Pensiero
Amicus Plato: la FSSPX e i vaccini
Anch’io, come altri, ho ascoltato con amarezza e sconcerto le parole pronunciate dal superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) don Davide Pagliarani nel corso di un recente convegno.
L’intervento, pubblicato sul canale YouTube della Fraternità con il titolo «The Superior General of the SSPX Clarifies the Vaccine Debate», si prefiggeva di rispondere a una domanda che agita le coscienze – e sempre più anche le esistenze – di molti cattolici: «Is it morally wrong to take the COVID-19 vaccine?».
È ragionevole immaginare che la massima autorità della società fondata da Mons. Marcel Lefebvre abbia così voluto rispondere alle molte sollecitazioni, critiche e richieste d’aiuto provenienti dai fedeli su un tema che sinora ha suscitato nelle gerarchie lefebvriane una reazione ondivaga e reticente, quando non proprio appiattita sulle posizioni dell’antagonista vaticano e quindi del mondo.
Va infatti ricordato che la FSSPX si era già espressa in passato sulle questioni morali sollevate dalla vaccinazione anti-COVID e dalle modalità della sua imposizione, pubblicando sul suo sito le riflessioni del segretario generale della società, padre Arnaud Sélégny.
In uno di questi scritti («Considérations pratiques sur la vaccination contre la COVID-19», 24 settembre 2021) il sacerdote e medico francese concludeva che «ognuno può prendere liberamente la sua decisione» e giudicava «anormale voler dettare a qualcuno come comportarsi in questi casi», avendo peraltro concesso in premessa la fondatezza di alcune perplessità avanzate dagli scettici.
Nel capitolo delle «considerazioni aggiuntive» spuntava però un argomento morale che ha fatto saltare qualcuno, incluso chi scrive, sulla sedia.
«Data la necessità (?) di un pass sanitario», scriveva l’autore, «può accadere che l’obbligo di adempiere a un dovere di carità ci spinga ad accettare di farci vaccinare».
Proponeva quindi gli esempi del sacerdote che non potrebbe altrimenti entrare negli ospedali per dare gli ultimi conforti ai morenti, del medico che non potrebbe curare gli infermi, del soldato che non potrebbe difendere la patria.
Ecco una parafrasi più sottile (e quindi più pericolosa) dell’«atto d’amore» bergogliano: non pecca chi mette la condizione («necessaria»?) né in generale chi vi si sottrae, ma chi nel sottrarsi ad essa si preclude la possibilità di adempiere ai propri doveri di carità e giustizia.
Il succo dell’allocuzione è che la FSSPX non entra ufficialmente nel dibattito («steps aside») perché quel dibattito concernerebbe una «questione medica» estranea alla sua missione
Insomma non pecca il sequestratore che prende in ostaggio anziani, malati, adolescenti, bambini, famiglie e lavoratori indigenti… ma chi non paga il riscatto!
Qui il sacerdote non era minimamente sfiorato dal sospetto che questo conflitto non è lo spiacevole ed eventuale corollario di un teorema («necessario»?), ma la ratio portante delle restrizioni di volta in volta imposte dai governi, il frutto atteso di una volontà acclarata di mettere i renitenti sotto scacco morale, specialmente verso gli affetti più cari.
Nel finale, riprendeva le considerazioni già oggetto di altri interventi sulla liceità di usare prodotti il cui sviluppo ha implicato lo sfruttamento di feti abortiti, non facendo che ripetere con parole proprie la dottrina della «cooperazione remota al male» impostata dalla Pontificia accademia per la vita nel 2005.
I documenti del Sélégny e dei suoi collaboratori hanno suscitato aspre reazioni nel mondo del tradizionalismo cattolico e anche tra gli stessi fedeli della Fraternità (vedi ad es. la documentata risposta di un medico australiano), sicché da più parti si è auspicata una presa di posizione al vertice, chiara e definitiva.
Ora quel momento è arrivato, ma è onesto dire che l’intervento di don Pagliarani non è né chiaro né (speriamo) definitivo, né aggiunge nulla a quanto già detto se non un supplemento di approssimazione e disimpegno Se il metodo è merito, già nella conduzione del discorso il reverendo relatore riesce nella non facile impresa di parlare ininterrottamente per venticinque minuti senza mai rispondere alla domanda sovraimpressa nell’anteprima del video. Ripete in continuazione che il tema è complesso («it’s complicated») e accumula spunti e prospettive di cui raramente tira le somme.
Il succo dell’allocuzione è che la FSSPX non entra ufficialmente nel dibattito («steps aside») perché quel dibattito concernerebbe una «questione medica» estranea alla sua missione. Una conclusione tanto disarmante quanto teoreticamente grave, da cui discendono tutte le altre incertezze.
L’unico motivo per cui tanti cristiani vivono con inquietudine spirituale la campagna di iniezione globale in corso è perché essa non riguarda più solo la medicina
In effetti è proprio vero l’opposto: l’unico motivo per cui tanti cristiani vivono con inquietudine spirituale la campagna di iniezione globale in corso è perché essa non riguarda più solo la medicina.
