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Brevi considerazioni cattoliche sui tempi di epidemia

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di Don Jean-Michel Gleize, Sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pio X, pubblicato sul sito francese La Porte Latine. Il testo parla della situazione francese ma le riflessioni ecclesiologiche possono essere riportate anche alla situazione italiana.

 

 

 

 

 

La questione della ripresa delle Messe sarà affrontata dalla Chiesa alla fine del mese, come ci informa Le Figaro del 17 aprile.

 

Nell’attesa, secondo le direttive dei nostri Superiori, gli offici e le Messe negli orari abituali nelle nostre cappelle non sono assicurate, né in settimana, né la Domenica.

 

Facendo così, obbediamo ad un ordine giusto dello Stato in vista del bene comune? O si tratta di un abuso del potere temporale che la Chiesa deve tollerare per prudente realismo?

 

Abbiamo chiesto un chiarimento a Don Jean-Michel Gleize, professore di Ecclesiologia nel seminario di Ecône.

 

 

 

«Come non è permesso ad alcuno trascurare i propri doveri verso Dio, e che il più grande di tutti i doveri è abbracciare con lo spirito e col cuore la religione, non quella che si preferisce, ma quella che Dio ha prescritta e che delle prove certe e indubitabili stabiliscono essere la sola vera tra tutte; così le società politiche non possono comportarsi, senza colpa, come se Dio non esistesse in alcun modo, o considerare la religione come estranea o inutile, o ammetterne una qualsiasi secondo il loro gradimento» (1).

 

 

«Le società politiche non possono comportarsi, senza colpa, come se Dio non esistesse in alcun modo, o considerare la religione come estranea o inutile, o ammetterne una qualsiasi secondo il loro gradimento» Papa Leone XIII

1) Queste decise parole di Papa Leone XIII non sono l’espressione di una visione arretrata.

 

Perché il Vicario di Cristo vi espone il principio stesso dell’ordine sociale cristiano, ordine necessario perché espressione della volontà divina. Il cardinale Billot ne ha dato la giustificazione teologica nella seconda parte del suo Trattato sulla Chiesa (2).

 

 

2) Quest’ordine ha la sua radice profonda nella natura stessa dell’uomo, e nella sua gratuita elevazione ad un ordine soprannaturale.

 

I beni esteriori dell’uomo (le ricchezze) sono ordinati al suo benessere corporale e il benessere corporale dell’uomo è ordinato al suo benessere spirituale naturale, cioè al bene naturale della sua anima, e questo bene naturale dell’anima è esso stesso in qualche modo ordinato al fine ultimo soprannaturale, all’unione soprannaturale dell’uomo con Dio, di cui la Chiesa è incaricata; esso lo è nella misura esatta in cui il bene naturale dell’anima è la condizione necessaria, quantunque non sufficiente, del bene soprannaturale, poiché la grazia presuppone la natura.

 

Questa gerarchia dei beni implica la gerarchia dei poteri a cui spetta il compito di procurare questi beni (3).

Pur essendo distinti, ciascuno nel suo ordine, il potere dello Stato e il potere della Chiesa non devono essere separati (4), poiché il bene che è di competenza dello Stato non è in sé un fine ultimo; esso stesso è ordinato al fine soprannaturale

 

 

3) Il potere dello Stato ha il fine (tra gli altri) di preservare nel suo ordine proprio la salute pubblica (che è il bene del corpo) e, per far questo, di neutralizzare gli effetti pregiudizievoli di una malattia contagiosa.

 

Il potere della Chiesa ha per fine di assicurare nel suo ordine proprio l’esercizio del culto dovuto a Dio e per far questo di determinare per mezzo dei precetti le condizioni concrete della santificazione della Domenica.

 

Pur essendo distinti, ciascuno nel suo ordine, il potere dello Stato e il potere della Chiesa non devono essere separati (4), poiché il bene che è di competenza dello Stato non è in sé un fine ultimo; esso stesso è ordinato al fine soprannaturale.

