Pensiero
R2020, smettiamola di chiamarla «arte». Tantomeno «politica»
L’epifenomeno R2020 – portatore di un nome alfanumerico in scadenza pur essendo neonato – ha scombussolato per la durata di qualche settimana la galassia antisistema, quella che gravita intorno ad alcune evidenze storiche e scientifiche relative alla cosiddetta pandemia e alle molte incongruenze della sua gestione sanitaria, politica, mediatica.
All’ingrossarsi delle fila dei cosiddetti «complottisti» – per eccesso di evidenze e incongruenze non compatibili con la narrazione canonica – qualcuno deve aver pensato che era il momento di passare all’incasso. E di intestarsi tutto quell’esuberante ben di Dio.
All’ingrossarsi delle fila dei cosiddetti «complottisti» qualcuno deve aver pensato che era il momento di passare all’incasso. E di intestarsi tutto quell’esuberante ben di Dio
Dal collage complottista…
Ed ecco, dal nulla, risuonare in Parlamento uno stravagante sermone patchwork, e rimbalzare dappertutto, ottenendo come per magia l’effetto pressoché immediato di unire i complottisti di tutta Italia (e mica solo di quella) dietro un nuovo estemporaneo beniamino.
È bastato sganciare nel cuore delle istituzioni un petardo artigianale preparato affastellando tutti i pezzi sparsi del pensiero alternativo raccattati sui social e cuciti insieme con qualche citazione simil-dotta e una spruzzata di latinorum.
È bastato sganciare nel cuore delle istituzioni un petardo artigianale preparato affastellando tutti i pezzi sparsi del pensiero alternativo raccattati sui social e cuciti insieme con qualche citazione simil-dotta e una spruzzata di latinorum
Ne è uscito qualcosa come il temino di quello, o quella, che copia dal compagno di banco, ma alla farina del sacco altrui aggiunge di proprio pugno qualche ghirigoro inedito, e qualche errore di sintassi e di punteggiatura.
Pensierini scritti male e letti peggio, ma capaci di intercettare i motivetti più orecchiabili della nuova canzone popolare: talmente tanta era l’attesa per l’epifania di un capopolo (o capapopolo) che nessuno è andato troppo per il sottile e tutti hanno risposto al richiamo del primo candidato che è riuscito nell’impresa di recitare in sei minuti la lista quasi completa degli slogan di contro-ordinanza.
… al circo New Age
Il numero inscenato a Montecitorio ha poi avuto un seguito sorprendente. Un seguito che, per la verità, era in agenda prima del monologo parlamentare, visto che il nome del movimento in gestazione era già stato concepito e registrato.
Un pensierino scritto male e letto peggio, ma capace di intercettare i motivetti più orecchiabili della nuova canzone popolare: talmente tanta era l’attesa per l’epifania di un capopolo (o capapopolo)
Fatto sta che, capitalizzato tanto consenso con tanto poco sforzo, si è evidentemente pensato che tanto valeva esagerare, chiamare a raccolta gli amici, gli amici degli amici, e buttarla sul folklore senza confini.
E così si è allestito un circo con «anime stupende che si sono unite a noi e hanno deciso di mettere a disposizione di tutti i partecipanti la loro #arte e il loro #talento» per svelare i loro segreti, quelli «di chi ha riscoperto la propria ritualità e una rinnovata armonia con la natura, che è fuori e dentro di noi».
Un seguito che era in agenda prima del monologo parlamentare, visto che il nome del movimento in gestazione era già stato concepito e registrato
Nello specifico, vengono presentati «Performer, Mangiafuoco, Ritual Body Painter, Acrobati, Disegnatori, Attori, Giocolieri, Musicisti, Scultori e poi Workshop, arti Olistiche, Digitali, Plastiche e tanti altri artisti che vi accompagneranno in questo viaggio dove non sarete dei semplici passeggeri, ma cellule senzienti del sistema immunitario che collaborerà a guarire questa #Terra».
