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Chi c’è dietro alle proteste in Israele?

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Israele vive il più alto momento di protesta dalla sua esistenza. Manifestazioni con più di un milione di partecipanti nel Paese non si erano mai viste. Così come era difficilmente vedere le sigle sindacali del Paese scioperare e saldarsi in tempo zero con il fiume della protesta.

 

L’obiettivo delle dimostrazioni massive non è di quelli che ti fanno pensare immediatamente ad una levata della popolazione, come le tasse, la guerra o la libertà personale: è la questione, certamente più complessa e politica, dell’autonomia della magistratura.

 

Netanyahu è indagato e lo è stato in passato varie volte. Come riportato da Renovatio 21, è emerso che i famigerati software di sorveglianza che Israele esporta controversamente nel resto del mondo sarebbero stati usati anche contro lo stesso Bibi, vincitore delle ultime elezioni e ora al governo con sigle dell’estrema destra ebraica, con personaggi che vogliono proibire le bandiere palestinesi e il proselitismo cristiano.

 

Nelle intense immagini delle proteste, abbiamo di colpo visto apparire una nuova edizione di un simbolo piuttosto noto: il pugno.

 

 

Chi segue le vicende di politica internazionale conosce quel segno come Otpor, che in serbocroata che significa «resistenza».

 

Otpor è forse l’operazione più capillare ed efficace che gli specialisti hanno fatto risalire a George Soros. Ufficialmente si ritiene che Otpor sia nato nel 1998 durante le proteste contro Slobodan Milosevic nell’allora Repubblica di Yugoslavia, dove era apparso d’improvviso come un semplice movimento di protesta non violento fatto di giovani svegli. Il gruppo fu premiato con il Free Your Mind Award da MTV, canale televisivo legato a potentati finanziari un tempo preposto alla manipolazione delle masse giovanili su base mondiale.

 

Otpor quindi divenne protagonista di vari documentari che vinsero premi a destra e a manca – una nuova strategia di egemonia culturale, portata all’apoteosi da Al Gore con il suo documentario premio Oscar sul cambiamento climatico (invece che parlare di film, anche agli Oscar si parla del tema ecologico) e poi arrivata al parossismo con i documentari sui caschi bianchi siriani, presentati come eroi dall’Occidente che li foraggiava ma considerati da altri come sostenitori di Al Qaeda.

 

Il coinvolgimento di Soros nei disordini serbi degli anni a cavallo del 2000 fu descritto dal quotidiano Los Angeles Times già nel 2001:

 

«È un risultato che il finanziere ungherese George Soros non ostenta. Vantarsene, dopo tutto, potrebbe solo rendere la sua missione globale di costruzione democratica più difficile (…) il multimiliardario filantropo ha silenziosamente giocato un ruolo chiave nella drammatica detronizzazione l’anno passato del Presidente Slobodan Milosevic. La sua Soros Foundations Network ha aiutato a finanziare molti gruppi pro-democrazia, inclusa l’organizzazione studentesca Otpor, che ha lanciato la resistenza dal basso all’autoritario leader yugoslavo».

 

«“Noi eravamo qui per fiancheggiare il settore civile – la gente che stava combattendo contro il regime di Slobodan Milosevic negli ultimi 10 anni”, ha detto Velimir Curgus del ramo di Belgrado del network di Soros. “Molto del nostro lavoro era sotto copertura (…) il ramo belgradese di Soros fu tra i primi finanziatori di Otpor, sotto cui crebbe una giovane e decentralizzata leadership che rafforzava alla frammentaria opposizione a Milosevic: “gli abbiamo dato i primi fondi già nel 1998, quando apparvero come organizzazione studentesca” ha detto Ivan Vejvoda, direttore esecutivo del Fund for an Oper Society-Yugoslavia, il ramo del network qui».

 

Otpor aveva come logo quell’inconfondibile pugno – che si sostiene essere modellato in base al pugno di Saruman, un personaggio de Il Signore degli Anelli – che avremo poi visto comparire infinite altre volte in tutte le rivoluzioni colorate in tutto il globo.

 

Pochi anni dopo, il logo del pugno fa capolino nella Georgia e della sua «Rivoluzione delle Rose» di Mikheil Saak’ashvili, quello poi scappato dal suo Paese per divenire, forse perché padrino del figlio del precedente presidente ucraino Petro Poroshenko, governatore di Odessa, quindi scappato anche lì, tornato in patria, arrestato e incarcerato. Anche se dolorante e in gabbia, Saak’ashvili, un favorito dei neocon, sta assistendo ai nuovi, stranissimi moti georgiani di questi giorni, dove la popolazione d’improvviso protesta contro una legge che limita le attività delle ONG straniere .

