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Ambiente

Scie chimiche per il clima: la grande stampa torna a parlare di Geoingegneria solare

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Il New York Times, cioè il più grande e prestigioso quotidiano del pianeta, torna a parlare di scie chimiche – solo che non le chiama così, come sa il lettore, l’establishment, che non nasconde più il tema dietro la ridarola contro i «complottisti», preferisce chiamarla «geoingegneria».

 

Renovatio 21 aveva preso nota, tre anni fa, dell’incredibile editoriale vergato proprio per le colonne del grande giornale neoeboraceno, dal principale propugnatore di intervento climatico basato su particelle aerosolizzate, il professor David Keith, che dopo una vita ad Harvard dall’aprile 2023 lavora al dipartimento di Scienze Geofisiche dell’Università di Chicago. Quando l’articolo uscì, il nome di Keith già circolava, in quanto coinvolto nel famoso esperimento, da praticarsi in Isvezia e con il soldo del Bill Gates, per oscurare il sole.

 

Oltre alle dettagliose proposte sulle «due milioni di tonnellate di zolfo all’anno iniettate nella stratosfera da una flotta di un centinaio di velivoli ad alta quota», nell’ampio spazio concesso a questo dottor Stranamore della scia chimica non mancavano affermazioni fortine, come quella secondo cui era utilitaristicamente tollerabile il calcolo delle morti che sarebbero conseguite all’irrorazione massiva dei cieli.

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«Le morti per inquinamento atmosferico dovute allo zolfo aggiunto nell’aria sarebbero più che compensate dalla diminuzione del numero di morti per caldo estremo, che sarebbe da 10 a 100 volte maggiore» computava il professore. «Fingere che il cambiamento climatico possa essere risolto con la sola riduzione delle emissioni è una fantasia pericolosa».

 

Ora il giornalone di Nuova York spinge nuovamente la figura del Keith, certo ammettendo che vi è qualche «controversia» e perfino qualche «paura» per quello che vuole fare.

 

Del resto, conosciamo bene la narrazione che il sistema deve portare avanti – cioè il terrorismo climatico estremo. Qualcuno può pensare che Ultima Generazione e Stop Oil siano frange estremiste: evidentemente, non vede che lo status quo diffonde il medesimo scenario – e che i medesimi fini.

 

«Le temperature globali hanno raggiunto livelli record per 13 mesi di fila, scatenando condizioni meteorologiche violente, ondate di calore mortali e innalzando i livelli del mare» scrive il pezzo del NYT di pochi giorni fa. «Gli scienziati prevedono che il calore continuerà a salire per decenni. Il motore principale del riscaldamento, la combustione di combustibili fossili, continua più o meno inarrestabile».

 

«In questo contesto, sta crescendo l’interesse verso gli sforzi volti a modificare intenzionalmente il clima della Terra, un campo noto come geoingegneria». Ecco introdotti alla parola magica.

 

Tale «geoingegneria», è subito specificato, interessa per qualche ragione le grandi aziende, che quindi sono ecologicamente attive in un disegno che dimostra la loro grande bontà.

 

«Le grandi aziende stanno già gestendo enormi strutture per aspirare l’anidride carbonica che sta riscaldando l’atmosfera e seppellirla sottoterra. Alcuni scienziati stanno eseguendo esperimenti progettati per illuminare le nuvole, un altro modo per far rimbalzare parte della radiazione solare nello spazio. Altri stanno lavorando a sforzi per far sì che gli oceani e le piante assorbano più anidride carbonica».

 

Tuttavia, si ammette, «tra tutte queste idee, è la geoingegneria solare stratosferica a suscitare la speranza e la paura più grandi».

 

«I sostenitori lo vedono come un modo relativamente economico e veloce per ridurre le temperature ben prima che il mondo abbia smesso di bruciare combustibili fossili. L’Università di Harvard ha un programma di geoingegneria solare che ha ricevuto sovvenzioni dal co-fondatore di Microsoft Bill Gates, dalla Alfred P. Sloan Foundation e dalla William and Flora Hewlett Foundation».

 

È il circoletto che conosciamo bene, a cui si aggiunge anche quello di Bruxelles, pagato direttamente dalle nostre tasche: «l’anno scorso l’Unione Europea ha chiesto un’analisi approfondita dei rischi della geoingegneria e ha affermato che i paesi dovrebbero discutere su come regolamentare un’eventuale distribuzione della tecnologia» scrive il NYT, ricordando la foglia di fico del discorso europeo delle «conseguenze indesiderate».

