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Geopolitica

Dopo il crollo dell’URSS, quello degli USA

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Tutto ha una fine, anche gl’imperi: gli Stati Uniti come l’Unione Sovietica. Washington ha oltraggiosamente favorito una ristretta camarilla di ultramiliardari. Ora deve affrontare i vecchi demoni: prepararsi alle secessioni e alla guerra civile.

Washington ha oltraggiosamente favorito una ristretta camarilla di ultramiliardari. Ora deve affrontare i vecchi demoni: prepararsi alle secessioni e alla guerra civile

 

 

 

Gli schieramenti che si stanno affrontando negli Stati Uniti, i Jacksoniani e i Neo-puritani, vogliono sopraffarsi l’un l’altro. I primi parlano d’insurrezione, i secondi auspicano la repressione, ma entrambi si preparano allo scontro. A tal punto che due terzi dei cittadini si preparano a loro volta alla guerra civile.

 

 

L’ottica jacksoniana

I Jacksoniani prendono il nome dal presidente Andrew Jackson, che prima della guerra di Secessione si oppose all’istituzione della Federal Reserve (banca centrale indipendente). Per un secolo sono spariti dalla scena politica per riemergere con l’elezione alla Casa Bianca di uno di loro: Donald Trump. Si oppongono ai legami incestuosi fra le banche private e la banca centrale USA, istituto che emette il dollaro.

 

In molti Stati federati gli addetti allo spoglio dei voti delle elezioni del 3 novembre 2020 hanno avuto disposizione di espellere gli osservatori e tappare le finestre degli uffici elettorali. Indipendentemente dal risultato, le elezioni sono state pertanto private di legittimità democratica.

 

Gli schieramenti che si stanno affrontando negli Stati Uniti, i Jacksoniani e i Neo-puritani, vogliono sopraffarsi l’un l’altro. I primi parlano d’insurrezione, i secondi auspicano la repressione, ma entrambi si preparano allo scontro

Il problema non è sapere chi sia stato eletto, ma cosa fare ora che il patto nazionale è stato infranto.

 

Il Secondo emendamento della Costituzione USA attribuisce ai cittadini il dovere di armarsi e organizzarsi in milizie per difendere, se minacciata, la libertà dello Stato.

 

Quest’emendamento fa parte della Dichiarazione dei Diritti (Bill of Rights), la cui adozione fu presupposto irrinunciabile perché i cittadini, che avevano combattuto per l’indipendenza, accettassero la Costituzione redatta dalla Convenzione di Filadelfia.

 

Due terzi dei cittadini si preparano a loro volta alla guerra civile

Il Secondo emendamento, che prevede che ogni cittadino possa detenere armi da guerra di ogni tipo, ha reso possibili i massacri che hanno ripetutamente funestato la società statunitense. Nonostante il costo in vite umane, l’emendamento è tuttora vigente perché essenziale all’equilibrio del sistema politico statunitense.

 

Per l’appunto, secondo il 39% degli statunitensi ricorrere alle armi contro autorità corrotte non è un’opzione, bensì un dovere; il 17% ritiene sia giunto il momento di agire (1).

 

In ogni Stato federato gruppi armati si stanno preparando a manifestare il 20 gennaio, giorno dell’intronizzazione di Joe Biden a Washington. L’FBI teme gravi sommosse in 17 Stati.

 

Il problema non è sapere chi sia stato eletto, ma cosa fare ora che il patto nazionale è stato infranto.

Si possono esaminare questi fatti da qualsiasi lato e accusare gl’insorti – molto diversi fra loro – di essere «cospirazionisti» o «neo-nazisti», o entrambe le cose. Sta di fatto che la loro rivolta è l’unico atteggiamento legittimo rispetto alla storia e al Diritto degli Stati Uniti.

 

Si può sminuire la rivolta limitandola alla bizzarra ed effimera presa del Campidoglio del 6 gennaio, ma rimane il fatto che trattasi di avvenimenti non collegati: il fine non è affatto rovesciare il potere legislativo, ma neutralizzare l’insieme della classe politica e procedere a nuove elezioni, questa volta trasparenti.

 

I cittadini che protestano contro «il furto del sistema elettorale» sono soprattutto elettori di Donald Trump, ma non solo. Non recriminano per la sconfitta di Trump, ma per un problema di fondo: la tutela della trasparenza come requisito irrinunciabile della democrazia.

 

Si possono esaminare questi fatti da qualsiasi lato e accusare gl’insorti – molto diversi fra loro – di essere «cospirazionisti» o «neo-nazisti», o entrambe le cose. Sta di fatto che la loro rivolta è l’unico atteggiamento legittimo rispetto alla storia e al Diritto degli Stati Uniti

L’opacità dello spoglio dei voti ha scatenato le passioni, già in subbuglio dopo la crisi finanziaria 2007-2010. All’epoca la maggioranza della popolazione non accettò il piano di salvataggio delle banche per 787 miliardi di dollari del presidente Barack Obama (che andarono ad aggiungersi ai 422 miliardi di dollari per le acquisizioni di prestiti inesigibili volute dal presidente George W. Bush).

