Necrocultura
Il piano inclinato della morte cerebrale
La civiltà occidentale nel corso dei secoli ha uniformato il suo diritto e la sua morale alla tradizione filosofica secondo cui l’essere umano è composto di anima e corpo e ha nell’anima razionale il principio vitale che lo caratterizza.
Questo principio vitale di natura spirituale, pur essendo nel corpo, non si trova nel cuore, nel cervello né in qualsiasi altro organo, tessuto o funzione. Sulla base di tale assunto, ciò che sostanzia l’uomo non è l’intelletto, né l’autocoscienza e neppure l’interazione sociale, bensì l’anima razionale che contiene in potenza l’uso di tutte queste funzioni.
La vita umana inizia con l’infusione dell’anima nel corpo e termina con la separazione da esso, nel momento in cui l’organismo si dissolve nei suoi elementi.
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I momenti iniziale e finale della vita sono avvolti dal mistero ed è compito della filosofia indagare e speculare su di essi; la morale invece ha il dovere di trattare l’essere umano più innocente e indifeso, l’embrione, come una persona, perché non si può escludere che l’anima venga infusa nell’uomo fin dal momento del concepimento (questa tesi è oggi prevalente tra i teologi e i filosofi) e perché qualsiasi atto aggressivo nei suoi confronti rappresenta, in ogni caso, un attentato alla vita umana.
Per le medesime ragioni, il principio di precauzione deve essere applicato anche all’individuo di cui non è stata accertata la morte al di là di ogni ragionevole dubbio.
I casi di morte apparente, ossia di ritorno alla vita dopo diverse ore in cui erano scomparse tutte le manifestazioni vitali, stanno a dimostrare che fra il momento della morte accertata e quella reale esiste sempre e comunque un periodo più o meno esteso di vita latente. Pertanto, fintantoché non è possibile avere l’oggettiva certezza dell’avvenuto decesso di un essere umano (l’inizio del processo di decomposizione del corpo) sussiste l’obbligo morale di evitare ogni azione lesiva della sua persona.
Questa impostazione è stata prevalente nel mondo occidentale fino agli anni sessanta per poi essere soppiantata da una visione utilitaristica e materialistica dell’esistenza.
È evidente come il criterio neurologico di morte venne introdotto al fine di stabilire chi conveniva dichiarare morto, non chi era effettivamente deceduto. Nella nuova definizione di morte, commissionata agli esperti di Harvard, al cervello viene arbitrariamente attribuito il ruolo che compete all’anima razionale, ossia dirigere e governare tutti gli organi e funzioni che compongono l’organismo umano.
Quindi, coerentemente con tale impostazione, una lesione cerebrale ritenuta irreparabile comporterebbe la fine dell’essere umano considerato come un tutt’uno integrato, e i segni vitali ancora presenti nell’individuo dichiarato cerebralmente morto costituirebbero dei meri riflessi e/o delle funzioni mantenute in maniera artificiale mediante il supporto farmacologico o l’ausilio di macchinari.
Una volta dichiarata la morte cerebrale, «viene interrotto qualsiasi supporto vitale. I familiari possono voler essere accanto alla persona in quel momento. Hanno bisogno che venga spiegato loro che uno o più arti possono muoversi quando viene interrotta l’assistenza respiratoria o che la persona può addirittura sedersi (talvolta chiamato segno di Lazzaro). Questi movimenti sono causati dalle contrazioni muscolari di riflesso della colonna vertebrale e non significa che la persona non sia in stato di morte cerebrale». (Manuale MSD, diagnosi della morte cerebrale).
Da notare come gli estensori del Manuale, probabilmente per non cadere in dissonanza cognitiva, non se la siano sentita di definire cadaveri per l’appunto le persone che dimenano gli arti perché non riescono a respirare …
La stessa legge 194/1978 sull’aborto volontario, che fissa il limite dell’omicidio dell’innocente entro i primi 90 giorni dal concepimento, poggia le sue basi ideologiche sulla tesi del cervello come sede dell’essere, senza di cui non è possibile considerare il bambino ai primi stadi dello sviluppo come una persona, bensì come un semplice agglomerato di cellule e tessuti.
