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Annulleranno il vostro voto. Con la scusa delle fake news

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È accaduto in Brasile. Tuttavia, il fenomeno è in preparazione in ogni parte del mondo, Italia compresa.

 

La narrativa implementata materialmente, anche a costo di annullare un’elezione – cioè fare un piccolo colpo di Stato.

 

È successo a Brasilia, perché lì sta l’ultimo Highlander dell’ondata populista di fine anni ’10, Jair Messias Bolsonaro, tra i pochi superstiti all’arrivo dell’antimateria pandemica, la sostanza aliena che ha spazzato via dal globo tante voglie sovraniste assicurando un ritorno all’ordine per l’establishment mondialista.

 

Ecco quindi presidente del Tribunale Elettorale Superiore del Brasile, Edison Fachin, ha sostenuto dinanzi ai corrispondenti esteri in Brasile (cioè: lo ha comunicato alla stampa internazionale) che la massima autorità elettorale del Paese – la sua –  dispone di strumenti che le consentono di privare della vittoria i vincitori delle elezioni: basta dimostrare che hanno distribuito notizie false.

 

Proprio così: annullamento della vittoria come punizione per aver mandato in giro fake news.

 

«Siamo estremamente preoccupati per la diffusione della disinformazione, soprattutto sui social network. La corte è attenta e abbiamo già adottato alcune misure preventive con l’idea che le informazioni distorte siano combattute con informazioni corrette».

 

Il capo della corte elettorale ha osservato che la legge elettorale caratterizza la diffusione di notizie false come un reato che può innescare la sanzione dei vincitori delle elezioni che la perpetrano spogliandoli delle cariche che hanno conquistato.

 

«Se è necessario arrivare al punto di sanzionare alcuni comportamenti, il tribunale non rifiuterà di esercitare la sua autorità punitiva».

 

Ovviamente, Fachin, che ridicolmente non ha fatto nomi, si riferisce ad un candidato specifico: Jair Messias Bolsonaro.

 

In pratica, si ripete quanto abbiamo già visto con Trump e le elezioni 2020: Bolsonaro ha sostenuto varie volte che il sistema di voto elettronico del Brasile è suscettibile di frode. Di per sé la cosa dovrebbe essere pacifica – ogni sistema informatico può essere violato – tuttavia ciò, nel mondo dove il senile Joe Biden prende 81 milioni di voti (10 milioni più di Obama!) ciò a quanto sembra non si può dire, è tabù.

 

Al punto che della cosa il Tribunale elettorale brasiliano ne sta parlando con Telegram.

 

«Stiamo discutendo le misure di integrità con il vicepresidente di Telegram. È stata una delle ultime piattaforme ad aderire, ma i risultati ottenuti fino ad oggi sono significativi», ha affermato il giudice, facendoci capire quanto infine possiamo fidarci del social di origine russo con i server negli Emirati.

 

Insomma, se il popolo voterà Bolsonaro invece che Lula, potranno tranquillamente dire che Bolsonaro ha diffuso fake news (magari impiantate dai loro stessi agents provocateurs) e quindi l’elezione sarà annullata, e con essa il voto di milioni e milioni di cittadini.

 

E a chi andrà quindi il potere?

 

Fate uno sforzo di immaginazione.

 

A questo punto abbiamo quindi la chiara comprensione di cosa sia servita in questi anni la montante isteria intorno a fake news e disinformazione, con comitati creati dai governi di tutto il mondo e ban a go-go sui social media (come accaduto a Renovatio 21, che ha portato Facebook in tribunale, e riottenuto account e pagina).

 

Il famoso «ministero della Verità» – chiamato Disinformation Board e facente parte dell’armatissimo Department for Homeland Security – istituito da Biden con a capo l’improbabile Nina Jankowitz, è stato spernacchiato fino a che il governo non lo ha messo «in pausa». Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo, e i più ci hanno riso sopra.

 

Lo stesso dipartimento della  Jankowitz aveva spiegato che nonostante certe idee saltate fuori (per esempio, quella di poter editare i post sui social i post ritenuti fake news) il fallito board mai ha avuto intenzione «di censurare o controllare il discorso».

 

Si trattava, questa, di una vera fake news: documenti che gole profonde hanno fatto pubblicare sul Washington Free Beacon hanno mostrato come il governo avesse in programma di «rendere operative partnership pubbliche-private tra il DHS e Twitter – cioè di lavorare direttamente con i social media. Con Twitter, il Disinformation Board ha avuto un meeting il 28 di aprile.