Di fronte a un programma politico così ricco e profondo, uno si poteva aspettare qualche rinsavimento illustre, qualche pubblica presa di distanza. Invece no. Venghino signori venghino che sta per cominciare lo spettacolo.
Vien da considerare allora quanto elementare sia portare a compimento il solito giochino, ben noto nelle stanze dei bottoni quando il dissenso diventa più vivace del dovuto: basta agglutinarlo dietro un nuovo straccio di bandiera per farlo defluire nell’imbuto della irrilevanza, magari condannandolo pure al ridicolo.
Il solito giochino, ben noto nelle stanze dei bottoni quando il dissenso diventa più vivace del dovuto: basta agglutinarlo dietro un nuovo straccio di bandiera per farlo defluire nell’imbuto della irrilevanza, magari condannandolo pure al ridicolo.
Un metodo sempre efficace per disinnescare in un colpo solo i focolai sparsi di reazione spontanea, onesta e sincera. Spessa disperata.
Meglio ancora se persino gli stessi sbandieratori sono quasi inconsapevoli della loro parte, storditi dai fumi della festa, da luci, cerchi sonori e musiche organiche capaci di condurli a «riscoprire e riconoscere nella nostra coscienza gli archetipi dell’Amore, risvegliando un sapere già presente nella nostra anima, dove le forme degli alberi danzano con gli animali e le acque limpide scorrono tra i cristalli», in modo che «come nella scissione dell’atomo, l’energia che libereremo provocherà nuove reazioni d’amore per i colori» e «quando tutti i confini si saranno dissolti e ogni fibra del nostro essere vibrerà e pulserà all’unisono, diventeremo un oceano, persi l’uno nelle mani dell’altro. Ed è lì che nascerà di nuovo l’amore».
Ogni commento è superfluo.
… ai rituali liberatori
Uno potrebbe sperare che la cosa sia finita qui. E però no, c’è ancora dell’altro, perché la pozzanghera eco-esoterica teosofica new age del casaleggismo di ritorno non si è manifestata solo come diversivo grottesco: contiene acqua torbida, e a cascarci dentro c’è il rischio serio di rimanere imbrattati.
La pozzanghera eco-esoterica teosofica new age del casaleggismo di ritorno non si è manifestata solo come diversivo grottesco: contiene acqua torbida, e a cascarci dentro c’è il rischio serio di rimanere imbrattati
Officiare con una sorta di rituale, negli spazi di un ex mattatoio, il battesimo di un movimento con velleità politiche, non è cosa normale. Nonostante si provi a citare in soccorso Giordano Bruno o Ipazia di Alessandria non si va troppo distanti dalle strane religioni delle élite che sulla carta si dice di voler combattere.
In ogni caso, la messa in scena della bruttezza dovrebbe provocare di per sé una istintiva reazione di rigetto in tutti coloro che abbiano a cuore le sorti delle nuove generazioni. Davanti alla degenerazione estetica, morale e culturale senza più alcun freno non si può restare zitti né indifferenti.
Applausi o pomodori
Come sempre, invece, è scattato l’incredibile complesso di sudditanza dello spettatore programmato all’applauso coatto di fronte all’«artista» autocertificato: basta che un tizio si esibisca sopra un palco definendo «arte» la sua performance, che il pubblico si sente obbligato a riconoscergli l’omaggio riservato una categoria intoccabile per definizione.
Nessuno ha più il fegato di fischiare o lanciare ortaggi alla volta di quanti si rendano fieri interpreti dell’imbarbarimento collettivo, nell’esercizio del diritto alla volgarità globalizzata che è promosso e alimentato dalle nuove élite culturali amanti dell’occulto
Qualunque sia l’oltraggio arrecato alla dignità dello spettatore, nessuno ha più il fegato di fischiare o lanciare ortaggi alla volta di quanti si rendano fieri interpreti dell’imbarbarimento collettivo, nell’esercizio del diritto alla volgarità globalizzata che è promosso e alimentato dalle nuove élite culturali amanti dell’occulto.