Non solo, il fatto che per i novatori il cervello costituisca il principio vitale dell’individuo pone in ogni caso il bambino non ancora nato, o comunque non ancora in grado di avere una vita autonoma al di fuori del grembo materno, in una posizione di «inferiorità ontologica»: non è affatto chiaro, infatti, quando un feto o un bambino molto piccolo possa aver sviluppato la quantità richiesta di autocoscienza per poter essere considerato una persona.
Sono note le teorie del filosofo australiano Peter Singer secondo il quale uccidere un neonato non equivale moralmente a uccidere un essere umano razionale e autocosciente e che un malato può essere eliminato se ciò può tornare utile alla società. È quindi interessante notare come Singer sia stato molto critico nei confronti del nuovo criterio di morte cerebrale. Egli riteneva infatti che non ci fosse bisogno di contrabbandare una scelta etica con una indimostrata presunta verità scientifica.
Il recente fatto di cronaca accaduto a Traversetolo in provincia di Parma, in cui due bambini appena nati sarebbero stati uccisi dalla madre e sepolti nel giardino della villetta in cui abitava insieme ai genitori, è emblematico dell’insopportabile ipocrisia di una società che condanna l’eliminazione di un innocente appena nato e al contempo considera un diritto l’uccisione del medesimo bambino innocente poco prima, quando si trova ancora nel grembo materno.
Con l’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, il cogito ergo sum di cartesiana memoria entra prepotentemente nel diritto e nella prassi medica, finendo per relegare l’essere umano nell’angusto ambito dell’autocoscienza.
I casi relativamente recenti di Vincent Lambert in Francia e dei piccoli Charlie Gard e Alfie Evans in Inghilterra, così come altri tragici casi italiani, possono rappresentare casi di persone uccise tramite eutanasia di Stato semplicemente perché bisognosi di cure e assistenza, stanno a dimostrare che una volta ridefinito il criterio di accertamento della morte si è passati consequenzialmente a ridefinire il significato stesso di essere umano, attraverso l’arbitraria distinzione tra vite degne e indegne di essere vissute.
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In altri termini, a prescindere dalla condizione clinica e dallo stato di coscienza in cui si viene a trovare un determinato soggetto, il suo diritto alla vita è subordinato alla «qualità» della sua esistenza, che si fonda essenzialmente sulle capacità intellettive del soggetto.
Pertanto, il vero obiettivo della rivoluzione non era quello di modificare il criterio di accertamento della morte bensì, attraverso di esso, di arrivare a trattare gli esseri umani, nessuno escluso, come corpi senz’anima, ammassi di organi tenuti insieme da principi meramente meccanicistici.
Non stupisce allora come nella società contemporanea l’uomo venga considerato un prodotto, un insieme di «pezzi di ricambio».
Cos’è la fecondazione in vitro (e tutte le pratiche da essa discendenti come l’utero in affitto e l’utilizzo di cellule embrionali per la produzione di farmaci e vaccini) se non la produzione in laboratorio dell’essere umano ridotto a bene di consumo?
Cos’è la cosiddetta «donazione» (meglio dire: predazione) degli organi se non la logica conseguenza della riduzione dell’uomo a merce di scambio?
Cos’è l’eutanasia se non l’omicidio di una persona le cui facoltà intellettive risultano ridotte o latenti?
Cos’è l’infanticidio se non l’inevitabile approdo della Necrocultura imperante il cui fondamento pseudo scientifico è la cosiddetta morte cerebrale?
Alfredo De Matteo
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Immagine di JasonRobertYoungMD via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International;immagine modificata.
Necrocultura
La guerra occulta oltre l’aborto
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Necrocultura
Serial killer a piede libero in Michigan
La polizia di Lansing, nel Michigan, sta indagando per capire se un serial killer sia responsabile della morte di cinque uomini, i cui corpi sono stati trovati lungo un breve tratto di sentiero fluviale in città nell’ultimo anno.