 

L’impiego del laboratorio di Otpor è descritto dal giornale britannico Globe and Mail, che nel 2003 scrive direttamente il nome di Soros già nel titolo del reportage, «La rivolta in Georgia portava i segni di Soros»

 

«Fondi dal suo Open Society Institutes hanno mandato l’attivista trentunenne di Tbilisi chiamato Giga Bokeria in Serbia per incontrare i membri del movimento Otpor e imparare come hanno usato le dimostrazioni di strada per buttare giù il dittatore Slobodan Milosevic. Poi, nell’estate, la fondazione del signor Soros ha pagato per un viaggio in Georgia di attivisti di Otpor, che hanno dato un corso di 3 giorni insegnando a più di mille studenti come mettere in piedi una rivoluzione pacifica».

 

Soros, sostiene sempre il Globe and Mail, avrebbe poi proclamato nel 2003 il proprio coinvolgimento in molte altre trasformazioni politiche:

 

«È necessario mobilitare la società civile per ottenere libere ed oneste elezioni perché vi sono molte forze che sono determinata a falsificare o a prevenire che le elezioni siano oneste e libere (…) questo è quello che abbiamo fatto in Slovacchia al tempo di [Vladimir] Meciar, in Croazia al tempo di [Franjo] Tudjman e in Yugoslavia al tempo di Milosevic».

 

L’anno successivo, è il turno dell’Ucraina, è Otpor fa scuola di rivoluzione a Pora, movimento giovanile che sarà protagonista della nota «Rivoluzione Arancione» che porterà al potere a Kiev un Presidente anti-putiniano, Viktor Yushenko, un uomo sposato con un ufficiale del Dipartimento di Stato (USA). La Rivoluzione Arancione di Kiev è fallita con il ritorno, via urne, del filo-russo Viktor Yanukovich: a quel punto, si fece un’altra «rivoluzione», quella di Maidan, ben più violenta – con tanto di misteriosi cecchini che sparavano dai tetti. Il messaggio è chiaro: il regime change se non si fa con le buone lo si fa con le cattive, perché poi serve la guerra alla Russia. La realtà sotto i nostri occhi è diretta conseguenza di questa storia.

 

 

Ma non basta. Otpor avrebbe il movimento antigovernativo bielorusso Zubr (a Minsk si sarebbe dovuta tenere una «Rivoluzione di Jeans»), il kirgizo Kelkel (d’aiuto nella cosiddetta «Rivoluzione dei Tulipani» del 2005, anche quella non riuscita perfettamente), l’uzbeko Bolga (l’uomo forte da abbattere a Tashkent è Islam Karimov), e in Libano c’è Nabad Al Horriye (in arabo, «Impulso alla Libertà»: lì l’affare si chiama «Rivoluzione dei Cedri»).

 

Si segnalano schegge anche in Albania (Mjaft!), in Venezuela dove bisognava deporre Chavez, ovviamente in Russia con un piccolo movimento chiamato Oborona, il cui fine è – sorpresa, sorpresa – combattere Vladimir Putin.

 

 

Le cosiddette «rivoluzioni colorate» il meglio lo hanno dato quando si trovò il modo di declinarle in salsa levantina. In varie interviste, i leader di Otpor – ora divenuti una ONG che dà ripetizioni si sovversione a tempo pieno vantando studenti palestinesi, papuani, eritrei, azeri, tongolesi, birmani, zimbabweani – hanno rivendicato la programmazione e il coordinamento di diverse azioni della primavera araba, in ispecie istruendo il Movimento giovanile 6 aprile, un raggruppamento egiziano che ha come bandiera, senza tanto pudore, proprio il pugno di Otpor.

 

Ora, nelle proteste israeliane al momento abbiamo visto solo una foto di un grande striscione con l’inconfondibile pugno. Abbiamo cercato altre immagini, abbiamo trovato però delle vignette.

 

 

C’è da dire tuttavia che l’immagine è stata usata per impaginare un editoriale al vetriolo contro Netanyahu scritto da… Yuval Harari. Sapete di chi si tratta: uno dei filosofi preferiti dal World Economic Forum, portatore di un transumanismo mondialista estremista che ritiene che la maggior parte della popolazione diverrà inutile, e quindi forse si dovrà drogarla, o altro.

