Connettiti con Renovato 21

Cina

Enigmi femminili cinesi alle Olimpiadi

Pubblicato

il

Le Olimpiadi che si sono concluse non solo ci hanno regalato la solita dose di prurigini e stranezze (la schettinatrice neerlandese che si spoglia, i saltatori che, per questioni di doping aerodinamico, ingannano con le dimensioni del proprio pene) ma ci hanno fornito, ça va sans dire, la solita dose di realtà geopolitica annessa: i russi esclusi persino dalle paralimpiadi, l’Ucraina che pretende di fare a meno delle regole, la finale di hockey tra Canada e USA (partita che pochi mesi fa era finita, ricorderete, con tre risse nei primi nove secondi: gli americani reagivano ai fischi all’inno del Paese che, a detta del presidente Trump, potrebbe annettere, cioè invadere, il resto del Nordamerica).

 

Tuttavia, nemmeno tanto sottotraccia, un rilievo mi è parso più significativo degli altri. Si è consumato, alla luce del sole, un episodio dell’enantiodromia per il dominio globale tra USA e Cina, una guerra di soft power che è passata attraverso due atlete medaglia d’oro: la sciatrice freestyle Eileen Gu e la pattinatrice artistica Alysa Liu. Due figure diversissime, per certi versi antipodiche, però alla fin fine simili, e con enigmi dentro enigmi dietro di loro.

 

Eileen Gu, nota oramai con il nome cinese Ailing, è un caso da diverso tempo. Si tratta con estrema probabilità della più grande sciatrice freestylista di tutti i tempi – e ha appena 22 anni. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino sia nella disciplina del big air sia dell’halfpipe, a Milano-Cortina ha preso un argento e un oro, di fatto difendendo il suo trono indiscusso.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La Gu ha il vantaggio, eccezionale, di essere bellissima: testimonial ideale di moda e di qualsiasi altra cosa, la pelle diafana come una donna delle nevi della manciuria, l’occhio appena mandorlato, sorriso irresistibile. La madre, che l’abbraccia a fine pista, è una cinese immigrata a San Francisco. Si tinge i capelli di biondo, rendendo la sua figura ancora più californiana: avvenente e scatenata, lo spirito del surf incontra le evoluzioni aeree dello sci freestyle. Nemmeno maggiorenne, già era un’icona.

 

La sua run in halfpipe di ieri è stata considerata da alcuni come quasi perfetta – anche se personalmente non la troviamo così emozionante.

 

 

La gente è pure impazzita dinanzi alla sua rispostaccia ad un giornalista che in conferenza stampa, giorni prima, le aveva chiesto se l’argento che aveva preso lo considerava come un oro perso. «Sono la sciatrice freestyle più decorata della storia: questa è in se stessa una risposta» aveva risposto a muso duro, dopo una breve insopportabile risata isterica. «Due medaglie perse, per essere franca con lei, è una prospettiva ridicola da considerare». Stampato sul volto un crudele, americanissimo sorriso volto ad umiliare l’interlocutore. La boria, per quanto ci riguarda, è rivoltante.

 

 

Il problema è che, ancora prima dell’Olimpiade pechinense, su di lei si era concentrato un fuoco intenso, e per quanto ci riguarda giustificato: americana de facto, per nascita, crescita e cultura, nonché anni di allenamento cui hanno provveduto le strutture dello sport nazionali USA che l’allevano sin da quando era una bambina piccolissima, Eileen decide di correre sotto la bandiera della Repubblica Popolare Cinese. Eileen diviene Ailing, venendo naturalizzata dalla Cina comunista. Il ministero della Giustizia Cinese nel 2020 aveva iniziato un programma per consentire alle persone che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali nello sport, nella scienza, nella cultura e in altri campi di ottenere la residenza permanente.

 

Il cambiamento di nazionalità, richiesto dal regolamento CIO per competere per un Paese diverso dal proprio, fu spiegato da lei stessa sulla piattaforma Weibo, il social media più diffuso in Cina: la ragazza dice che lo fa per ispirare milioni di ragazzi cinesi ad avvicinarsi agli sport invernali. Molte voci nella stampa americana, oltraggiata come vasta parte dell’opinione pubblica, la pensano altrimenti: il Dragone ha tirato milioni di dollari alla Gu, con sponsores grassi e munifici (alcuni, dissero, legati a dinamiche di sfruttamento in Xinjiang), e lei ha, semplicemente, tradito. Con la Gu, hanno notato altri, hanno tradito anche altri sponsores occidentali, che tuttavia in Cina fanno grandi affari e quindi averci la Gu come testimonial non è male. Diventa, secondo Forbes, la seconda atleta più pagata del mondo.