 

Oramai l’avete capito: fake news, teorie del complotto, disinformazione… sono solo espressioni per una cosa non grata alla narrativa dominante fatta dalla fusione di governi e megagruppi informatici.

 

Perché, a Brasilia come a Washington, chi definisce cosa è una fake news?

 

La Jankowitz (chiamata anche Scary Poppins) nell’ottobre 2020, poco prima delle elezioni, aveva definito la storia del laptop di Hunter Biden come una fake news, un’operazione di disinformazione venuta dalla Russia. Ora che anche New York Times e Washington Post ammettono che la storia del computer infernale del figlio del presidente è vera, chi è che ha diffuso fake news?

 

Curiosa coincidenza: il meeting tra il Disinformation Board e Twitter si è svolto alla presenza di Yoel Roth, un dirigente di Twitter che con il team di Twitter «Fiducia e Sicurezza» aveva preso la decisione di censurare la storia del laptop di Hunter Biden. Il livello di censura fu tale che tolsero al New York Post (giornale più antico d’america, fondato da Alexander Hamilton, quarto per diffusione») il profilo Twitter.

 

Era solo un assaggio di quello che sarebbe accaduto – ricordando che allora al potere, in teoria, c’era Trump…

 

Ora, con questo push da parte della Casa Bianca bideniana è trattato, quindi, di una campagna di sollecitazione segreta da parte del governo americano, coperta da bugie immani, con offerte reali da parte del governo di offrire al social dati per la creazione di un regime di controllo delle informazioni che la Casa Bianca ritiene «cattive».

 

A tutti gli effetti, questa è pura distopia à la 1984.

 

Neanche qui, niente di nuovo. Chi segue la questione, ricorderà le incredibili dichiarazioni dell’ex portavoce di Biden, la rossa Jen Psaki, durante la campagna di vaccinazione mRNA 2021. Il governo USA stava etichettando quello che riteneva «disinformazione» per fornirlo a Facebook affinché quest’ultimo potesse censurare contenuti contrari alla volontà del potere.

 

Non era l’unica follia orwelliana sparata tranquillamente dalla Psaki. La portavoce della Casa Bianca disse quindi qualcosa di ancora più scioccante: se una persona viene bandita da una piattaforma di social media, dovrebbe essere bandita su tutte le piattaforme di social media.

 


C’è da non crederci, ma in realtà tutto questo ha perfettamente senso: non colpiscono l’utente dei social. Colpiscono un elettore.

 

È la fusione dello Stato securitario con Big Tech, che avanza da anni – cioè: sin dall’inizio, perché nessuno deve dimenticare le origini militari della Silicon Valley, e i finanziamenti di Pentagono e CIA che ancora aleggiano tra startup e mega-multinazionali informatiche.

 

È la creazione della base per il regime si sorveglianza che si prepara, e che è già diretto verso metà (e più) della popolazione, cioè contro tutti coloro che non hanno votato per il pupazzo senile del Deep State, sempre più assimilati, sin dai primissimi giorni della sua presidenza, a «terroristi domestici».

 

Non è solo la fine della libertà di espressione: è la caccia contro il singolo, colpevole di appartenere ad una dissidenza, concetto non più possibile nelle cosiddette democrazie occidentali.

 

Il dissidente va non solo zittito, ma controllato, se serve arrestato ed esposto al pubblico ludibrio, come i personaggi della protesta al Campidoglio del 6 gennaio 2021.

 

Non c’è politico che vuole difendere il diritto ad un’opinione diversa; non c’è giornale che farà battaglie sulla libertà di espressione: perché oramai si tratta solo di consorterie già stabilite, che vogliono mantenere lo stipendio nel momento in cui, questo l’anno capito, un terremoto può far loro mancare la terra sotto i piedi.

 

Ciò che stiamo scrivendo è valido non solo per gli USA e per il Brasile, ma per tantissimi Stati occidentali. Pensate alla Germania che valutava di chiudere Telegram. Pensate ai progetti dell’OMS per ascoltare le conversazioni online e «contrastare le fake news». Pensate agli investimenti di Soros per combattere le fake news. Pensate a Google che demonetizza i siti che sull’Ucraina non si adattano alla narrativa ufficiale, mentre in rete le balle di Kiev impazzano.

