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Amicus Plato: la FSSPX e i vaccini

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Anch’io, come altri, ho ascoltato con amarezza e sconcerto le parole pronunciate dal superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) don Davide Pagliarani nel corso di un recente convegno.

 

L’intervento, pubblicato sul canale YouTube della Fraternità con il titolo «The Superior General of the SSPX Clarifies the Vaccine Debate», si prefiggeva di rispondere a una domanda che agita le coscienze – e sempre più anche le esistenze – di molti cattolici: «Is it morally wrong to take the COVID-19 vaccine?».

 

È ragionevole immaginare che la massima autorità della società fondata da Mons. Marcel Lefebvre abbia così voluto rispondere alle molte sollecitazioni, critiche e richieste d’aiuto provenienti dai fedeli su un tema che sinora ha suscitato nelle gerarchie lefebvriane una reazione ondivaga e reticente, quando non proprio appiattita sulle posizioni dell’antagonista vaticano e quindi del mondo.

 

Va infatti ricordato che la FSSPX si era già espressa in passato sulle questioni morali sollevate dalla vaccinazione anti-COVID e dalle modalità della sua imposizione, pubblicando sul suo sito le riflessioni del segretario generale della società, padre Arnaud Sélégny.

 

In uno di questi scritti («Considérations pratiques sur la vaccination contre la COVID-19», 24 settembre 2021) il sacerdote e medico francese concludeva che «ognuno può prendere liberamente la sua decisione» e giudicava «anormale voler dettare a qualcuno come comportarsi in questi casi», avendo peraltro concesso in premessa la fondatezza di alcune perplessità avanzate dagli scettici.

 

Nel capitolo delle «considerazioni aggiuntive» spuntava però un argomento morale che ha fatto saltare qualcuno, incluso chi scrive, sulla sedia.

 

«Data la necessità (?) di un pass sanitario», scriveva l’autore, «può accadere che l’obbligo di adempiere a un dovere di carità ci spinga ad accettare di farci vaccinare».

 

Proponeva quindi gli esempi del sacerdote che non potrebbe altrimenti entrare negli ospedali per dare gli ultimi conforti ai morenti, del medico che non potrebbe curare gli infermi, del soldato che non potrebbe difendere la patria.

 

Ecco una parafrasi più sottile (e quindi più pericolosa) dell’«atto d’amore» bergogliano: non pecca chi mette la condizione («necessaria»?) né in generale chi vi si sottrae, ma chi nel sottrarsi ad essa si preclude la possibilità di adempiere ai propri doveri di carità e giustizia.

Il succo dell’allocuzione è che la FSSPX non entra ufficialmente nel dibattito («steps aside») perché quel dibattito concernerebbe una «questione medica» estranea alla sua missione

 

Insomma non pecca il sequestratore che prende in ostaggio anziani, malati, adolescenti, bambini, famiglie e lavoratori indigenti… ma chi non paga il riscatto!

 

Qui il sacerdote non era minimamente sfiorato dal sospetto che questo conflitto non è lo spiacevole ed eventuale corollario di un teorema («necessario»?), ma la ratio portante delle restrizioni di volta in volta imposte dai governi, il frutto atteso di una volontà acclarata di mettere i renitenti sotto scacco morale, specialmente verso gli affetti più cari.

 

Nel finale, riprendeva le considerazioni già oggetto di altri interventi sulla liceità di usare prodotti il cui sviluppo ha implicato lo sfruttamento di feti abortiti, non facendo che ripetere con parole proprie la dottrina della «cooperazione remota al male» impostata dalla Pontificia accademia per la vita nel 2005.

 

I documenti del Sélégny e dei suoi collaboratori hanno suscitato aspre reazioni nel mondo del tradizionalismo cattolico e anche tra gli stessi fedeli della Fraternità (vedi ad es. la documentata risposta di un medico australiano), sicché da più parti si è auspicata una presa di posizione al vertice, chiara e definitiva.