 

La ragazza è quindi chiamata apertis verbis «traditrice».

 

Più dei contratti con i grandi marchi del lusso e dello sport, secondo noi vale la pena di dare un’occhiata al suo background. La madre, soprattutto: già pattinatrice short-track della squadra della prestigiosa Università di Pechino negli anni Ottanta, vola negli USA per studiare biochimica e biologia molecolare, prima in Alabama, poi alla Rockefeller University – istituzione di quella famiglia che, ricordiamo, oltre che all’eugenetica è stata spesso interessata anche alla Cina, con programmi in loco ad inizio Novecento e grandi lodi dei rampolli alla politica del figlio unico di Deng.

 

Yan Gu, la madre di Eileen, finisce quindi all’Università di Stanford, il cuore della Silicon Valley, appena fuori da San Francisco – l’università che ci ha dato Googgle e il DNA ricombinante. Apprendiamo quindi che il nonno materno di Eileen non era un quivis de populo sinico ma un pezzo grosso della nomenklatura sino-comunista: era l’ingegnere elettrico capo del ministero dell’edilizia abitativa e dello sviluppo urbano-rurale della Cina comunista.

 

E il padre? Qui la cosa interessante: del padre non si sa nulla. L’argomento non è discusso in alcun modo. Qualche giornale cinese ha scritto che si tratterebbe di un laureato ad Harvard, ma non c’è traccia di lui in nessun documento, e possiamo solo speculare che si tratti di un bianco.

 

La Gu pare quindi essere nata senza papà. Dettaglio interessante.

 

Ci risuona nella mente un altro caso di superatleta cinese che, ad un certo punto, passò per gli USA: l’altissimo cestista shanghaiense Yao Ming. Come scrive il libro Operation Yao Ming, Ming nacque dall’accoppiamento, caldamente incoraggiato dal Politburo, dell’uomo più alto della città con una campionessa di pallacanestro. Il risultato fu eccellente: 2,29 metri di altezza, e carriera nell’NBA.

 

Una sorta di eugenetica sportiva riuscita, fatta con mezzi, come dire, «analogici».

 

Sappiamo tuttavia che riguardo l’eugenetica, parola che in Cina – yousheng, lemma formato dal carattere 优 (yōu) che significa «eccellente, superiore» e da 生 (shēng) che significa «nascere, far nascere, vivere»: in breve, «supernascita» – non ha uno stigma negativo come nell’Occidente post-bellico, la Cina si sta impegnando anche al di fuori dello sport. Come riportato da Renovatio 21, la Cina – hanno accusato apertamente i funzionari dell’Intelligence americana – starebbe lavorando alacremente da anni alla produzione di supersoldati geneticamente modificati.

 

È noto pure ai nostri lettori come, la Cina, per lo meno pubblicamente, costituisca il primo Paese ad aver impiegato la tecnica di ingegneria genetica CRISPR per il potenziamento degli esseri umani – le famose gemelline eugenetiche del biofisico He Jiankui, le quali sono state prodotte agendo su un gene che le rende immuni all’AIDS e, cosa meno conosciuta, fornisce loro capacità cerebrali superiori.

Non stiamo, ovviamente, puntando il dito su nessuno. Cerchiamo solo qualche puntino da unire, un giorno, quando qualcosa verrà rivelato: del resto questo giornale aveva riportato quattro anni fa i timori internazionali di «furti di DNA» per gli atleti stranieri alle Olimpiadi di Pechino 2022.

Iscriviti al canale Telegram

La cosa sarebbe già enigmatica così, se non si aggiungesse, speculare, il caso dell’altra grande medaglia d’oro semicinese (semiamericana) di Milano-Cortina: la pattinatrice Alysa Liu.