 

L’obbiettivo di questa immane operazione dello Stato profondo mondiale e delle multinazionali trilionarie – allineati perfettamente, come da Vangelo del Grande Reset – non sono le fake news.  Siete voi.

 

Perché vogliono togliervi la parola e il pensiero, ma più ancora, il potere residuale che avete 0 magari anche, per quello che può valere, il vostro diritto di voto. In Brasile sarà così.

 

È a suo modo, un processo di pulizia etnica, formato XXI secolo.

 

Voi ne siete le vittime.

 

Ogni volta che dicono «fake news», stanno tirando un colpo per disintegrarvi, per rimuovervi dall’equazione del mondo moderno.

 

Perché siete un pericolo, siete qualcosa che va controllato e possibilmente neutralizzato, eliminato: alla fine, dovrà restare solo la massa vaccina, quella che, docile docile, si accontenta di brucare un po’ di erbetta e soprattutto accetta di essere portata al macello quasi senza muggire.

 

La pandemia, i social media: tutto questo è stato solo un grande test per dividere la società separando la popolazione in base ad obbedienza, creduloneria, inclinazione ad essere sottomessa.

 

Di una cosa siate felici: se state leggendo questo sito, con estrema probabilità siete finiti nella categoria giusta: coloro che sono liberi, perché sono rimasti umani.

 

Voi siete tra coloro che non si curano delle fake news, perché credono con il cuore nella Verità e nel suo trionfo finale.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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Ecco l’Holodomor dell’Occidente

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Questo sito ha scritto tanto del prossimo ritorno della fame.

 

In realtà, noi ne abbiamo parlato perché negli ultimi mesi ce lo hanno ripetuto tutti: brasiliani, russi, cinesi, la Banca Mondiale, ogni possibile sigla ONU, Biden, Putin – chiunque.

 

Questo sito ha scritto tanto del collasso economico imminente.

 

Anche qui, lo abbiamo fatto perché di un crollo finanziario – il meltdown dell’economia mondiale – parlano banche di investimento ed economisti, politici e analisti. Abbiamo ministri e gestori di Hedge Fund miliardari che ci ripetono: ci saranno disordini, ci saranno guerre civili…

 

La catastrofe è alle porte. Possiamo far finta di nulla, ma non troveremo nessuno disposto a dibattere, magari dicendoci che va tutto benissimo, è solo colpa dei disfattisti, dei complottisti, degli ignoranti, etc. Il cataclisma è solo una percezione: davvero, conoscete qualcuno disposto a sostenerlo?

 

Cerchiamo di capire l’effetto di ciò sulle nostre vite. Piano piano – memento Overton –  ci hanno portato a rendere accettabili i razionamenti. Si raziona già l’acqua: se volete lavarvi l’auto a casa, non potete farlo.

 

In autunno si razionalizzerà il riscaldamento: rammenterete il profetico spot tedesco dell’anno scorso su condomini che stanno insieme per sopravvivere al termosifone reso inservibile.

 

Si razionalizzerà il gas per le industrie – cioè, per quelle che sono ancora aperte. Qui raccogliamo le confidenze, non verificabile, di qualche imprenditore, che se lo aspetta con certezza.

 

Si razionalizzerà la corrente elettrica, con blackout (un altro tema su cui Renovatio 21 vi ha disturbato in continuazione) organizzati, e magari qualche puntatina anche di blackout «selvaggi», tanto per spaventare ancora di più la popolazione e farla sentire in colpa.

 

«L’uomo che accetta il razionamento, così come quello che ha accettato il confinamento, è un uomo morto» mi dice lo scrittore Camillo Langone.  In effetti, il mistero più grande è come sia possibile che milioni di uomini accettino tutto questo.

 

Nulla è così diverso rispetto a prima: se ci penso, la Russia è ancora lì con il suo gas e le sue risorse, siamo noi che abbiamo deciso di non parlarle più. Per millenni generazioni di europei hanno vissuto siccità e inondazioni, e con tecnologia abissalmente inferiori. E i crolli finanziari: si sono susseguiti per un secolo, pare incredibile che non vi siano mezzi per prevenire e contrastare simili evenienze (nel 1929, l’Italia non fu così danneggiata…)

 

Il sospetto che sale a chiunque è che questa sia una fame artificiale, una carestia programmata, una demolizione controllata.

