Pensiero
Di nuovo infetto dopo neanche tre mesi. Cosa sta succedendo?
Ho ripreso il COVID, dopo poco più di due mesi che ero guarito. Sto cercando di capire cosa sta succedendo: ma non a me, a tutto il sistema qualora questa cosa continuasse e io non fossi un caso isolato.
L’altra volta che mi sono ammalato – la prima e fino a poco fa l’unica – non avevo scritto niente. Un po’ per discrezione e pudore, un po’ per vergogna: pensavo fosse una cosa di cui non parlare, invece forse avrei dovuto scriverne qualcosa.
Era l’inizio dell’ondata di dicembre-gennaio, quella delle file chilometriche fuori dai centri tamponi. Io non avevo capito quanto la cosa stesse gonfiandosi, fino a sfuggire di mano al potere, con tanto di scenette grottesche.
Fu tremendo. Per me, per i famigliari. Sentii il peso di tutto quello di cui si discute: la follia del protocollo «tachipirina e vigile attesa», la ricerca di qualcuno che voglia visitarti, la portata psicologica dell’isolamento. Sentii il peso della polmonite, tutto.
Fu agghiacciante, e durò molto. Ora sarei punto e a capo. In neanche tre mesi: meno della metà di quello che mi assicura il green pass, cioè immunizzazione di almeno sei mesi. Una tempistica del tutto arbitraria, che ora potrebbe essere annullata, spazzata via per sempre.
Non più i sei mesi, né i quattro che ti danno in Francia: semplicemente, se i casi come il mio anche stavolta divenissero un’ondata (come molti di voi, sto raccogliendo varie voci in questo senso) toglierebbero del tutto l’opzione dell’immunità naturale, lasciando come unico accesso alla vita pubblica – cioè, requisito per avere il green pass – la vaccinazione, anche qualora fosse oramai assodato che essa non previene nulla.
Perché questo è quello che può succedere. Assieme al virus, potrebbe mutare anche il green pass, e con esso, per sempre, i concetti basici di immunologia di decenni di pratica medica. Gli anticorpi naturali non varranno più niente davanti allo Stato. La vostra vita dipenderà da questo.
Prima di addentrarci in questo argomento, due cose personali. Forse qualcuno è curioso di sapere, per farsi un’idea e magari per regolarsi.
Perché mi sono ammalato? In classe di mio figlio era stato segnalato un positivo. Qualche giorno dopo, aveva la febbre. Positivo anche lui. Qui però non c’è da preoccuparsi, perché come tanti altri suoi amichetti, ha fatto un giorno e mezzo, due al massimo, con la febbre, per poi far sparire i sintomi quasi istantaneamente. Al momento sta andando così.
Io ho cominciato ad avere la febbre qualche giorno dopo. A dire il vero, potrei averci messo del mio. Ho fatto un digiuno di una decina di giorni. È stato più duro del previsto, oramai per me è diventato arduo: al terzo giorno di digiuno mi sento come al trentesimo giorno quando ne facevo negli anni scorsi. Tuttavia, la malattia è arrivata dopo una settimana che mi stavo tranquillamente rifocillando, ed ero tecnicamente in salute.
Poi, la sera prima della febbre, ho lavorato, come sempre, fino a tardissimo. Prima di andare a letto sono passato davanti ad uno specchio, e ho notato quanto orrenda era la mia faccia. Dentro ho sentito chiaro il pensiero di aver esagerato, di aver tirato la corda tanto che più tardi l’avrai pagata.
Manfatti. Taac. Il giorno dopo febbre, qualcosina al naso e alla gola. Sonnolenza. Dolori articolari. Confusione.
Ora sono al terzo giorno e non sto malissimo. L’umore è migliore rispetto l’altra volta, almeno so di cosa si tratta. Ho tutti gli elementi per stare più tranquillo che mai, nonostante gli arresti domiciliari e la perdita di lavoro, appuntamenti, progetti, etc.
È altro ciò che mi spaventa ora. Numero uno, la questione biologica.
È chiaro che qualsiasi cosa abbia preso ora, è diverso da ciò che circolava a fine dicembre. Ciò vuol dire che, l’abbiamo capito tutti, il virus muta.
Ci stanno dicendo che sarà endemico, come l’influenza, alla fine il governo, segretamente disperato, ha sposato la tesi dei novaxi della prima ora, secondo cui il COVID sarebbe poco più della stagionale: ma scusate, io non ho mai preso l’influenza due volte in pochi mesi. Vi sono anni interi in cui non mi sono ammalato mai.
