Bioetica
Analisi critica della proposta di legge «Un cuore che batte»
Renovatio 21 pubblica questo testo di Alfredo De Matteo, attivista già tra gli organizzatori della Marcia per la Vita, riguardo della recente proposta di legge «Un cuore che batte», portata avanti da diverse realtà pro-life italiane. Renovatio 21 aveva espresso un giudizio in merito in un articolo del mese scorso: l’iniziativa è in partenza inaccettabile in quanto non chiede l’abolizione dell’iniqua legge genocida, ma una sua micro-modifica con la quale, ingenuamente, si pensa che dottori e donne in procinto di uccidere i bambini si fermeranno per magia. Tutto questo sforzo pro-life, ricordiamo, mentre al governo ci sono spezzoni di network democristiano che hanno giurato di non voler toccare la legge (così come hanno fatto, anche piuttosto esplicitamente, esponenti del sedicente mondo pro-vita italiano) e il primo ministro dichiara solennemente, più volte, di essere a favore del feticidio. Il contesto del Paese, abbiamo scritto, forse è molto più grave, e più oscuro, di quanto immaginino gli attivisti pro-life: mentre si perde tempo intorno a raccolte firme per limitare l’aborto, qualcuno sta nascondendo in giro per l’Italia aborti in barattolo, mentre emergono misteriosi barili che contengono quantità di feti abortiti. Solo questo dovrebbe farci temere che il tema è più grande di quanto pensassimo, e che forse il nemico è molto diverso da quello che si credeva di avere – e questo nemico gioca pure su un altro piano, e con rara e malefica intelligenza.
RDB
Il 16 maggio scorso è stata depositata presso la Corte Suprema di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare volta all’introduzione all’interno della legge 194, nello specifico all’articolo 14, del seguente comma 1-bis: «il medico che effettua la visita che precede l’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della presente legge, è obbligato a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso».
Ora, fatte salve le intenzioni dei promotori, riteniamo tale proposta di legge discutibile per una serie di ragioni di opportunità e di principio.
Innanzitutto, lo strumento scelto è particolarmente inefficace perché molto raramente, o quasi mai, tali proposte di legge giungono in Parlamento. Infatti, il suo tortuoso iter prevede il giudizio della conferenza dei capogruppo e successivamente dell’aula parlamentare, prima dell’eventuale calendarizzazione della discussione,
C’è da tenere in considerazione poi che la stessa attuale maggioranza di governo ha dichiarato intoccabile la legge 194. Pertanto, trattandosi di un’iniziativa che richiede un certo impegno e una certa mobilitazione generale (è necessario raccogliere in un ristretto lasso di tempo 50.000 firme di elettori che devono essere vidimate da un funzionario pubblico) sussiste il concreto rischio che l’iniziativa finisca per rappresentare l’ennesimo doloroso flop per il mondo prolife italiano.
Tra l’altro, la formulazione di tale proposta di legge rischia di comprometterne l’efficacia giuridica: infatti, l’obbligo di far ascoltare il battito cardiaco del nascituro è in capo al medico e non alla donna, la quale può evidentemente sottrarvisi. Ne consegue che il medico sia obbligato unicamente a proporre l’ascolto del battito fetale ed è piuttosto facile immaginare come tale norma possa essere aggirata o semplicemente ignorata.
Inoltre, gli eventuali effetti positivi della legge potrebbero essere molto limitati, dal momento che le abominevoli pratiche abortive vanno sempre più spostandosi verso l’utilizzo dei «pesticidi umani» (aborto chimico). Infatti, la sensibile diminuzione degli aborti chirurgici in questi ultimi anni è in gran parte dovuta proprio all’immissione in commercio di farmaci abortivi e cripto abortivi che tende a relegare l’aborto nel privato.
C’è chi obietta che anche se le probabilità di riuscita dell’iniziativa sono pressoché inesistenti sia comunque necessario «fare qualcosa» per contrastare l’aborto di Stato. Secondo il nostro giudizio, quando si affrontano temi particolarmente delicati e importanti come la difesa della vita innocente è conveniente fare solo ciò che ha ragionevoli speranze di successo; c’è il rischio, altrimenti, di disperdere forze ed energie che potrebbero invece essere canalizzate su altre iniziative, più efficaci, sempre a favore della vita nascente.