 

È il caso, a questo punto, di imbeccare il lettore con il boccone amaro: «poiché verrebbe utilizzata nella stratosfera e non limitata a un’area specifica, la geoingegneria solare potrebbe avere effetti sul mondo intero, forse sconvolgendo i sistemi naturali, come la creazione di pioggia in una regione arida mentre si secca la stagione dei monsoni altrove» spiega il giornale.

 

«Gli oppositori temono che ciò distoglierebbe l’attenzione dall’urgente lavoro di transizione dai combustibili fossili. Si oppongono al rilascio intenzionale di anidride solforosa, un inquinante che alla fine si sposterebbe dalla stratosfera al livello del suolo, dove può irritare la pelle, gli occhi, il naso e la gola e può causare problemi respiratori. E temono che una volta iniziato, un programma di geoingegneria solare sarebbe difficile da fermare».

 

Sono riportate le parole di David Suzuki, ambientalista canadese: «L’intera idea di spruzzare composti di zolfo per riflettere la luce solare è arrogante e semplicistica. Ci sono conseguenze indesiderate di tecnologie potenti come queste, e non abbiamo idea di quali saranno».

 

Raymond Pierrehumbert, fisico dell’atmosfera oxoniano, ritiene la geoingegneria solare una «grave minaccia per la civiltà umana»: «non è solo una cattiva idea in termini di qualcosa che non sarebbe mai sicuro da usare. “Ma anche fare ricerche su di essa non è solo uno spreco di denaro, ma attivamente pericoloso».

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Mandato giù il boccone amaro (che è, più o meno, «solo» la distruzione del pianeta e la fine della civiltà) ecco che la palla viene passata al professor Keith, il quale, è spiegato, «in una serie di interviste (…) ha ribattuto che i rischi posti dalla geoingegneria solare sono ben noti, non così gravi come dipinto dai critici e minimizzati dai potenziali benefici».

 

Perché «se la tecnica rallentasse il riscaldamento del pianeta anche solo di un grado Celsius, o 1,8 gradi Fahrenheit, nel prossimo secolo, ha affermato il dott. Keith, potrebbe aiutare a prevenire milioni di decessi correlati al caldo ogni decennio». Come esattamente muoiano queste persone di caldo non è spiegato, ma immaginiamo ci sia una statistica od una ricerca di scienza infallibile.

 

Non solo verrebbe salvato l’ambiente, ma anche dato un tocco artistico al creato: anche il tramonto diverrebbe diverso, più bello.

 

«Un pianeta trasformato dalla geoingegneria solare non sarebbe notevolmente più debole durante il giorno, secondo i suoi calcoli. Ma potrebbe produrre un diverso tipo di crepuscolo, uno con una tonalità arancione». Immaginiamo il senso di magia che si prova quando si diventa pittori di tramonti, ma non nel senso tipo Tiepolo, non sulla tela, ma sulla realtà.

 

Sì, lo scienziato immagina di ricolorare il cielo sotto cui esistete. Eppure, mica si trova davanti giornalisti che scartabellano la letteratura sui deliri di onnipotenza, anzi. «Magro e atletico a 60 anni, con occhi azzurri come i ghiacciai, il dott. Keith ha trascorso la sua vita fuori dal laboratorio arrampicandosi, facendo kayak in mare e sciando nell’Artico». Insomma, un figo. Ma con un cuore grande quasi quanto il cervellone: «è profondamente turbato dai mille modi in cui il cambiamento climatico sta sconvolgendo il mondo naturale».

 

Siamo messi a parte della biografia del personaggio, figlio di papà biologo della fauna selvatica che partecipò al primo incontro globale per affrontare le minacce alla natura, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano del 1972 a Stoccolma, e bambino dislessico sino alla quarta elementare, poi adolescente amante del campeggio, rocciatore e ricercatore universitario dei trichechi dell’Artico canadese.

 

«Abbassando le temperature globali, la geoingegneria solare potrebbe contribuire a riportare il pianeta al suo stato preindustriale, ricreando le condizioni esistenti prima che enormi quantità di anidride carbonica venissero immesse nell’atmosfera e iniziassero a cuocere la Terra» dice il Frankenstein dei cieli. «Se domani si tenesse un referendum mondiale per decidere se dare inizio alla geoingegneria solare, ha affermato che voterebbe a favore». Sappiamo anche, nell’eventualità, quale pieno di voti farebbe in Italia nel campo largo PD più M5S.

