Arte
Renovatio 21 recensisce il Batmanno
Dopo la trionfale triade del Christoper Nolan, che ha goduto di un successo immenso e non del tutto meritato, Batman è tornato reboottato al cinema con una pellicola chiamata The Batman. Hanno aggiunto, cioè, l’articolo determinativo – e quindi pensiamo che per differenziarsi da questo film, la prossima serie potrebbe usare l’articolo indeterminativo: A Batman, «un Batman», nel senso di «un Batman a caso», nel pieno sentimento di mediocrità e impotenza del supereroe che nel presente film comincia ad avvertirsi.
Per il momento, tuttavia, malgrado la shfiga che comincia ad irradiare dal costume, Bruce Wayne si chiama The Batman. Gli importatori italiani – la genìa che 30 anni fa tradusse Silence of The Lambs in (letteralmente «il Silenzio degli Agnelli») ne Il Silenzio degli Innocenti, perché timorosa di offendere la real casa FIAT – avrebbero dovuto chiamarlo quindi chiamarlo Il Batman. E invece niente: rimane il titolo totalmente anglofono.
A noi invece va di chiamarlo italofonicamente: quindi, Il Batmanno. Perché seguiteci: Herman – Ermanno. Norman – Normanno. Batman – Batmanno. (E Supermanno, Spidermanno, Acquamanno etc.)
Ora, dopo questa edificante introduzione linguistica in pieno stile Renovatio 21, parliamo del film che, va detto, si lascia pur guardare.
Siamo anni luce lontani dai predecessori: non c’è la psicosi disneyana di Tim Burton e Michael Keaton, parimenti non c’è il giustizialismo cervellotico del Nolan.
C’è qui, piuttosto, un ritorno al vecchio telefilm degli anni Sessanta, quello ora inguardabile se non come capolavoro camp, kitch, al limite dell’idolatria gay: lo ricordate, quello che le reti di Berlusconi, negli anni Ottanta, mandavano in onda ad abundatiam, anche al mattino, quello dove Joker era interpretato un attore talmente motivato che si metteva il cerone bianco sopra i baffi, che con evidenza non riteneva valeva la pena di tagliarsi, confidando nella bassa definizione degli allora minuscoli schermi domestici.
Perché dire una tale enormità? Il nuovo film – che hanno presentato come dark, anzi emo – e la vecchia serie con i POW! BOF! KAPOW! e le sopracciglia di Batman disegnate con il gesso bianco?
Ebbene sì: assistiamo subito a qualcosa che era mancato nei Batmani cinematografici precedenti: l’immistione del supereroe nello staff della Polizia, gli esami certosini della scena del crimine attorniato dai poliziotti, complice il commissario Gordone.
È questo un grande ritorno alla vecchia serie in costume, dove il camminare avanti e indietro mentre si ragionava dinanzi alle forze dell’ordine, era una delle tre principali categorie cinetiche dell’universo del vecchio Batman: muoversi con la scomodissima Batmobile cabriolet, picchiare come fabbri i manigoldi con sotto la musichetta irresistibile e il florilegio di onomatopee, e infine appunto la camminata pensosa indoor con il quale il nostro metteva a parte polizia e spettatori dei suoi preziosi ragionamenti.
Anche qui è così. Solo che siamo nel 2022, del dopo-George Floyd, per cui la polizia USA è di partenza stronza e bigotta, e di fatto l’unico veramente buono è il commissario Gordone, che è nero (abbastanza), e poi un poliziotto latino a caso, il quale all’inizio tratta vergognosamente il Batmanno (che subisce assai fantozzianamente) ma poi, dopo ore di film, si sa riscattare con simpatia e saggezza etnica.