Veniamo ora alle ragioni di principio.
Alcuni portano a sostegno della liceità morale della proposta di legge «Un cuore che batte» il n. 73 dell’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II:
«Un particolare problema di coscienza potrebbe porsi in quei casi in cui un voto parlamentare risultasse determinante per favorire una legge più restrittiva, volta cioè a restringere il numero degli aborti autorizzati, in alternativa ad una legge più permissiva già in vigore o messa al voto. Simili casi non sono rari. Si registra infatti il dato che mentre in alcune parti del mondo continuano le campagne per l’introduzione di leggi a favore dell’aborto, sostenute non poche volte da potenti organismi internazionali, in altre Nazioni invece — in particolare in quelle che hanno già fatto l’amara esperienza di simili legislazioni permissive — si vanno manifestando segni di ripensamento».
«Nel caso ipotizzato, quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui».
La questione morale sottesa al n. 73 di Evangelium Vitae è molto complessa e meriterebbe ben altro approfondimento.
In estrema sintesi, la morale cattolica indica chiaramente quali azioni non si possono mai compiere, in nessuna circostanza, e nel caso in esame limitare i danni di una legge ingiusta non può costituire a sua volta un’azione ingiusta. Infatti, anche se il fine di ridurre il danno è lecito, è necessario che l’atto con cui si ottiene tale fine sia esso stesso moralmente lecito.
Secondo quanto ritenuto da vari osservatori che hanno analizzato la questione, la ragione per cui tale voto è considerato illecito risiede nel fatto che votare a favore conduce all’effetto di «legittimare il male», e questo effetto costituisce l’oggetto dell’azione di votare, anche se il votante potrebbe non riconoscerlo come tale. Questo perché l’oggetto del voto rimane intrinsecamente sbagliato, e l’atto materiale del voto non è guidato dall’intento di «limitare i danni» associato alla tolleranza dell’effetto negativo, ovvero la «legittimazione della condotta ingiusta».
In realtà, la mitigazione dei danni rappresenta l’effetto risultante dall’approvazione di una legge ingiusta, che coincide con la legittimazione della condotta scorretta.
D’altro canto, il vero scopo dell’atto di votare è proprio la legittimazione della condotta illecita, mentre l’obiettivo a lungo termine è limitare i danni.
Solo attraverso l’approvazione dell’ingiustizia grazie ai voti a favore sarà possibile limitare i danni. Pertanto, quando l’effetto negativo è la causa dell’effetto positivo, desiderare quest’ultimo significa volere direttamente il primo.
L’allora Cardinale Joseph Ratzinger, in qualità di Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, in occasione della presentazione dell’Evangelium Vitae in Vaticano ebbe a commentare: «Ma si possono fare compromessi, laddove si tratta della scelta tra il bene e il male? Il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) dice in proposito: fondamentale è che il deputato non lasci alcun dubbio circa la sua personale opposizione all’aborto, e che questo atteggiamento anche pubblicamente sia messo in chiaro in modo inequivocabile. A queste condizioni il parlamentare può approvare proposte, il cui fine dichiarato sia finalizzato a limitare i danni e a diminuirne gli effetti negativi. Mai certamente egli può dare il suo voto perché l’ingiustizia venga dichiarata giustizia».
Partendo dalla corretta esegesi del n. 73 di Evangelium Vitae il parlamentare in questione, poste determinate condizioni, potrebbe appoggiare una proposta mirata a limitare i danni di una legge ingiusta, ma se essa venisse approvata e giungesse al voto finale egli, dal punto di vista morale, non potrebbe far altro che votare contro o astenersi dal voto; questo, anche qualora l’intenzione di voto sia diretta solo alle parti accidentali della legge ingiusta, in quanto esse non potrebbero sussistere se la norma stessa non rendesse legittimo l’aborto volontario.
Pertanto, il voto ad una legge che emenda la 194 e inserisce, come nel caso che stiamo esaminando, l’obbligo da parte del medico di far ascoltare alla madre il battito cardiaco del nascituro, sarebbe comunque un voto dato ad una legge che legittima l’aborto, visto che «Tutto ciò che è per accidens ha il suo principio in ciò che è per sé» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 19, a. 2 c.).