Del resto, se il più vasto esercizio di idolatria della storia umana a noi nota (ricordiamo che la pozione redentrice è adorata e somministrata anche nelle chiese, accompagnata da danze tribali, pubbliche abiure, professioni di fede), se un dispositivo di apartheid che impedisce ai figli di Dio di accedere dove sono ammessi anche i cani, se la menzogna, l’odio del prossimo istigato dalle istituzioni, la violazione generalizzata della legge naturale e morale, la sozzura della liturgia con riti e travisamenti mondani, l’imposizione di un marchio necessario per vendere e comprare (ricorda qualcosa?) e l’oppressione dei più ricattabili (terzo peccato che grida vendetta a Dio), ebbene se tutto ciò è solo una questione medica, allora anche le persecuzioni razziali sono solo una questione genetica, l’aborto una questione di salute riproduttiva, la fornicazione di benessere affettivo, l’interdizione delle sante messe di igiene e, per non farsi mancar nulla, le privazioni prossime venture in nome delle idee green di fisica dell’atmosfera.
Il mascheramento di ogni cosa, e specialmente delle cose spirituali e morali, sotto le etichette neutre della «razionalità scientifica» è la cifra inconfondibile della modernità, il cemento di cui è fatto il materialismo su cui poggia fin dalle origini
Il mascheramento di ogni cosa, e specialmente delle cose spirituali e morali, sotto le etichette neutre della «razionalità scientifica» è la cifra inconfondibile della modernità, il cemento di cui è fatto il materialismo su cui poggia fin dalle origini. Accettare i mascheramenti moderni è modernismo. Ridurre un cataclisma morale di queste proporzioni a un fatto tecnico è appunto riduzionismo cartesiano, tecnocrazia in purezza.
Non dovrebbe d’altronde sfuggire che da più di due secoli le offese peggiori a Dio si perpetrano avendo sempre cura di non nominarlo e che la scristianizzazione, come aveva già intuito Robespierre, è tanto più trionfante quanto più si nega allo scontro diretto con Cristo e lavora in disparte per spodestarlo coi surrogati del progresso sociale, del relativismo e, appunto, della scienza.
Se insomma per riconoscere la dimensione anche teologica del problema qualcuno si aspettasse che un Traiano verghi nero su bianco il collegato obbligo di apostasia, allora possiamo metterci comodi: nulla, neanche l’avvento della società «realizzata con mezzi scientifici… spaventosa che pretende di essere libera e che non avrà più alcuna libertà» profetizzata da mons. Lefebvre nel 1979 gli farà cambiare idea.
Resterebbe deluso anche chi cercasse in questi pronunciamenti ufficiali una parola di condanna della violenza tracotante, idolatrica e persecutoria che si sta abbattendo su miliardi di persone. Don Davide si limita brevemente a evidenziare come la dimensione globale dei provvedimenti in atto rendano patente un processo iniziato «trecento anni fa», di sostituzione della missione ecclesiale di unire il mondo in Cristo con il progetto babelico della fraternité universale.
Non dovrebbe d’altronde sfuggire che da più di due secoli le offese peggiori a Dio si perpetrano avendo sempre cura di non nominarlo
Il che è verissimo, ma non si capisce allora come si possa condannare l’albero assolvendone i frutti, come si possa credere e far credere che da una radice dissacrante nascano germogli privi di succo teologico, indegni di una prescrizione morale. Né, d’altronde, perché negli ultimi tre secoli i suoi e nostri riferimenti di santità abbiamo denunciato e avversato le emanazioni storiche di quel progetto mentre invece noi dobbiamo solo passare la pratica agli infettivologi.
In una delle sue riflessioni, padre Arnaud si era spinto un po’ più in là concedendo che «è vero, le condizioni attuali possono essere considerate abusive, come anche le pressioni esercitate per obbligare alla vaccinazione. Ma», aggiungeva subito dopo, «dobbiamo riconoscere che [per] il semplice fatto di utilizzare uno smartphone o una carta di credito, di navigare su internet o anche solo di guidare un’automobile, accettiamo di subire molte pressioni e costrizioni per ragioni di giustizia, carità, bene comune e spirituale». Tutto nella norma, insomma, riposiamo tranquilli.
Altrettanto deluso resterebbe chi sperasse di trovare nelle parole dei vertici lefebvriani non dico riconoscenza o solidarietà, ma almeno caritatevole vicinanza ai fedeli che stanno sopportando il bisogno, l’accanimento di Cesare e il disprezzo delle masse per trattenere con la propria testimonianza l’avanzamento di quel progetto trisecolare, farsi kathecon della profezia lefebvriana e rivendicare nella libertà a cui siamo chiamati il rifiuto di «idolatria… inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni», i frutti della carne (Gal 5,20) dispensati dai crociati della sanitas, la salus terrena.
Don Davide arriva a sostenere che nell’eterogenea «alleanza» dei renitenti si radunerebbero «in prevalenza persone di estrema sinistra» e partiti «green» animati dallo stesso spirito anarchico e libertario figlio del «nuovo ordine mondiale», lo stesso che aveva ispirato le lotte per la libertà di aborto. Ora, chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione il dibattito sa che è invece vero il contrario
No, non c’è empatia in quei discorsi, e forse neanche simpatia, se don Davide arriva a sostenere che nell’eterogenea «alleanza» dei renitenti si radunerebbero «in prevalenza persone di estrema sinistra» e partiti «green» animati dallo stesso spirito anarchico e libertario figlio del «nuovo ordine mondiale», lo stesso che aveva ispirato le lotte per la libertà di aborto.