 

Ebbene, Harari, mingherlino, omosessuale (con il marito dona un milione all’OMS dopo che Trump aveva fatto ritirare il supporto degli USA), con la voce calma e monotona e l’immancabile erremoscia dei madrelingua ivrit, tira fuori l’artiglieria pesante: «Il mio messaggio a Benjamin Netanyahu: ferma il tuo colpo di Stato o fermeremo il Paese» titola il pezzo.

 

Ebbene sì: Harari minaccia Netanyahu. Abbiamo visto anche questa: il filosofo israeliano di Davos e del pensiero postumano sterminatore che dice al sempiterno suo premier, già commando nelle guerre ebraiche, cosa deve fare – per forza.

 

Harari è immerso totalmente nella proposta: «ci sono momenti nella storia in cui la paura è la reazione più sensata. Ci sono momenti nella storia in cui la paura è necessaria per spingerci all’azione» scrive, raccontando la sua metamorfosi rivoluzionaria anti-Netanyahu (la cui casa, abbiamo visto, è stata assediata dai dimostranti).

 

«Non capite con chi avete a che fare» dice Harari rivolgendosi al primo ministro Netanyahu, al ministro della giustizia Levin, membro della Knesset Simcha Rothman. «Gli israeliani non sono una buona materia prima per creare schiavi. Noi israeliani siamo testardi, abbiamo uno spirito libero e nessuno è mai riuscito a zittirci. Non vi permetteremo di trasformare Israele in una dittatura».

 

Il fatto che chi parla dell’inevitabilità dell’hacking degli esseri umani dica che non diverrà mai uno schiavo può far sorridere. Almeno noi.

 

Il pezzo continua con appelli allo sciopero e messaggi diretti alle forze armate e ai servizi segreti. «All’IDF, allo Shin Bet, al Mossad e alla polizia israeliana: se arriva il momento della verità, fate la scelta giusta. Passare alla storia come i protettori dei cittadini, non come i servitori dei despoti».

 

Scusate, ma questo sembra un appello al pronunciamento, una chiamata all’esercito perché faccia in modo di rimuovere il vertice democratico. (Avevamo visto un richiamo paragolpista espresso in chiarezza anche in Italia nell’era della campagna vaccinale mRNA: ricordate?)

 

Insomma, Netanyahu mostrificato. Dopo anni in cui lo si è lasciato libero di fare quel che voleva (guerre, scandali, acrobazie diplomatiche e parlamentari), ecco che improvvisamente diventa un pericoloso dittatore.

 

Cosa sta succedendo? C’è un’operazione di regime change lanciata su Tel Aviv? Non abbiamo elementi, ma certo questo spiegherebbe l’improvvisa apparizione del pugno di Otpor.

 

Possiamo aggiungere che, sì, Netanyahu e George Soros non hanno un bel rapporto. Nel 2018, il premier israeliano accusò Soros di aver convinto, tramite l’organizzazione New Israeli Fund finanziata dal miliardario, di aver convinto il Ruanda da un uscire da un accordo con Tel Aviv per accogliere i migranti africani.

 

I rapporti tra i due sono compromessi al punto che un giovane figlio del premier israeliano, ad una certa, aveva pure postato sui social un meme che mostrava Soros come un puparo, più puparo perfino dei rettiliani spaziali che governano l’universo. Il mondo gridò allo scandalo, dicendo che il meme era antisemita.

 

 

Il figlio di Netanyahu accusato di antisemitismo. La situazione, come diceva Ennio Flajano, è grave, ma non seria.

 

Tante cose stanno succedendo intorno alla Terra Santa e allo Stato Ebraico.

 

Il primo ministro non si è capito ancora cosa farà con Kiev, protettissima dal grande alleato americano, ma in una guerra con un Paese, la Russia, da cui provengono porzioni immense della popolazione israeliana (il russo è forse la seconda lingua più parlata in Israele), e dove, di dice, Netanyahu quando era premier negli anni scorsa andava due volte al mese per incontrare lo Zar Putin.

 

Gli evangelici ultrafiloisraeliani USA sono incazzati per il disegno di legge anti-conversioni, che pare immaginato proprio per castrare lo zelo proselitista cristiano, senza il quale i fondamentalisti non avranno l’apocalisse che cercano di accelerare (gli ebrei, secondo il copione, dovranno convertirsi).