Le vittime, di età compresa tra i 22 e i 70 anni, erano tutte presumibilmente senzatetto. I loro corpi sono stati rinvenuti lungo un tratto di sentiero di 2,4 km vicino al centro di Lansing tra l’ottobre 2025 e l’agosto 2026.
«Una delle domande che ci vengono poste è: “Abbiamo un serial killer a Lansing?”», ha dichiarato il capo della polizia Robert Backus ai giornalisti durante una recente conferenza stampa. «Quello che vogliamo che il pubblico sappia è che stiamo indagando su tutti questi casi. Sono tutti oggetto di indagine attiva e stiamo valutando l’ipotesi che possano essere casi collegati».
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Quattro vittime presentavano apparenti lesioni al volto da corpo contundente, mentre la quinta è stata accoltellata. Tre decessi sono stati classificati come omicidi, uno resta di natura indeterminata e la causa del quinto non è ancora stata accertata.
Edward Smith è stato accusato di omicidio per l’accoltellamento di Daniel Lusk, 22 anni, avvenuto il 20 agosto, ma la polizia non lo ha ancora collegato agli altri decessi. Un’altra vittima, Louis Woodruff, 57 anni, è stata trovata ferita il 30 agosto, dopo l’arresto di Smith, ed è deceduta il 1° settembre.
Gli inquirenti sospettano che alcuni degli uomini possano essere stati aggrediti di notte mentre erano sdraiati o dormivano, anche se la polizia sottolinea che l’ipotesi non è ancora confermata.
La mancanza di testimoni e la scarsità di filmati di sorveglianza hanno ostacolato le indagini. La polizia ha intensificato i pattugliamenti e ha dispiegato telecamere mobili lungo il percorso, mentre gli assistenti sociali stanno contattando i senzatetto per aiutarli a trovare un alloggio.
Negli Stati Uniti gli omicidi seriali sono rari e rappresentano meno dell’1% di tutti gli omicidi, secondo l’FBI. Uno dei casi più noti degli ultimi anni ha riguardato Rex Heuermann, arrestato nel luglio 2023 in relazione agli omicidi di Gilgo Beach, nello Stato di Nuova York. A giugno è stato condannato all’ergastolo dopo aver ammesso di aver ucciso otto donne.
Il numero di omicidi seriali è calato in modo marcato rispetto al picco tra gli anni Settanta e Novanta, quando negli Stati Uniti si stimavano decine di serial killerri attivi ogni anno. Secondo i database più usati, come quello curato da Radford e Florida Atlantic University, gli episodi sono diminuiti di molto dopo il 1990, e oggi i casi accertati sono una frazione di allora.
Le spiegazioni sono diverse e probabilmente concorrenti. Le tecniche forensi, a partire dal DNA e dalla genealogia genetica, hanno reso molto più rischioso commettere più omicidi senza essere identificati, e hanno permesso di risolvere casi vecchi di decenni. Telecamere, telefoni, pagamenti tracciabili e banche dati condivise tra le polizie hanno ridotto lo spazio per muoversi inosservati. Sono diminuite anche le vittime facili, come autostoppisti e persone che frequentavano luoghi isolati, e c’è stato un calo generale della criminalità violenta, legato in parte a fattori sociali e ambientali.
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Tuttavia, altri osservatori hanno teorie diverse: i serial killer deriverebbero da programmi psicologici militari attivi durante conflitti come quello del Vietnam, come il Phoenix program, che di fatto rendeva i soldati mostri assetati di sangue.
Per questo, ipotizza Renovatio 21, una nuova ondata di assassini seriali è prevedibile con la guerra ucraina.
Nel frattempo dobbiamo avere a che fare con il tempio dei serial killer odierni, cioè l’ospedale: come ripete Renovatio 21, la professione sanitaria è la meta prediletta per l’infiltrazione di serial killer nella società, sia come medici che come infermieri. Nei nosocomi essi, coperti dalla professione ippocratica, possono uccidere quantità di persona a cui l’assassino seriale «di strada» mai può aspirare.
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Immagine di Tony Webster via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Eutanasia
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