Ora, chiunque abbia seguito con un po’ di attenzione il dibattito sa che è invece vero il contrario, che la militarizzazione della profilassi ha trovato proprio nei contestatori d’antan e nelle sinistre in genere, con poche eccezioni, i suoi araldi più fanatici e pronti ad additare negli scettici i «nuovi kulaki», gli «individualisti piccolo-borghesi» nemici del bene collettivo e specialmente i negatori della salvezza scientifica: «complottisti», retrogradi, superstiziosi, malati.
E che tra questi ultimi i più colpiti sono stati precisamente i cattolici e i fedeli di altri culti più vicini alle dottrine tradizionali, perché meno propensi a farsi trascinare dai «trionfi» moderni. L’insinuazione del sacerdote è quindi gratuita, ingiustificata e soprattutto immeritata. Nell’offrire un quadro invertito della realtà mette insieme persecutori e perseguitati, con un terzismo che non avrebbe sfigurato nella chiesa di Laodicea degli ultimi tempi.
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Resta sullo sfondo, come un convitato di pietra, la questione dei feti abortiti utilizzati per sviluppare i vaccini oggi obbligatori de facto o de iure, nel nostro e in altri Paesi.
La descrizione in calce al filmato si apre con l’avvertimento che «la FSSPX non ha la competenza (orig. competence) di lanciare un boicottaggio dei prodotti macchiati dall’aborto».
Resta sullo sfondo, come un convitato di pietra, la questione dei feti abortiti utilizzati per sviluppare i vaccini oggi obbligatori de facto o de iure, nel nostro e in altri Paesi
Ma, precisamente, di quale «competenza» si sta parlando qui?
In che cosa differirebbe questa «competenza» da quella dottrinale e morale di promuovere il boicottaggio dei siti pornografici, della stampa atea o delle messe in vernacolo?
Chi la dispensa, chi la certifica, chi ne stabilisce il perimetro? Non si sa.
Come si è scritto, sul tema la FSSPX segue la dottrina vaticana della «cooperazione materiale passiva» a un male – un aborto volontario, o meglio una serie – che sarebbe moralmente lecita se intesa a scongiurare «un pericolo grave» in mancanza di altri rimedi.
Alcuni esponenti del mondo cattolico hanno contestato la solidità di questo argomento. Anche accettandone l’impianto teologico, astrattamente valido, rimarrebbe aperto il problema logico delle sue condizioni nel punto concreto: la sussistenza del «pericolo grave» (che nel contesto in specie non è certo e decresce drasticamente in funzione inversa dell’età e delle patologie concorrenti); la mancanza di altri rimedi (mentre oggi si sono perfezionati protocolli di cura efficaci); l’efficacia e la sicurezza del rimedio proposto. A queste critiche del testo, nel cui merito non ho la competenza (questa volta davvero) di entrare, se ne possono aggiungere almeno un paio di contesto.
Storicamente, l’attuale dottrina è stata impostata nel 2005 dalla Pontificia accademia per la vita nelle «Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti».
Lì, restando ferma la condanna dei prodotti in qualsiasi modo preparati con materiale abortivo umano, si forniva una doppia prescrizione morale «per quanto riguarda i vaccini senza alternative», di «ribadire sia il dovere di lottare perché ne vengano approntati altri, sia la liceità di usare i primi nel frattempo nella misura in cui ciò è necessario per evitare un pericolo grave».
La posizione fu integrata alcuni anni dopo anche nell’istruzione Dignitas personae (par. 34) della Congregazione per la dottrina della fede, in deroga al principio generale sancito dall’enciclica Evangelium vitae (1995), che «l’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona» (par. 62).
Sul tema la FSSPX segue la dottrina vaticana della «cooperazione materiale passiva» a un male – un aborto volontario, o meglio una serie – che sarebbe moralmente lecita se intesa a scongiurare «un pericolo grave» in mancanza di altri rimedi
Seguirono altri due documenti nel 2017 (Accademia per la vita, CEI, Associazione Medici Cattolici Italiani, «Nota circa l’uso dei vaccini») e nel 2020 (Congregazione per la dottrina della fede, «Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-COVID-19») in cui si ribadivano gli stessi concetti.
La lettura contestuale di questi pronunciamenti offre spunto a qualche riflessione critica. La prima riguarda il tempismo degli ultimi due documenti, il primo pubblicato nel mezzo delle polemiche che accompagnarono l’inasprimento degli obblighi vaccinali per l’infanzia (la nota dell’Accademia usciva il 30 luglio, due giorni dopo la conversione in legge del decreto Lorenzin, mentre norme simili entravano in vigore anche in Francia, Germania, Stati Uniti, Israele e altri Paesi), il secondo una settimana prima dell’inizio della campagna di vaccinazione globale contro il COVID-19.