 

Ora quel momento è arrivato, ma è onesto dire che l’intervento di don Pagliarani non è né chiaro né (speriamo) definitivo, né aggiunge nulla a quanto già detto se non un supplemento di approssimazione e disimpegno  Se il metodo è merito, già nella conduzione del discorso il reverendo relatore riesce nella non facile impresa di parlare ininterrottamente per venticinque minuti senza mai rispondere alla domanda sovraimpressa nell’anteprima del video. Ripete in continuazione che il tema è complesso («it’s complicated») e accumula spunti e prospettive di cui raramente tira le somme.

 

Il succo dell’allocuzione è che la FSSPX non entra ufficialmente nel dibattito («steps aside») perché quel dibattito concernerebbe una «questione medica» estranea alla sua missione. Una conclusione tanto disarmante quanto teoreticamente grave, da cui discendono tutte le altre incertezze.

L’unico motivo per cui tanti cristiani vivono con inquietudine spirituale la campagna di iniezione globale in corso è perché essa non riguarda più solo la medicina

 

In effetti è proprio vero l’opposto: l’unico motivo per cui tanti cristiani vivono con inquietudine spirituale la campagna di iniezione globale in corso è perché essa non riguarda più solo la medicina.

 

Del resto, se il più vasto esercizio di idolatria della storia umana a noi nota (ricordiamo che la pozione redentrice è adorata e somministrata anche nelle chiese, accompagnata da danze tribali, pubbliche abiure, professioni di fede), se un dispositivo di apartheid che impedisce ai figli di Dio di accedere dove sono ammessi anche i cani, se la menzogna, l’odio del prossimo istigato dalle istituzioni, la violazione generalizzata della legge naturale e morale, la sozzura della liturgia con riti e travisamenti mondani, l’imposizione di un marchio necessario per vendere e comprare (ricorda qualcosa?) e l’oppressione dei più ricattabili (terzo peccato che grida vendetta a Dio), ebbene se tutto ciò è solo una questione medica, allora anche le persecuzioni razziali sono solo una questione genetica, l’aborto una questione di salute riproduttiva, la fornicazione di benessere affettivo, l’interdizione delle sante messe di igiene e, per non farsi mancar nulla, le privazioni prossime venture in nome delle idee green di fisica dell’atmosfera.

Il mascheramento di ogni cosa, e specialmente delle cose spirituali e morali, sotto le etichette neutre della «razionalità scientifica» è la cifra inconfondibile della modernità, il cemento di cui è fatto il materialismo su cui poggia fin dalle origini

 

Il mascheramento di ogni cosa, e specialmente delle cose spirituali e morali, sotto le etichette neutre della «razionalità scientifica» è la cifra inconfondibile della modernità, il cemento di cui è fatto il materialismo su cui poggia fin dalle origini. Accettare i mascheramenti moderni è modernismo. Ridurre un cataclisma morale di queste proporzioni a un fatto tecnico è appunto riduzionismo cartesiano, tecnocrazia in purezza.

 

Non dovrebbe d’altronde sfuggire che da più di due secoli le offese peggiori a Dio si perpetrano avendo sempre cura di non nominarlo e che la scristianizzazione, come aveva già intuito Robespierre, è tanto più trionfante quanto più si nega allo scontro diretto con Cristo e lavora in disparte per spodestarlo coi surrogati del progresso sociale, del relativismo e, appunto, della scienza.

 

Se insomma per riconoscere la dimensione anche teologica del problema qualcuno si aspettasse che un Traiano verghi nero su bianco il collegato obbligo di apostasia, allora possiamo metterci comodi: nulla, neanche l’avvento della società «realizzata con mezzi scientifici… spaventosa che pretende di essere libera e che non avrà più alcuna libertà» profetizzata da mons. Lefebvre nel 1979 gli farà cambiare idea.

 

Resterebbe deluso anche chi cercasse in questi pronunciamenti ufficiali una parola di condanna della violenza tracotante, idolatrica e persecutoria che si sta abbattendo su miliardi di persone. Don Davide si limita brevemente a evidenziare come la dimensione globale dei provvedimenti in atto rendano patente un processo iniziato «trecento anni fa», di sostituzione della missione ecclesiale di unire il mondo in Cristo con il progetto babelico della fraternité universale.