 

«Ci sono sicuramente dei rischi e ci sono sicuramente delle incertezze», ha detto. «Ma ci sono davvero molte prove che i rischi sono quantitativamente piccoli rispetto ai benefici e le incertezze non sono poi così grandi».

 

In seguito è descritto l’esperimento di geoingegneria solare del Keith noto come Scopex. Ancora professore harvardiano, aveva l’intenzione di rilasciare qualche chilo di polvere minerale a un’altitudine di circa 20 chilometri e monitorare il comportamento della polvere mentre fluttuava nel cielo. Un test era stato pianificato nel 2018, qualcuno dice sopra i cieli dell’Arizona. Quando i dettagli del progetto divennero materia pubblica, un gruppo di indigeni si oppose e pubblicando un manifesto contro la geoingegneria.

 

Nel 2021, sempre la vecchia Università di Keith, cioè Harvard, contattò la società spaziale svedese per lanciare un pallone che avrebbe trasportato l’attrezzatura per il test. Ma prima che avesse luogo, gruppi locali, tra cui gli indigeni lapponi, fecero partire la protesta. Il Consiglio Saami Council, un’organizzazione che rappresenta i popoli indigeni della Scandinavia, dichiarò di considerare la geoingegneria solare «l’esatto opposto del rispetto con cui noi, in quanto popoli indigeni, siamo abituati a trattare la natura». Nella bagarre si mise dentro anche Greta Thunberg.

 

Il NYT registra, senza commentare in alcun modo, l’attuale pensiero di Keith su queste vicende: «una lezione che ho imparato da questa vicenda è che se lo facessimo di nuovo, non saremmo più aperti allo stesso modo». Cioè: la prossima volta sarà fatto in segreto. Il giornale non ha nulla da eccepire rispetto a questa pazzesca affermazione.

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Più avanti, il pezzo specifica che «una volta che la geoingegneria solare ha iniziato a raffreddare il pianeta, interrompere bruscamente lo sforzo potrebbe causare un improvviso aumento delle temperature, un fenomeno noto come “termination shock“».

 

Si tratta della condizione in cui il pianeta potrebbe sperimentare «un aumento di temperatura potenzialmente massiccio in un mondo impreparato nel giro di cinque o dieci anni, colpendo il clima della Terra con qualcosa che probabilmente non vedeva dai tempi dell’impatto che ha ucciso i dinosauri», spiega lo scettico professor Pierrehumbert.

 

In pratica, ci stanno dicendo: se inizieremo, si andrà fino in fondo. Perché fermarsi nel mezzo, magari perché vediamo che gli effetti sono indesiderati e devastanti, sarebbe – dice la scienza infallibile – peggio. Dov’è che avete già sentito questa storia? Ah, già… la campagna di vaccinazione globale, non è andata esattamente così? Ricordate i discorsi sulle dosi multiple? Ricordate l’idea che bisogna vaccinare tutti, altrimenti nessuno, nemmeno i già sierati, sarebbe stato per qualche ragione al sicuro? Ricordate le definizioni di immunità di gregge cambiate nottetempo sul sito dell’OMS?

 

Certo, il NYT ha la premura poi di tirare fuori qualcosa che su Renovatio 21, discutiamo da tempo: ossia dell’uso della geoingegneria come arma: «ci sono timori circa attori non autorizzati che utilizzano la geoingegneria solare e preoccupazioni che la tecnologia possa essere trasformata in un’arma. Per non parlare del fatto che l’anidride solforosa può danneggiare la salute umana».

 

Ma niente, paura, arriva l’atletico oscuratore del sole a rassicurare tutti che «queste paure sono esagerate. E anche se ci sarebbe un po’ di inquinamento atmosferico aggiuntivo, sostiene che il rischio è trascurabile rispetto ai benefici».

 

Rilancia: «c’è molta incertezza sulle risposte climatiche. Ma è piuttosto difficile immaginare che se si fa una quantità limitata di geo solare bilanciata emisfericamente non si riducano le temperature ovunque». Bisogna, insomma, sottomettere alla geoingegneria l’intero globo terracqueo.