Ora, siccome queste dichiarazioni non aggiungono proprio nulla ai documenti precedenti, è logico concludere che il loro scopo non sia stato altro che quello di rinforzare le agende politiche del momento e spingere i fedeli verso i desiderata del mondo in una fase critica di dubbio e di contestazione. Questo ruolo contingente e ausiliario della Chiesa cattolica può suscitare qualche legittima riserva sull’indipendenza delle sue iniziative e dei suoi giudizi.
In secondo luogo, non si può non rilevare in questi ragionamenti teologici la singolarità assoluta della deroga vaccinale, il suo riguardare cioè nei fatti l’unica pratica a cui sia data facoltà di ergersi sopra i principi posti in via generale e costituirsi così come una casistica morale sui propri generis.
Il che fa riflettere, da un lato, sulla solidità della pretesa di derubricarla a una questione minore e dottrinalmente neutra (appunto, «medica»), dall’altro sulla straordinaria forza sovversiva attribuitale nell’immaginario moderno, tale da farne la testa d’ariete di rinnovamenti e riforme legibus soluti.
Se nelle cose del governo civile i ribaltamenti dell’eccezione vaccinale si misurano contando le carcasse dei diritti e dei principi giuridici che le abbiamo sacrificato, persino la morale religiosa si ritrae al suo incedere spalancando brecce altrimenti inammissibili. La presa d’atto di questa anomalia consentirebbe di dissipare il fumus medicale per cogliere i sottostanti semi di disagio di una civiltà fatalmente tentata dalla liquidazione di sé e dal sogno di una qualche palingenesi sinora frenata dai compromessi della legge e del costume.
Va infine ricordato che, al contrario di ciò che scrivono i giornali, la Chiesa cattolica non ha mai «assolto» i vaccini collegati all’aborto, ma ne ha solo autorizzato l’uso in circostanze straordinarie
Va infine ricordato che, al contrario di ciò che scrivono i giornali, la Chiesa cattolica non ha mai «assolto» i vaccini collegati all’aborto, ma ne ha solo autorizzato l’uso in circostanze straordinarie.
In tutti i documenti citati si deplora in effetti l’utilizzo delle cellule di feti umani per sviluppare e produrre farmaci e si rivolgono appelli all’industria affinché li sostituisca al più presto con «vaccini etici», chiedendo in certi casi ai fedeli di pretendere che ciò avvenga. Pur riconoscendo il punto, non si può ciò nondimeno ignorare che negli oltre quindici anni trascorsi dalla diffusione del primo documento la produzione e il consumo di questi farmaci si sono moltiplicati a ritmi esponenziali, fino al boom dell’ultimo anno.
Dal 2005, quando si trattava quasi solo dei vaccini infantili contro la rosolia (allora neanche obbligatori), si sono nel frattempo aggiunte decine di miliardi (!) di dosi di vecchi e nuovi farmaci sviluppati con le stesse tecniche e, negli ultimi tempi, con l’ambizione di imporli ripetutamente e forzatamente a tutta popolazione mondiale.
Di fronte a un fallimento così spettacolare dei propri appelli, il fatto che ora la Chiesa non sappia fare di meglio che ripeterli a mo’ di ciclostilato e incoraggiare anche questa volta la nuova campagna «purché sia l’ultima volta» non è minimamente credibile. Non è credibile, né serio, né razionale.
Sarebbe stato piuttosto logico intensificarli e rinforzarli con altre iniziative: documenti di gerarchia superiore, campagne di stampa, pressioni diplomatiche, mobilitazioni di popolo e altro, fino al boicottaggio o almeno alla sua minaccia. Ma siccome nulla di tutto ciò è accaduto, e anzi dall’iniziale concessione a denti stretti si è passati alla promozione attiva in ogni sede possibile, non si può biasimare chi ha letto in questo ripetersi di autorizzazioni condizionate un’autorizzazione piena, perpetua e senza condizioni, un assegno in bianco su cui contare anche in futuro. Né, di conseguenza, chi ha smesso di credere che vi sia una qualche seria intenzione di risolvere il problema.
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Tornando a don Davide, alla fine del suo intervento si rivolge a un ascoltatore preoccupato dai profili etici della profilassi globale proponendo alcuni exempla nel solco della dottrina vaticana, e quindi anche della sua problematicità.
Prendiamo il primo. Al caso di un uomo assassinato dal quale sarebbe moralmente lecito asportare e trapiantare una cornea manca semplicemente tutto ciò che possa renderlo applicabile al demonstrandum: 1) la sistematicità del nesso tra il malum (l’omicidio) e il bonum (il recupero della vista), trattandosi di un caso del tutto eccezionale; 2) la necessità di quel nesso (la causa di morte non rileva ai fini dell’intervento); 3) l’intenzionalità di quel nesso, ricordando che nel caso in esordio il malum non è costituito solo dagli aborti, ma anche dall’«uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione» (Evangelium Vitae, cit.) direttamente finalizzato allo sviluppo di farmaci, mentre invece l’omicidio in exemplo non è neanche indirettamente finalizzato al trapianto; e soprattutto 4) il conflitto tra codici e sensibilità morali diversi e il conseguente rischio di legittimare un mezzo accettandone il fine.