 

La Liu rappresenta un talento ancora più puro, ancora più precoce della Gu: campionessa del pattinaggio artistico a 13 anni, sembrava una forza invincibile della disciplina, battendo il record come campionessa più giovane di sempre. Troppo giovane per i mondiali: andò ad allenarsi a Roma con Carolina Kostner – si allenerà ancora in Italia, a Egna, provincia autonoma di Bolzano, nel 2021-2022.

 

Dopo aver vinto i mondiali 2022 a Montpellier decide di ritirarsi dalle scene: ha appena 16 anni, l’annuncio è dato su Instagram. Poi, tre anni dopo, ci ripensa e torna, 20 centimetri più alta, sul ghiaccio: i suoi allenatori rimangono scioccati come lo stop di anni non abbia influito in nulla nelle sue prestazioni, che rimangono eccellenti. Nel frattempo, dice, ha pensato di liberarsi di certe costrizioni: si fa i capelli a strisce bizzarre, si fa un piercing alle gengive (che pare relegarla in uno stato di apparecchio perenne) dice di voler provare nel pattinaggio la libertà che ha provato sciando negli ultimi anni.

 

Il suo ritorno coincide con la stagione delle Olimpiadi: ed eccola a Milano-Cortina a vincere due ori, tra cui il più ambito del singolo, con una performance che anche i non addetti ai lavori come noi non possono non trovare straordinaria: la simpatia, la dominanza del mezzo, lo slancio vitale, la cifra atletica altissima, la fantasia sprizzano da ogni poro di questa atleta.

Non è più una bambina costretta: è una donna matura con una libertà che sembra infinita, al riparo da tensioni distruttive e amarezze crudeli tipiche di discipline teatrali come questa. Quando scende sulle ginocchia e ruota, il palazzetto intero esplode.

 

Più che perfetto, è qualcosa di vero, autentico, e una figura di pienezza vitale raramente veduta. Il suo corpo forse non è bellissimo: il suo sorriso lo è davvero. Tutto il suo corpo, tutto il suo movimento, tutto il suo essere trasmette gioia in vampate inevitabili.

 

 

Iscriviti al canale Telegram

È toccante anche vedere come abbraccia la collega giapponese Ami Nakai, la quale non capisce di aver preso il bronzo, e quando lo realizza scioglie la flemma nipponica tra le braccia della campionessa: stringere con affetto un cittadino giapponese non è una cosa che certamente sarebbe stata permessa o perdonata alla Gu.

 

 

È a questo punto che diventa interessante capire meglio il suo caso. La Liu viene brandita dalla stampa conservatrice americana come l’anti-Gu: di origine cinese, non ha ceduto alle lusinghe – alle decine di milioni di dollari – offerti da Pechino. Alle Olimpiadi della capitale cinese, nel 2022, si dice che il dipartimento di Stato le avesse messo addosso un paio di persone che controllassero che agenti cinesi la trasformassero in un’altra Eileen Gu.

 

E quindi, anche qui, campionesse, medaglie d’oro, tra USA e Cina. Ma esattamente, da quale Cina viene Alysa?

 

La risposta è politicamente, biopoliticamente, ancora una volta interessante. Nata a Clovis, in California (pure lei), è figlia di due dissidenti cinesi fuggiti nel 1989 dal massacro di Tian’anmen – alcuni dei quali, come noto, rimasti attivi negli USA come attivisti anticomunisti, magari con qualche aderenza con i servizi. La famiglia Liu viene quindi esattamente dalla lotta politica tra USA e Cina, incarnata nel suo trauma più visibile, quello della repressione di Deng (sempre lui…) contro gli studenti.

 

I genitori divorziano presto, la madre esce un po’ di scena, i giornali, quando iniziano i titoli della campionessa, parlano del padre come di un «uomo single». Il signor Liu, divenuto negli USA avvocato, cresce quindi cinque figli, dove Alysa è la più grande: sono tutti, questa la parte che noi troviamo più interessante, nati tramite madri surrogate. In particolare, si parla di due anonime «donatrici» di ovuli, altro non è dato sapere. Già questo, dobbiamo dire, è piuttosto enigmatico.

 

In pratica: Alysa Liu è nata con la riproduzione artificiale. Su di lei abbiamo questa certezza.