 

Il Keith, il cui profilo è già di per sé inquietante (e il pezzone del NYT non risparmia i problemi caratteriali sorti con altri colleghi), è una figura di una certa persistenza. Dopo il dottorato al MIT, nel 1992 aveva già pubblicato un articolo accademico, «A Serious Look at Geoengineering» («un serio sguardo alla geoingegneria»), che già sollevava le domande che avrebbero plasmato la sua carriera.

 

La conoscenza con Bill Gates è arrivata nel 2006, quando i due furono presentati da una comune conoscenza. Il miliardario di Microsoft «voleva saperne di più sulle tecnologie che avrebbero potuto aiutare a combattere il riscaldamento globale. I due uomini hanno discusso di clima e tecnologia in una serie di incontri nei successivi 10 anni».

 

Non si sono limitati alle chiacchiere. nel 2009, il Keith ha fondato la Carbon Engineering, un’azienda che sviluppò un processo per estrarre l’anidride carbonica dall’atmosfera. Tra gli investitori c’erano l’inevitabile Gates, la multinazionale petrolifera Chevron e N. Murray Edwards, che ha guadagnato miliardi pompando petrolio dalle sabbie bituminose canadesi.

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L’anno scorso Carbon Engineering è stata acquisita da Occidental Petroleum, un importante produttore di petrolio e gas con sede in Texas, per 1,1 miliardi di dollari. La Occidental Petroleum, detta anche Oxy, per chi non lo sapesse è la grande compagnia petrolifera fondata da Armand Hammer, stranissima figura di contatto tra il grande capitalismo americano e i vertici dell’URSS. L’azienda ha avuto scandali importanti, come l’incendio alla piattaforma Piper Alpha al largo della Scozia. Le accuse furono mitigate dall’intervento dell’attuale re britannico Carlo, che allora era principe, assieme alla moglie di quel tempo, Lady Diana Spencer, che erano amici prezzolati dell’Hammer. La dinastia degli Hammer, che godeva di questa incredibile capacità di unire Nuova York e Mosca, ha avuto molte vicissitudini: l’ultima, finita su tutti i giornali, sono le accuse all’ultimo rampollo, il divo hollywoodiano Armie, di avere gusti sessuali estremi con fantasie di «cannibalismo».

 

Ad ogni modo, la vendita alla Occidental ha fruttato al dottor Keith, che possedeva circa il 4%, una somma di circa 72 milioni di dollari tutti per lui. Occidental sta ora costruendo una serie di enormi impianti di cattura del carbonio. Ha in programma di vendere crediti di carbonio a grandi aziende come Amazon e AT&T che vogliono compensare le loro emissioni.

 

Ora, ricco, bello e intelligente, il nostro si rilassa. Anche se non troppo.

 

«Per festeggiare il suo 60° compleanno a ottobre, il dottor Keith è andato a fare un’escursione nelle Montagne Rocciose canadesi e si è imbattuto in un ghiacciaio che si era ridotto drasticamente negli ultimi anni» continua l’agiografia del NYT. «È stato un promemoria visivo del fatto che il riscaldamento globale sta sconvolgendo il mondo naturale e ha confermato la sua convinzione centrale e controversa: gli esseri umani hanno già alterato il pianeta, riscaldando il clima con i gas serra».

 

«Per riparare il clima e riportarlo a uno stato più incontaminato, potremmo dover adottare misure ancora più drastiche e progettare la stratosfera».

 

Per chi è religioso, parole simili hanno un’eco inconfondibile. C’è una caduta, e questa caduta è tale che l’intero cosmo è da respingere, riprogrammare.

 

Sì, il colore gnostico di tutta questa storia della geoingegneria è impossibile da non vedere.

 

Stiamo parlando di gente che, davvero, vuole rifare il creato, ritinteggiare il cielo, ricombinando la chimica dell’atmosfera, combattendo la luce solare stessa – il tutto salvando l’umanità, o forse solo «il pianeta», qualsiasi cosa voglia dire.

 

Quando guardate il cielo e vi vedete qualcosa di strano, pensatelo pure: dietro c’è un messianismo gnostico finanziato dall’oligarcato della Necrocultura mondiale.