Contrariamente all’aborto e alla sperimentazione sui tessuti fetali, l’uccisione di un uomo è infatti un atto già condannato dalle leggi statuali, sicché non vige il rischio di «aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici» (Dignitas personae, par. 35). Si è già visto quanto invece questo rischio si sia rivelato reale nel caso in dibattito, oltre le più nere previsioni.
In un altro esempio il superiore della Fraternità richiama, sulla scorta di una riflessione già del Sélégny, la diatriba sorta tra i cristiani delle origini sulla liceità di cibarsi dei cosiddetti «idolotiti», le carni degli animali precedentemente sacrificati agli dei pagani. Anche in quel caso, argomentano i due sacerdoti, il consumo dei resti delle offerte non costituiva né un sacrilegio né un peccato di partecipazione al male, mancando l’intenzione e la cooperazione diretta all’idolatria.
Oltre a riproporsi qui il solito nesso difettoso tra delitto e beneficio (il sacrificio non era finalizzato a far sì che i non pagani mangiassero bistecche, sicché, nel farlo, i secondi non potevano giustificare il primo), andrebbe menzionato che in effetti il precetto di «astenervi dalle carni offerte agli idoli» (At 15,22) vige almeno formalmente dai tempi del concilio di Gerusalemme (49 d.C.).
Qui evidentemente si fa riferimento alla successiva e più articolata trattazione del problema offerta da Paolo di Tarso nella Prima lettera ai Corinzi, dove invece il consumo degli idolotiti è autorizzato in via generale perché «noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo» (1Co 8,4), perché, come si direbbe oggi in tribunale, «il fatto non sussiste».
«Se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello» (1Co 8,13)
Fissato il principio, l’Apostolo solleva però un’eccezione nel caso in cui ciò suscitasse scandalo nei fratelli teologicamente meno edotti: «se un cibo scandalizza mio fratello, non mangerò mai più carne, per non scandalizzare mio fratello» (1Co 8,13).
Nel caso odierno è purtroppo innegabile che la profanazione sia sussistita nella materia pulsante degli esseri umani e non verso un’idea superstiziosa, ma è altresì evidente che chi accetta i suoi frutti intenzionali e diretti ne giustifica appunto l’intenzione e si collocherebbe semmai nel caso condannato ai versetti 20, 21 e 22 del capitolo 10, di chi siede proprio alla mensa del sacrificio.
In quanto allo scandalo, ai due sacerdoti basterebbe discutere coi propri fedeli per scoprire quanto sia esso profondo e diffuso nel popolo di Dio e quanto avrebbero perciò il dovere di attenersi al monito di carità dell’Apostolo, prima di tirarlo per la tunica sul proprio terreno.
Perché, in effetti, il vizio più grave di tutto il ragionamento è sotto gli occhi di tutti. Se è vero che una dimostrazione per exempla non può essere apodittica, non deve però mancare di proporzione e decenza. Mettere nello stesso sillogismo la carne delle bestie da macello e i corpi innocenti dei figli di Dio è un azzardo che offende l’umanità e il buon senso molto prima della dottrina.
Il presupposto dell’insegnamento paolino, quello che traccia il perimetro invalicabile della sua applicazione letterale e anche analogica, è che «gli animali furono da Dio messi a disposizione delle creature per loro nutrimento» (card. Parente, in Dizionario di teologia dommatica, 1945).
«Mangiate di tutto quello che si vende al mercato, senza fare inchieste per motivo di coscienza», scrive l’Apostolo ai corinzi, «perché al Signore appartiene la terra e tutto quello che essa contiene» (1Co 10,25-26). Il chiaro senso di citare qui l’incipit del salmo 24 è quello della benedizione data da Dio a Noè e ai suoi figli: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo, vi do tutto questo, come già le verdi erbe» (Gen 9,3), la stessa che alla riga successiva fissa invece la sacralità del corpo e della vita degli uomini:
«Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l’uomo» (Gen 9,5-6).
Bisognerebbe insomma spiegare in quale passo delle scritture il Creatore avrebbe (mi sento male solo a scriverlo) messo a disposizione dell’uomo anche le membra assassinate e immature dei suoi simili per cavarne pozioni
Bisognerebbe insomma spiegare in quale passo delle scritture il Creatore avrebbe (mi sento male solo a scriverlo) messo a disposizione dell’uomo anche le membra assassinate e immature dei suoi simili per cavarne pozioni.
L’orrore suscitato dalla metafora dimostra più di mille esegesi che nelle cose di fede non c’è rigore senza cuore, e viceversa.
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Il cattolicesimo degli ultimi decenni deve molto alla Fraternità San Pio X, al suo fondatore e ai suoi sacerdoti.
Ciò è vero soprattutto oggi, mentre i fallimenti delle promesse moderne spingono molte persone a cercare – e trovare – altri riferimenti in una spiritualità che di quelle promesse rifiuta sia il contenuto sia gli annessi pratici e ideologici.
Il successo delle chiese «tradizionali» e la simmetrica caduta di quella ufficiale poggiano su questo bisogno di un’opposizione radicale e coraggiosa, come fu coraggiosa la resistenza che mons. Lefebvre pagò con la scomunica.