 

«Il potere si nutre di emergenze» mi dice Camillo. «Quindi ne crea in continuazione».

 

«Non so, ma quello che stiamo vivendo mi sembra ogni giorno di più l’Holodomor dell’Occidente».

 

Ho passato un giorno a meditare sulle parole di Langone. Holodomor. È un termine impegnativo.

 

La grande carestia ucraina 1933-1934, uccise milioni e milioni di persone: gli ucraini dicono 7, uno in più della cifra del massacro degli ebrei. La parola viene dalla crasi di holod (fame) e moryty, che significa affamare, uccidere. L’Ucraina, assieme a vari Paesi occidentali (tranne, buffamente, gli USA) lo considera un crimine contro l’umanità, con tanto di risoluzione al Parlamento Europeo (2008) e dichiarazione congiunta dell’ONU (2003).

 

Si è trattato di un genocidio per fame, il programma di Stalin per piegare le campagne esaurendo l’umanità contadina. Per anni e anni non se ne è parlato. Anche perché la spirale del silenzio era iniziata subito: prendete il caso di Walter Duranty, capo del bureau moscovita del New York Times dal 1922 al 1936, che dell’URSS e dell’Ucraina in particolare scrisse che «non c’è carestia o fame effettiva né è probabile che ci sia».

 

Sì, anche allora, i grandi media propalavano fake news assassine. Già, ricorda, in parallelo qualcosa…

 

Nonostante tutto, l’Holodomor è molto presente nella memoria degli ucraini.

 

A Kiev, davanti a un bicchiere di kvas, una anziana signora mi raccontò di cosa aveva subito la sua famiglia durante la carestia, con racconti agghiaccianti. Sentivo che la sua avversione per i russi veniva da lì. Non escludevo, mentre ascoltavo orrore dopo orrore, che qualcuno stesse soffiando su quell’odio. Tuttavia, il sentimento c’era tutto, ed era incontrovertibile.

 

Dell’Holodomor mi aveva parlato pochi giorni fa un’amica ucraina, ma filorussa, mentre suo figlio giocava con il mio sull’erba. Raccontava degli effetti psicologici della fame in Ucraina. Diceva che c’è come una scala graduale, e forse chi ti affama lo sa, perché la volontà forse è, oltre che ucciderti, farti impazzire. Spiegava che dopo tot tempo i bambini cominciano a rischiare. «Cannibalismo. Ci arrivi quando sei alla denutrizione a lungo termine. Nei villaggi ci sono stati casi di genitori che hanno ucciso i figli per cibarsene».

 

È raccapricciante. Tuttavia, se dobbiamo parlare della fame, dobbiamo trattare anche di questo.

 

Chi è al governo, dovrebbe saperlo – dovrebbe esistere per il solo compito di evitarlo. E invece qui siamo all’esatto opposto: l’Holodomor occidentale in arrivo è studiato, voluto, preparato e lanciato dalle nostre élite.

 

È la distruzione del popolo occidentale stesso per mezzo della sua classe dirigente tossica. L’Holodomor dell’Ovest è voluto dai suoi stessi rappresentati democratici, dai signori del danaro, dai leader istituzionali e dai saltimbanco usati per narcotizzarci.

 

È uno strumento politico efficace: si eliminano attività umane, ed esseri umani, considerati in eccesso. Tutti gli altri poi, traumatizzati, obbediscono. È andata così con Stalin. Ma non dimentichiamo che i maestri della carestia come arma sono stati i britannici: in Irlanda (1845-1849) è andata così, e pure in India nel corso di tre secoli. Pragmaticamente: un milione di morti in Irlanda e 29 milioni in India.

 

Sappiamo che gli inglesi non si fanno problemi: liberatisi del senso di comunione dell’Europa cattolica, hanno aperto le porte ad ogni possibile male elitista (del resto, se il capo della tua religione è il tuo re, cosa ti aspetti), cioè, di fatto, massonico. L’élite, più o meno segreta, comanda – e gode. Tutto il resto è sacrificabile. La dottrina filosofico-politica dell’utilitarismo, che segretamente è stata installata oramai in ogni società avanzata, deriva da qui.

 

Possiamo dire che mondo moderno stesso è fondato su questo principio: puoi uccidere feti, bambini, malati, vecchi, se è nell’interesse di chi ti comanda. Puoi sottoporre chiunque a cure sperimentali obbligatorie, che non sai se, nel giro di qualche tempo, possano uccidere. Il genocidio come politica naturale: è innegabile che la maggior parte degli Stati vive con questo sistema operativo. I padroni del mondo ordinano e uccidono, e chi sopravvive viene drogato e turlupinato con il concetto di libertà.

