Pensiero
Annulleranno il vostro voto. Con la scusa delle fake news
È accaduto in Brasile. Tuttavia, il fenomeno è in preparazione in ogni parte del mondo, Italia compresa.
La narrativa implementata materialmente, anche a costo di annullare un’elezione – cioè fare un piccolo colpo di Stato.
È successo a Brasilia, perché lì sta l’ultimo Highlander dell’ondata populista di fine anni ’10, Jair Messias Bolsonaro, tra i pochi superstiti all’arrivo dell’antimateria pandemica, la sostanza aliena che ha spazzato via dal globo tante voglie sovraniste assicurando un ritorno all’ordine per l’establishment mondialista.
Ecco quindi presidente del Tribunale Elettorale Superiore del Brasile, Edison Fachin, ha sostenuto dinanzi ai corrispondenti esteri in Brasile (cioè: lo ha comunicato alla stampa internazionale) che la massima autorità elettorale del Paese – la sua – dispone di strumenti che le consentono di privare della vittoria i vincitori delle elezioni: basta dimostrare che hanno distribuito notizie false.
Proprio così: annullamento della vittoria come punizione per aver mandato in giro fake news.
«Siamo estremamente preoccupati per la diffusione della disinformazione, soprattutto sui social network. La corte è attenta e abbiamo già adottato alcune misure preventive con l’idea che le informazioni distorte siano combattute con informazioni corrette».
Il capo della corte elettorale ha osservato che la legge elettorale caratterizza la diffusione di notizie false come un reato che può innescare la sanzione dei vincitori delle elezioni che la perpetrano spogliandoli delle cariche che hanno conquistato.
«Se è necessario arrivare al punto di sanzionare alcuni comportamenti, il tribunale non rifiuterà di esercitare la sua autorità punitiva».
Ovviamente, Fachin, che ridicolmente non ha fatto nomi, si riferisce ad un candidato specifico: Jair Messias Bolsonaro.
In pratica, si ripete quanto abbiamo già visto con Trump e le elezioni 2020: Bolsonaro ha sostenuto varie volte che il sistema di voto elettronico del Brasile è suscettibile di frode. Di per sé la cosa dovrebbe essere pacifica – ogni sistema informatico può essere violato – tuttavia ciò, nel mondo dove il senile Joe Biden prende 81 milioni di voti (10 milioni più di Obama!) ciò a quanto sembra non si può dire, è tabù.
Al punto che della cosa il Tribunale elettorale brasiliano ne sta parlando con Telegram.
«Stiamo discutendo le misure di integrità con il vicepresidente di Telegram. È stata una delle ultime piattaforme ad aderire, ma i risultati ottenuti fino ad oggi sono significativi», ha affermato il giudice, facendoci capire quanto infine possiamo fidarci del social di origine russo con i server negli Emirati.
Insomma, se il popolo voterà Bolsonaro invece che Lula, potranno tranquillamente dire che Bolsonaro ha diffuso fake news (magari impiantate dai loro stessi agents provocateurs) e quindi l’elezione sarà annullata, e con essa il voto di milioni e milioni di cittadini.
E a chi andrà quindi il potere?
Fate uno sforzo di immaginazione.
A questo punto abbiamo quindi la chiara comprensione di cosa sia servita in questi anni la montante isteria intorno a fake news e disinformazione, con comitati creati dai governi di tutto il mondo e ban a go-go sui social media (come accaduto a Renovatio 21, che ha portato Facebook in tribunale, e riottenuto account e pagina).
Il famoso «ministero della Verità» – chiamato Disinformation Board e facente parte dell’armatissimo Department for Homeland Security – istituito da Biden con a capo l’improbabile Nina Jankowitz, è stato spernacchiato fino a che il governo non lo ha messo «in pausa». Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo, e i più ci hanno riso sopra.
Lo stesso dipartimento della Jankowitz aveva spiegato che nonostante certe idee saltate fuori (per esempio, quella di poter editare i post sui social i post ritenuti fake news) il fallito board mai ha avuto intenzione «di censurare o controllare il discorso».
Si trattava, questa, di una vera fake news: documenti che gole profonde hanno fatto pubblicare sul Washington Free Beacon hanno mostrato come il governo avesse in programma di «rendere operative partnership pubbliche-private tra il DHS e Twitter – cioè di lavorare direttamente con i social media. Con Twitter, il Disinformation Board ha avuto un meeting il 28 di aprile.
Oramai l’avete capito: fake news, teorie del complotto, disinformazione… sono solo espressioni per una cosa non grata alla narrativa dominante fatta dalla fusione di governi e megagruppi informatici.
Perché, a Brasilia come a Washington, chi definisce cosa è una fake news?
La Jankowitz (chiamata anche Scary Poppins) nell’ottobre 2020, poco prima delle elezioni, aveva definito la storia del laptop di Hunter Biden come una fake news, un’operazione di disinformazione venuta dalla Russia. Ora che anche New York Times e Washington Post ammettono che la storia del computer infernale del figlio del presidente è vera, chi è che ha diffuso fake news?