 

In un’intervista alla trasmissione d’inchiesta 60 minutes il padre dice di aver pagato centinaia di migliaia di dollari per portare Alysa sul tetto del mondo. I modi dell’uomo paiono sicurissimi, il suo inglese ha poco accento, sembra saldo, convinto, determinato. Non sappiamo quali altri enigmi, oltre a Tianamen e alla provetta, possa contenere.

 

Aiuta Renovatio 21

In pratica, tra sci e pattini, ci passano di mezzo – persino lì – i rapporti complessi tra due superpotenze del XXI secolo. Che, sorpresa, non sono solo di antagonismo: e la cooperazione tra i due mondi potrebbe avere radici davvero oscure.

 

Il lettore può vedere come, sotto le Olimpiadi, si snodi una storia geopolitica biopolitica davvero intricata, che dallo sport può portare chissà dove: all’eugenetica realizzata, ai supersoldati, al tentativo prometeico di dominio biologico del futuro, che il padrone del mondo vuole che passi giocoforza tramite la provetta.

 

Prima o poi i puntini verranno uniti dal mainstream: nel frattempo, può provare a farlo il lettore di Renovatio 21.

 

Sarà anche ora, pensiamo noi, che qualcuno dica qualcosa in più sulla figura di Deng Xiaoping, il massacratore di Tian’anmen creatore della legge anti-prole che provocò centinaia di milioni di aborti, l’uomo che, al contempo, aprì la Cina al mercato, ergo distruggendo, secondo il disegno mondialista, la manifattura e la classe media occidentale.

 

È il caso che un giorno ci scriviamo qualcosa noi. Perché, ribadiamo, l’enigma della Cina moderna, lungi dall’essere olimpico, potrebbe essere davvero ctonio.

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di YantsImages via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Cina

Funzionario del governo argentino provoca un incidente diplomatico con la Cina

Pubblicato

il

Da

Il direttore della comunicazione digitale del governo argentino, il ventisettenne Juan Pablo Carreira, ha provocato un incidente diplomatico con la Cina le cui conseguenze si fanno ancora sentire. Lo riporta EIR.   Carreira, esperto dei social media per Javier Milei, ha pubblicato un messaggio su X il 2 settembre, usando lo pseudonimo di «Juan Doe» anziché il suo account ufficiale, incolpando la Cina del disastro delle inondazioni in Nepal.   Come riportato dal giornale argentino Página 12, il messaggio affermava che «una centrale idroelettrica vicino a un ghiacciaio al confine con il Nepal, unita ai tipici fallimenti della gestione industriale statale [cinese], ha portato al più grande crollo di una struttura di ingegneria civile mai registrato. Questo si aggiunge alla lista dei più grandi disastri umanitari causati dalla gestione dell’attività industriale da parte del Partito Comunista nella storia… Il comunismo uccide. Il Partito Comunista, travestito da “uomo d’affari”, uccide».   La reazione irata della Cina è stata immediata. Il portavoce dell’ambasciata cinese a Buenos Aires ha rilasciato una dichiarazione dai toni duri, sostenendo che, mentre Cina e Nepal collaborano nelle operazioni di ricerca e soccorso dopo la catastrofe alluvionale e conducono indagini congiunte per determinarne le cause, «un certo funzionario argentino, mosso da pregiudizi ideologici, diffonde maliziosamente voci per diffamare il Partito Comunista Cinese e ledere l’immagine internazionale della Cina».