 

Ora, il signore del vapore chiede ancora uno sforzo. Una purga, una catarsi, una «pulizia» del sistema, perché le cose continuino secondo il suo disegno.

 

Quindi, solve et coagula. Per rifare il mondo come vorranno, ci faranno transitare per un’era buia. Deindustrializzazione. Povertà. Fame. Malattie. Caos. Stragi indiscriminate, sacrifici di vagonate di esseri umani nell’indifferenza assoluta.

 

Il Grande Reset della Civiltà, altro non può essere che un regno di barbarie. Sulla quale, al massimo, qualcuno praticherà la gestione della ferocia, come da titolo del livre de chevet dell’ISIS.

 

Non è un nemico esterno ad attaccarci: come per l’arma immigratoria, anche la fame sarà uno strumento di morte che l’Europa e l’America rivolgono contro se stesse, o meglio, contro la loro popolazione.

 

L’Holodomor occidentale è oramai qui. E, per cominciare, la cosa che dobbiamo fare è non accettarlo.

 

È curioso che a far da perno a questa cosa ci sia, cento anni dopo, sempre l’Ucraina.

 

Una spiegazione però ce la abbiamo: è qui che, per qualche motivo, demoni sanguinari sono stati liberati dal sottosuolo. Sappiamo cosa vogliono. Sappiamo come andrà a finire se non ci opporremo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Leonid Denysenko via Wikimedia pubblicata su licenza Copyleft Free Art License.

 

 

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Lasciateci vivere. Almeno a Messa

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La realtà di quanto è accaduto  in questi ultimi due anni è ben riflessa nella chiesa, che ha assorbito tutte le norme anti-COVID possibili.

 

Le gerarchie vaticane fin da subito si son piegate alla volontà e ai diktat dei padroni del mondo, chiudendo tempestivamente tutte le chiese e proibendo formalmente qualsiasi sacra celebrazione: chiese serrate a chiave, Messe sospese, nessun Rosario o qualsivoglia preghiera, nessuna benedizione per le case, nulla di nulla.

 

Vescovi rinchiusi nei sacri palazzi e preti segregati nelle canoniche. Fedeli invitati a seguire la Messa via streaming. Già da lì abbiamo potuto intuire che non avremmo trovato appoggio nella sacra istituzione nel contrastare i divieti covidioti

 

Il grande senso di vuoto ce lo ha ben mostrato Bergoglio quando, in pieno lockdown, si presentò sotto una balaustra posticcia di fronte a una piazza San Pietro desolatamente vuota. Il distacco, il senso di smarrimento, la solitudine dei poveri fedeli confinati forzatamente nelle loro abitazioni nei confronti di quella chiesa vissuta quotidianamente o festivamente, era tremendamente evidente e disarmante.

 

Alcuni preti, che io sappia, hanno celebrato comunque la Santa Messa trasgredendo ai famigerati DPCM emanati dal Churchill pandemico de’noantri , il Giuseppi Conte.

 

Ricordiamo Don Lino Viola che fu interrotto proprio al momento della consacrazione da  un giovane carabiniere che invitava il povero parroco a interrompere la funzione. Il prete resistette e terminò giustamente la funzione, come documentato da un poi video postato su YouTube.

 

La cosa sconcertante fu che nessuna alta carica dello stato e nessun porporato ne prese le difese né nelle sedi opportune, né in TV. Solo la pirotecnica ribelle di Vittorio Sgarbi si espresse con veemenza e sdegno nei confronti di uno Stato che, per mano dell’Arma dei Carabinieri, si era macchiato di un fatto di tale gravità.

 

 

Quando, sempre secondo i DPCM , ci fu gentilmente concesso di assistere nuovamente alle funzioni, siamo stati spettatori di un altro teatrino stucchevole e invadente.

 

Ve li ricordate i «civici»? Quei soggetti vestiti con tute fluorescenti che giravano per le strade invitando la gente a tenere su la mascherina?