I poliziotti bianchi, invece, sono un disastro, soprattutto i capi, ed eccoli infatti che vengono trucidati. Come i politici: il procuratore distrettuale, talmente bianco che l’attore ha un cognome nordico, è un puttaniere drogato, e infatti muore. Il sindaco, bianchissimo pure lui, è parimenti puttaniere e corrotto, ed anche lui viene ammazzato alla grandissima. Il futuro sindaco è invece una donna nera che, gentilissima verso il Bruce Wayne, è a prova di proiettile: le sparano ad un comizio, ma sopravvive, e quindi porta a casa sia l’essere vittima che la sopravvivenza. Bingo. Altri bianchi non raccomandabili sono gli italiani mafiosi, che abbondano, e fanno le cose più moralmente rivoltanti: anche loro avranno quel che si meritano, perché fanno schifo, anche se sono però in grado di turlupinare a lungo il Batmanno e perfino suo padre.
Un capitolo a sé è il caso di Catwoman, che non siamo sicuri di voler chiamare Catwomanna, interpretata dalla figlia del cantante ebreo Lenny Kravitz e della Denise de I Robinson, il classico telefilm di quel Bill Cosby ora per lo più ricordato per l’accusa di essere uno stupratore seriale che drogava le sue vittime. OK, la madre di Catwoman si chiama Lisa Bonet, ed è nota ai millennial che hanno il culto dell’enigmatica e tetra pellicola di Alan Parker Angel Heart, e pure agli amanti del gossip per essere la madre dei figli del Jason Momoa, appunto l’Acquamanno, che è un po’ più piccolo di lei.
Scriviamo queste cose perché in verità non abbiamo niente da dire su questa versione romantico-BLM del personaggio, volutamente opposta al lucore lattiginoso della pelle della predecessora Michelle Pfeiffer.
Non abbiamo niente da dire perché la delusione per noi è automatica: dopo anni pandemici a parlare di Batwoman – la mitica Shi Zhengli, la scienziata del laboratorio di Wuhano che sembra al centro dello sconvolgimento del pianeta tutto – ci dobbiamo accontentare di una Catwoman, per di più etnopoliticamente corretta, e con il complesso di Elettra. Tanto più che qui hanno fatto una Batcaverna strapiena di veri pipistrelli, quindi immaginatevi la quantità di mefitico guano chirottero, che la vera Batwoman avrebbe saputo trattare a dovere.
Vabbè.
Epperò il cattivo è interessante, perché dicono che ricalchi la figura del seguace della cultura Incel, ossia degli scapoli involontari organizzati (la parola «sfigato», sospettiamo, etimologicamente deriva da lì, con prefisso privativo) che ad una certa di recente sono diventati violenti, con qualche episodio che sapeva di programmazione terroristica. Sulle teorie Incel Renovatio 21 starebbe preparando un articolo, ma il collaboratore incaricato latita, e anzi, guardate, se ci sta leggendo gli tiriamo pure le orecchie di fronte a tutti, anche alla sua fidanzata.
Il cattivo, l’Enigmista, è rilevante anche perché permette di intravedere un ulteriore segno dei tempi finito in sceneggiatura: il male sta sulle chat private dei social, il cattivissimo è uno che streamma, e ha un certo numero di follower che diventano suoi complici. Quindi: ci vuole la censura, il controllo della rete, ma scherziamo? Il Batmanno è lì anche per questo: evitare che dei mattacchioni determinati abbiano anche un limitato successo in rete; di fatto, se vi censurano sui social, è perché da anni corre sui vostri profili un algoritmo Batman, anzi, rinominiamo lo shadowban in batman-ban, bat-ban, shadowbatban, insomma una cosa così.
Di fatto, lo sfigato Incel in poche settimane fa più di quanto il Batmanno ha fatto in una vita: individua un network segretissimo di corrotti che vanno dalla politica alla polizia alla mafia e li fa fuori in modo spettacolare, di modo da inviare al mondo un messaggio di speranza e di giustizia. Tutto questo, mentre il miliardario mascherato se ne va in giro a bussare a sangue teppistelli che, a dirla tutta, nemmeno ci sembrano bianchissimi.
A questo punto, lo sfigato in effetti è il Batman.