 

Roberto Dal Bosco

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Ambiente

Ecofascisti antifa rivendicano il blackout di Berlino

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Un gruppo di sedicenti attivisti per il clima ha rivendicato la responsabilità di un’enorme interruzione di corrente che ha colpito cinque distretti nella zona sud-occidentale di Berlino, affermando che l’azione aveva come obiettivo l’industria dei combustibili fossili e «i ricchi».   Fino a 50.000 famiglie e 2.200 attività commerciali sono state colpite dal blackout nelle prime ore di sabato, ha dichiarato al Berliner Zeitung un portavoce del fornitore elettrico locale, Stromnetz Berlin. Secondo l’azienda, il «ripristino completo della fornitura di energia elettrica» è previsto non prima dell’8 gennaio. I residenti delle aree colpite dovrebbero rimanere senza elettricità a «temperature gelide» che vanno da -7 °C a -1 °C, riporta il giornale.   Secondo i media locali, la polizia sta trattando l’incidente come un incendio doloso mirato. Il blackout è stato causato da un incendio che ha colpito un ponte elettrico sul canale di Teltow, che attraversa la parte meridionale della città. Diverse case di cura e centri di assistenza per anziani hanno dovuto essere evacuati a causa dell’incidente, secondo i vigili del fuoco locali. Non sono state segnalate vittime in relazione all’incidente.  

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La polizia ha anche affermato di aver ricevuto sabato sera una lettera firmata dal «Volcano Group», in cui gli attivisti per il clima e gli antifascisti rivendicavano la responsabilità dell’incidente. Il gruppo ha attribuito la «distruzione» della Terra all’estrazione industriale di risorse naturali e ha affermato che l’umanità «non può più permettersi i ricchi».   Il gruppo ha poi affermato di aver «sabotato con successo» una centrale elettrica a gas, aggiungendo che la loro azione era «socialmente vantaggiosa» e prendeva di mira l’industria dei combustibili fossili.   Secondo la polizia, l’ufficio regionale del servizio di sicurezza interna tedesco stava verificando l’autenticità della lettera.   Secondo il Berliner Zeitung, il gruppo aveva già compiuto attacchi simili in passato. A settembre, si era assunto la responsabilità del sabotaggio di due cavi elettrici nel sud-est di Berlino. Anche in quell’occasione, l’attacco aveva lasciato circa 50.000 abitazioni senza elettricità.  

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Ambiente

Alluvioni e stragi in Marocco

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Le gravi inondazioni causate dalle piogge torrenziali hanno ucciso almeno 37 persone nella città costiera marocchina di Safi, ha dichiarato lunedì il ministero degli Interni del Paese.

 

Le autorità hanno dichiarato che domenica mattina la regione è stata colpita da inondazioni improvvise, che hanno allagato circa 70 tra abitazioni e attività commerciali e travolto almeno dieci veicoli. Quattordici persone sono state ricoverate in ospedale con ferite di varia natura, mentre le operazioni di soccorso sono ancora in corso.

 

Secondo quanto riportato da Morocco World News, Khalid Iazza, direttore dell’ospedale Mohammed V di Safi, ha dichiarato che è stato attivato un piano di emergenza per rispondere all’afflusso di vittime dopo le forti piogge. Intervenendo a una sessione parlamentare, il capo del governo Aziz Akhannouch ha osservato che in città sono caduti 37 millimetri di pioggia in poco tempo.

 

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I media locali hanno riferito che le scuole di Safi hanno annunciato una chiusura di tre giorni in seguito al disastro. I filmati condivisi sui social media mostrano le strade trasformate in fiumi in piena, con auto bloccate o sommerse da acque in rapido aumento.

 

Le autorità hanno riferito ai media locali che i servizi di protezione civile, le forze di sicurezza e le squadre di emergenza sono stati dispiegati per cercare le persone scomparse, assistere i residenti e stabilizzare le aree colpite. Inondazioni e danni alle infrastrutture sono stati segnalati anche nella città settentrionale di Tetouan e nella città montana di Tinghir.

 

Quattro persone sono morte dopo che il loro veicolo è stato trascinato in un fiume dalle forti correnti nella provincia di Tinghir, ha riferito Xinhua, citando i media locali.

 

Il Marocco è stato colpito da intense piogge e nevicate sui monti dell’Atlante, dopo sette anni di siccità che hanno prosciugato diversi dei principali bacini idrici del Paese. L’alluvione segue un’altra tragedia nazionale verificatasi la scorsa settimana, in cui 19 persone sono rimaste uccise e 16 ferite nel crollo di due edifici residenziali nella città di Fez, il terzo centro urbano più grande del Marocco.