 

La Siria – bombardata da Tel Aviv anche dopo il terremoto – sta riallacciando rapporti con tutti, compresi i Paesi del Golfo con cui Israele aveva stretto gli accordi di Abramo.

 

L’Iran, irriducibile arcinemico di Israele, fa pace con l’Arabia Saudita, con la quale lo Stato Ebraico aveva in questi anni formato un asse più o meno dichiarato.

 

Insomma, c’è tanta carne al fuoco. Capire cosa sta succedendo non è facilissimo. Epperò, certi segni sono davvero unici e vederli dà quasi soddisfazione.

 

Restiamo con una certezza, imparata nei mesi delle manifestazioni massive contro il green pass: se una protesta è davvero contro il potere, non te la lasciano fare.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

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Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea

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Avevamo visto, pochi giorni fa, il clamore per la decisione dello Stato del Massachusetts, che ha di fatto autorizzato – come tanti altri Stati, non solo americani… – l’aborto sino alla nascita.

 

Avevamo spiegato: un feto è considerato «a termine a sette mesi», quindi ucciderlo a nove è uccidere un bambino, non è ancora un aborto post-natale, ma la differenza qual è? Avevamo quindi parlato del solito pendìo scivoloso: è chiaro che stiamo andando incontro al figlicidio vero e proprio. Non ci piove: tempo qualche anno, ed uccidere bambini già belli cresciuti sarà ritenuto legittimo (lo è già con l’eutanasia infantile, partita in Canada e nel Benelux, partendo magari dai bambini autistici).

 

La realtà ci ha superati nel giro di poche ore: l’America è rovesciata dal caso Lindsay Clancy la madre che ha ucciso tutti e tre i suoi figli, e sembra essere diventata l’eroina della porzione progressista della popolazione non solo statunitense. Abbiamo mandato su Renovatio 21 le immagini pazzesche della folla di donne rosavestite che accolgono la sua macchina fuori dal tribunale dove sta venendo giudicata. Ora vi sarebbe già un caso copycat, una madre che ha emulato uccidendo i suoi piccoli.

 

È incredibile ma una fetta gigante del popolo USA, quello intossicato dal femminismo e dal progressismo oltranzista, radicalizzato dagli algoritmi dei social media, ritiene la donna innocente. Eppure la dinamica sembra proprio quella non di un omicidio appetitivo diretto dalla rabbia o dalla follia, ma quello di una strage assai pianificata. La donna aveva chiesto al marito Patrick di uscire di casa per ritirare una cena da asporto e acquistare dei medicinali (ancora…), cosa che lui ha prontamente fatto. Rimasta sola, la donna ha aggredito i tre figli: Cora (5 anni), Dawson (3 anni) e Callan (8 mesi). Lindsay Clancy ha ucciso i suoi tre figli strangolandoli con delle fasce elastiche per l’allenamento.

 

Cora e Dawson sono morti sul colpo per asfissia, mentre il piccolo Callan è deceduto qualche giorno dopo in ospedale per le complicazioni. Subito dopo aver commesso il triplice infanticidio, Lindsay Clancy si è tagliata i polsi e si è gettata da una finestra del secondo piano della casa. È rimasta paralizzata: davanti al giudice compare in sedia a rotelle, elemento che forse contribuisce alla visione dell’assassina come inerme.

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La Clancy era sotto una quantità di psicofarmaci impressionante, tuttavia non è questo il motivo per cui le piccole fan scatenate ne chiedono la liberazione – anzi, a questo tipo di persona non sfiora nemmeno il dubbio che le droghe psichiatriche, pensate per alterare il pensiero e il comportamento, alterino davvero il pensiero e il comportamento, magari in senso omicidiario e suicidario, come del resto scritto nel Black Box Warning, il testo bene evidenziato per legge nel bugiardino.

 

È chiaro che, in fondo, dietro all’improvvisa causa della «psicosi post-partum» abbracciata dalla massa democratico-femminoide, c’è l’idea che la strage figlicida, se non un ancora diritto, sia al momento, una debolezza sulla quale chiudere un occhio.

 

È il ribaltamento infernale: il carnefice diventa vittima. È, sul serio, il Regno Sociale di Satana.

 

Proprio pensando all’Inferno, o meglio, letteralmente all’Ade, che ci viene in mente la figura che può risolvere la dissonanza cognitiva che ci provoca la visione delle donne che celebrano non solo l’uccisione dei bambini, ma dei propri figli.

