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Di nuovo infetto dopo neanche tre mesi. Cosa sta succedendo?

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Ho ripreso il COVID, dopo poco più di due mesi che ero guarito. Sto cercando di capire cosa sta succedendo: ma non a me, a tutto il sistema qualora questa cosa continuasse e io non fossi un caso isolato.

 

L’altra volta che mi sono ammalato – la prima e fino a poco fa l’unica – non avevo scritto niente. Un po’ per discrezione e pudore, un po’ per vergogna: pensavo fosse una cosa di cui non parlare, invece forse avrei dovuto scriverne qualcosa.

 

Era l’inizio dell’ondata di dicembre-gennaio, quella delle file chilometriche fuori dai centri tamponi. Io non avevo capito quanto la cosa stesse gonfiandosi, fino a sfuggire di mano al potere, con tanto di scenette grottesche.

 

Fu tremendo. Per me, per i famigliari. Sentii il peso di tutto quello di cui si discute: la follia del protocollo «tachipirina e vigile attesa», la ricerca di qualcuno che voglia visitarti, la portata psicologica dell’isolamento. Sentii il peso della polmonite, tutto.

 

Fu agghiacciante, e durò molto. Ora sarei punto e a capo. In neanche tre mesi: meno della metà di quello che mi assicura il green pass, cioè immunizzazione di almeno sei mesi. Una tempistica del tutto arbitraria, che ora potrebbe essere annullata, spazzata via per sempre.

 

Non più i sei mesi, né i quattro che ti danno in Francia: semplicemente, se i casi come il mio anche stavolta divenissero un’ondata (come molti di voi, sto raccogliendo varie voci in questo senso) toglierebbero del tutto l’opzione dell’immunità naturale, lasciando come unico accesso alla vita pubblica – cioè, requisito per avere il green pass – la vaccinazione, anche qualora fosse oramai assodato che essa non previene nulla.

 

Perché questo è quello che può succedere. Assieme al virus, potrebbe mutare anche il green pass, e con esso, per sempre, i concetti basici di immunologia di decenni di pratica medica. Gli anticorpi naturali non varranno più niente davanti allo Stato. La vostra vita dipenderà da questo.

 

Prima di addentrarci in questo argomento, due cose personali. Forse qualcuno è curioso di sapere, per farsi un’idea e magari per regolarsi.

 

Perché mi sono ammalato? In classe di mio figlio era stato segnalato un positivo. Qualche giorno dopo, aveva la febbre. Positivo anche lui. Qui però non c’è da preoccuparsi, perché come tanti altri suoi amichetti, ha fatto un giorno e mezzo, due al massimo, con la febbre, per poi far sparire i sintomi quasi istantaneamente. Al momento sta andando così.

 

Io ho cominciato ad avere la febbre qualche giorno dopo. A dire il vero, potrei averci messo del mio. Ho fatto un digiuno di una decina di giorni. È stato più duro del previsto, oramai per me è diventato arduo: al terzo giorno di digiuno mi sento come al trentesimo giorno quando ne facevo negli anni scorsi. Tuttavia, la malattia è arrivata dopo una settimana che mi stavo tranquillamente rifocillando, ed ero tecnicamente in salute.

 

Poi, la sera prima della febbre, ho lavorato, come sempre, fino a tardissimo. Prima di andare a letto sono passato davanti ad uno specchio, e ho notato quanto orrenda era la mia faccia. Dentro ho sentito chiaro il pensiero di aver esagerato, di aver tirato la corda tanto che più tardi l’avrai pagata.

 

Manfatti. Taac. Il giorno dopo febbre, qualcosina al naso e alla gola. Sonnolenza. Dolori articolari. Confusione.

 

Ora sono al terzo giorno e non sto malissimo. L’umore è migliore rispetto l’altra volta, almeno so di cosa si tratta. Ho tutti gli elementi per stare più tranquillo che mai, nonostante gli arresti domiciliari e la perdita di lavoro, appuntamenti, progetti, etc.

 

È altro ciò che mi spaventa ora. Numero uno, la questione biologica.

 

È chiaro che qualsiasi cosa abbia preso ora, è diverso da ciò che circolava a fine dicembre. Ciò vuol dire che, l’abbiamo capito tutti, il virus muta.

 

Ci stanno dicendo che sarà endemico, come l’influenza, alla fine il governo, segretamente disperato, ha sposato la tesi dei novaxi della prima ora, secondo cui il COVID sarebbe poco più della stagionale: ma scusate, io non ho mai preso l’influenza due volte in pochi mesi. Vi sono anni interi in cui non mi sono ammalato mai.