Del resto, è così per design: hanno voluto fare il supereroe emo, sentimentale, incerto, con l’occhio truccato, l’infelicità impressa in faccia, e la mancanza di muscolo visibile (l’attore, Robert Pattinsone, ha rifiutato il segreto di Pulcinella di Hollywood, e cioè gli steroidi: bravo, coraggioso, unico).
Il regista aveva dichiarato che il suo modello per il personaggio era Kurt Cobain, e noi andiamo in cortocircuito: il cantante eroinomane e suicida dei Nirvana, tragicamente sposato a Courtney Love, come supereroe? Deve mancarci qualche passaggio, il salto dalla Seattle del grunge a Gotham City minga ci è chiarissimo, tuttavia la cosa è seria, perché una tristonzola canzone minore dei Nirvana – Something in the way – è ripetuta durante il film.
È un Batman di austerity, di restrizione pandemica, un Batmanno della decrescita infelice, del Club di Roma.
In linea con ciò, l’incredibile insulto all’istituzione della Batmobile, qui ridotta a muscle car buzzurrissima che pare uscita da un meccanico autotuning pronta per i neon sotto la scocca e una botta di aerografo che la spinga verso l’Olimpo dell’ignoranza automobilistica.
Capito? La Batmobile, era un trionfo avveniristico, era il modo in cui i miliardi di Bruce Wayne trovavano l’impiego più giusto, cioè il trasferimento tecnologico verso il futuro dell’automotive. Niente, hanno spostato la lancetta verso Fast&Furious, come se piacesse al pubblico, e come se anche quello, oggi, sia interpretabile come una mancanza di testosterone, cioè di palle.
Insomma, c’è tanto da digerire.
Almeno non c’è Robin, ed è un sollievo: perché sapete tutti lì dove sarebbero andati a parare.
Giudizio finale: guardatelo, non guardatelo, è lo stesso. Tuttavia, potrebbe essere l’ultimo titolo a chiamarsi così, il prossimo, per questioni di parità di gender, potrebbe chiamarsi Batperson, in italiano Batpersona, ed essere interpretato da un transessuale cino-africano di 190 chili e la bandiera dell’Ucraina dietro alla Batmobile, dedito alla pugna più cruenta contro i prolife e i no vax e pure quelli a cui piace Putin.
Succede. Tranquilli che succede.
Immagine di DC Comics via Wikimedia pubblicata su licenza Pubblico Dominio CCO
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Casa produttrice di videogiuochi «woke» chiude i battenti
La storica casa produttrice di videogiochi BioWare ha annunciato mercoledì la chiusura dell’attività e, secondo i critici, l’eccessiva enfasi sul proselitismo «woke» nei suoi prodotti ha contribuito al suo declino. BioWare, uno studio canadese acquisito dalla statunitense Electronic Arts nel 2007, è noto soprattutto per i suoi popolari e acclamati giochi d’avventura e serie come Mass Effect, Baldur’s Gate e Star Wars: Knights of the Old Republic.
«Dopo oltre trent’anni di avventure condivise, BioWare chiude i battenti e la fase di sviluppo iniziale del prossimo progetto di Mass Effect si conclude», ha annunciato lo studio sul suo blog. «Scrivere queste parole non è affatto facile. Ora la nostra attenzione è rivolta al nostro team di incredibile talento, che ha dedicato anima e corpo a questi giochi, e al sostegno reciproco durante questa transizione.»
Secondo quanto riportato da Bloomberg, BioWare è stata una delle aziende colpite dai licenziamenti di EA, che hanno interessato circa 400 posti di lavoro, pari al 3% del personale complessivo dell’azienda. L’ultimo gioco completato e pubblicato da BioWare è stato Dragon Age: The Veilguard del 2024, generalmente accolto positivamente dalla critica specializzata ma stroncato dai giocatori medi sul sito di aggregazione di recensioni Metacritic.
I difensori hanno cercato di liquidare le critiche come un «bombardamento di recensioni» coordinato, dovuto alla forte presenza di «rappresentazione» transgender nel gioco, come ad esempio una scena ampiamente derisa in cui un personaggio mostra il modo «giusto» di esprimere un sincero pentimento per aver «sbagliato il genere» di un compagno.