È perciò naturale che ogni inchino ai mitologemi moderni sia vissuto non come un errore, ma come un venir meno della ragion d’essere di queste istituzioni e perciò, date le circostanze attuali, una ferita che si apre sul vuoto. La guerra alla liturgia delle origini si sta facendo infatti troppo serrata e ossessiva per essere solo una questione di forma e i porti sicuri diventano sempre più rari. Domine, ad quem ibimus?
Nell’adesione delle alte gerarchie lefebvriane alla linea vaticana su un tema che oggi occupa in maniera così soffocante la dimensione intima e sociale di miliardi di persone, sembra intravedersi la volontà di non farsi trascinare su un campo di battaglia infuocato e irto di trappole.
Il che è forse (forse) comprensibile, ma innanzitutto dimostra quanto sia debole la pretesa di ridurre il fenomeno alla sua scorza tecnica, in secondo luogo rende incomprensibile la scelta di avventurarvisi comunque, e in modo così ambiguo e scalcagnato.
Tra le tante note negative di queste incursioni va però riconosciuto un merito, la volontà dichiarata dal superiore della Fraternità di rimettere ai sacerdoti le valutazioni di coscienza sul caso – come in effetti accade – distinguendosi almeno qui dall’esempio del soglio romano che invece ai suoi ministri distribuisce kit promozionali affinché si facciano piazzisti e apologeti del siero.
Ma se l’idea fosse davvero questa, di delegare la lotta alle retrovie, perché allora insistere con simili uscite? E per chi?
Il Pedante
Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
Aiuta Renovatio 21
Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
Pensiero
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Geopolitica
«L’ordine basato sulle regole» non era reale: ora siamo nell’era della fantasia geopolitica imperiale. Cosa accadrà al mondo e all’Italia?
Se c’è un personaggio che incarna l’oligarcato mondialista in modo perfetto, quello è Mark Carney. Ora primo ministro del Canada, in passato è stato direttore della Bank of England, la Banca Centrale britannica, e cosa ci faccia un canadese al vertice è difficile a capirlo.
Una vita a pascolare tra le élite – a Davos è un habitué – nessuno si è scandalizzato quando ha preso il posto di un altro «penetrato» (Klaus Schwab dixit) dal WEF, Giustino Trudeau, ora visto vagolare per la cittadina sciistica svizzera con la sua nuova fiamme, la curvacea cantante americana Katy Perry, elegantissima nel suo debutto come première dame di seconda mano. Carney è bilingue, si dice cattolico, e si mostra gioviale, ma a guardarlo in faccia vengono in mente i burocrati villain di Mission: Impossible o di James Bondo.
Ora Carney ha avuto una rivelazione celeste, che ha condiviso con la platea globale di Davos. Durante il suo speech tra le luci blu del WEF, ha ammesso che «l’ordine internazionale basato sulle regole» è sempre stato, in parte, una narrazione artificiosa che i Paesi hanno consapevolmente alimentato per decenni perché ne traevano vantaggio concreto.
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Si tratta di un’ammissione pesantissima: papà e mamma in verità non si amavano veramente, e tutta la famiglia, felice in decadi di foto sui comò di tutte le latitudini, si reggeva in realtà su questa disdicevole finzione. Il Carney ha avuto il buon gusto di dire anche che Paesi come il Canada hanno prosperato sostenendo questo mondo che, in realtà, non era basato sulla verità, concetto che improvvisamente assale il cuore dell’oligarca mondialista
«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero sottratti alle norme quando gli conveniva, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico», ha affermato Carney. «E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con diversa severità a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima», ha aggiunto.
È scattata quindi la citazione del trito Il potere dei senza potere del dissidente poi presidente ceco Vaclav Havel: ecco che il premier di Ottawa paragona decenni di adesione formale al racconto tratto da del negoziante che espone un cartello politico in cui non crede affatto, definendolo «vivere nella menzogna» per «evitare guai».
Incredibile sentirsi parlare di menzogna e guai dal vertice di quel Paese che ha praticato un apartheid biotico e una repressione pandemica senza pari, che vietava l’ingresso nei negozi di liquori ai non vaccinati ed è arrivato persino a congelare i conti in banca di chi protestava contro il siero mRNA obbligatorio (misura ora ribaltata dalla Corte canadese: interrogata sulla questione a Davos, l’attuatrice della legge infame, l’ex vicepremier Chrystia Freeland, discendente di ucronazisti e membro della direzione WEF, non ha voluto rispondere).
Eppure, sì, ci tocca sentire una lezioncina sulla sottomissione ad un sistema falso e liberticida proprio dal premier canadese. Come quello che guarda il dito invece che la luna, invece che pensare alla sofferenze inflitte poco fa al suo stesso popolo, il Carney parla delle relazioni internazionali, ora sconvolte dalla slatentizzazione della politica di Trump, il suo vicino di casa, che forse lo invaderà.
Carney ora sostiene che questo «patto tacito non regge più», affermando che «siamo nel mezzo di una rottura, non di una semplice transizione». Il premier canadese ha descritto l’attuale fase come caratterizzata da «un’intensificazione della rivalità tra grandi potenze», in cui integrazione economica, tariffe e infrastrutture finanziarie vengono usate come «armi» e strumenti di «coercizione»: avete sentito bene, ha detto proprio «coercizione», ma non sta parlando della siringa genica di Stato che hanno scatenato la rivolta di milioni di canadesi, ma di questioni internazionali di un mondo che, arrivato Trump, non gli va più tanto bene.