Non dovrebbe d’altronde sfuggire che da più di due secoli le offese peggiori a Dio si perpetrano avendo sempre cura di non nominarlo

 

Il che è verissimo, ma non si capisce allora come si possa condannare l’albero assolvendone i frutti, come si possa credere e far credere che da una radice dissacrante nascano germogli privi di succo teologico, indegni di una prescrizione morale. Né, d’altronde, perché negli ultimi tre secoli i suoi e nostri riferimenti di santità abbiamo denunciato e avversato le emanazioni storiche di quel progetto mentre invece noi dobbiamo solo passare la pratica agli infettivologi.

 

In una delle sue riflessioni, padre Arnaud si era spinto un po’ più in là concedendo che «è vero, le condizioni attuali possono essere considerate abusive, come anche le pressioni esercitate per obbligare alla vaccinazione. Ma», aggiungeva subito dopo, «dobbiamo riconoscere che [per] il semplice fatto di utilizzare uno smartphone o una carta di credito, di navigare su internet o anche solo di guidare un’automobile, accettiamo di subire molte pressioni e costrizioni per ragioni di giustizia, carità, bene comune e spirituale». Tutto nella norma, insomma, riposiamo tranquilli.

 

Altrettanto deluso resterebbe chi sperasse di trovare nelle parole dei vertici lefebvriani non dico riconoscenza o solidarietà, ma almeno caritatevole vicinanza ai fedeli che stanno sopportando il bisogno, l’accanimento di Cesare e il disprezzo delle masse per trattenere con la propria testimonianza l’avanzamento di quel progetto trisecolare, farsi kathecon della profezia lefebvriana e rivendicare nella libertà a cui siamo chiamati il rifiuto di «idolatria… inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni», i frutti della carne (Gal 5,20) dispensati dai crociati della sanitas, la salus terrena.

Don Davide arriva a sostenere che nell’eterogenea «alleanza» dei renitenti si radunerebbero «in prevalenza persone di estrema sinistra» e partiti «green» animati dallo stesso spirito anarchico e libertario figlio del «nuovo ordine mondiale», lo stesso che aveva ispirato le lotte per la libertà di aborto. Ora, chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione il dibattito sa che è invece vero il contrario

 

No, non c’è empatia in quei discorsi, e forse neanche simpatia, se don Davide arriva a sostenere che nell’eterogenea «alleanza» dei renitenti si radunerebbero «in prevalenza persone di estrema sinistra» e partiti «green» animati dallo stesso spirito anarchico e libertario figlio del «nuovo ordine mondiale», lo stesso che aveva ispirato le lotte per la libertà di aborto.

 

Ora, chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione il dibattito sa che è invece vero il contrario, che la militarizzazione della profilassi ha trovato proprio nei contestatori d’antan e nelle sinistre in genere, con poche eccezioni, i suoi araldi più fanatici e pronti ad additare negli scettici i «nuovi kulaki», gli «individualisti piccolo-borghesi» nemici del bene collettivo e specialmente i negatori della salvezza scientifica: «complottisti», retrogradi, superstiziosi, malati.

 

E che tra questi ultimi i più colpiti sono stati precisamente i cattolici e i fedeli di altri culti più vicini alle dottrine tradizionali, perché meno propensi a farsi trascinare dai «trionfi» moderni. L’insinuazione del sacerdote è quindi gratuita, ingiustificata e soprattutto immeritata. Nell’offrire un quadro invertito della realtà mette insieme persecutori e perseguitati, con un terzismo che non avrebbe sfigurato nella chiesa di Laodicea degli ultimi tempi.

 

***

 

Resta sullo sfondo, come un convitato di pietra, la questione dei feti abortiti utilizzati per sviluppare i vaccini oggi obbligatori de facto o de iure, nel nostro e in altri Paesi.

 

La descrizione in calce al filmato si apre con l’avvertimento che «la FSSPX non ha la competenza (orig. competence) di lanciare un boicottaggio dei prodotti macchiati dall’aborto».