I think BioWare went out of business because their entire customer base got AIDS and died after sitting through this scene pic.twitter.com/ZV5IgVwfzH
— Enguerrand VII de Coucy (@ingelramdecoucy) October 21, 2026
Non altrettanto facile da ignorare è stato il rendimento finanziario del gioco. Bloomberg ha riportato l’anno scorso che Veilguard aveva riscosso un successo iniziale nelle classifiche di vendita subito dopo la sua uscita alla fine di ottobre 2024, ma non era riuscito a mantenere il supporto nelle settimane successive. Il gennaio seguente, EA ha annunciato che il gioco «aveva raggiunto solo 1,5 milioni di giocatori, mancando le aspettative dell’azienda del 50%».
Tra il fallimento di Veilguard e le scarse prestazioni di un altro gioco sportivo, EA ha subito un calo del 18% del prezzo delle sue azioni, ha rivisto al ribasso le previsioni di vendita per il prossimo anno fiscale e ha licenziato parte del personale di BioWare.
Sebbene le tematiche di genere affrontate nel gioco non siano state l’unica (né necessariamente la principale) causa del suo insuccesso, esso si è verificato in un momento in cui la pazienza del pubblico generalista nei confronti delle prediche «woke» nel mondo dell’intrattenimento e degli affari era giunta al limite.
Negli ultimi anni, gli attivisti di sinistra hanno utilizzato gli standard di Diversità, Equità e Inclusione (DEI) e Ambiente, Società e Governance (ESG) per fare pressione sulle principali aziende statunitensi affinché prendano posizioni favorevoli su questioni politiche e culturali come l’omosessualità, il transessualismo, le relazioni razziali, l’ambiente e l’aborto.
Gli sforzi degli attivisti «woke» per organizzare un boicottaggio di Hogwarts Legacy del 2023, un videogioco del popolarissimo franchise di Harry Potter, a causa della posizione della creatrice della serie J.K. Rowling contro l’ortodossia transgender, sono falliti in modo clamoroso: il gioco ha venduto oltre 12 milioni di copie nelle prime due settimane dall’uscita e ha superato i 40 milioni di copie vendute entro dicembre 2025.
L’influenza della cultura woke sui videogiochi si è intensificata negli ultimi anni, manifestandosi attraverso l’enfasi su diversità, inclusione e tematiche di giustizia sociale. Molti titoli AAA (cioè di prima fascia, la cui produzione costa centinaia di milioni) hanno introdotto personaggi di genere non binario, pronomi personalizzabili, rappresentazioni di minoranze etniche e narrative che affrontano questioni di identità, spesso su consiglio di consulenti come la società Sweet Baby Inc. o per pressioni ESG degli investitori.
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Esempi includono Assassin’s Creed Shadows con il samurai nero Yasuke, criticato per inaccuratezza storica, e lo stesso Dragon Age: The Veilguard con opzioni di personalizzazione per cicatrici da mastectomia e personaggi non binari, che ha deluso le vendite. Concord di Sony, con un cast diversificato, è stato un flop clamoroso chiuso in settimane. Dustborn, finanziato dall’UE, ha avuto picchi di giocatori minimi a causa di temi percepiti come propagandistici.
I critici sostengono che ciò prioritizza il messaggio politico sul gameplay e sulla qualità, alienando il pubblico (prevalentemente maschile) e contribuendo al mantra «go woke, go broke». Alcuni flop sono attribuiti a problemi di sviluppo più ampi. Altri vedono l’inclusione come progresso positivo. Non tutti i giochi con elementi progressisti falliscono: Baldur’s Gate 3 ha avuto successo. La polarizzazione sui social amplifica le controversie, mentre la maggior parte dei giocatori cerca semplicemente divertimento.
La situazione era stata anticipata più di dieci anni fa dal cosiddetto Gamergate, una controversia esplosa nell’agosto 2014 nella comunità videoludicainiziata con accuse di conflitto d’interessi legate a Zoe Quinn e al giornalista Nathan Grayson di Kotaku, poi si è allargata a critiche sull’etica del giornalismo di settore, sulla collusione tra media e sviluppatori e sulla crescente influenza di tematiche di giustizia sociale, femminismo e diversità nei giochi e nelle recensioni.