In ogni caso, la stessa Evangelium Vitae pone delle condizioni ben precise affinché il nostro parlamentare possa legittimamente offrire il proprio sostegno a tali proposte: è necessario, come abbiamo visto, che esse siano (dichiaratamente) mirate a limitare i danni di una legge ingiusta e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica.
Ora, nel comunicato diffuso dai firmatari dell’iniziativa si legge: «La proposta di legge che abbiamo presentato, obbligando il medico che effettua la visita che precede l’aborto, a far vedere, tramite esami strumentali, alla donna intenzionata ad abortire, il nascituro che porta nel grembo e a farle ascoltare il battito cardiaco dello stesso, intende dare piena applicazione alla legge sul consenso informato. La donna ha il diritto di essere resa consapevole della vita che porta nel grembo, una vita con un cuore che pulsa. Solo in tal modo può essere realmente libera e responsabile delle sue azioni».
Inoltre, il portavoce nazionale di una delle associazioni promotrici ha rilasciato il 20 maggio scorso all’Huffington Post la seguente dichiarazione:
«Abbiamo depositato l’altro ieri una proposta di legge di iniziativa popolare per modificare un articolo della 194 semplicemente per far sì che il medico della ecografia pre-aborto sia obbligato a mostrare l’ecografia alla donna e a far sentire il battito cardiaco, non è nessuna volontà di abrogare la legge, lo scopo è di inserire una tutela in più anche perché la legge 194 si chiama tutela della maternità non legge sull’aborto».
Sembrerebbe che la proposta di legge «Un cuore che batte» non sia direttamente, né tantomeno dichiaratamente, finalizzata a ridurre gli aborti (o comunque a frapporre un ostacolo oggettivo alla fruizione della pratica abortiva), bensì a cercare di rendere la donna intenzionata ad abortire pienamente consapevole delle proprie azioni.
Di fatto, il comma 1-bis della proposta di iniziativa popolare viene posto all’interno dell’articolo 14 della 194 che ne disciplina unicamente l’aspetto informativo. In effetti, la riduzione del danno è tutt’altro che certa in quanto, come abbiamo visto, l’obbligo contenuto nella norma non è formulato come divieto (solamente in quel caso, tra l’altro, la proposta sarebbe eticamente lecita, dal momento che i proponenti si limiterebbero ad inserire un impedimento alla pratica abortiva).
In altri termini, non solo l’emendamento è giuridicamente inefficace e discutibile da un punto di vista etico, ma la sua ratio non si discosta per nulla da quella della norma abortista che si fonda sul falso principio dell’autodeterminazione femminile. Affinché la donna sia realmente libera è infatti necessario che ella scelga il bene, ossia custodire la vita, non che sia «correttamente informata», qualunque cosa questo voglia dire.
Cosicché, la proposta che stiamo analizzando anziché limitare gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica, come prescrive sempre il n. 73 di Evangelium Vitae, potrebbe addirittura accrescerli.
Sussiste anche il concreto rischio che qualora la proposta stessa venga approvata la legge 194 ne esca sostanzialmente rafforzata, soprattutto da un punto di vista ideologico; anche perché il comma inserito nell’articolato della legge sarebbe voluto proprio dal mondo cattolico e pro-life: a quel punto le probabilità di giungere all’abrogazione della norma abortista (che deve rimanere il fine ultimo verso cui orientare tutte le nostre azioni) diventerebbero ancora più remote.
I pro-life italiani devono chiarirsi le idee: o ritengono che la strategia migliore da adottare sia quella di cercare di limitare i danni dell’aborto bypassando la morale oppure decidono di intraprendere azioni di contrasto all’aborto cercando di mantenere «la barra dritta».
Qualora scelgano la prima opzione non pretendano però di agire secondo la dottrina perché «l‘attività civile e politica mirante a ridurre gli effetti negativi di una legge gravemente ingiusta deve rispettare i principi generali della morale» (A. Rodriguez Luno, «Il parlamentare cattolico di fronte ad una legge gravemente ingiusta. Una riflessione sul n. 73 dell’Enciclica Evangelium vitae»).