 

No, l’influenza non si comporta così: né nell’infezione, né nei sintomi. E chi gliela ha data, a questa malattia, la capacità di infettare in modo recidivo?

 

È chiaro che tornano alla mente coloro che, ancora mesi fa, avvertivano riguardo ai possibili effetti collaterali della vaccinazione di massa.

 

«Mai vaccinare durante una pandemia» mi hanno detto ieri due dottori, ricordando i testi di medicina in cui questa cosa era scritta nero su bianco.

 

La vaccinazione di massa ha portato alle varianti. Vaccinazioni specifiche per le varianti porteranno altre varianti.

 

«Proprio come gli antibiotici generano resistenza nei batteri, i vaccini esercitano una pressione evolutiva sui virus per accelerare le mutazioni e creare varianti più virulente e pericolose» aveva scritto Joseph Mercola.

 

«In una persona non vaccinata, il virus non incontra la stessa pressione evolutiva per mutare in qualcosa di più forte», ha aggiunto Mercola (…) Quindi, se il SARS-CoV-2 finisce per mutare in ceppi più letali, la vaccinazione di massa è il fattore scatenante più probabile»

 

Lo stesso pensiero del dotto il dottor Geert Vanden Bossche, esperto di vaccini che ha lavorato con GSK Biologicals, Novartis Vaccines, Solvay Biologicals, il team Global Health Discovery della Bill & Melinda Gates Foundation a Seattle e il GAVI a Ginevra:

 

«Non c’è dubbio che le continue campagne di vaccinazione di massa consentiranno a nuove varianti virali più infettive di diventare sempre più dominanti e alla fine si tradurranno in una drammatica inclinazione nei nuovi casi nonostante i maggiori tassi di copertura vaccinale. E indiscutibilmente questa situazione porterà presto alla completa resistenza delle varianti circolanti agli attuali vaccini».

 

Sarebbero proprio i vaccinati, quindi, ad avere un ruolo chiave nelle varianti.

 

«Quello che stiamo vedendo è l’ABC dell’evoluzione del virus» ha detto Brian Hooker, professore di biologia alla Simpson University.

 

Vi è poi la storia ancora più prossima a noi, riguardo a questa teoria: quella della Omicron nata dalla spinta evolutiva innescata dalla miracolosa pillola anti-COVID.

 

Il virologo di Harvard William A. Haseltine ha detto al Financial Times che la causa delle mutazioni potrebbe essere il molnupiravir, il farmaco anti-COVID sviluppato da Merck, che ha risposto negando l’accusa come «infondata» e priva di «basi scientifiche».

 

«Stiamo mettendo in circolazione un farmaco che è un potente mutageno in un momento in cui siamo profondamente preoccupati per le nuove varianti», sostiene Haseltine. «Se stessi cercando di creare un virus nuovo e più pericoloso negli esseri umani, darei una dose subclinica di molnupiravir alle persone infette».

 

Secondo il virologo il farmaco interviene nel processo di mutazione del virus, «introducendo più errori nel suo codice genetico. Quando vengono introdotti abbastanza errori, la replicazione del virus rallenta e il paziente lo elimina». Cioè, il farmaco sovraccarica il virus con mutazioni, fino a quando non diventa incapace di replicarsi.

 

Il problema, avverte Haseltine, è che queste proprietà «altamente mutagene» del farmaco potrebbero aver indotto la creazione di varianti.

 

Si tratta proprio della pillola acquistata in decine di migliaia di confezioni dal generale Figliuolo.

 

Di tutto quello di cui abbiamo scritto sotto, che dovrebbe far parte dell’ABC della virologia e pure della biologia tout court, non si è praticamente avuto alcun dibattito in Italia. E il mio stato di salute attuale potrebbe esserne la diretta conseguenza.

 

Tuttavia, è ancora più preoccupante il secondo punto che mi fa temere: quello amministrativo e digitale.

 

Molto in breve, se le reinfezioni dopo poche settimane non dovessero essere casi isolati ma la nuova realtà epidemiologica (una nuova ondata, come si diceva) non so immaginare l’urto quale potrebbe essere.

 

L’intera architettura biosecuritaria con cui stanno riplasmando (resettando…) la società – e cioè, il green pass – andrebbe in pezzi.

 

O meglio, andrebbe frantumata la sua credibilità. Essendo un oggetto digitale, sarebbe riformulato in poco tempo. Sarebbe semplicemente esclusa la possibilità di avere un certificato verde con la sola immunità naturale.