I sostenitori (spesso sotto l’hashtag #GamerGate) sostenevano di lottare contro la corruzione mediatica e la politicizzazione forzata del medium, chiedendo maggiore trasparenza. Gli oppositori lo hanno descritto come una campagna di molestie e odio mirata contro donne del settore (Quinn, Anita Sarkeesian, Brianna Wu), con doxxing, minacce e trolling. La polarizzazione sui social ha amplificato entrambi gli aspetti.
L’evento ha lasciato un’eredità duratura: ha accentuato le divisioni culturali nel gaming, influenzato successive guerre culturali online e alimentato dibattiti ancora oggi sulla rappresentazione, sull’etica giornalistica e sul ruolo della politica nei videogiochi. Molti gamer volevano semplicemente concentrarsi sul divertimento, ma la vicenda ha reso evidente quanto il settore fosse diventato un campo di battaglia ideologico.
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Immagine di Michael B. via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Stelle del cinema e tute alari. Renovatio 21 intervista il decano degli stuntmen italiani Claudio Pacifico
Adesso l’hanno perfezionata e non è più come ai tempi di de Gayardon. Mi ricordo che con Patrick saltavamo al Garda facendo base jump e lui già usava la tuta alare; aveva preso in mano questo progetto militare partito anni prima, ma non sviluppato. Patrick lo riprese e iniziò a sperimentare; all’inizio aveva questi quattro pezzi di stoffa, non come oggi con la camera d’aria dove l’aria entra, gonfia la tuta e ti fa diventare un’ala rigida mentre viaggi. È grazie a lui che è partito tutto quanto.
De Gayardon è stato un pioniere.
Certo, specialmente per la tuta alare. Il suo progetto è stato poi migliorato e sviluppato nel tempo.
Hai mai provato a fare base jump con la tuta alare?
Con la tuta mi sono buttato solo dall’aereo, ma ho fatto quasi 500 base jump. Ho saltato ovunque.
Ultimamente il wingsuit è uno sport che sta prendendo sempre più piede all’interno del mondo del paracadutismo.
Hai detto bene. Quando una cosa diventa uno sport significa che molta gente pratica quella disciplina. Purtroppo anche troppa, nel senso che si approcciano persone che non sono veramente così esperte. Un conto è saltare da un aereo con la tuta alare, un altro è fare base jump, e un altro conto ancora è saltare da un ponte alto magari cinquecento metri: se c’è una piccola incertezza, se non sei più che esperto nella posizione, può essere molto rischioso.
Ti sono mai capitate situazioni difficile o particolarmente rischiose nei tanti lanci che hai effettuato?
Ci sono state, anche se sono sempre molto attento a tutto quello che faccio. Nella mia vita da paracadutista ho fatto una sola emergenza con il tandem. Ho rischiato nel fare base jump, perché ho saltato in posti veramente bassi dove non ho fatto in tempo neanche a prendere i comandi della vela. Una volta sono finito dentro un cespuglio di rovi e mi sono graffiato tutto, ho rotto la vela e ho fatto un casino! Il tutto perché un mio amico mi aveva detto che erano cento metri, e invece erano settantacinque: c’è una bella differenza quando fai dei base così bassi, venti o trenta metri in più cambiano davvero tutto. E comunque è andata [ride]!
Un’altra volta eravamo al Garda, ma non era la giornata adatta per lanciarsi perché c’era vento. Sono saltato ugualmente e ho aperto dopo pochi secondi di caduta libera, ma il vento che sbatteva addosso alla montagna mi ha riportato su. Sono ritornato nel punto di partenza con la vela che shakerava e ho pregato Dio dicendo: «Giuro che non lo faccio più!». E non so quanto tempo ci ho messo a scendere, perché il vento mi teneva lì. Si era creata una turbolenza incredibile che mi apriva e chiudeva la vela. Una bella situazione di stress!