Resta sullo sfondo, come un convitato di pietra, la questione dei feti abortiti utilizzati per sviluppare i vaccini oggi obbligatori de facto o de iure, nel nostro e in altri Paesi

 

Ma, precisamente, di quale «competenza» si sta parlando qui?

 

In che cosa differirebbe questa «competenza» da quella dottrinale e morale di promuovere il boicottaggio dei siti pornografici, della stampa atea o delle messe in vernacolo?

 

Chi la dispensa, chi la certifica, chi ne stabilisce il perimetro? Non si sa.

 

Come si è scritto, sul tema la FSSPX segue la dottrina vaticana della «cooperazione materiale passiva» a un male – un aborto volontario, o meglio una serie – che sarebbe moralmente lecita se intesa a scongiurare «un pericolo grave» in mancanza di altri rimedi.

 

Alcuni esponenti del mondo cattolico hanno contestato la solidità di questo argomento. Anche accettandone l’impianto teologico, astrattamente valido, rimarrebbe aperto il problema logico delle sue condizioni nel punto concreto: la sussistenza del «pericolo grave» (che nel contesto in specie non è certo e decresce drasticamente in funzione inversa dell’età e delle patologie concorrenti); la mancanza di altri rimedi (mentre oggi si sono perfezionati protocolli di cura efficaci); l’efficacia e la sicurezza del rimedio proposto. A queste critiche del testo, nel cui merito non ho la competenza (questa volta davvero) di entrare, se ne possono aggiungere almeno un paio di contesto.

 

Storicamente, l’attuale dottrina è stata impostata nel 2005 dalla Pontificia accademia per la vita nelle «Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti».

 

Lì, restando ferma la condanna dei prodotti in qualsiasi modo preparati con materiale abortivo umano, si forniva una doppia prescrizione morale «per quanto riguarda i vaccini senza alternative», di «ribadire sia il dovere di lottare perché ne vengano approntati altri, sia la liceità di usare i primi nel frattempo nella misura in cui ciò è necessario per evitare un pericolo grave».

 

La posizione fu integrata alcuni anni dopo anche nell’istruzione Dignitas personae (par. 34) della Congregazione per la dottrina della fede, in deroga al principio generale sancito dall’enciclica Evangelium vitae (1995), che «l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona» (par. 62).

Sul tema la FSSPX segue la dottrina vaticana della «cooperazione materiale passiva» a un male – un aborto volontario, o meglio una serie – che sarebbe moralmente lecita se intesa a scongiurare «un pericolo grave» in mancanza di altri rimedi

 

Seguirono altri due documenti nel 2017 (Accademia per la vita, CEI, Associazione Medici Cattolici Italiani, «Nota circa l’uso dei vaccini») e nel 2020 (Congregazione per la dottrina della fede, «Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-COVID-19») in cui si ribadivano gli stessi concetti.

 

La lettura contestuale di questi pronunciamenti offre spunto a qualche riflessione critica. La prima riguarda il tempismo degli ultimi due documenti, il primo pubblicato nel mezzo delle polemiche che accompagnarono l’inasprimento degli obblighi vaccinali per l’infanzia (la nota dell’Accademia usciva il 30 luglio, due giorni dopo la conversione in legge del decreto Lorenzin, mentre norme simili entravano in vigore anche in Francia, Germania, Stati Uniti, Israele e altri Paesi), il secondo una settimana prima dell’inizio della campagna di vaccinazione globale contro il COVID-19.

 

Ora, siccome queste dichiarazioni non aggiungono proprio nulla ai documenti precedenti, è logico concludere che il loro scopo non sia stato altro che quello di rinforzare le agende politiche del momento e spingere i fedeli verso i desiderata del mondo in una fase critica di dubbio e di contestazione. Questo ruolo contingente e ausiliario della Chiesa cattolica può suscitare qualche legittima riserva sull’indipendenza delle sue iniziative e dei suoi giudizi.