 

San Tommaso spiega molto chiaramente nel De regimine, libro I, cap, XV:  «È al Papa che appartiene la cura del fine ultimo, è a lui che devono sottomettersi coloro a cui spetta la cura dei fini intermedii, ed è dai suoi ordini che essi devono essere diretti» (n° 819).

 

Il Papa esercita dunque un potere «architettonico» nei confronti dei capi di Stato, e questa espressione significa che il Papa ha la responsabilità del fine ultimo in funzione del quale i capi si Stato sono tenuti ad organizzare tutto il governo della società.

Il Papa esercita dunque un potere «architettonico» nei confronti dei capi di Stato, e questa espressione significa che il Papa ha la responsabilità del fine ultimo in funzione del quale i capi si Stato sono tenuti ad organizzare tutto il governo della società

 

 

4) La salute, che è uno degli aspetti principali del benessere corporale dell’uomo, non ha niente a che vedere con la santità, poiché questa è ordinata in qualche modo all’esercizio del culto e alla santificazione della Domenica.

 

In effetti, anche se non basta essere in buona salute per essere un santo, e si può essere un santo senza essere in buona salute, ordinariamente, per poter andare a Messa la Domenica, una delle condizioni richieste è quella di essere in buona salute.

 

Il ruolo dello Stato, dunque, è di preservare la salute pubblica (e di neutralizzare l’epidemia) al fine di realizzare la migliore condizione per l’esercizio del culto, di cui la Chiesa ha il compito, e di rendere ordinariamente possibile la santità.

 

Il Papa Leone XIII dice infatti che «in una società di uomini, la libertà degna di questo nome consiste nel fatto che, con l’aiuto delle leggi civili, noi possiamo più facilmente vivere secondo le prescrizioni della legge eterna» (5).

 

In una società di uomini, la libertà degna di questo nome consiste nel fatto che, con l’aiuto delle leggi civili, noi possiamo più facilmente vivere secondo le prescrizioni della legge eterna»

Dunque, lo Stato, qui come in altre occasioni, è alla dipendenza della Chiesa e ad essa subordinata nella misura esatta in cui il suo ruolo è di mettere il bene temporale, di cui è incaricato, al servizio del bene eterno, di cui è incaricata la Chiesa.

 

«Il temporale» – dice il cardinale Billot – «deve vegliare a che niente impedisca la realizzazione dello spirituale, e stabilire le condizioni grazie alle quali questo possa essere ottenuto in tutta libertà». E aggiunge che il fine temporale «non deve porre alcun ostacolo al fine spirituale, anche a costo del suo stesso pregiudizio» (6).

 

Parole sorprendenti agli occhi della semplice ragione, ma parole veridiche agli occhi della ragione illuminata dalla fede. Poiché «è meglio per te entrare nella vita eterna con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nel fuoco della Geenna» (7).

 

 

5) Di conseguenza, interdire o limitare il culto per neutralizzare un’epidemia, da parte del potere dello Stato sarebbe, non solo illegittimo (per abuso del suo potere temporale che come tale non può riguardare l’esercizio del culto), ma anche assurdo, poiché la neutralizzazione dell’epidemia deve avere in definitiva lo scopo di favorire l’esercizio del culto.

 

A meno di supporre l’inversione radicale dei fini e di sostituire l’ordine col disordine: invece della salute (con la neutralizzazione dell’epidemia) ordinata all’esercizio culto, si avrebbe (con la restrizione o l’interdizione del culto) l’esercizio del culto ordinato alla salute.

 

E disgraziatamente è questo che stiamo constatando nelle attuali circostante e che giustifica la recente osservazione di Mons. Schneider: «molti membri della gerarchia … danno più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini» (8).

 

Questo si spiega in ragione dell’inversione radicale introdotta dal concilio Vaticano II: non è più lo Stato che è subordinato alla Chiesa e al suo servizio, è la Chiesa che è divenuta dipendente degli Stati.