Un’altra volta stavo facendo il film Double Team con Jean-Claude Van Damme, dove ero skydiver supervisor — colui che si occupava della gestione dei lanci dagli aeroplani — ed ero anche l’operatore video in aria. Facciamo un lancio dove io esco dall’elicottero e gli altri due dal Pilatus [velivolo spesso usato per queste attività, ndr] da una quota di circa tremila metri. Ci lanciamo, faccio tutte le riprese e poi, quando apriamo, vediamo che siamo lontanissimi dalla zona di atterraggio, in un’altra città. Lì vedi e ti rendi conto di quanto devi essere veramente esperto. Non basta fare paracadutismo la domenica, devi essere pronto e preparato a ogni evenienza.
Di fatto hanno sbagliato il punto di lancio.
Lo hanno sbagliato totalmente! Stavamo aspettando l’ok da terra che però tardava ad arrivare e, quando ce lo hanno dato, eravamo dieci chilometri più avanti, in un altro paese. Siamo atterrati in una piazzola in mezzo alla città. Ci siamo salvati [ride]! In quel film ci siamo impegnati molto e ho fatto da controfigura a Van Damme attaccato fuori dal C-130: una delle scene più stressanti della mia carriera. C’era questa scena dove il protagonista si trovava sopra un cargo che galleggiava in acqua; passava l’aereo e lo agganciava portandolo in quota. Piano piano il protagonista riesce a entrare nel velivolo e a combattere con due persone: le due persone che butta di sotto sono sempre io, e anche quello fuori dall’aereo sono io.
Dovevamo girare in aria e ci siamo messi a quota duemila metri col C-130, un grande aereo da trasporto militare, con il personale di bordo francese che supervisionava — molto bravi — e mi dovevano tirare dentro mentre stavo appeso al cargo a una quindicina di metri dal portellone posteriore. C’era una turbolenza che ti portava via e in quel momento ho cercato di mantenere il controllo, ma a un certo punto stavo svenendo.
Sentivo che stavo per andar via e non ho fatto altro che chiudere gli occhi, tenermi stretto, rilassarmi e aspettare che mi ritirassero dentro.
Il problema è che ci sono voluti sette minuti per completare questa operazione! Avevo un gancio che in caso di emergenza potevo staccare per lanciarmi, ma considera che stavamo sorvolando l’oceano, quindi sarei atterrato in acqua; c’erano delle barche che ci seguivano, ma non mi piaceva l’idea di ammarare, anche perché se fossi svenuto sarebbe stato davvero rischioso. Alla fine è andato tutto bene proprio grazie all’esperienza e al grado di professionalità, che ti permette di conoscere te stesso in maniera perfetta e capire quali azioni intraprendere anche sotto forte stress.
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C’è anche Dennis Rodman in quel film.
Anche Mickey Rourke. Bei personaggi.
Torno un attimo al paracadutismo: tu sei anche istruttore. Come ti approcci ai tuoi allievi?
Avendo un’accademia di stuntmen istruisco su tantissime discipline, compreso il paracadutismo. Vedo, guardo e sto molto attento alla persona che ho davanti, perché non siamo tutti uguali, e mi adeguo a chi mi trovo di fronte: sia nel linguaggio, sia nel comportamento. Sono tecniche d’insegnamento e la vedo come una cosa molto seria. Il paracadutismo è goliardico e divertente — tu lo sai bene — ma ha i suoi rischi e, secondo me, non tutti sono portati per farlo.
Proprio per questo bisogna essere bravi, come istruttori, a capire chi si ha davanti, e l’insegnamento dev’essere veramente ad hoc, fatto bene e con professionalità. Si gioca, si ride e si scherza, ma quando spieghi una tecnica o una manovra che poi l’allievo dovrà fare in aria, la lezione dev’essere perfetta, precisa. E devi essere sicuro — questa è la cosa più importante — che lui l’abbia capita.