 

In secondo luogo, non si può non rilevare in questi ragionamenti teologici la singolarità assoluta della deroga vaccinale, il suo riguardare cioè nei fatti l’unica pratica a cui sia data facoltà di ergersi sopra i principi posti in via generale e costituirsi così come una casistica morale sui propri generis.

 

Il che fa riflettere, da un lato, sulla solidità della pretesa di derubricarla a una questione minore e dottrinalmente neutra (appunto, «medica»), dall’altro sulla straordinaria forza sovversiva attribuitale nell’immaginario moderno, tale da farne la testa d’ariete di rinnovamenti e riforme legibus soluti.

 

Se nelle cose del governo civile i ribaltamenti dell’eccezione vaccinale si misurano contando le carcasse dei diritti e dei principi giuridici che le abbiamo sacrificato, persino la morale religiosa si ritrae al suo incedere spalancando brecce altrimenti inammissibili. La presa d’atto di questa anomalia consentirebbe di dissipare il fumus medicale per cogliere i sottostanti semi di disagio di una civiltà fatalmente tentata dalla liquidazione di sé e dal sogno di una qualche palingenesi sinora frenata dai compromessi della legge e del costume.

Va infine ricordato che, al contrario di ciò che scrivono i giornali, la Chiesa cattolica non ha mai «assolto» i vaccini collegati all’aborto, ma ne ha solo autorizzato l’uso in circostanze straordinarie

 

Va infine ricordato che, al contrario di ciò che scrivono i giornali, la Chiesa cattolica non ha mai «assolto» i vaccini collegati all’aborto, ma ne ha solo autorizzato l’uso in circostanze straordinarie.

 

In tutti i documenti citati si deplora in effetti l’utilizzo delle cellule di feti umani per sviluppare e produrre farmaci e si rivolgono appelli all’industria affinché li sostituisca al più presto con «vaccini etici», chiedendo in certi casi ai fedeli di pretendere che ciò avvenga. Pur riconoscendo il punto, non si può ciò nondimeno ignorare che negli oltre quindici anni trascorsi dalla diffusione del primo documento la produzione e il consumo di questi farmaci si sono moltiplicati a ritmi esponenziali, fino al boom dell’ultimo anno.

 

Dal 2005, quando si trattava quasi solo dei vaccini infantili contro la rosolia (allora neanche obbligatori), si sono nel frattempo aggiunte decine di miliardi (!) di dosi di vecchi e nuovi farmaci sviluppati con le stesse tecniche e, negli ultimi tempi, con l’ambizione di imporli ripetutamente e forzatamente a tutta popolazione mondiale.

 

Di fronte a un fallimento così spettacolare dei propri appelli, il fatto che ora la Chiesa non sappia fare di meglio che ripeterli a mo’ di ciclostilato e incoraggiare anche questa volta la nuova campagna «purché sia l’ultima volta» non è minimamente credibile. Non è credibile, né serio, né razionale.

 

Sarebbe stato piuttosto logico intensificarli e rinforzarli con altre iniziative: documenti di gerarchia superiore, campagne di stampa, pressioni diplomatiche, mobilitazioni di popolo e altro, fino al boicottaggio o almeno alla sua minaccia. Ma siccome nulla di tutto ciò è accaduto, e anzi dall’iniziale concessione a denti stretti si è passati alla promozione attiva in ogni sede possibile, non si può biasimare chi ha letto in questo ripetersi di autorizzazioni condizionate un’autorizzazione piena, perpetua e senza condizioni, un assegno in bianco su cui contare anche in futuro. Né, di conseguenza, chi ha smesso di credere che vi sia una qualche seria intenzione di risolvere il problema.

 

***

 

Tornando a don Davide, alla fine del suo intervento si rivolge a un ascoltatore preoccupato dai profili etici della profilassi globale proponendo alcuni exempla nel solco della dottrina vaticana, e quindi anche della sua problematicità.