Sullo sfondo, lo sappiamo, c’è la Groenlandia, che Trump ha annunziato urbi et orbi di volersi prendere (e da Putin è arrivato un gustoso semaforo verde). E ancora di più, c’è il rischio che Washington decida per l’Anschluss anche dell’intero Canada, il secondo Paese più esteso della terra, che si trova proprio nell’emisfero americano. La dottrina Monroe, cioè Donroe – il concetto vecchio di duecento anni del «destino manifesto» degli USA – lo chiederebbe espressamente.
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Sappiamo che potrebbero non essere ciance, se è vero che i canadesi starebbero improntando una strategia di resistenza stile mujaheddin afghani in caso di invasione statunitense. In verità, pensiamo che questa frizione è diventata pienamente visibile ai mondiali di Hockey a Montreal pochi mesi fa, quando il pubblico locale fischiò l’inno americano, e la squadra USA quindi scatenò tre risse nei primi nove secondi di giuoco. Come dire, i rapporti potrebbero essere più tesi di quello che sembra.
Fatto sta che quanto detto da Carney non è piaciuto a Trump, che ha espresso la sua ira per quelle parole, chiamandolo in causa direttamente nello storico discorso di questa settimana. «A proposito, il Canada riceve un sacco di regali da noi. Dovrebbero esserne grati anche loro, ma non lo sono. Ho visto il vostro primo ministro ieri, non era così grato. Dovrebbero essere grati agli Stati Uniti, al Canada. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che fai le tue dichiarazioni».
Trump lo ha fatto capire: le parole di Carney erano contro la nuova America trumpiana. Ce ne siamo accorti e, come ha detto riguardo all’eventuale opposizione degli europei all’annessione della Groenlandia, «ce ne ricorderemo».
Il retroscena ulteriore da spiegare ai lettori è che il primo ministro di Ottawa, poco prima di Davos, era stato a Pechino per siglare accordi con la Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi fa, Carney aveva denunciato i problemi di diritti umani del Dragone. Ora invece vola lì a firmare un partenariato su dazi doganali reciproci e importazione di auto – quest’ultimo tema fortemente discusso in Canada, specie per le proprietà di spionaggio dei veicoli Made in China. I lettori di Renovatio 21 possono pure ricordare quando l’anno scorso Carney fece uno strano discorso in cui chiedeva le atomiche europee per difendersi da Trump.
E quindi, è possibile capire che Carney potrebbe star dicendo qualcos’altro: il mondo è sempre stato diviso in blocchi superpotenziali, siamo stati bene, fingendo che ci piacesse, sotto i vicini americani, ma ora possiamo anche cambiare famiglia, grazie e arrivederci. Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa Carney aveva pronunciato l’esatta, magica formula: «Nuovo Ordine Mondiale». Detto proprio a ridosso degli elogi a Xi Jinpingo.
Se uno lo considera secondo uno scenario di politica militare, è ancora più terrificante: Carney sta dicendo che, a fronte di un’invasione USA, chiederebbe aiuto alla Cina? Carney sta annunziando che ha deciso di voler stare in un blocco diverso da quello previsto dalla dottrina Donroe. Vuole essere un satellite della superpotenza cinese nell’emisfero americano?
È stupendo vedere come la geopolitica, in pochi mesi, sembra essere stata cambiata radicalmente perfino nel linguaggio. L’ho detto, lo ripeto, viviamo dentro l’immaginazione di Donald Trump, che già più di quaranta anni fa nel suo libro Art of The Deal diceva che per chiudere l’affare bisogna entrare e modificare le fantasie dell’interlocutore. Ora sembra che il mondo venga politicamente ridisegnato dallo scenario che Trump sta travasando su miliardi di persone, che spazza via Yalta, NATO, UE, qualsiasi cosa si frapponga tra lo stato attuale la nuova visione del mondo.
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In tutto questa immane ricombinazione cosmica la domanda che dobbiamo farci riguarda il nostro piccolo: cosa ne sarà della UE? La tentazione è pensare che Brusselle non sopravviverà all’urto della nuova realtà – perché i suoi burocrati non hanno non solo le armi, ma nemmeno la fantasia (risorsa più rilevante di quanto pensassimo) per gestire la rivoluzione in atto.
Cosa può fare l’Europa? Senza armi, e con le sue capitali a circa 12-13 minuti di distanza dalla distruzione via missile termonucleare ipersonico russo, può sperare solo in un grande protettore: che era lo Zio Sam, cioè la NATO, ma ora la NATO, con la Groenlandia, potrebbe saltare – e i lettori di Renovatio 21 sanno quanti analisti negli scorsi anni avevano predetto la fine dell’Alleanza Atlantica quanto il NATO-scettico Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca.
E quindi quale «adulto» può proteggere il bambino UE? La Russia scordatevela, perché la russofobia che alligna nelle stanze degli eurobottoni è un qualcosa che neocon levatevi. E quindi… faremo come l’«europeo» (si è definito così lui, una volta, tre anni fa proprio al WEF) Carney? Chiederemo di stare sotto l’ombrello cinese anche noi?