Perché tutte le persone che imparano tendono a dire subito: «Sì, ho capito». È un’attitudine automatica. In realtà, dai piccoli movimenti del corpo o dai test che gli fai, intuisci subito se non ha compreso. Dico sempre che il lancio si prepara a terra: è a terra che devi farmi tutto perfettamente, perché tanto so che in aria un trenta percento di scarto c’è sempre, se non di più. Perciò, se non sono sicuro e non vedo la tua sicurezza almeno nei movimenti a terra, è inutile andare su. Questa è una cosa basilare, ma fondamentale per un istruttore.
La prossima domanda sarebbe stata se il paracadutismo è uno sport per tutti, ma in parte già hai risposto.
Non è uno sport per tutti. Qualche mio collega mi criticherà, ma io la penso così. È come fare lo stunt: non è per tutti. I nuovi materiali e le nuove tecniche agevolano molto l’allievo, ma non è comunque una disciplina per chiunque. Aprire il portellone di un aereo a quattromila metri e buttarsi di sotto non è una cosa naturale, c’è gente che soffre di vertigini. Non tutto è per tutti. Poi, ripeto, con la tecnica e i mezzi che ci sono oggi si riesce a portare molta gente in aria; vedo però che la maggior parte degli allievi che cominciano finisce per smettere.
In tantissimi anni di esperienza ho visto il terrore sulla faccia delle persone mentre erano in aria e, una volta atterrati, capitava di dire loro educatamente: «Senti, questo sport non fa per te, perché lo stai facendo?». Gli davo dei consigli e non mi sbagliavo mai. L’allievo può avere le sue paure che si porta appresso: lo vuole fare per farsi bello con la fidanzata, per l’amico, per esibirsi o che ne so io.
Purtroppo l’essere umano è fatto così, siamo un po’ tutti così. Solo che lì devi fare i conti con te stesso e con una situazione abbastanza drastica, perché lanciarsi da un aereo non è naturale. Noto che alcuni, pur avendo centinaia di lanci alle spalle, ancora non sanno atterrare: e questo succede per la paura, non perché non abbiano appreso la tecnica.
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Pacifico con l’attore e cineasta italo-tedesco Mario Girotti, detto Terence Hill (1939)
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Pacifico come Stuntmen di Bill il macellaio, personaggio interpretato da Daniel-Day Lewis in Gangs of New York
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Quali sono le scene più pericolose che hai girato?
La maggior parte delle scene che ho girato erano pericolose e ad alto rischio. Quando lavori in acqua non fai una semplice nuotata, ma devi andare sott’acqua dentro una macchina cappottata con una bomboletta d’aria e aspettare che si inizi a girare. Basta che qualcosa non funzioni e affoghi. Una volta ero sotto una barca rovesciata facendo finta di essere rimasto incastrato e dovevo aspettare l’arrivo dei sub.
Un’altra volta mi sono messo all’esterno di un aeroplano in volo senza paracadute. Dovevamo girare questa scena con me che uscivo dall’aereo tenendomi a delle maniglie, come quando fai paracadutismo. L’avevo fatto tantissime volte, ma sempre con la sacca sulla schiena. Lì non potevo metterlo perché nel film si sarebbe visto, e allora sono uscito — a più di duemila metri di altezza — senza nulla. E se mi fosse scivolata una mano o un piede? Ero più giovane… Oggi non l’avrei mai fatta, e comunque per questioni di sicurezza non te la farebbero nemmeno più fare.
Anche con i cavalli abbiamo fatto cose davvero complesse. Oppure la caduta con i cavi — cavetti sottili di pochi millimetri — sulle navi corsare: un tuffo da più di cinquanta metri fino a dentro l’acqua, profonda appena un metro e mezzo. Se avessero sbagliato anche di poco la misura dei cavi, ci si faceva male sul serio.
Il problema in realtà non era tanto la caduta in sé, ma quando mi ritiravano su con l’argano: guardando quel cavetto così sottile, non ti nego che qualche pensiero mi è passato per la testa [ride]. Mi sono fidato di loro, che erano grandissimi tecnici, ed è andato tutto benissimo. Se mi fossi preoccupato sul serio avrei accumulato un’inutile tensione, e questo avrebbe inciso negativamente sul mio lavoro.