Sostieni Renovatio 21

La Cina respinge «categoricamente» tali dichiarazioni e ha chiesto a Carreira di «ritrattare immediatamente le sue affermazioni». L’ambasciata ha inoltre avvertito che l’incidente potrebbe avere gravi conseguenze per le relazioni bilaterali.   A Pechino, il ministero degli Esteri ha convocato un incontro «urgente» con l’ambasciatore argentino Marcelo Suárez Salvia, ma, essendo quest’ultimo in vacanza, il secondo diplomatico più importante dell’ambasciata, Alberto Simunovich, sembra aver ascoltato la «forte protesta» del ministero degli Esteri in merito al post su X e ad altri comportamenti provocatori e ostili del governo Milei, che stanno causando crescenti tensioni bilaterali.   Il Mministero degli Esteri ha lamentato l’esclusione delle aziende cinesi dalle gare d’appalto internazionali in Argentina e ha inoltre denunciato l’oltraggiosa ingerenza dell’ambasciatore statunitense in Argentina, Peter Lamelas, il quale ha minacciato di revocare i visti ai dirigenti della Cooperativa per i Servizi Pubblici e Comunitari (CALF), il più grande distributore di energia elettrica della Patagonia, qualora avessero smesso di utilizzare la tecnologia Huawei.   Il ministero degli Esteri ha anche fatto riferimento al discorso di Lamelas al Forum sull’Energia 2026 del 13 agosto, sponsorizzato dalla Camera di Commercio USA-Argentina (AmCham), in cui ha avvertito il governo Milei che qualsiasi rapporto con Huawei o con la Cina «non favorirà gli investimenti» nel gigantesco giacimento di petrolio e gas di scisto di Vaca Muerta, sul quale Milei conta per attrarre ingenti investimenti stranieri.   E, mentre Milei ostenta costantemente la sua stretta collaborazione con l’amministrazione Trump, il ministero ha fatto notare che la Cina sta ancora aspettando la sua visita di Stato a Pechino, promessa due anni fa.   Il portavoce ufficiale di Milei, Adrián Ravier, si è rifiutato di riconoscere la responsabilità di Carreira nel provocare questa crisi, affermando che il governo risponde solo alle dichiarazioni pubblicate sugli account ufficiali, dal portavoce o dall’Ufficio del Presidente. Poiché Carreira ha usato lo pseudonimo di «Juan Doe», Ravier ha dichiarato che «non c’è nessun funzionario che abbia rilasciato una simile dichiarazione» riguardo alla Cina e al Nepal, secondo quanto riportato da Página 12.   L’errore di postare con account sbagliato è il vero incubo dei social media manager. Un caso plateale si ebbe in Italia nel giugno 2017, quando il responsabile della comunicazione digitale dell’allora premier Matteo Renzi, Alessio de Giorgi, smentì categoricamente di gestire la pagina Matteo Renzi News, utilizzando però su Facebook proprio il profilo ufficiale della pagina Matteo Renzi News.   Il problema è mondiale. Nel 2020 il politico statunitense Mitt Romney commise un errore da manuale. Per anni aveva utilizzato un account Twitter (oggi X) anonimo con lo pseudonimo di «Pierre Delecto» per difendere se stesso e attaccare i propri avversari politici nei commenti. A causa di una disattenzione del suo staff in un’intervista (e di successivi controlli incrociati sui social), venne a galla che dietro il fan sfegatato del politico mormone c’era lo stesso Romney, costretto poi ad ammettere il possesso dell’account segreto.   In diverse occasioni, lo staff di Donald Trump ha dimenticato di effettuare lo switch. Il caso più memorabile avvenne quando l’account ufficiale di Trump mise «like» e commentò in modo auto-celebrativo un post dello stesso Trump, dimenticando che il social media manager era loggato con il profilo del presidente invece che con un account di supporto o di una testata d’area.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Argentina.gob.ar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International   
Continua a leggere

Cina

Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese

Pubblicato

il

Da

Un vescovo di Datong è stato consacrato oggi in Cina con l’approvazione di Papa Leone XIV nell’ambito del controverso accordo tra Vaticano e Cina.

 

Papa Leone XIV ha nominato Paolo Liu Honggang vescovo di Datong, nello Shanxi, in Cina, il 10 agosto, «a seguito dell’approvazione della sua candidatura nell’ambito dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese», ha riferito lunedì mattina Vatican News. Ciò significa che Honggang è stato nominato vescovo all’interno della cosiddetta Chiesa «cattolica» controllata dallo Stato in Cina.

 

Lo Honggang è il settimo vescovo cinese che Leone ha nominato finora nell’ambito dell’accordo tra Cina e Vaticano.

 

Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.

 

L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreto e firmato nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa apparentemente mantiene il potere di veto, sebbene in pratica sia il PCC ad avere il controllo. Si presume inoltre che l’accordo preveda la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con vescovi approvati dal PCC.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

L’accordo è stato rinnovato più di recente nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante il periodo di sede vacante successivo alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC suscitarono timori che la Cina stesse approfittando della vacanza.

 

L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.

 

Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.

 

La decisione del PCC di nominare due vescovi in questo periodo dimostra che Pechino non considera importante il ruolo della Santa Sede o del Papa. Inoltre, evidenzia come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano, estremamente riservato, sembri essere la Cina – piuttosto che la Santa Sede – ad avere il controllo.