D’altra parte, ci teniamo a sottolineare che la proposta di far ascoltare il battito cardiaco del nascituro alla madre che intende abortirlo è di per se stessa lodevole. Il problema nasce nel momento in cui si pretende di inserire la norma correttiva all’interno della 194, legge integralmente iniqua, finendo inevitabilmente col colludere con essa.
In conclusione, i frutti avvelenati dell’aborto di Stato possono essere eliminati solo eradicando la mala pianta della legge 194 e, come la storia insegna, i tentativi di mettere mano a norme la cui ratio è malvagia finiscono inevitabilmente per fare il gioco del nemico.
Alfredo De Matteo
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Wolfgang Moroder via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata
Bioetica
Cenni di storia della bioetica: le origini
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Van Rensselaer Potter e la nascita del termine
Il primo a introdurre propriamente il termine «bioetica» fu Van Rensselaer Potter (1911-2001), un oncologo statunitense, che lo utilizzò in due pubblicazioni fondamentali: Bioethics: the science of survival, del 1970, e Bioethics: bridge to the future, del 1971. Per il Potter la bioetica doveva essere una nuova disciplina capace di combinare la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori. Lo studioso dei tumori era convinto che una scienza della sopravvivenza dovesse essere qualcosa di più di una semplice scienza, e per questo propose il termine bioetica proprio per sottolineare i due ingredienti che riteneva più importanti per il raggiungimento di una nuova sapienza: la componente biologica e quella etica insieme. Nella visione di Potter la bioetica assume un significato molto ampio, ben più esteso rispetto a quello dell’etica medica tradizionale. Essa viene concepita come un ponte tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, chiamate finalmente a dialogare dopo decenni di reciproca estraneità. Ma la bioetica di Potter guarda anche alla biosfera nel suo insieme, non limitandosi ai soli problemi della pratica clinica o della sperimentazione sull’uomo, bensì abbracciando l’intero ecosistema e il destino della vita sulla Terra. Per il Potter la bioetica rappresenta una sapienza biologicamente fondata, nel senso che i fini morali dell’agire umano vanno individuati a partire dalla conoscenza biologica stessa. Si tratta dunque di una concezione globale, quasi ecologica, della nuova disciplina, che la distingue nettamente dalle interpretazioni più ristrette che si affermeranno successivamente.Sostieni Renovatio 21
Hans Jonas e il principio di responsabilità
Accanto ai lavori del Potter, e con una certa analogia di fondo, si colloca la riflessione del filosofo tedesco naturalizzato statunitense di origine ebraica Hans Jonas (1903-1993). Nella sua opera più celebre, ancora molto considerata anche dall’ambiente accademico italiano, Il principio responsabilità (1979), lo Jonas pone l’attenzione sull’accresciuta possibilità che le nuove tecnologie mettono nelle mani dell’uomo, e sulle eventuali minacce che queste rappresentano per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Secondo lo Jonas, il criterio guida per qualsiasi intervento biotecnologico deve essere quello dell’esclusione della catastrofe: prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare, occorre chiedersi che cosa potrebbe compromettere irreparabilmente il futuro della specie umana e del pianeta. Questa impostazione ha dato origine a un filone di pensiero che potremmo definire bioecologico, caratterizzato da un atteggiamento che è stato talvolta descritto come «catastrofista», proprio per l’enfasi posta sui rischi estremi legati al progresso tecnico-scientifico.André Hellegers e la dimensione dialogica della bioetica
Un ruolo altrettanto decisivo nella storia della disciplina è quello svolto da André Hellegers (1926-1979(, giovane ostetrico e studioso di fisiologia fetale, che nel 1971 venne chiamato a dirigere il Kennedy Institute for the Study of Human Reproduction and Bioethics, presso la Georgetown University di Washington, prestigioso ed antico ateneo statunitense fondato dai gesuiti. A differenza del Potter, lo Hellegers propone una concezione più circoscritta della bioetica, intesa come etica applicata alla biomedicina, restringendo così l’ambito rispetto alla visione globale e quasi cosmica del suo predecessore. Egli sostiene però che questo studio diretto dei problemi biologici e clinici avrebbe fatto progredire l’etica stessa, e che