 

Bene, le chiese non potevano essere da meno rispetto al resto del mondo, ci mancherebbe, e quindi ci siamo ritrovati questi personaggi variopinti a dirigere il traffico dei fedeli durante la comunione e, cosa ancor più sconcertante, andare dai fedeli nel momento di preghiera più intenso e profondo, mentre si è inginocchiati al cospetto di Nostro Signore, a dirgli: «Scusi, può tirarsi su la mascherina?».

 

Ad un certo punto, finalmente, i civici sono spariti, ma non di certo le pezze sul grugno. Quelle che ci dovrebbero preservare dall’infezione quando stiamo troppo vicini a un altra persona.

 

Ebbene, chi scrive frequenta quotidianamente la Santa Messa e spesso mi capita di non andare sempre nella stessa parrocchia. Ne vedo di ogni. Parroci che celebrano la messa feriale pomeridiana in una cattedrale semi deserta con la FFP2 sempre addosso. Cambio di microfoni tra una lettura e un’altra. Organisti che suonano in solitudine muniti rigorosamente di maschera. Fedeli che per prendere la comunione brandiscono le ostie intrecciandole con le loro mascherine. Acquasantiere ancora vuote. Distanziamenti siderali in chiese con cinque o sei fedeli presenti. Ci manca che per entrare nel luogo sacro ci chiedano il lasciapassare verde, ma non faccio fatica a credere che qualcuno con manie di protagonismo l’abbia quantomeno pensato.

 

Ecco, ciò detto, vediamo con disarmante sconforto che oramai la chiesa segue pedissequamente gli ordini deliranti di uno stato che appare completamente allo sbando sulla questione vairus.

 

Anche oggi che l’obbligo di indossare la mascherina in luoghi chiusi è quasi sparito (chissà per quanto), ci sono fedeli e parroci ancora ancorati a questa usanza che, dati alla mano, pare arginare ben poco le innumerevoli sottovarianti COVID, ma che oramai per molti di noi questo dispositivo di protezione individuale è alla stregua di un amuleto portafortuna: strofinandolo di tanto in tanto tengo lontana la sfiga così come tirandosi su la mascherina ogni qualvolta si incontra un’altra persona si tiene alla larga il virus.

 

Lasciateci vivere, lasciateci respirare, lasciateci il nostro volto esprimere i nostri sorrisi e le nostre preoccupazioni al cospetto del prossimo, ma soprattutto lasciateci pregare in pace con la consapevolezza che solo Nostro Signore ci salverà da questo sfacelo etico e morale.

 

 

Francesco Rondolini

 

 

 

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L’ideologia del battaglione Azov: uno Stato nello Stato che disprezza Russia e Occidente

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Nonostante la resa del Battaglione Azov presso l’acciaieria Azovstal durante i combattimenti a Mariupol’ il mese scorso, il comando ucraino ha già annunciato la creazione di nuove forze per le operazioni speciali Azov a Kharkov e Kiev.

 

Un articolo apparso sul sito governativo russo RT a firma del giornalista politico esperto di storia degli stati ex sovietici Dmitry Plotnikov cerca di comprendere la radici ideologiche dell’Azov.

 

Come noto, di recente è stato effettuato un parziale rebranding:  lo stemma ucraino – il simbolo araldico medievale del tridente composto da tre spade – ha sostituito nel logo e nelle mostrine la runa Wolfsangel («uncino del lupo») al centro di tante critiche che lo davano come evidente simbolo della matrice nazista del gruppo.

 

Come noto, il Wolfsangel è stato utilizzato sui risvolti delle divisioni Das Reich e Landstorm Nederland delle SS, nonché sul logo del Partito nazista olandese.

 

Gli azoviti hanno respinto tutte queste accuse, sostenendo che il loro simbolo del reggimento non era un Wolfsangel, ma piuttosto le prime lettere dell’espressione «Ideja Natsii», «Idea Nazionale», presumibilmente scritta in un antico alfabeto ucraino, mistura di lettere cirilliche e latine.

 

Non si tratta, spiega Pltonikov, del primo rebranding di Azov: a sua volta, il Wolfsangel sui loro galloni aveva sostituito il più occulto ancora simbolo del «sole nero», quel Sonnenrad che era usato nei rituali delle SS e decorava il pavimento del castello dell’ordine a Wewelsburg, tana prediletta dello spietato gerarca nazista capo delle SS Heinrich Himmler. Va notato come all’epoca, gli azoviti non si preoccupassero di spiegare come quel «sole nero» avesse una qualche radice fittizia.