No, l’influenza non si comporta così: né nell’infezione, né nei sintomi. E chi gliela ha data, a questa malattia, la capacità di infettare in modo recidivo?
È chiaro che tornano alla mente coloro che, ancora mesi fa, avvertivano riguardo ai possibili effetti collaterali della vaccinazione di massa.
«Mai vaccinare durante una pandemia» mi hanno detto ieri due dottori, ricordando i testi di medicina in cui questa cosa era scritta nero su bianco.
La vaccinazione di massa ha portato alle varianti. Vaccinazioni specifiche per le varianti porteranno altre varianti.
«Proprio come gli antibiotici generano resistenza nei batteri, i vaccini esercitano una pressione evolutiva sui virus per accelerare le mutazioni e creare varianti più virulente e pericolose» aveva scritto Joseph Mercola.
«In una persona non vaccinata, il virus non incontra la stessa pressione evolutiva per mutare in qualcosa di più forte», ha aggiunto Mercola (…) Quindi, se il SARS-CoV-2 finisce per mutare in ceppi più letali, la vaccinazione di massa è il fattore scatenante più probabile»
Lo stesso pensiero del dotto il dottor Geert Vanden Bossche, esperto di vaccini che ha lavorato con GSK Biologicals, Novartis Vaccines, Solvay Biologicals, il team Global Health Discovery della Bill & Melinda Gates Foundation a Seattle e il GAVI a Ginevra:
«Non c’è dubbio che le continue campagne di vaccinazione di massa consentiranno a nuove varianti virali più infettive di diventare sempre più dominanti e alla fine si tradurranno in una drammatica inclinazione nei nuovi casi nonostante i maggiori tassi di copertura vaccinale. E indiscutibilmente questa situazione porterà presto alla completa resistenza delle varianti circolanti agli attuali vaccini».
Sarebbero proprio i vaccinati, quindi, ad avere un ruolo chiave nelle varianti.
«Quello che stiamo vedendo è l’ABC dell’evoluzione del virus» ha detto Brian Hooker, professore di biologia alla Simpson University.
Vi è poi la storia ancora più prossima a noi, riguardo a questa teoria: quella della Omicron nata dalla spinta evolutiva innescata dalla miracolosa pillola anti-COVID.
Il virologo di Harvard William A. Haseltine ha detto al Financial Times che la causa delle mutazioni potrebbe essere il molnupiravir, il farmaco anti-COVID sviluppato da Merck, che ha risposto negando l’accusa come «infondata» e priva di «basi scientifiche».
«Stiamo mettendo in circolazione un farmaco che è un potente mutageno in un momento in cui siamo profondamente preoccupati per le nuove varianti», sostiene Haseltine. «Se stessi cercando di creare un virus nuovo e più pericoloso negli esseri umani, darei una dose subclinica di molnupiravir alle persone infette».
Secondo il virologo il farmaco interviene nel processo di mutazione del virus, «introducendo più errori nel suo codice genetico. Quando vengono introdotti abbastanza errori, la replicazione del virus rallenta e il paziente lo elimina». Cioè, il farmaco sovraccarica il virus con mutazioni, fino a quando non diventa incapace di replicarsi.
Il problema, avverte Haseltine, è che queste proprietà «altamente mutagene» del farmaco potrebbero aver indotto la creazione di varianti.
Si tratta proprio della pillola acquistata in decine di migliaia di confezioni dal generale Figliuolo.
Di tutto quello di cui abbiamo scritto sotto, che dovrebbe far parte dell’ABC della virologia e pure della biologia tout court, non si è praticamente avuto alcun dibattito in Italia. E il mio stato di salute attuale potrebbe esserne la diretta conseguenza.
Tuttavia, è ancora più preoccupante il secondo punto che mi fa temere: quello amministrativo e digitale.
Molto in breve, se le reinfezioni dopo poche settimane non dovessero essere casi isolati ma la nuova realtà epidemiologica (una nuova ondata, come si diceva) non so immaginare l’urto quale potrebbe essere.
L’intera architettura biosecuritaria con cui stanno riplasmando (resettando…) la società – e cioè, il green pass – andrebbe in pezzi.
O meglio, andrebbe frantumata la sua credibilità. Essendo un oggetto digitale, sarebbe riformulato in poco tempo. Sarebbe semplicemente esclusa la possibilità di avere un certificato verde con la sola immunità naturale.