il clinico bioeticista, immerso nella pratica quotidiana, sarebbe potuto diventare persino più esperto del moralista puro nell’affrontare le questioni concrete sollevate dalla medicina. Lo Hellegers propone inoltre una dimensione maieutica della bioetica, che coglie i valori attraverso il confronto e il confronto tra medicina, filosofia ed etica: un metodo squisitamente interdisciplinare, che resterà una delle caratteristiche più riconosciute e condivise della bioetica nel suo complesso. Per lo Hellegers, l’oggetto proprio della bioetica sono gli aspetti etici impliciti nella pratica clinica, un ambito più circoscritto ma non per questo meno ricco di implicazioni filosofiche e antropologiche.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Dan Callahan e il filone umanistico-sociale
Prima ancora che il termine bioetica si diffondesse ufficialmente, un contributo determinante venne dal filosofo cattolico Dan Callahan (1930-2019), che già nel 1969, pur senza utilizzare ancora esplicitamente la parola «bioetica», fondò insieme allo psichiatra Willard Gaylin l’Hastings Center. Per Callahan la bioetica si configura come l’intersezione tra l’etica e le scienze della vita, un punto di incontro tra due ambiti del sapere che fino ad allora avevano proceduto separatamente. Il suo contributo viene generalmente ricondotto a un filone che potremmo definire umanistico-sociale, attento non solo ai singoli casi clinici ma anche alle implicazioni più ampie, sociali e culturali, delle scoperte biomediche.Concetto e definizioni della bioetica
Nel corso degli anni, accanto ai fondatori, si sono susseguite numerose definizioni che testimoniano la ricchezza e, insieme, la complessità del dibattito sulla natura della disciplina. Una delle definizioni più influenti è quella fornita dal bioeticista e teologo statunitense Warren Reich (1931-2023) nella sua Encyclopedia of Bioethics del 1978, che descrive la bioetica come lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della salute, condotta che viene esaminata alla luce di valori e di principi morali. Questa impostazione, spesso definita «bioetica dei principi», o «bioetica principialista», pone l’accento sulla dimensione normativa e sistematica della riflessione bioetica. Nelle edizioni successive dell’opera, pubblicate nel 1995 e nel 2004, lo stesso Reich recupera in parte la concezione più globale che era stata propria di Potter, definendo la bioetica come lo studio sistematico delle dimensioni morali, inclusa la visione morale, le decisioni, la condotta e le politiche, delle scienze della vita e della salute, utilizzando varie metodologie etiche in un’impostazione interdisciplinare. Questa seconda definizione apre a una bioetica pluralista, ma che secondo alcuni critici rischia di scivolare verso posizioni relativiste, proprio per l’apertura a metodologie etiche differenti e talvolta tra loro incompatibili.Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Le questioni sociali dietro alla storia della bioetica
La nascita della bioetica non fu un evento puramente teorico, ma la risposta a problemi concreti che si erano andati accumulando nel corso del Novecento. Tra questi vanno ricordati anzitutto la sperimentazione sull’uomo, con tutte le questioni etiche legate al consenso e alla tutela dei soggetti coinvolti; le scoperte della genetica, che aprivano scenari inediti di manipolazione della vita; i trapianti d’organo, che ponevano interrogativi nuovi sulla definizione stessa di morte e sui criteri di allocazione delle risorse; le questioni legate all’inizio della vita e alla procreazione umana, rese particolarmente urgenti dai progressi della fecondazione artificiale; e infine i problemi di fine vita, connessi all’eutanasia e alle cure palliative. È proprio l’intreccio di questi temi, ciascuno carico di implicazioni scientifiche, giuridiche e morali, a spiegare perché negli anni Sessanta e Settanta si sia avvertita l’esigenza di una disciplina nuova, capace di affrontarli con strumenti concettuali adeguati.I primi passi della bioetica istituzionale
