proprio questa circostanza ci ricorda che alla medicina spetta riconoscere una morte realmente avvenuta, non stabilire attraverso criteri convenzionali il confine oltre il quale un essere umano debba cessare di essere considerato un vivente bisognoso di cure e assistenza.

 

Del resto, la cronaca e la letteratura medica hanno registrato diversi casi nei quali persone dichiarate morte hanno manifestato segni vitali prima che si procedesse con l’espianto dei loro organi. E Dio solo sa quante altre persone non hanno avuto la possibilità di smentire la diagnosi che li aveva già consegnati alla sala operatoria e successivamente alla tomba.

 

È per questo che la questione non può essere ridotta alla maggiore o minore affidabilità di una procedura. Il problema viene prima.

 

Perché la realtà non obbedisce alle nostre definizioni e quando queste pretendono di sostituirsi alla verità sull’uomo, è l’uomo stesso a pagarne le conseguenze.

 

Alfredo De Matteo

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Morte cerebrale

Morte cerebrale, mons. Viganò parla del libro del nostro Alfredo De Matteo

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pubblicato su X un messaggio di lode al nuovo libro del nostro Alfredo De Matteo, inesausto collaboratore di Renovatio 21 sui temi bioetici, L’inganno della morte cerebrale. Trapianti, eutanasia e una nuova antropologia.   «In questi tempi di oscuramento della verità e di avanzata inarrestabile della cultura della morte, è dovere di ogni cattolico e di ogni persona di buona volontà denunciare gli inganni che attentano alla sacralità della vita umana, voluta e custodita da Dio» scrive Sua Eccellenza.   «Le Edizioni Maniero del Mirto annunciano l’uscita di un libro di importanza capitale: l’ultimo lavoro di Alfredo De Matteo, nella Collana Moralia et Scientia. Quest’opera affronta con serietà, rigore documentato e coraggio tre questioni vitali per il nostro tempo: la sempre più devastante diffusione della pratica eutanasica nel mondo cosiddetto “occidentale”; l’atroce inganno della cosiddetta “morte cerebrale”, nel quale sono caduti quasi tutti e che grava come un pericolo mortale su ogni essere umano; il gravissimo errore del trapiantismo degli organi vitali».     «Alfredo De Matteo smaschera con chiarezza profetica gli inganni di una mentalità materialista e utilitaristica che riduce l’uomo a un semplice aggregato di organi da sfruttare» continua monsignore. «Questo libro è uno strumento prezioso per comprendere la gravità di ciò che sta avvenendo e per resistere all’imposizione di una falsa “morte” che permette la soppressione della vita».   «Il volume sarà presentato per la prima volta il 12 settembre a Verona, in occasione della “Giornata mondiale contro l’aborto e l’eutanasia” organizzata dalla Confederazione dei Triarii. Le Edizioni Maniero del Mirto si dichiarano disponibili a organizzare presentazioni ovunque vi sia la volontà di diffondere queste verità».   «Raccomando vivamente la lettura di quest’opera a tutti i fedeli, ai sacerdoti, ai medici, agli operatori sanitari e a chiunque desideri difendere la verità e la dignità della persona umana. Studiatelo, meditate sulle sue pagine e, soprattutto, diffondetelo il più ampiamente possibile: tra amici e familiari, sui social…»   Il libro contiene in appendice scritti previamente apparsi su Renovatio 21.  

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