 

Lo studioso russo spiega che anche questo ultimo rebranding (inteso principalmente per dare a giornalisti, politici e popolazioni occidentali un argomento del tipo: «prima eravamo di estrema destra, ma ora è tutto passato») non segna in alcun modo un cambiamento dell’ideologia di Azov, anzi, potrebbe significarne un rafforzamento.

 

«Per capirlo basta guardare ad Azov non solo come un movimento militare, ma anche come un progetto politico» scrive Plotnikov.

 

Azov è stata fondata da radicali provenienti dai Patrioti dell’Ucraina. Questa organizzazione aveva sede a Kharkov, una città nel nord-est del paese, che ha sempre avuto una popolazione prevalentemente di lingua russa. Pertanto, il tipo di nazionalismo di Azov era diverso.

 

A differenza dei nazionalisti ucraini, non si sono concentrati su questioni relative alla lingua, all’etnia o alla religione dell’Ucraina. Percepivano la nazione come un progetto statalista nello spirito del fascismo italiano.

 

In realtà, il principale ideologo dei Patrioti dell’Ucraina, il pubblicista ucraino del XX secolo Dmitry Dontsov (le cui idee hanno avuto anche una grande influenza sui collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, l’OUN di Stepan Bandera), ha definito la sua ideologia del «nazionalismo integrale» la versione ucraina del nazionalismo sviluppata negli anni ’20,

 

Allo stesso tempo, Dontsov ha equiparato i concetti di nazione e razza. Quest’ultima si divide in razze padrone e di schiavi.

 

«Secondo Dontsov, gli ucraini sono una razza di padroni, mentre i russi sono una razza di schiavi che cercano di rendere schiavi gli ucraini» scrive Plotnikov. «Lo scontro tra ucraini e russi è di natura assoluta, esistenziale e può finire solo con la distruzione di una delle parti, credeva Dontsov».

 

«Il romanticismo gioca un ruolo chiave in questa lotta, che definisce come la volontà di sacrificio, la coerenza della volontà di più individui di raggiungere il potere e dirigere tutti gli sforzi verso un obiettivo: la costruzione di una nazione ucraina. È questo romanticismo che assicura che l’individuo appartenga all’insieme collettivo e dirige la nazione sulla via dell’espansione».

 

Il romanticismo di Dontsov si basa sul mito della «battaglia finale» del paganesimo tedesco-scandinavo, il cosiddetto Ragnarok, l’apocalisse odinista, quel Crepuscolo degli Dei cantato da Richard Wagner. La rinascita del mondo, quindi, è legata ad una sua previa distruzione.

 

«Il culto dell’idea sposata in questo mito deve assumere la forma del fanatismo religioso. Questo è l’unico modo in cui un’idea può penetrare nell’intimo santuario del carattere di una persona e realizzare quella che Dontsov chiama una rivoluzione radicale nella psiche umana».

 

«L’aggressività verso i portatori di altre opinioni dovrebbe essere generata negli aderenti a questa idea, consentendo loro di rifiutare la moralità universale e le idee sul bene e sul male» scrive lo studioso russo. «La nuova morale dovrebbe essere antiumanista, basata solo sulla volontà di prendere il potere. Gli interessi personali devono sottomettersi al bene comune, tutto ciò che rende più forte la nazione deve essere considerato etico e tutto ciò che lo impedisce deve essere dichiarato immorale».

 

Non sfugge all’occhio dell’osservatore il fatto che la filosofia del Dontsov sia intimamente elitista. Per egli il popolo è solo una massa inerte senza volontà indipendente. Le masse sono private della capacità di sviluppare le proprie idee; possono solo assorbirli passivamente. Il ruolo principale è riservato alla minoranza attiva, cioè un gruppo capace di formulare un’idea per le masse inconsce di facile comprensione e di motivarle a impegnarsi nella lotta. Secondo il pensatore ucrainista, la minoranza attiva dovrebbe sempre essere a capo della nazione.

 

Ciò che gli azoviti hanno preso dai nazisti tedeschi è stata la loro strategia per raggiungere il potere.

Essi «hanno cercato di creare uno “stato nello stato” ombra che avrebbe dovuto prendere il controllo di tutte le istituzioni governative in un momento di acuta crisi politica. Una vasta rete di organizzazioni civili è cresciuta attorno al reggimento Azov negli otto anni della sua esistenza. Questi includono editori di libri, progetti educativi, club di scouting, palestre e altre associazioni».