 

Prendiamo il primo. Al caso di un uomo assassinato dal quale sarebbe moralmente lecito asportare e trapiantare una cornea manca semplicemente tutto ciò che possa renderlo applicabile al demonstrandum: 1) la sistematicità del nesso tra il malum (l’omicidio) e il bonum (il recupero della vista), trattandosi di un caso del tutto eccezionale; 2) la necessità di quel nesso (la causa di morte non rileva ai fini dell’intervento); 3) l’intenzionalità di quel nesso, ricordando che nel caso in esordio il malum non è costituito solo dagli aborti, ma anche dall’«uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione» (Evangelium Vitae, cit.) direttamente finalizzato allo sviluppo di farmaci, mentre invece l’omicidio in exemplo non è neanche indirettamente finalizzato al trapianto; e soprattutto 4) il conflitto tra codici e sensibilità morali diversi e il conseguente rischio di legittimare un mezzo accettandone il fine.

 

Contrariamente all’aborto e alla sperimentazione sui tessuti fetali, l’uccisione di un uomo è infatti un atto già condannato dalle leggi statuali, sicché non vige il rischio di «aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici» (Dignitas personae, par. 35). Si è già visto quanto invece questo rischio si sia rivelato reale nel caso in dibattito, oltre le più nere previsioni.

 

In un altro esempio il superiore della Fraternità richiama, sulla scorta di una riflessione già del Sélégny, la diatriba sorta tra i cristiani delle origini sulla liceità di cibarsi dei cosiddetti «idolotiti», le carni degli animali precedentemente sacrificati agli dei pagani. Anche in quel caso, argomentano i due sacerdoti, il consumo dei resti delle offerte non costituiva né un sacrilegio né un peccato di partecipazione al male, mancando l’intenzione e la cooperazione diretta all’idolatria.

 

Oltre a riproporsi qui il solito nesso difettoso tra delitto e beneficio (il sacrificio non era finalizzato a far sì che i non pagani mangiassero bistecche, sicché, nel farlo, i secondi non potevano giustificare il primo), andrebbe menzionato che in effetti il precetto di «astenervi dalle carni offerte agli idoli» (At 15,22) vige almeno formalmente dai tempi del concilio di Gerusalemme (49 d.C.).

 

Qui evidentemente si fa riferimento alla successiva e più articolata trattazione del problema offerta da Paolo di Tarso nella Prima lettera ai Corinzi, dove invece il consumo degli idolotiti è autorizzato in via generale perché «noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo» (1Co 8,4), perché, come si direbbe oggi in tribunale, «il fatto non sussiste».

«Se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello» (1Co 8,13)

 

Fissato il principio, l’Apostolo solleva però un’eccezione nel caso in cui ciò suscitasse scandalo nei fratelli teologicamente meno edotti: «se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello» (1Co 8,13).

 

Nel caso odierno è purtroppo innegabile che la profanazione sia sussistita nella materia pulsante degli esseri umani e non verso un’idea superstiziosa, ma è altresì evidente che chi accetta i suoi frutti intenzionali e diretti ne giustifica appunto l’intenzione e si collocherebbe semmai nel caso condannato ai versetti 20, 21 e 22 del capitolo 10, di chi siede proprio alla mensa del sacrificio.

 

In quanto allo scandalo, ai due sacerdoti basterebbe discutere coi propri fedeli per scoprire quanto sia esso profondo e diffuso nel popolo di Dio e quanto avrebbero perciò il dovere di attenersi al monito di carità dell’Apostolo, prima di tirarlo per la tunica sul proprio terreno.

 

Perché, in effetti, il vizio più grave di tutto il ragionamento è sotto gli occhi di tutti. Se è vero che una dimostrazione per exempla non può essere apodittica, non deve però mancare di proporzione e decenza. Mettere nello stesso sillogismo la carne delle bestie da macello e i corpi innocenti dei figli di Dio è un azzardo che offende l’umanità e il buon senso molto prima della dottrina.

 

Il presupposto dell’insegnamento paolino, quello che traccia il perimetro invalicabile della sua applicazione letterale e anche analogica, è che «gli animali furono da Dio messi a disposizione delle creature per loro nutrimento» (card. Parente, in Dizionario di teologia dommatica, 1945).