Tutt’al più qualcuno osa avanzare qualche sommessa critica, chiedendo scusa se si permette di farlo, mettendola sul piano dei gusti e della sensibilità personali, del mi piace non mi piace, pollice su o pollice giù.
E così si alimenta la macchina del brutto, che è poi la macchina del male, distruttrice dell’animo e di una intera civiltà la quale pure, fin dai suoi albori, seppe scolpire in una sola parola il legame indissolubile tra il bello e il buono (kalòs kài agathòs) nell’educare alla virtù.
Il popolo che affollava il teatro antico, destinatario privilegiato di opere grandi e senza tempo, pur essendo per la più parte analfabeta, era perfettamente in grado di apprezzarne la bellezza e la bontà, e di trarne occasione per una elevazione personale sotto il profilo morale, culturale, estetico
Alla kalokagathia distillata nell’arte si abbeverava il popolo che affollava il teatro antico e che, destinatario privilegiato di opere grandi e senza tempo, pur essendo per la più parte analfabeta, era perfettamente in grado di apprezzarne la bellezza e la bontà, e di trarne occasione per una elevazione personale sotto il profilo morale, culturale, estetico.
In quel circuito virtuoso per cui un popolo da un lato attinge linfa vitale dalle sue arti, dall’altro restituisce quanto da esse assorbito per ispirarle e fecondarle ancora.
Il circuito che fatalmente si inverte appena prenda il sopravvento un’etica degenerata capace di innescare un inesorabile processo involutivo e di travolgere tutto.
Il culto della Pachamama sugli altari profanati delle chiese ex cattoliche è espressione somma del medesimo dilagante degrado.
Il culto della Pachamama sugli altari profanati delle chiese ex cattoliche è espressione somma del medesimo dilagante degrado
Se il buon costume esiste ancora
Ma allo scempio pseudoartistico eletto a strumento di promozione politica non c’è soltanto una controindicazione estetica e spirituale. C’è un preciso limite giuridico, oggettivo e cogente.
Il limite generale del buon costume di cui all’art. 21 ultimo comma della Carta Costituzionale è posto a presidio del comune senso della decenza, del decoro e della moralità. Un limite che dovrebbe funzionare soprattutto quando si tratti di proteggere i più piccoli
È la stessa Costituzione, oggi pericolosamente data in pasto a psico-santoni o imbonitori da avanspettacolo, a offrircelo come l’antidoto a certe insidiose derive: il limite generale del buon costume di cui all’art. 21 ultimo comma della Carta Costituzionale è posto a presidio del comune senso della decenza, del decoro e della moralità. Un limite che dovrebbe funzionare soprattutto quando si tratti di proteggere i più piccoli.
Ma se si dismettono le categorie e la lingua del diritto, che ne sorreggono la logica, per brandire la Costituzione come fosse non una legge positiva ma il breviario del Mago di paese, allora si sconfina senza più punti di riferimento in un altro campo, quello di una falsa religione senza logos capace di stravolgere ogni principio regolatore della vita collettiva.
Ad Maiora
In un momento complesso e drammatico come l’attuale non abbiamo bisogno di guru, di «anime stupende», di epifanie, di rituali, di folklore.
In un momento complesso e drammatico come l’attuale non abbiamo bisogno di guru, di «anime stupende», di epifanie, di rituali, di folklore
C’è un popolo stremato che non merita becchime tossico né ulteriori delusioni, ma deve semplicemente ritrovare l’orgoglio di riunirsi intorno al patrimonio di valori e di bellezza sedimentato nella terra dei propri padri in più di due millenni di storia.
E di difenderlo per salvare la vita dei propri figli e il loro futuro.
Elisabetta Frezza
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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