«Molti membri della gerarchia … danno più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini» Mons. Schneider

 

 

6) Può accadere che, sul piano della contingenza, che è quello delle circostanze concrete, non sia possibile garantire una sanità pubblica sufficiente a neutralizzare il contagio di una malattia, così da rendere possibile l’esercizio del culto in maniera ordinaria. Spetta allora all’autorità ecclesiastica – e solo ad essa – stabilire la forma particolare dell’esercizio del culto richiesta dalle circostanze, e renderla possibile appoggiandosi al braccio secolare. In questo modo lo Stato potrebbe, per esempio, mettere a disposizione della Chiesa degli spazi sufficientemente vasti in cui i fedeli potrebbero assistere ad una Messa rimanendo dentro le loro auto. Al peggio, la Chiesa potrebbe dispensare i fedeli dall’assistere alla Messa e, anche qui, appoggiarsi alle risorse tecniche e finanziarie che lo Stato metterebbe a sua disposizione per diffondere massicciamente nelle case le trasmissioni televisive della celebrazione della Messa.

Le situazioni e le soluzioni possono essere molto diverse; ma in ogni caso, la Chiesa ha il potere di decidere le condizioni in cui deve essere stabilito l’ordine totale, un ordine totale secondo il quale l’esercizio del culto è un bene superiore a cui deve essere ordinato il bene della salute pubblica. Non spetta allo Stato interdire o restringere la celebrazione del culto in nome della salute; è alla Chiesa che spetta decidere le condizioni per la celebrazione del culto rispetto alle circostanze, rivendicando, come ha il dovere e il potere di fare, il sostegno e l’assistenza del potere temporale. 

 

 

7) Questa gerarchizzazione dei poteri, necessaria e normale, faceva sentire in gran parte i suoi effetti nei cantoni cattolici della Svizzera ancora agli inizi del XX secolo.

 

Anche all’indomani dei grandi sconvolgimenti che avevano scosso l’ordine sociale cristiano in tutta Europa, le autorità politiche avevano, per esempio nel Vallese, solo un potere limitato nelle chiese e potevano intervenire solo i maniera diplomatica per raccomandare alle autorità ecclesiastiche il rispetto delle misure sanitarie resesi necessarie per l’epidemia dell’influenza spagnola.

 

Così, non stupisce trovare nel disposto del Consiglio di Stato del 25 ottobre 1918: «L’autorità ecclesiastica prescriverà le misure d’igiene necessarie per ciò che concerne le chiese e la celebrazione degli offici divini». 

È il clero a dovere scegliere le misure che ritiene di applicare, senza che possa incorrere in rappresaglie finanziarie o giuridiche

 

In questo modo, è il clero a dovere scegliere le misure che ritiene di applicare, senza che possa incorrere in rappresaglie finanziarie o giuridiche. È così che le varie lettere inviate alle parrocchie si presentano più come una successione di raccomandazioni che cercano di tenere conto le sensibilità, piuttosto che una ferma decisione politica.

 

Una seconda circolare  dell’autorità civile riguardante più specificamente le sepolture, stabiliva che il feretro doveva essere condotto direttamente al cimitero per l’inumazione e che la Messa funebre doveva essere celebrata unicamente in presenza dei parenti stretti e dopo la sepoltura; e ancora una volta la disposizione si chiude con un diplomatico: «Noi speriamo che comprendiate la necessità di queste misure destinate ad evitare per quanto possibile il pericolo della contaminazione e che vi conformerete a queste istruzioni», cosa che è molto diversa dalle disposizioni inviate ai diversi organismi imprenditoriali che invece si chiudono col richiamo alle possibili sanzioni nel caso in cui le misure non venissero adottate.

 

È interessante segnalare che questa stessa circolare, del 20 luglio 1918, è stata ritrovata negli archivi episcopali di Sion, ma con l’aggiunta di una piccola nota manoscritta a pie’ di pagina: «Sulla questione vorremmo ricevere delle indicazioni dal Vicario, l’autorità politica non fa fede dappertutto…» (9). 