 

Ecco che pensiamo a Medea. Il suo nome, in greco Μήδεια, significa esattamente «la pianificatrice».

 

Secondo la tragedia di Euripide Medea uccide i figli per vendicarsi del marito Giasone, che, arrampicatore sociale, vuole sposare Glauce, figlia del re, e quindi ereditare il potere sulla città di Corinto.

 

Medea, che veniva dalle barbare terre della Colchide (il Caucaso tra la Georgia, l’Armenia, la Turchia attuali) e che aveva aiutato Giasone a recuperare il Vello d’Oro innamorandosene al punto da tradire la sua stessa famiglia, procede con la vendetta più mostruosa: con un maleficio, brucia Glauce facendole indossare una corona e un abito da sposa che di colpo sprigionano una fiamma che consuma le carni della rivale come pure del padre re di Corinto accorso ad aiutarla.

 

Poi, l’atto ancora più centrale del suo piano: uccide due figli avuti da Giasone, Mermero e Fere, e fugge a bordo del mitico carro solare trainato da draghi alati. La vendetta è compiuta: il suo uomo non avrà più discendenza. Lei invece, rifugiata ad Atene, sposa il re Egeo dandogli un figlio, Medo.

 

Il mito, ho sempre pensato, ci racconta di qualcosa di cui abbiamo contezza nel corso della nostra esistenza: la capacità estremamente distruttiva dell’energia femminile, che è in grado di trasformare una madre nel suo opposto, la «madre terribile».

 

C’è questo aspetto ctonio e terrifico che vive nel femminile. Nel saggio L’archetipo della Madre (1938), Carlo Gustavo Jung descrive l’archetipo del femminile con un elenco di qualità opposte e ambivalenti: accanto a saggezza e protezione, vi è il segreto, l’occulto e il tenebroso, l’abisso e il mondo dei morti, ciò che divora, seduce e intossica, ciò che genera angoscia e ineluttabilità.

 

Il punto centrale in Jung è proprio questa ambivalenza strutturale: la Grande Madre non è mai solo nutrice, ma sempre anche «madre terribile». E cioè – pensate alla favola di Hansel e Gretel, diviene una strega.

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Per quanto nelle trasposizioni contemporanee, tra teatro e film, la questione sia sorvolata, ricordiamo che Medea , nella mitologia greca, è considerata una strega (φαρμακίς, pharmakís, maga, avvelenatrice) per eccellenza. Medea è nipote di Elios (il Sole) e nipote della maga Circe, sorella di suo padre Eete, re della Colchide. Appartiene quindi a una stirpe direttamente connessa alla stregoneria: è sacerdotessa di Ecate.

 

Ecate, per la mitologia greca, è la dea della magia, della notte, degli incroci e degli Inferi, protettrice dei passaggi e delle soglie.

 

La continuità dell’archetipo della figlicida con il mondo delle streghe è dichiarata. Di qui possiamo interrogarci sull’appropriazione che le femministe ancora negli anni della contestazione fecero della questione – «Maschi / Tremate / Le streghe son tornate» – facendo percolare la simpatia per le maghe nel sentire pubblico, per cui, oggi, è impensabile dire pubblicamente qualcosa di diverso da: «le streghe erano solo delle povere donne perseguitate dalla Chiesa e dal patriarcato per la loro libertà, sono vittime di persecuzione bigotta e maschilista, etc.»

 

Anche qui, guardiamo l’inversione: il carnefice diventa vittima. Perché che le streghe fossero cattive, come nelle favole, era chiaro a tutti. Chi ha parenti non urbanizzati che hanno vissuto il primo Novecento (fino, praticamente, al boom e al disastro sociale conseguente) può confermare che storie sulle streghe di Paese ancora circolavano.

 

E cosa fanno queste streghe? Malefici, sussurrano, sacrifici animali, forse peggio. Invidiano, maledicono altre donne, altre famiglie. Agiscono la magia (le ligature, si chiamano ancora da qualche parte in Italia) di conseguenza. Ma non solo questo.

 

È il momento in cui tiriamo fuori il Malleus Maleficarum, il «martello delle streghe», il manuale pubblicato in Germania dall’inquisitore Heinrich Krämer nel 1486, poco prima che lì esplodesse la peste luterana. Leggiamo la Quaestio XI del Malleus, che recita: «quod obstetrices malefice conceptus in utero diversis modis interimunt aborsum procurant et ubi hoc non faciunt demonibus natos infantes offerunt». E cioè: «Le streghe ostetriche in diversi modi uccidono nell’utero i concepiti, provocano l’aborto, e se non fanno questo, offrono ai diavoli i bambini appena nati».