 

Milioni di cittadini che si ritenevano «già sufficientemente tassati» (Taxed Enough Already) fondarono i TEA Party, in riferimento al Boston Tea Party, che diede il via alla guerra d’indipendenza. Questo movimento contro le pesanti tassazioni, imposte per salvare ultramiliardari, si affermò sia a destra sia a sinistra, come dimostrano le campagne della governatrice Sarah Palin (Repubblicana) e del senatore Bernie Sanders (Democratico).

 

L’imponente declassamento della piccola borghesia, dovuto alle conseguenze della delocalizzazione, induce ormai il 79% degli statunitensi ad affermare che l’«America sta affondando»; una percentuale di disillusi senza equivalenti in Europa, a eccezione dei Gilet Gialli francesi.

 

È indubbiamente poco probabile che le eventuali rivolte del 20 gennaio si trasformeranno in rivoluzione. Ma è un movimento che da una decina d’anni si sta facendo strada nella popolazione. Conta già un numero di adepti in tutto lo spettro politico sufficiente per ingaggiare la battaglia e per durare.

Si può sminuire la rivolta limitandola alla bizzarra ed effimera presa del Campidoglio del 6 gennaio, ma rimane il fatto che trattasi di avvenimenti non collegati: il fine non è affatto rovesciare il potere legislativo, ma neutralizzare l’insieme della classe politica e procedere a nuove elezioni, questa volta trasparenti

 

 

Il punto di vista neo-puritano

I gruppi che al contrario dei Jacksoniani si scatenano contro il presidente tutt’ora in carica, Donald Trump, sono altrettanto certi di essere dalla parte della ragione. Come il lord protettore Oliver Cromwell, si richiamano a una morale superiore alla Legge; a differenza dei repubblicani inglesi però non s’appropriano di riferimenti religiosi: sono calvinisti, ma senza Dio.

 

Vogliono creare una Nazione per tutti, non insieme agli avversari, ma escludendone chi non la pensa come loro. E si rallegrano per la decisione di Twitter, Facebook, Instagram, Snapchat e Twitch di censurare i contestatori della regolarità delle elezioni. Non importa che queste multinazionali si arroghino un potere politico che contravviene al Primo emendamento della Costituzione, dal momento che condividono il medesimo concetto di Purezza: la libertà di parola non vale né per gli eretici né per i trumpisti.

 

Trasportati dal proprio zelo, procedono alla riscrittura della storia di questa Nazione, la «luce sulla collina» venuta per illuminare il mondo. Cancellano ogni coscienza di classe e magnificano ogni minoranza, non per quanto fa, ma per il fatto di essere minoritaria. Epurano le università, praticano la scrittura inclusiva, sacralizzano la natura selvaggia, distinguono l’informazione dalle fake news, abbattono statue di grandi uomini. Oggi tentano di destituire Trump, non perché avrebbe organizzato la presa del Campidoglio, ma perché è difensore di chi lo ha occupato. Nessuno di questi eretici può avere un posto al sole.

È indubbiamente poco probabile che le eventuali rivolte del 20 gennaio si trasformeranno in rivoluzione. Ma è un movimento che da una decina d’anni si sta facendo strada nella popolazione. Conta già un numero di adepti in tutto lo spettro politico sufficiente per ingaggiare la battaglia e per durare

 

Nel XVII secolo i Puritani praticavano confessioni pubbliche per poter accedere alla vita eterna. Nel XX secolo i loro successori, i Neo-puritani, per assicurarsi l’immortalità non smettono di battere il mea culpa per il «privilegio bianco» di cui pensano aver goduto.

 

Ultramiliardari come Jeff Bezos, Bill Gates, Arthur Levinson, Sundar Pichai, Sheryl Sandberg, Eric Schmidt, John W. Thompson e Mark Zuckerberg sono promotori di una nuova ideologia che propugna la superiorità dell’uomo digitale sul resto dell’umanità. Sperano di sconfiggere le malattie e la morte.

 

Da molto tempo queste razionalissime persone hanno rinunciato alla ragione, al punto che secondo i due terzi degli statunitensi è ormai impossibile intendersi con loro su questioni elementari. Parlo dei neo-puritani, non dei trumpisti.

Una parte del Potere è già passata dalle istituzioni democratiche alle mani di pochi ultramiliardari. Gli Stati Uniti che abbiamo conosciuto non esistono più. È iniziata la loro agonia.

 

Il fanatismo dei puritani ha già causato la Guerra civile inglese, la guerra d’Indipendenza statunitense e infine la guerra di Secessione. Il timore primario del presidente Richard Nixon era che questo fanatismo aprisse una quarta guerra che dilanierebbe gli USA. Ed è proprio questo il punto in cui ci troviamo.

 

Una parte del Potere è già passata dalle istituzioni democratiche alle mani di pochi ultramiliardari. Gli Stati Uniti che abbiamo conosciuto non esistono più. È iniziata la loro agonia.

 

 

 

NOTE

(1) Ipsos Poll: Game changers, gennaio 2013, 2021.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

Fonte: «Dopo il crollo dell’URSS, quello degli USA», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 gennaio 2021

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Immagine screenshot da YouTube

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
   
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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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