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Apu è tornato
Il personaggio dei Simpson, Apu, il cui nome completo è Apu Nahasapeemapetilon jr., ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio in una sorta di limbo in cui era stato relegato dal politicamente corretto.
La cancel culture aveva giudicato il personaggio politicamente troppo scorretto per essere tollerato nel 2017, portando al suo esilio dalla serie. Sul caso era pure stato fatto un documentario, The Problem with Apu (2017), dove il comico di origini indiche Hari Kondabolu rifletteva sugli stereotipi e le «microaggressioni razziste» che la figura dei cartoni, secondo i detrattori, provocherebbe.
Nove anni dopo, Apu è finalmente tornato.
I fan dei Simpson hanno ricevuto una sorpresa questa settimana, quando Apu ha fatto la sua prima apparizione in un nuovo episodio dopo tanto tempo, tornando sullo schermo per continuare a gestire la sua attività locale, il Kwik-E-Mart. Questa volta a dare la voce ad Apu è un doppiatore indiano-americano, mentre prima era stata interpretata da un bianco, il mitico attore neoeboraceno (di origini ebraico-sefardite elleniche) Hank Zakaria.
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Lo Zakaria, alla fine, dovette cedere alla pressione woke, ammettere che qualcosa non andava, e «fare un passo a lato». Non solo: nella miglior tradizione maoista, dovetta fare autocritica, andando in un podcast nel 2021 e scusarsi per «razzismo, la mia partecipazione al razzismo, o almeno a una pratica razzista o al razzismo strutturale, in quanto correlato al mondo dello spettacolo o… tutto quanto sopra».
Viene ora comunicato che la fortunata serie, arrivata all’invidiabile numero di 38 stagioni, non si affida più a doppiatori bianchi per i personaggi non bianchi.
Molti sud-asiatici hanno a lungo apprezzato Apu nonostante la sua «cancellazione». Il produttore dei Simpson, Amar Shah, ad esempio, ha affermato che Apu gli ricorda suo padre. Nel 2022, il comico e intrattenitore Akaash Singh ha realizzato uno speciale di stand-up comedy intitolato «Bring Back Apu» («Ridateci Apu»), in cui afferma che il personaggio «non è razzista» e rappresentava il sogno americano.
Le origini del personaggio sono cinefile: il suo nome gli fu dato in onore del protagonista della Trilogia di Apu di Satyajit Ray, cineasta indiano conosciuto nei circuiti d’essai di tutto il mondo, apprezzato particolarmente in Unione Sovietica, e paragrafo ineludibile dei manuali di storia del cinema mondiale.
L’epurazione di Apu fu parodiata in un famoso episodio dell’altra grande serie di cartoni satirici statunitensi, South Park.
Nell’ottobre del 2018, nell’episodio di South Park intitolato «The Problem with a Poo» («il problema con una pupù»), il personaggio di Mr. Hankey – di fatto una cacca parlante, che ricorre in varie storie della serie – viene espulso e mandato in una terra dove «alla gente non importano il bigottismo e l’odio»: Springfield, città omonima di quella dei Simpsons. L’episodio si concludeva con una schermata con la scritta #cancelthesimpsons, simile al promo di South Park che chiedeva la cancellazione della serie stessa.
Il ritorno di Apu coincide in realtà con un enorme ondata di indiani o sudasiatici che investe la scena politica America.
La Kamala Harris era in realtà mezza Tamil, Usha Vance, moglie del vicepresidente JD Vance, è indiana; è di origine indiana il miliardario ex candidato presidente, ora candidato a governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswami, così come è di origini asiatiche, benché nato in Uganda, il neosindaco neoeboraceno Zoran Mamdami, figlio della premiata regista indiana Mira Nair; è parimenti indiano di famiglia immigrata dall’Uganda il direttore dell’FBI Kash Patel.
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Immagine di Dave Woodward via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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