Le prime istituzioni dedicate alla bioetica sorsero proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Nel 1968 Dan Callahan e Willard Gaylin fondarono l’Hastings Center, con sede a Hastings on Hudson, mentre nel 1969 André Hellegers, insieme a studiosi come Warren Reich, Robert Veatch e Richard McCormick, diede vita al Kennedy Institute of Ethics presso la Georgetown University di Washington. Queste due istituzioni rappresentano i primi centri di ricerca e riflessione sistematica sui temi della bioetica, e costituirono un modello che sarebbe stato in seguito replicato in molti altri Paesi. Le prime istituzioni accademiche e ufficiali specificamente dedicate alla bioetica cattolica sono state create a partire dalla metà degli anni Ottanta, in parallelo con l’esplosione della disciplina a livello globale. Nel 1985 viene istituita la prima cattedra di Bioetica in Italia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», e parallelamente nasce il Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore guidato da Monsignor Elio Sgreccia. Questa è considerata la struttura pionieristica istituzionale per lo studio e la diffusione della bioetica personalista di matrice cattolica. Nel 1994 in Vaticano viene creata la Pontificia Accademia per la Vita, istituita da Papa Giovanni Paolo II con il motu proprio Vitae Mysterium, pur non essendo un centro universitario di ricerca medica in senso stretto, rappresenta la massima istituzione intellettuale e di studio della Chiesa Cattolica dedicata specificamente alla bioetica e alla difesa della vita. Nel 2001, sempre a Roma si ha prima Facoltà di Bioetica al mondo: nasce l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, istituzione universitaria cattolica che ha offerto per la prima volta un intero corso di studi teologico-scientifico interamente strutturato come facoltà autonoma di bioetica. L’università era stata eretta nel 1993 canonicamente dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica su iniziativa dei Legionari di Cristo, nel 1998 Wojtyla concesse ufficialmente all’ateneo il titolo di Università PontificiaSostieni Renovatio 21
Quali sono le competenze della bioetica?
Un momento importante per definire l’ambito di competenza della disciplina fu il Documento di Erice del 1991, che si rifà ai contenuti della Encyclopedia of Bioethics del 1978 e riconosce alla bioetica una competenza estesa a quattro ambiti principali: i problemi etici delle professioni sanitarie, i problemi etici emergenti nell’ambito delle ricerche sull’uomo anche quando non direttamente terapeutiche, i problemi sociali connessi alle politiche sanitarie nazionali e internazionali, alla medicina occupazionale e alle politiche di pianificazione familiare e controllo demografico, e infine i problemi relativi all’intervento sulla vita degli altri esseri viventi, comprese piante e microrganismi, e più in generale tutto ciò che riguarda l’equilibrio dell’ecosistema. Accanto a questa definizione delle competenze si è sviluppata anche una classificazione interna alla disciplina, che distingue generalmente tra una bioetica generale, che si occupa della fondazione etica, del discorso sui valori e sui principi originari nonché delle fonti documentarie della materia, una bioetica speciale, che analizza i grandi problemi sotto un profilo generale, tanto nel campo medico quanto in quello più propriamente biologico, includendo temi come l’ingegneria genetica, l’aborto, l’eutanasia e la clonazione, e infine una bioetica clinica, intesa come applicazione delle teorie etiche e dei principi generali adottati ai casi clinici concreti, alla ricerca di indicazioni operative per l’azione.Radici antiche e ramificazioni recenti
Se le origini istituzionali della bioetica risalgono agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, le sue radici più remote affondano ben più indietro nel tempo. Il Corpus Hippocraticum e il celebre Giuramento di Ippocrate rappresentano una prima, fondamentale eredità, incentrata sui principi della beneficialità e del paternalismo medico, e su una fondazione della medicina basata su criteri ritenuti non soggettivi. Anche il cristianesimo ha lasciato un’impronta profonda su ciò che sarebbe poi diventata la bioetica, contribuendo in particolare alla fondazione del concetto stesso di persona e a un significato teologico dell’assistenza al malato, sintetizzato nella formula latina Christus medicus et patiens, che identifica Cristo insieme come medico e come paziente sofferente. Le radici più recenti della disciplina sono invece legate a eventi storici drammatici che hanno segnato in modo indelebile la coscienza collettiva. Il Codice di Norimberga del 1947 condannò senza appello ogni sperimentazione sull’uomo condotta senza il suo consenso, in risposta agli abusi commessi durante il nazionalsocialismo. Tuttavia, anche nei democratici Stati Uniti d’America, si registrarono episodi che suscitarono un forte allarme pubblico: tra gli anni Trenta e Quaranta lo