 

L’Azov «ha pure il suo partito politico, il Corpo Nazionale, con un’ala paramilitare soprannominata Milizia Nazionale. I veterani del reggimento qui giocano un ruolo chiave ».

 

«Con l’aiuto di queste organizzazioni, sono state arruolate reclute sia per il reggimento stesso che per il movimento civile di Azov. I veterani di Azov si sono anche uniti attivamente alle forze armate ucraine e alle forze dell’ordine, tra cui la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza, dove hanno continuato a diffondere l’ideologia del nazionalismo integrale di Azov» racconta Plotnikov.

 

Una seria componente rituale permea tutti gli aspetti della vita all’interno del reggimento Azov stesso e del suo movimento civile. La prova sono alcuni riti notturni, con fiamme e scudi, ancora visibili in rete.

 

Ecco che quindi torniamo a prestare attenzione al nuovo simbolo del reggimento: le tre spade ora raffigurate sui galloni dell’Azov rebrandizzato sarebbero in realtà il riflesso, scrive Plotnikov, di complesso cerimoniale con tre spade di legno fu costruito presso la base principale di Azov nella città di Urzuf vicino a Mariupol’, dove si svolgevano quasi tutti i rituali del reggimento.

 

La più significativa di queste è la commemorazione dei compagni caduti. Durante il rituale, gli Azoviti reggono scudi di legno e torce. Gli scudi portano i simboli principali del reggimento: il «sole nero”»e il Wolfsangel, nonché i nomi dei membri caduti. Il maestro della cerimonia chiama ciascuno dei loro nomi, dopodiché un soldato con lo scudo corrispondente accende una luce commemorativa e dice « Ricordiamo!» al che gli altri rispondono: «Ci vendicheremo!» Questo e altri rituali sarebbero stati sviluppati da un’unità ideologica speciale all’interno di Azov.

 

L’autore passa ad esaminare la scelta del tridente, che potrebbe essere stata dettata da una sorta di marketing generazionale.

 

«Una nuova generazione sta entrando nelle prime posizioni di Azov. Questi non sono più i turbolenti tifosi di calcio che un tempo crearono il battaglione e per i quali sfoggiare i simboli delle SS e sputare ideologia nazista era una forma di protesta. Ora, lo spettacolo è condotto da persone che sono state educate all’interno del sistema Azov con l’ideologia di Azov del nazionalismo integrale».

 

«I legami con l’estrema destra europea, il cosiddetto movimento “nazionalista bianco”, non sono più così importanti per loro. Il centro della loro visione del mondo è lo stato ucraino e la nazione ucraina, condannata a combattere sia contro la Russia che contro i valori liberali dell’Occidente. Naturalmente, per gli azoviti, la parte migliore della nazione ucraina sono loro stessi».

 

La resa della parte principale del reggimento ad Azovstal ha solo cristallizzato l’ideologia Azov, spiega l’articolo di RT. Per gli azoviti, l’attuale conflitto russo-ucraino è diventato la vera «battaglia finale» escatologica rappresentata nell’opera di Wagner. Va combattuta contro i russi e l’Occidente liberale, che non vuole fornire sufficiente assistenza militare o entrare in uno scontro aperto con Mosca.

 

E «se necessario, sarà anche combattuta contro il proprio governo, che ha promesso di evacuare i difensori dell’Azovstal ma non ha mantenuto la parola data».

 

«L’ultima battaglia deve essere combattuta fino alla fine, e agli azoviti non potrebbe importare di meno quanti cittadini ucraini bruceranno nel suo fuoco in nome dell’imposizione della loro “Idea Nazionale”».

 

È la conclusione amara dell’articolo di Plotnikov su un gruppo sostenuto fortemente dai Paesi occidentali (compresa l’Italia, ma senza dimenticare gli sforzi di addestramento di USA e Canada e Regno Unito), ma che i nostri giornalisti ci hanno assicurato non essere in alcun modo nazista, anzi, sono raffinati, romantici lettori di Kant, amorevoli con tutti, e bisogna creder loro perché quando mai i media ci hanno propinato frottole.

 

Della componente neopagana di Azov Renovatio 21 ha parlato subito allo scoppio della guerra, quando, con l’attenzione su Mariupol’, ci si ricordò del tempio al dio paleoslavo del tuono Perun eretto dai militanti di Azov.

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

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