 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha ripetutamente criticato duramente l’accordo. Lo ha descritto come un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha accusato il Vaticano di «svendere» i cattolici cinesi.

 

Il cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

L’accordo ha portato a un aumento delle persecuzioni religiose, come documentato dalla Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina nei suoi rapporti annuali. Negli anni trascorsi dall’attuazione del patto , la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.

 

Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

Iscriviti al canale Telegram

Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.

 

I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».

 

Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Non è chiaro se queste nomine siano state ratificate da Roma, con il rischio che, senza l’approvazione papale, anche i vescovi cinesi clandestini, come quelli della FSSPX, siano incorsi in una comunica latae sententiae, epperò qui non comunicata urbit et orbi dal Sacro Palazzo.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di J.Martin via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0

 

Continua a leggere

Cina

Almeno 10 vescovi clandestini consacrati in segreto dopo l’accordo tra Vaticano e Cina

Pubblicato

il

Da

Un vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Lo riporta LifeSiteNews.   In un’intervista al Catholic World Report (CWR) sulla situazione della Chiesa in Cina, pubblicata il 23 agosto, il vescovo clandestino — non affiliato all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese ufficiale e rimasto anonimo — ha detto che «almeno 10 nuovi» vescovi clandestini sono stati consacrati di nascosto nella regione del Fujian da quando l’intesa sino-vaticana è stata formalizzata nel 2018, per assicurare la sopravvivenza della fede in uno «stato di emergenza».   Il presule ha aggiunto che, nell’ambito dell’accordo, il Vaticano ha approvato i vescovi scelti dal Partito Comunista Cinese (PCC), e che questo ha portato i cattolici cinesi a dubitare della reale attenzione della Santa Sede nei loro confronti.   Il prelato ha precisato che il numero esatto di questi vescovi consacrati in segreto per i fedeli clandestini non è noto, ma ha stimato che si tratti di «almeno 10 nuovi vescovi», spiegando inoltre che le consacrazioni occulte sono partite per il timore che «l’integrità della fede cattolica possa risentirne» a causa del crescente controllo statale legato all’accordo sino-vaticano.

Sostieni Renovatio 21

Si ritiene che l’accordo ufficialmente segreto tra Cina e Vaticano, firmato nel 2018, riconosca la «Chiesa» approvata dallo Stato cinese e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa, almeno sulla carta, manterrebbe un potere di veto, anche se nella pratica il controllo resterebbe al PCC. L’intesa presumibilmente permette anche di rimuovere vescovi legittimi e sostituirli con prelati graditi al PCC.   In questo modo l’accordo facilita al PCC il tentativo di piegare i cattolici cinesi alla propria ideologia. L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per quattro anni.   Il vescovo clandestino ha detto a CWR che i fedeli cinesi dubitano della sollecitudine del Vaticano per il loro bene spirituale, proprio perché la Santa Sede riconosce i vescovi scelti dal PCC. Ha citato in particolare il caso di due sacerdoti, padre Wu Jianlin e padre Li Jianlin, «eletti» vescovi ausiliari di Shanghai e Xinxiang durante l’interregno papale dello scorso anno.   Dopo l’elezione al soglio, papa Leone XIV ha riconosciuto questi uomini come vescovi: un fatto che, ha sottolineato il vescovo clandestino, i cattolici cinesi non hanno dimenticato.   Papa Leone ha continuato a riconoscere i vescovi designati dal PCC.   Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.   L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.   Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.   Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.   Negli anni trascorsi dall’attuazione dell’accordo, la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.   L’accordo ha portato ad un aumento della persecuzione religiosa, che la Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina ha descritto come una conseguenza diretta dell’accordo. Nel suo rapporto del 2020, la Commissione ha scritto che la persecuzione testimoniata è «di un’intensità che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale».   Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.
I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».   Da quando l’accordo segreto è stato firmato, diversi prelati cattolici di spicco, tra cui il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, lo hanno criticato aspramente. Il cardinale novantaquattrenne ha definito l’accordo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha persino accusato il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi.

Iscriviti al canale Telegram

Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.   Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine di Fayhoo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported  
   
Continua a leggere

Più popolari