studio di Tuskegee, in Alabama, mise a confronto un farmaco con un placebo su una popolazione afroamericana senza che i partecipanti fossero informati; nel 1962, presso lo Swedish Hospital di Seattle, fu istituito un comitato incaricato di decidere le procedure di accesso alla dialisi, sollevando questioni di giustizia distributiva; nel 1963, al Jewish Chronic Disease Hospital di Brooklyn, furono iniettate cellule tumorali in pazienti anziani senza il loro consenso; e tra il 1967 e il 1971, al Willowbrook State Hospital di New York, fu inoculato il virus dell’epatite in bambini con disabilità, forzando il consenso dei genitori. A questi episodi si affiancò l’elaborazione, da parte della World Medical Association, della Dichiarazione di Helsinki sulla sperimentazione clinica, adottata nel 1964 e più volte aggiornata fino al 2000, che ancora oggi costituisce un riferimento fondamentale per l’etica della ricerca biomedica.Aiuta Renovatio 21
Bioetica magistero della Chiesa cattolica
Parallelamente allo sviluppo della bioetica come disciplina accademica, la Chiesa cattolica ha prodotto nel corso del Novecento una serie di documenti destinati ad avere un peso rilevante nel dibattito. Si possono ricordare, tra gli altri, il discorso di Pio XII ai partecipanti al Simposio internazionale su Anestesia e persona umana del 1957, l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI del 1968 sul tema della procreazione responsabile, la dichiarazione sull’aborto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1974, e successivamente, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la dichiarazione sull’eutanasia del 1980, la lettera apostolica Familiaris consortio del 1981, l’istruzione Donum vitae del 1987 e l’enciclica Evangelium vitae del 1995. Questi testi costituiscono un corpus dottrinale organico che ha profondamente influenzato lo sviluppo della bioetica personalista di ispirazione cattolica.I presupposti della bioetica personalista ontologicamente fondata
Proprio a questa impostazione, spesso definita come bioetica personalista ontologicamente fondata, o di dimensione sapienziale, si può ricondurre un insieme coerente di presupposti teorici, scrive il cardinale Sgreccia. Il primo riguarda la dignità della persona umana, colta nella sua unitotalità di corpo e spirito e, in un’ottica di fede, come immagine di Dio. Il secondo presupposto è quello del realismo-cognitivismo, secondo cui la persona possiede la capacità razionale di conoscere la realtà e la struttura oggettiva dei valori, negando così ogni deriva relativista o nichilista. Il terzo presupposto è uno sguardo propriamente metafisico sulla realtà, per cui l’Intelligenza Umana è capace di risalire dal fenomeno al fondamento e di cogliere, a partire dall’essere, il dover essere: come si legge nell’enciclica Fides et ratio, occorre «rivendicare la capacità che l’uomo possiede di conoscere questa dimensione trascendente e metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto e analogico» (Fides et ratio, n. 83). Ripercorrere le origini della bioetica significa dunque osservare l’intreccio tra biografie individuali, come quelle di Potter, Jonas, Hellegers e Callahan, istituzioni nascenti, drammatici episodi storici che hanno reso urgente una riflessione etica sulla sperimentazione e sulla pratica medica, e infine grandi correnti di pensiero, laiche e religiose, che ancora oggi continuano a confrontarsi sul senso e sui limiti dell’intervento dell’uomo sulla vita e sulla salute.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
Sostieni Renovatio 21
Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
Aiuta Renovatio 21
Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Bioetica
Gruppo satanico pubblica video di un rituale abortivo in bagno
Sostieni Renovatio 21
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Bioetica2 settimane faKennedy lo ribadisce: sì, i vaccini sono fatti con gli aborti
-



Spirito2 settimane faLeone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»
-



Pensiero2 settimane faLo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
-



Salute2 settimane faI malori della 35ª settimana 2026
-



Bioetica1 settimana faMorte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
-



Oligarcato1 settimana faOrganizzazioni del controllo globale
-



Bioetica2 settimane faGruppo satanico pubblica video di un rituale abortivo in bagno
-



Spirito2 settimane faPapa Leone dà il benvenuto al nuovo ambasciatore pro-LGBT presso la Santa Sede