Curiosa coincidenza: il meeting tra il Disinformation Board e Twitter si è svolto alla presenza di Yoel Roth, un dirigente di Twitter che con il team di Twitter «Fiducia e Sicurezza» aveva preso la decisione di censurare la storia del laptop di Hunter Biden. Il livello di censura fu tale che tolsero al New York Post (giornale più antico d’america, fondato da Alexander Hamilton, quarto per diffusione») il profilo Twitter.
Era solo un assaggio di quello che sarebbe accaduto – ricordando che allora al potere, in teoria, c’era Trump…
Ora, con questo push da parte della Casa Bianca bideniana è trattato, quindi, di una campagna di sollecitazione segreta da parte del governo americano, coperta da bugie immani, con offerte reali da parte del governo di offrire al social dati per la creazione di un regime di controllo delle informazioni che la Casa Bianca ritiene «cattive».
A tutti gli effetti, questa è pura distopia à la 1984.
Neanche qui, niente di nuovo. Chi segue la questione, ricorderà le incredibili dichiarazioni dell’ex portavoce di Biden, la rossa Jen Psaki, durante la campagna di vaccinazione mRNA 2021. Il governo USA stava etichettando quello che riteneva «disinformazione» per fornirlo a Facebook affinché quest’ultimo potesse censurare contenuti contrari alla volontà del potere.
Non era l’unica follia orwelliana sparata tranquillamente dalla Psaki. La portavoce della Casa Bianca disse quindi qualcosa di ancora più scioccante: se una persona viene bandita da una piattaforma di social media, dovrebbe essere bandita su tutte le piattaforme di social media.
Unreal: Jenn Psaki doubles down on the Democrat Biden administration pushing social media companies to ban accounts that promote misinformation, says that if you get banned from one site you should be banned from other sites. pic.twitter.com/dGzNrTUBsH
— Jason Rantz on KTTH Radio (@jasonrantz) July 16, 2021
C’è da non crederci, ma in realtà tutto questo ha perfettamente senso: non colpiscono l’utente dei social. Colpiscono un elettore.
È la fusione dello Stato securitario con Big Tech, che avanza da anni – cioè: sin dall’inizio, perché nessuno deve dimenticare le origini militari della Silicon Valley, e i finanziamenti di Pentagono e CIA che ancora aleggiano tra startup e mega-multinazionali informatiche.
È la creazione della base per il regime si sorveglianza che si prepara, e che è già diretto verso metà (e più) della popolazione, cioè contro tutti coloro che non hanno votato per il pupazzo senile del Deep State, sempre più assimilati, sin dai primissimi giorni della sua presidenza, a «terroristi domestici».
Non è solo la fine della libertà di espressione: è la caccia contro il singolo, colpevole di appartenere ad una dissidenza, concetto non più possibile nelle cosiddette democrazie occidentali.
Il dissidente va non solo zittito, ma controllato, se serve arrestato ed esposto al pubblico ludibrio, come i personaggi della protesta al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Non c’è politico che vuole difendere il diritto ad un’opinione diversa; non c’è giornale che farà battaglie sulla libertà di espressione: perché oramai si tratta solo di consorterie già stabilite, che vogliono mantenere lo stipendio nel momento in cui, questo l’anno capito, un terremoto può far loro mancare la terra sotto i piedi.
Ciò che stiamo scrivendo è valido non solo per gli USA e per il Brasile, ma per tantissimi Stati occidentali. Pensate alla Germania che valutava di chiudere Telegram. Pensate ai progetti dell’OMS per ascoltare le conversazioni online e «contrastare le fake news». Pensate agli investimenti di Soros per combattere le fake news. Pensate a Google che demonetizza i siti che sull’Ucraina non si adattano alla narrativa ufficiale, mentre in rete le balle di Kiev impazzano.
L’obbiettivo di questa immane operazione dello Stato profondo mondiale e delle multinazionali trilionarie – allineati perfettamente, come da Vangelo del Grande Reset – non sono le fake news. Siete voi.
Perché vogliono togliervi la parola e il pensiero, ma più ancora, il potere residuale che avete 0 magari anche, per quello che può valere, il vostro diritto di voto. In Brasile sarà così.
È a suo modo, un processo di pulizia etnica, formato XXI secolo.
Voi ne siete le vittime.
Ogni volta che dicono «fake news», stanno tirando un colpo per disintegrarvi, per rimuovervi dall’equazione del mondo moderno.
Perché siete un pericolo, siete qualcosa che va controllato e possibilmente neutralizzato, eliminato: alla fine, dovrà restare solo la massa vaccina, quella che, docile docile, si accontenta di brucare un po’ di erbetta e soprattutto accetta di essere portata al macello quasi senza muggire.
La pandemia, i social media: tutto questo è stato solo un grande test per dividere la società separando la popolazione in base ad obbedienza, creduloneria, inclinazione ad essere sottomessa.
Di una cosa siate felici: se state leggendo questo sito, con estrema probabilità siete finiti nella categoria giusta: coloro che sono liberi, perché sono rimasti umani.
Voi siete tra coloro che non si curano delle fake news, perché credono con il cuore nella Verità e nel suo trionfo finale.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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