Pensiero
Annulleranno il vostro voto. Con la scusa delle fake news
È accaduto in Brasile. Tuttavia, il fenomeno è in preparazione in ogni parte del mondo, Italia compresa.
La narrativa implementata materialmente, anche a costo di annullare un’elezione – cioè fare un piccolo colpo di Stato.
È successo a Brasilia, perché lì sta l’ultimo Highlander dell’ondata populista di fine anni ’10, Jair Messias Bolsonaro, tra i pochi superstiti all’arrivo dell’antimateria pandemica, la sostanza aliena che ha spazzato via dal globo tante voglie sovraniste assicurando un ritorno all’ordine per l’establishment mondialista.
Ecco quindi presidente del Tribunale Elettorale Superiore del Brasile, Edison Fachin, ha sostenuto dinanzi ai corrispondenti esteri in Brasile (cioè: lo ha comunicato alla stampa internazionale) che la massima autorità elettorale del Paese – la sua – dispone di strumenti che le consentono di privare della vittoria i vincitori delle elezioni: basta dimostrare che hanno distribuito notizie false.
Proprio così: annullamento della vittoria come punizione per aver mandato in giro fake news.
«Siamo estremamente preoccupati per la diffusione della disinformazione, soprattutto sui social network. La corte è attenta e abbiamo già adottato alcune misure preventive con l’idea che le informazioni distorte siano combattute con informazioni corrette».
Il capo della corte elettorale ha osservato che la legge elettorale caratterizza la diffusione di notizie false come un reato che può innescare la sanzione dei vincitori delle elezioni che la perpetrano spogliandoli delle cariche che hanno conquistato.
«Se è necessario arrivare al punto di sanzionare alcuni comportamenti, il tribunale non rifiuterà di esercitare la sua autorità punitiva».
Ovviamente, Fachin, che ridicolmente non ha fatto nomi, si riferisce ad un candidato specifico: Jair Messias Bolsonaro.
In pratica, si ripete quanto abbiamo già visto con Trump e le elezioni 2020: Bolsonaro ha sostenuto varie volte che il sistema di voto elettronico del Brasile è suscettibile di frode. Di per sé la cosa dovrebbe essere pacifica – ogni sistema informatico può essere violato – tuttavia ciò, nel mondo dove il senile Joe Biden prende 81 milioni di voti (10 milioni più di Obama!) ciò a quanto sembra non si può dire, è tabù.
Al punto che della cosa il Tribunale elettorale brasiliano ne sta parlando con Telegram.
«Stiamo discutendo le misure di integrità con il vicepresidente di Telegram. È stata una delle ultime piattaforme ad aderire, ma i risultati ottenuti fino ad oggi sono significativi», ha affermato il giudice, facendoci capire quanto infine possiamo fidarci del social di origine russo con i server negli Emirati.
Insomma, se il popolo voterà Bolsonaro invece che Lula, potranno tranquillamente dire che Bolsonaro ha diffuso fake news (magari impiantate dai loro stessi agents provocateurs) e quindi l’elezione sarà annullata, e con essa il voto di milioni e milioni di cittadini.
E a chi andrà quindi il potere?
Fate uno sforzo di immaginazione.
A questo punto abbiamo quindi la chiara comprensione di cosa sia servita in questi anni la montante isteria intorno a fake news e disinformazione, con comitati creati dai governi di tutto il mondo e ban a go-go sui social media (come accaduto a Renovatio 21, che ha portato Facebook in tribunale, e riottenuto account e pagina).
Il famoso «ministero della Verità» – chiamato Disinformation Board e facente parte dell’armatissimo Department for Homeland Security – istituito da Biden con a capo l’improbabile Nina Jankowitz, è stato spernacchiato fino a che il governo non lo ha messo «in pausa». Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo, e i più ci hanno riso sopra.
Lo stesso dipartimento della Jankowitz aveva spiegato che nonostante certe idee saltate fuori (per esempio, quella di poter editare i post sui social i post ritenuti fake news) il fallito board mai ha avuto intenzione «di censurare o controllare il discorso».
Si trattava, questa, di una vera fake news: documenti che gole profonde hanno fatto pubblicare sul Washington Free Beacon hanno mostrato come il governo avesse in programma di «rendere operative partnership pubbliche-private tra il DHS e Twitter – cioè di lavorare direttamente con i social media. Con Twitter, il Disinformation Board ha avuto un meeting il 28 di aprile.
Oramai l’avete capito: fake news, teorie del complotto, disinformazione… sono solo espressioni per una cosa non grata alla narrativa dominante fatta dalla fusione di governi e megagruppi informatici.
Perché, a Brasilia come a Washington, chi definisce cosa è una fake news?