 

«Mangiate di tutto quello che si vende al mercato, senza fare inchieste per motivo di coscienza», scrive l’Apostolo ai corinzi, «perché al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene» (1Co 10,25-26). Il chiaro senso di citare qui l’incipit del salmo 24 è quello della benedizione data da Dio a Noè e ai suoi figli: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo, vi do tutto questo, come già le verdi erbe» (Gen 9,3), la stessa che alla riga successiva fissa invece la sacralità del corpo e della vita degli uomini:

 

«Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo» (Gen 9,5-6).

Bisognerebbe insomma spiegare in quale passo delle scritture il Creatore avrebbe (mi sento male solo a scriverlo) messo a disposizione dell’uomo anche le membra assassinate e immature dei suoi simili per cavarne pozioni

 

Bisognerebbe insomma spiegare in quale passo delle scritture il Creatore avrebbe (mi sento male solo a scriverlo) messo a disposizione dell’uomo anche le membra assassinate e immature dei suoi simili per cavarne pozioni.

 

L’orrore suscitato dalla metafora dimostra più di mille esegesi che nelle cose di fede non c’è rigore senza cuore, e viceversa.

 

***

 

Il cattolicesimo degli ultimi decenni deve molto alla Fraternità San Pio X, al suo fondatore e ai suoi sacerdoti.

 

Ciò è vero soprattutto oggi, mentre i fallimenti delle promesse moderne spingono molte persone a cercare – e trovare – altri riferimenti in una spiritualità che di quelle promesse rifiuta sia il contenuto sia gli annessi pratici e ideologici.

 

Il successo delle chiese «tradizionali» e la simmetrica caduta di quella ufficiale poggiano su questo bisogno di un’opposizione radicale e coraggiosa, come fu coraggiosa la resistenza che mons. Lefebvre pagò con la scomunica.

 

È perciò naturale che ogni inchino ai mitologemi moderni sia vissuto non come un errore, ma come un venir meno della ragion d’essere di queste istituzioni e perciò, date le circostanze attuali, una ferita che si apre sul vuoto. La guerra alla liturgia delle origini si sta facendo infatti troppo serrata e ossessiva per essere solo una questione di forma e i porti sicuri diventano sempre più rari. Domine, ad quem ibimus?

 

Nell’adesione delle alte gerarchie lefebvriane alla linea vaticana su un tema che oggi occupa in maniera così soffocante la dimensione intima e sociale di miliardi di persone, sembra intravedersi la volontà di non farsi trascinare su un campo di battaglia infuocato e irto di trappole.

 

Il che è forse (forse) comprensibile, ma innanzitutto dimostra quanto sia debole la pretesa di ridurre il fenomeno alla sua scorza tecnica, in secondo luogo rende incomprensibile la scelta di avventurarvisi comunque, e in modo così ambiguo e scalcagnato.

 

Tra le tante note negative di queste incursioni va però riconosciuto un merito, la volontà dichiarata dal superiore della Fraternità di rimettere ai sacerdoti le valutazioni di coscienza sul caso – come in effetti accade – distinguendosi almeno qui dall’esempio del soglio romano che invece ai suoi ministri distribuisce kit promozionali affinché si facciano piazzisti e apologeti del siero.

 

Ma se l’idea fosse davvero questa, di delegare la lotta alle retrovie, perché allora insistere con simili uscite? E per chi?

 

 

Il Pedante

 

Pensiero

Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».

 

Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.

 

Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.

 

Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.

 

Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.

 

Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?

 

Sei un fascista di merda.

 

Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.   Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.   Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.   Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…   Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?   Andate a vedere.   Shalom.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata  
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.

 

Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.

 

In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?

 

Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.

 

Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.

 

Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).

 

Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).

 

Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.

 

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini

 

Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.

 

Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.

 

Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.

 

Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.

 

Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.

 

Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.

 

E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.

 

Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.

 

La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).

 

L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.

 

Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.

 

Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.

 

E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.

 

Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.

 

E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.

 

Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.

 

Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.

 

Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).

 

Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.

 

Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».

 

È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.

 

Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)

 

Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?

 

La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.

 

Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.

 

Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.

 

Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.

 

Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?

 

Roberto Dal Bosco

 

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