 

E lasciate perdere il fatto che anche i vaccini non hanno dato prova di proteggere dall’infezione e dal contagio: ve la rigirano in un nanosecondo con qualche slogan pubblicitario, tipo previene-l’ospedelizzazione, e poi cercano pure di raccontarti che mai in vita loro hanno detto che la siringa genica offriva totale protezione… macché, scherziamo?

 

La sceneggiatura la conoscete: come notava questo sito oramai più di un anno fa, qualcuno lavorava alacremenente, e furtivamente, per riformulare l’idea stessa di immunità di gregge.

Ricordate? Si era a fine dicembre 2020… Sul sito dell’OMS la definizione di herd immunity subì una strana, repentina mutazione. Nella nuova definizione, l’OMS insisteva sul fatto che l’immunità di gregge si otteneva esclusivamente con programmi di vaccinazione di massa.

 

«L’immunità di gregge si ottiene proteggendo le persone da un virus, non esponendole ad esso (…) L’immunità di gregge esiste quando viene vaccinata un’alta percentuale della popolazione» scriveva il sito dell’OMS, buttando a mare, anche quello, decenni di letteratura epidemiologica.

 

I padroni del green pass non vedono l’ora di seguire questo spartito.

 

Cercate di capire, e di essere magnanimi: non è più possibile dire che sono in malafede. Semplicemente, non sanno quello che fanno. Improvvisano. C’è un canovaccio, certo. Ma loro ballano come capita, come dei sordi che fingono di sentire una musica che non c’è.

 

Questo dovrebbe far paura: perché è proprio quando il truffatore viene smascherato che può diventare violento.

 

Immaginate ora il nervosismo: ci ripetono che siamo nel finale, il decreto si chiama in modo benaugurante «fine pandemia». Pensate a quanto sono esposti nella loro menzogna, davanti ad un caso come il mio, oltre che quello dei migliaia e migliaia di infetti doppio-triplo-quadruplovaccinati.

 

Quindi ora non so cosa aspettarmi da chi vuole marchiarmi con il timbro verde e che, mentre fingeva di toglierlo almeno per qualche mese, ora dovrà riprogrammarlo.

 

No, non possiamo sapere cosa farà un potere costituito che è legibus solutus, al punto che distrugge gli interessi energetici e perfino alimentari dei suoi cittadini dichiarando di fatto guerra ad uno dei nostri più importanti partner mondiali.

 

Un potere che invia armi agli avversari di chi ci dava riscaldamento e cibo e lavoro – avversari con simboli e ideologie che in Italia non sarebbero esattamente legali.

 

Un governo, un Parlamento, un’intero sistema politico-amministrativo e mediatico che scherza con il fuoco atomico, e sembra non rendersene contro.

 

Sì, mentre vi scrivo qui con la mia febbriciattola, dovrei pensare più che altro al fatto che le armi nucleari stanno per diventare un argomento strategicamente accettato da tutte le parti.

 

E forse, a questo punto dobbiamo anche ricordare che l’Ucraina è quel Paese dove, grazie ad un presidente amico di Davos e a ministri digitali intraprendenti, era stato dato a tutti i cittadini il prototipo definitivo del green pass del futuro, quello con cui puoi fare qualsiasi cosa, specialmente ricevere denaro virtuale se ti vaccini.

 

Sì, stiamo armando il Paese del green-pass-ultra-plus-premium obbligatorio (quello che da noi ci verrà affibbiato con dentro l’euro digitale), e provocando una superpotenza termonucleare che che ci dava gas e grano e tanto commercio – una superpotenza termonucleare che, al di là di questo, di fatto ci amava.

 

Di fatto, non so se posso reggere, se mi ci metto a pensare davvero. La malattia può prendere senz’altro il sopravvento. In un mondo così malato, la spinta del morbo verso il conformarsi potrebbe essere irresistibile.

 

Facciamo così. Io cercherò comunque di essere attivo mandando avanti il sito. L’altra volta non ce l’ho fatta: nei giorni di morbo più totale, non riuscivo nemmeno a lavorare al computer, anche perché quando lo facevo subito dopo la pagavo. Alcuni si sono risentiti e ci hanno scritto: del resto era praticamente la prima volta che Renovatio 21 staccava la spina, per due anni e passa, non c’era stato un giorno senza una pompata di contenuti per capire il mondo (attualmente, circa 10 al dì).

 

Allora. Farò del mio meglio per mantenere in piedi me stesso e Renovatio 21. Promesso.

 

Sempre di non essere disintegrato da un missile ipersonico nucleare russo che colpisce una delle cinque basi americane che stanno a poche centinaia di metri da dove mi trovo.

 

Non so quanto questa possibilità sia più remota di quella di beccarsi il COVID due volte in tre mesi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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 Immagine generata artificialmente

 

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