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Una strana oscurità si sta diffondendo in tutti gli oceani

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Una nuova ricerca indica – di fronte all’aumento delle temperature – che più di un quinto degli oceani si è oscurato negli ultimi due decenni, con le profondità che la luce solare può penetrare in evidente riduzione.   I risultati, pubblicati in uno studio sulla rivista Global Change Biology, descrivono una preoccupante riduzione delle zone fotiche cruciali dell’oceano – lo strato più alto in cui risiede il 90% di tutta la vita marina, dai pesci al plancton fotosintetizzante.   Questo «riduce la quantità di oceano disponibile per gli animali che si basano sul Sole e sulla Luna per la loro sopravvivenza e riproduzione», ha detto l’autore dello studio Thomas Davies, professore associato di conservazione marina presso l’Università di Plymouth, illustrando la sua ricerca.   Davies e il suo collega Tim Smyth, un biogeochimico marino dell’Università di Exeter, hanno utilizzato due decenni di dati satellitari della NASA per modellare come la profondità della zona fotica si è ridotta tra il 2003 e il 2022.   I ricercatori hanno scoperto che il 21% del blu profondo si è oscurato, con alcune regioni più colpite di altre. Per il 10% degli oceani del mondo – un’area uguale al continente africano – la profondità della zona fotica è diminuita di oltre 50 metri. Nel 2,6% dell’oceano, lo schiacciamento è ancora più estremo, con la profondità della zona fotica che si è ritirata di oltre 100 metri. Al contrario, vale la pena notare, circa il 10% dell’oceano è diventato più leggero.

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Gli scienziati hanno a lungo messo in guardia su questo fenomeno. Ma secondo i ricercatori, il tutto non era ben nota fino ad ora. «Ci sono state ricerche che mostrano come la superficie dell’oceano abbia cambiato colore negli ultimi vent’anni, potenzialmente a causa dei cambiamenti nelle comunità di plancton», ha dichiarato il Davies.   Finora non è emersa una chiara motivazione riguardo questo oscuramento. Le cause appaiono più involute e disparate – ma gli esseri umani, da quello che si evince, condividono una parte della colpa.   I sedimenti e altri materiali scaricati nell’acqua vicino alle coste possono contribuire a bloccare la luce solare, osservano gli autori. Ma questo non spiega perché stiamo vedendo oscurarsi nell’oceano aperto, soprattutto nelle regioni intorno all’Artico e all’Antartico, dove il cambiamento climatico sta drasticamente rimodellando l’ambiente.   Gli autori concludono che una «combinazione di nutrienti, materiale organico e carico di sedimenti vicino alle coste e cambiamenti nella circolazione oceanica globale sono probabili cause» dell’oscuramento dell’oceano.   Stiamo solo iniziando a lottare con questa tendenza tenebra, ma l’impatto che potrebbe avere potrebbe essere catastrofico.   Ci affidiamo alle zone fotiche per «l’aria che respiriamo, il pesce che mangiamo, la nostra capacità di combattere il cambiamento climatico e per la salute generale e il benessere del pianeta», ha evidenziato Davies. «Tenendo conto di tutto ciò, i nostri risultati rappresentano un vero motivo di preoccupazione».   Nelle profonde oscurità si nascondono un’infinità di segreti.   Come riportato da Renovatio 21, alcuni ricercatori in giapponesi hanno ripescato in fondo all’Oceano Pacifico misteriose uova nere, che si presentano lisce e lucenti da sembrare piccole biglie nell’oscurità dell’abisso marino.   Ulteriore scoperta sconvolgente è quella di un cimitero di squali è stato ritrovato negli abissi da un pool di scienziati del mare a quasi 5000 metri di profondità. L’incredibile scoperta è stata fatta presso le Isole Cocos, nell’Oceano Indiano, dall’equipaggio o dell’Investigator, una nave da ricerca gestita dalla Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization (CSIRO), l’agenzia scientifica nazionale australiana.   Esplorando i fondali dei Caraibi hanno alcuni scienziati hanno incontrato diversi organismi mai prima veduti, ora chiamati «blue goo», che significa «sostanza viscida blu». Mentre i blue goo riposano immobili sul fondo dell’oceano, i cervelloni si interrogano su di essi, poiché non sono del tutto sicuri di cosa siano.   A quanto pare i misteri degli oceani sembrano infiniti e l’esplorazione umana deve necessariamente ancora lavorare molto per capire, comprendere e conoscere tutto quello che si nasconde nelle profondità più oscure dei nostri mari.  

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