E lasciate perdere il fatto che anche i vaccini non hanno dato prova di proteggere dall’infezione e dal contagio: ve la rigirano in un nanosecondo con qualche slogan pubblicitario, tipo previene-l’ospedelizzazione, e poi cercano pure di raccontarti che mai in vita loro hanno detto che la siringa genica offriva totale protezione… macché, scherziamo?
La sceneggiatura la conoscete: come notava questo sito oramai più di un anno fa, qualcuno lavorava alacremenente, e furtivamente, per riformulare l’idea stessa di immunità di gregge.
Ricordate? Si era a fine dicembre 2020… Sul sito dell’OMS la definizione di herd immunity subì una strana, repentina mutazione. Nella nuova definizione, l’OMS insisteva sul fatto che l’immunità di gregge si otteneva esclusivamente con programmi di vaccinazione di massa.
«L’immunità di gregge si ottiene proteggendo le persone da un virus, non esponendole ad esso (…) L’immunità di gregge esiste quando viene vaccinata un’alta percentuale della popolazione» scriveva il sito dell’OMS, buttando a mare, anche quello, decenni di letteratura epidemiologica.
I padroni del green pass non vedono l’ora di seguire questo spartito.
Cercate di capire, e di essere magnanimi: non è più possibile dire che sono in malafede. Semplicemente, non sanno quello che fanno. Improvvisano. C’è un canovaccio, certo. Ma loro ballano come capita, come dei sordi che fingono di sentire una musica che non c’è.
Questo dovrebbe far paura: perché è proprio quando il truffatore viene smascherato che può diventare violento.
Immaginate ora il nervosismo: ci ripetono che siamo nel finale, il decreto si chiama in modo benaugurante «fine pandemia». Pensate a quanto sono esposti nella loro menzogna, davanti ad un caso come il mio, oltre che quello dei migliaia e migliaia di infetti doppio-triplo-quadruplovaccinati.
Quindi ora non so cosa aspettarmi da chi vuole marchiarmi con il timbro verde e che, mentre fingeva di toglierlo almeno per qualche mese, ora dovrà riprogrammarlo.
No, non possiamo sapere cosa farà un potere costituito che è legibus solutus, al punto che distrugge gli interessi energetici e perfino alimentari dei suoi cittadini dichiarando di fatto guerra ad uno dei nostri più importanti partner mondiali.
Un potere che invia armi agli avversari di chi ci dava riscaldamento e cibo e lavoro – avversari con simboli e ideologie che in Italia non sarebbero esattamente legali.
Un governo, un Parlamento, un’intero sistema politico-amministrativo e mediatico che scherza con il fuoco atomico, e sembra non rendersene contro.
Sì, mentre vi scrivo qui con la mia febbriciattola, dovrei pensare più che altro al fatto che le armi nucleari stanno per diventare un argomento strategicamente accettato da tutte le parti.
E forse, a questo punto dobbiamo anche ricordare che l’Ucraina è quel Paese dove, grazie ad un presidente amico di Davos e a ministri digitali intraprendenti, era stato dato a tutti i cittadini il prototipo definitivo del green pass del futuro, quello con cui puoi fare qualsiasi cosa, specialmente ricevere denaro virtuale se ti vaccini.
Sì, stiamo armando il Paese del green-pass-ultra-plus-premium obbligatorio (quello che da noi ci verrà affibbiato con dentro l’euro digitale), e provocando una superpotenza termonucleare che che ci dava gas e grano e tanto commercio – una superpotenza termonucleare che, al di là di questo, di fatto ci amava.
Di fatto, non so se posso reggere, se mi ci metto a pensare davvero. La malattia può prendere senz’altro il sopravvento. In un mondo così malato, la spinta del morbo verso il conformarsi potrebbe essere irresistibile.
Facciamo così. Io cercherò comunque di essere attivo mandando avanti il sito. L’altra volta non ce l’ho fatta: nei giorni di morbo più totale, non riuscivo nemmeno a lavorare al computer, anche perché quando lo facevo subito dopo la pagavo. Alcuni si sono risentiti e ci hanno scritto: del resto era praticamente la prima volta che Renovatio 21 staccava la spina, per due anni e passa, non c’era stato un giorno senza una pompata di contenuti per capire il mondo (attualmente, circa 10 al dì).
Allora. Farò del mio meglio per mantenere in piedi me stesso e Renovatio 21. Promesso.
Sempre di non essere disintegrato da un missile ipersonico nucleare russo che colpisce una delle cinque basi americane che stanno a poche centinaia di metri da dove mi trovo.
Non so quanto questa possibilità sia più remota di quella di beccarsi il COVID due volte in tre mesi.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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