 

Ebbene, le streghe uccidevano bambini. Erano mammane, e non solo facevano aborti, ma uccidevano i bambini appena nati. Sì, esattamente come succedere per legge o coram populo, ora. Negli anni abbiamo descritto altri sorprendenti parallelismi con il mondo moderno, in ispecie riguardo ai vaccini: il Malleus parla anche di pedofagia stregonesca, i bambini venivano uccisi e mangiati – proprio come nelle favole. I sieri, tra cui quelli anti-COVID, fatti con feti abortiti sono delle pozioni fatte con pezzi di questi bambini sacrificati e resi indegno cibo, inflitto a tutta l’umanità in quello che sappiamo essere un progetto infernale.

 

Rendere Medea, la mater terribilis, come paradigma della maternità – con lanci pubblici di coriandoli di menadi che inneggiano alla stragista figlicida – significa, più in profondo, cambiare il mondo pure nella sua visione umana. Se anche l’essere che esprime l’amore più puro e gratuito, la madre, diviene mostruosa e assassina, il mondo diventa solo sofferenza e sacrificio al più forte, diventa orrore e piena accettazione del Male inevitabile, divinamente programmato. Ecco la «Natura matrigna» di Leopardi, fatta imparare ai nostri figli da una scuola il cui canone letterario è stato creato ad arte dai massoni.

 

Il bambino, ragazzo uomo che studia per alla «Natura matrigna» è una creatura pronta a farsi sacrificare, alla madre terribile o a qualsiasi altro dio – incluso il dio vaccino.

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Osannare la madre che uccide i figli è un attacco atto a demolire la legge naturale. È proclamare che l’essere umano, pure nella sua fase più innocente, non è al sicuro mai. Notate: in tutti i casi in cui accade, da Medea alla Clancy e alle sue copycat, il padre, guardiano della sua famiglia, è allontanato per procedere all’assassinio dei bambini. Il padre, il protettore, è escluso per il tempo necessario a eliminare la sua discendenza: il maschio, privato del suo ruolo primigenio di difensore, è punito e umiliato. Anche fuori dalle storie di sangue, lettore può pensare da solo come il divorzio giochi dentro questo disegno malvagio.

 

Siamo quindi davanti al tratto finale della lotta femminista. Come per Medea, come per le streghe, è il patriarcato ad essere colpito la cuore. E quindi, quello che stiamo vedendo emergere qui, nei fiumi di sangue dei figli uccisi, è un primo assaggio del ritorno del Matriarcato, con la sua violenza crudele ed inspiegabile, la violenza femminile tellurica, la violenza infernale di Ecate. Lasciata libera di scorrere senza più il contrasto del principio maschile, l’energia femminile diviene massacro.

 

Dovrebbe essere chiaro: se il mondo non torna in sé, quello che stiamo vedendo con il caso Clancy e con gli epigoni non è cronaca nera, è una sbirciata nel futuro mostruoso che ci aspetta.

 

È l’Umwertung aller Werte, la «trasmutazione di tutti i valori» di cui parlava Nietzsche, chissà perché anche quello fatto studiare nelle nostre aule. Tutto è invertito, persino l’amore materno.

 

Nel mondo della Necrocultura, le mamme divengono quindi streghe assassine. E non è una metafora, né una fiaba, né un mito. È la nostra realtà.

 

Roberto Dal Bosco

 

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 Immagine:
Eugène Delacroix (1798–1863),
Medea (1838), Palais des Beaux-Arts, Lille

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata

 

 

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Cos’è lo Stato e chi lo controlla?

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.   Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.   

Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente. 

 

È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano. 

 

In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo. 

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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.

 

Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.

 

Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese. 

 

Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.

 

Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti. 

 

Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.

 

Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa. 

 

Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.

 

Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.

 

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.

 

A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale. 

 

Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright MillsPhilip H. BurchG. William Domhoff e Carroll Quigley.

 

Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.

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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie ​​della sovranità dei consumatori. 

 

Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo. 

 

Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti. 

 

Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene. 

 

Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe. 

 

Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato. 

 

Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile. 

 

Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi. 

 

«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».

 

Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale. 

  Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.  

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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 Immagine di Jjshapiro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

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