 

Quando cent’anni più tardi, gli Stati apostati del XXI decidono in maniera unilaterale l’interdizione o la limitazione dell’esercizio del culto, in nome della salute, i fedeli cattolici reagiscono, sotto la direzione dei loro pastori, non come dei reazionari fanatici, ma come delle persone prudenti e realiste, e tollerano (10) o sopportano con pazienza delle decisioni ingiuste, contrarie alla prudenza soprannaturale.

 

Ma in nessun caso essi saranno tenuti ad un vero atto della virtù di obbedienza nei confronti di quello che in realtà è un abuso di potere.

Il potere della Chiesa nei confronti dei capi di Stato è come il potere di un infermiere professionale nei confronti di un aiuto-infermiere

 

8) Tutto questo si spiega in ragione di una causa finale. Da questo punto di vista, il potere della Chiesa nei confronti dei capi di Stato è come il potere di un infermiere professionale nei confronti di un aiuto-infermiere.

 

Quest’ultimo realizza il dosaggio delle medicine a seconda di quanto richiesto dalla salute del corpo, di cui ha cura l’infermiere professionale. Allo stesso modo, il capo di Stato deve vegliare al buon ordine della società a seconda di quanto richiede la salute delle anime, di cui ha cura la Chiesa. Poiché l’uomo non deve cercare la salute, né le ricchezze, se non per quanto richiesto – come dice Sant’Ignazio – dalla salvezza della sua anima: «Che vantaggio avrà l’uomo a guadagnare il mondo intero, se poi perderà la propria anima?» (Mt. XVI, 26).

 

Che serve all’uomo vincere l’epidemia se finisce col trascurare la santificazione della sua anima, perdendo l’abitudine di andare a Messa la Domenica?

 

L’antica liturgia della Chiesa prevedeva una Messa per i tempi di epidemia e le rubriche prescrivevano che questo genere di Messe dovevano essere celebrate «con gran concorso di popolo» …

Che serve all’uomo vincere l’epidemia se finisce col trascurare la santificazione della sua anima, perdendo l’abitudine di andare a Messa la Domenica?

 

 

 

NOTE

 

1 –  Papa Leone XIII, enciclica Immorale Dei, del 1 novembre 1885, AAS, t. XVIII (1885), pp. 163-164.

2 – Cardinale Louis Billot, La Chiesa. III, La Chiesa e lo Stato, Courrier de Rome, 2011.

3 – Cardinale Louis Billot, op. cit., n° 1183.

4 – La separazione della Chiesa e dello Stato è stata condannata da Papa San Pio X nell’enciclica Vehementer nos dell’11 febbraio 1906.

5 – Papa Leone XIII, enciclica Libertas del 20 giugno 1888, AAS, t. XX (1988), p. 598.

6 – Cardinale Louis Billot, op. cit. n° 1182.

7 – Mt. XVIII, 9.

8 – Intervista di Diane Montagne a Mons. Athanasius Schneider per la rivista The Remnant.

9 – Laura Marino, L’influenza spagnola nel Vallese (1918-1919); tesi di laurea presentata alla Facoltà di Biologia e Medicina dell’Università di Losanna, 2014, pp. 182-183. La tesi è nell’archivio dell’Università (http://serval.unil.ch), sotto il riferimento BIB_860E861187545.

10 – Così si spiega la comparsa del regime dei concordati, con la definizione di certe materie dette «miste», Cfr. Billot, n° 1247 e ss.

 

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Pensiero

Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.

 

Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.

 

Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.

 

Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?

 

E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.

 

Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!

 

Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)

 

Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»

 

Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.

 

E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.

 

Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?

 

Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.

 

E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.

 

A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».

 

Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.

 

«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».

 

Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.

 

Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.

 

Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.

 

Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.

 

Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.

 

E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News

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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.   Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».   È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.   Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.   A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.   Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.   Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.   Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.   Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.   Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.   E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.   Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.   La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.   Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.   Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.   La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.   Elisabetta Frezza

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.

 

«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».

 

Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».

 

Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

 

Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.

 

Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.

 

Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.

 

Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.

 

La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.

 

Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.

 

Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)

 

È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.

 

E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».

 

Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).

 

Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.

 

Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.

 

Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.

 

L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0

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