La Jankowitz (chiamata anche Scary Poppins) nell’ottobre 2020, poco prima delle elezioni, aveva definito la storia del laptop di Hunter Biden come una fake news, un’operazione di disinformazione venuta dalla Russia. Ora che anche New York Times e Washington Post ammettono che la storia del computer infernale del figlio del presidente è vera, chi è che ha diffuso fake news?
Curiosa coincidenza: il meeting tra il Disinformation Board e Twitter si è svolto alla presenza di Yoel Roth, un dirigente di Twitter che con il team di Twitter «Fiducia e Sicurezza» aveva preso la decisione di censurare la storia del laptop di Hunter Biden. Il livello di censura fu tale che tolsero al New York Post (giornale più antico d’america, fondato da Alexander Hamilton, quarto per diffusione») il profilo Twitter.
Era solo un assaggio di quello che sarebbe accaduto – ricordando che allora al potere, in teoria, c’era Trump…
Ora, con questo push da parte della Casa Bianca bideniana è trattato, quindi, di una campagna di sollecitazione segreta da parte del governo americano, coperta da bugie immani, con offerte reali da parte del governo di offrire al social dati per la creazione di un regime di controllo delle informazioni che la Casa Bianca ritiene «cattive».
A tutti gli effetti, questa è pura distopia à la 1984.
Neanche qui, niente di nuovo. Chi segue la questione, ricorderà le incredibili dichiarazioni dell’ex portavoce di Biden, la rossa Jen Psaki, durante la campagna di vaccinazione mRNA 2021. Il governo USA stava etichettando quello che riteneva «disinformazione» per fornirlo a Facebook affinché quest’ultimo potesse censurare contenuti contrari alla volontà del potere.
Non era l’unica follia orwelliana sparata tranquillamente dalla Psaki. La portavoce della Casa Bianca disse quindi qualcosa di ancora più scioccante: se una persona viene bandita da una piattaforma di social media, dovrebbe essere bandita su tutte le piattaforme di social media.
Unreal: Jenn Psaki doubles down on the Democrat Biden administration pushing social media companies to ban accounts that promote misinformation, says that if you get banned from one site you should be banned from other sites. pic.twitter.com/dGzNrTUBsH
— Jason Rantz on KTTH Radio (@jasonrantz) July 16, 2021
C’è da non crederci, ma in realtà tutto questo ha perfettamente senso: non colpiscono l’utente dei social. Colpiscono un elettore.
È la fusione dello Stato securitario con Big Tech, che avanza da anni – cioè: sin dall’inizio, perché nessuno deve dimenticare le origini militari della Silicon Valley, e i finanziamenti di Pentagono e CIA che ancora aleggiano tra startup e mega-multinazionali informatiche.
È la creazione della base per il regime si sorveglianza che si prepara, e che è già diretto verso metà (e più) della popolazione, cioè contro tutti coloro che non hanno votato per il pupazzo senile del Deep State, sempre più assimilati, sin dai primissimi giorni della sua presidenza, a «terroristi domestici».
Non è solo la fine della libertà di espressione: è la caccia contro il singolo, colpevole di appartenere ad una dissidenza, concetto non più possibile nelle cosiddette democrazie occidentali.
Il dissidente va non solo zittito, ma controllato, se serve arrestato ed esposto al pubblico ludibrio, come i personaggi della protesta al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Non c’è politico che vuole difendere il diritto ad un’opinione diversa; non c’è giornale che farà battaglie sulla libertà di espressione: perché oramai si tratta solo di consorterie già stabilite, che vogliono mantenere lo stipendio nel momento in cui, questo l’anno capito, un terremoto può far loro mancare la terra sotto i piedi.
Ciò che stiamo scrivendo è valido non solo per gli USA e per il Brasile, ma per tantissimi Stati occidentali. Pensate alla Germania che valutava di chiudere Telegram. Pensate ai progetti dell’OMS per ascoltare le conversazioni online e «contrastare le fake news». Pensate agli investimenti di Soros per combattere le fake news. Pensate a Google che demonetizza i siti che sull’Ucraina non si adattano alla narrativa ufficiale, mentre in rete le balle di Kiev impazzano.
L’obbiettivo di questa immane operazione dello Stato profondo mondiale e delle multinazionali trilionarie – allineati perfettamente, come da Vangelo del Grande Reset – non sono le fake news. Siete voi.
Perché vogliono togliervi la parola e il pensiero, ma più ancora, il potere residuale che avete 0 magari anche, per quello che può valere, il vostro diritto di voto. In Brasile sarà così.
È a suo modo, un processo di pulizia etnica, formato XXI secolo.
Voi ne siete le vittime.
Ogni volta che dicono «fake news», stanno tirando un colpo per disintegrarvi, per rimuovervi dall’equazione del mondo moderno.