È atroce pensarlo, ma il vecchio continente, ridotto ad un’accozzaglia di buroplutocrati eunuchi, non ha molte altre possibilità. Per questo c’è da sperare, e pregare, perché la UE finisca prima che faccia un’esiziale decisione nell’alba di questa nuova era dell’ordine mondiale, l’era imperiale del God Emperor Trump.
Scendiamo un gradino e pensiamo alla povera Italia. Sui giornali mainstream qualcuno dice che la politica che due forni di Giorgia Meloni, che voleva stare in Europa facendo gli occhi dolci a Washington (Berlusconi ci riusciva, facendo sponda pure Putin, Gheddafi, Netanyahu perfino Chavez… ma probabilmente quello era un altro livello) è fallita.
Secondo i corvi giornalistici, ora il governo italiano vorrebbe mettersi sotto le ali della… Germania.
Si tratta di un’idea che, avendo presente la faccia di Merz, ci agghiaccia come nient’altro. La Germania, pallida madre, è un Paese senza fantasia – e senza futuro, se è vero, come ha recentemente rivelato Tucker Carlson, che in privato il vertice dice di non volere atomiche a Berlino perché a breve sarà la Germania sarà totalmente islamizzata, e quindi – crediamo sia il senso del discorso – sarebbe come dare armi apocalittiche a beduini terroristi. Un po’ come i bianchi sudafricani, che (caso unico al mondo) si disfecero delle testate nucleari prima di consegnare il Paese a Mandela e ai negri.
Non è possibile, non è accettabile che l’Italia sia alleata con centrali di degrado e decadenza, di ignavia ed impotenza – cioè con tutti i Paesi europei, devastati dall’immigrazione e dalle loro politiche di Necrocultura massiva.
Del resto, la direzione non è che non fosse chiara in precedenza: la persistenza di Giorgia nella russofobia attiva, con armi e danari al regime Zelens’kyj mentre le nostre aziende senza Russia perdono miliardi e le famiglie si ritrovano le bollette pazze. Ora stiamo con probabilità avanzando in questa politica di demenza autolesionistica (perché va sempre aggiunto il rischio di venire spazzati via dagli Oreshnik, anche se avessimo la contraerea SAMP-T che abbiamo però dato via) e quindi invece che rompere lo schema idiota visto sinora è facile che verrà fatta la scelta più idiota e tremenda, quella di restare con l’Europa burosaurica e i suoi pupazzi estrogenici. Ecco, volevate il sovranismo, avrete in cambio la sudditanza alle facce di Merz.
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Diciamo un’ultima cosa: la nuova era globale ha una sua onestà ammirevole. Trump vuole la Groenlandia, e lo dice, e con grande probabilità se la prenderà. Vuole il Venezuela, e fa sparire Maduro in una notte. La Russia dirà ancora più chiaramente, con le armi e infine a parole, quanto vuole dell’Ucraina, in parte o tutta. Macron potrebbe tornare a dire che rivuole la sua Africa. E Carney, con le sue manovre cinesi e il suo discorsetto haveliano, sta comunicando anche lui espressamente cosa vuole, dove vuole stare, etc.
L’Italia riuscirà mai a dire cosa vuole? Roma dovrebbe dire che vuole la Libia – e con Silvio e Gheddafi l’aveva praticamente ottenuta, tanto che il milanese era finito stampato in trasparenza sui passaporti libici. E invece, ci siamo trovati infiltrati da una classe politica (fino ai vertici della Repubblica) che lavorava contro l’Italia in Libia. Una fetta dello Stato Profondo nazionale che agisce contro gli interessi italiani per preferire quelli europei (qualsiasi cosa significa), vista di recente in azione contro Elon Musk, con spesso qualche Legion d’Onore che scappa a Parigi a figure dello Stato-partito romano.
L’Italia della nuova era, potrebbe dire che vorrebbe avere influenza anche nel suo piccolo «emisfero» geografico e culturale? Così, con lo Stato riempito di traditori senza onore e senza fantasia, no. Non potrà mai non solo dichiarare apertamente la necessità di Tripoli e dei suoi idrocarburi, ma anche di gestire (e non subire) l’Albania, e ancora la Croazia, la Tunisia, la Slovenia, persino Malta (isola italofona per qualche ragione non reclamata dal massone angloide Giuseppe Mazzini…). Per non parlare dell’emisfero, quello davvero immenso, degli italiani che stanno in Brasile, in Cile e in Argentina, una forza nazionale gargantuesca che forse è ancora attivabile. E, usando sempre più lo strumento della fantasia, il nostro Paese, vista l’immigrazione ricevuta e relativamente integrata, cosa può fare nelle Filippine, e ancora nel Corno d’Africa, financo in Moldavia e dintorni?
Nel momento in cui la politica di potenza, e superpotenza, diviene realtà inconfutabile, l’Italia davvero vuole rimanere la serva degli eurotedeschi? Davvero non possiede più la fantasia di vedersi un Paese forte? Davvero non sente la necessità di servire il proprio popolo – e sopravvivere alle catastrofi che potrebbero essere, con evidenza, in caricamento?
Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole essere mediocre? Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole morire – e da schiava?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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