Perché siete un pericolo, siete qualcosa che va controllato e possibilmente neutralizzato, eliminato: alla fine, dovrà restare solo la massa vaccina, quella che, docile docile, si accontenta di brucare un po’ di erbetta e soprattutto accetta di essere portata al macello quasi senza muggire.
La pandemia, i social media: tutto questo è stato solo un grande test per dividere la società separando la popolazione in base ad obbedienza, creduloneria, inclinazione ad essere sottomessa.
Di una cosa siate felici: se state leggendo questo sito, con estrema probabilità siete finiti nella categoria giusta: coloro che sono liberi, perché sono rimasti umani.
Voi siete tra coloro che non si curano delle fake news, perché credono con il cuore nella Verità e nel suo trionfo finale.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.
È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
Sostieni Renovatio 21
È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.
Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless.
A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience.
Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA
— Porsche (@Porsche) October 15, 2026
E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)
Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.
La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.
La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.
Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).
Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.
La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.
Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.
Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.
È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.
I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.
Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.
In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.
Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.
Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.
Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.
È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.
Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.
Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.
Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)
Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…
Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.
Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.
Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine da Twitter
Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?
Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.
Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.
All’origine, il rifiuto del cristianesimo
La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.
Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.
L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.
Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo
Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.
L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.
In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.
Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.
L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.
Un’influenza che supera i circoli intellettuali
Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.
L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.
Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.
Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.
Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».
Sostieni Renovatio 21
Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo
È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.
Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.
Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.
Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.
Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.
Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
-



Immigrazione2 settimane faIl sacco di Milano della barbarie anarco-tirannica. Invochiamo il flagello di Ambrogio
-



Predazione degli organi2 settimane faTrapianto di organi, prima la persuasione e poi l’obbligo?
-



Pensiero2 settimane faL’antico incidente dietro la Tesla volante
-



Vaccini2 settimane faVaccinazione, il video in cui il futuro papa Leone parlava di «atto d’amore»
-



Spirito2 settimane fa«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò
-



Intelligenza Artificiale2 settimane faLa polizia tedesca arresta un robot pedofilo
-



Spirito2 settimane faLe nuove promozioni scandalose di papa Leone
-



Vaccini1 settimana faChiesta la pena di morte per la madre accusata per i due gemelli deceduti 8 giorni dopo la vaccinazione








