Suicidio
Il tasso di suicidio assistito nell’Australia Occidentale aumenta del 63%
Un aumento choc del 63%: è quanto emerge dall’ultimo rapporto annuale del governo dell’Australia Occidentale sul suicidio assistito, pubblicato la settimana scorsa.
Nel periodo 2023-24 erano state 293 le persone che avevano fatto ricorso alla Voluntary Assisted Dying («morte volontaria assistita») VAD; nell’anno successivo il numero è salito a 480. Significa che oggi il 2,6% di tutti i decessi registrati nello Stato (su un totale di 18.380) avviene tramite suicidio assistito volontario.
L’età media dei pazienti resta alta – 77 anni – ma tra loro c’è anche una persona di appena 23 anni.
Contrariamente a quanto spesso viene raccontato dai sostenitori dell’eutanasia, il dolore fisico non è la ragione principale. Il 68,3% dei pazienti ha indicato come motivazione primaria «la minore capacità di impegnarsi in attività che rendono la vita piacevole» o la paura di perderla. Al secondo e terzo posto (entrambi al 58%) la «perdita di autonomia» e la «perdita di dignità». Solo meno della metà ha citato un «controllo inadeguato del dolore».
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Il documento governativo si apre con una metafora insolita per un testo burocratico: «Quando un sassolino cade in uno stagno di acqua ferma, si verifica un primo tonfo seguito da una serie di onde concentriche… Lo stesso accade quando una persona sceglie il suicidio assistito volontario». Gli autori usano l’immagine per trasmettere empatia, ma critici vi leggono anche un tentativo di normalizzare e umanizzare la pratica, preparando il terreno a richieste di maggiori fondi e personale dedicato.
Il rapporto include testimonianze di familiari e operatori che, di fatto, descrivono come amici e parenti abbiano convinto i malati a scegliere il suicidio assistito invece di un suicidio «fai-da-te» o di continuare a vivere.
Viene presentato un racconto aneddotico.
«In quella fase iniziale [dopo la diagnosi], [il mio amico] era più convinto che mai che [il suicidio] fosse la strada giusta. Gran parte della mia discussione con [il mio amico] è stata volta a convincerlo che il percorso di VAD a sua disposizione avrebbe portato a un risultato di gran lunga migliore per la famiglia. È stato interessante osservare i cambiamenti nel suo modo di pensare man mano che procedeva attraverso le diverse visite e telefonate con il team VAD… Inizialmente era scettico, poi ha iniziato a volersi auto-somministrare e infine, dopo l’ultimo incontro, ha accettato che affidare questo compito finale al Care Navigator] e all’operatore sanitario fosse la strada giusta da percorrere».
Un altro resoconto dimostra come l’idea del suicidio assistito sia considerata preferibile al suicidio iniziato dal paziente: «mio padre ha pensato al suicidio… Rabbrividisce pensare alle conseguenze accidentali che potrebbero derivare da… un’avventura suicida. Gli orrori delle procedure illegali si evitano al meglio facilitando informazioni, procedure e accesso sicuri… Grazie al cielo la VAD è ora disponibile in Australia Occidentale. Mio padre è mancato serenamente, circondato dall’amore della sua famiglia».
Diverse testimonianze criticano apertamente gli operatori e le strutture (soprattutto cattoliche) che si rifiutano di partecipare al processo. «L’obiezione di coscienza causa disagio ai pazienti e ritardi che per molti significano l’impossibilità di accedere alla VAD» scrive un medico. Un familiare aggiunge che il padre non avrebbe potuto nemmeno fare le visite preparatorie se fosse stato ricoverato in un hospice cattolico.
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Nello Stato del Victoria, Stato vicino, è già legge l’obbligo per i medici contrari di indirizzare comunque i pazienti a colleghi favorevoli al VAD.
Sebbene il racconto ufficiale insista sulla morte «pacifica e circondata dall’amore», esperienze da altri Paesi (come l’Oregon) documentano casi in cui i pazienti hanno impiegato fino a 47 ore per morire dopo l’assunzione del farmaco letale.
Il rapporto dell’Australia Occidentale, quarto dalla legalizzazione nel 2019, conferma una tendenza chiara: il numero di persone che sceglie di anticipare la propria morte cresce rapidamente, e con esso la pressione per rimuovere ogni ostacolo – anche etico – all’espansione del programma.
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Militaria
Epidemia di suicidi colpisce gli hacker militari USA
Il Comando cibernetico degli Stati Uniti sta analizzando un numero anomalo di suicidi tra i propri membri, concentrati in un arco di circa un mese durante l’estate.
La testata, citando messaggi interni delle forze armate, documenti ufficiali e colloqui con persone informate, ha riferito giovedì che almeno cinque individui impiegati nel comando o in stretto contatto con esso si sono tolti la vita tra l’inizio di giugno e i primi di luglio.
Questa sequenza di decessi ha spinto il Cyber Command a qualificare gli eventi come un cosiddetto «cluster di suicidi», espressione utilizzata dal Pentagono per indicare una serie di suicidi verificatisi a intervalli più stretti del consueto e tali da richiedere misure specifiche.
Gli operatori del comando hanno il compito di difendere le reti informatiche militari americane e, al tempo stesso, di penetrare nei sistemi digitali delle forze armate straniere per compromettere comunicazioni, difese aeree e altre capacità operative. Gran parte di queste attività si svolge all’interno di strutture ad altissima sicurezza e resta classificata.
Il costo psicologico di questo lavoro rappresenta da tempo una fonte di preoccupazione per i responsabili militari. Uno studio finanziato dall’esercito e richiamato da Bloomberg ha evidenziato che gli specialisti informatici soffrono spesso di insonnia, deficit di memoria, ruminazioni ossessive e patologie fisiche.
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Le criticità relative alla salute mentale degli hacker delle forze armate erano già emerse in sede congressuale. Una norma della legge sulla difesa del 2025 ha imposto al Cyber Command di mettere a disposizione esperti di salute mentale dedicati, compresi consulenti autorizzati a operare con personale che tratta materiali secretati.
I recenti decessi hanno riportato il tema all’attenzione del Congresso. Secondo Bloomberg, la Commissione per le Forze Armate del Senato sta valutando con il comando la possibilità di destinare risorse aggiuntive al supporto psicologico, mentre l’omologa commissione della Camera ha definito l’aumento dei suicidi una «questione critica».
Fonti di Bloomberg riferiscono che il carico di lavoro degli operatori è cresciuto in modo drastico a causa dei conflitti in corso all’estero, in particolare della guerra in Iran. I suicidi sono coincisi con una delle fasi più intense dello scontro.
È noto come il suicidio sia contagioso, tanto più che si può parlare di vere epidemie, che si propagano per imitazione o trasmissione sociale dei comportamenti suicidari (noto come effetto Werther o contagio suicidario).
L’effetto Werther è il fenomeno per cui la notizia del suicidio di una persona, diffusa dai media, provoca un aumento di suicidi emulativi nella popolazione.Il termine è stato coniato dal sociologo David Phillips nel 1974. Prende il nome dal romanzo di Giovanni Wolfgango Goethe del 1774, I dolori del giovane Werther, dopo la cui pubblicazione si registrò una catena di suicidi tra i giovani lettori che usavano lo stesso metodo del protagonista.
I giornalisti vengono quindi formati alla delicatezza totale nel parlare del tema del suicidio, perché un articolo pubblicato potrebbe di fatto far scattare a catena altri suicidi.
Tuttavia, la stampa sembra infischiarsene ampiamente, magari glorificando pure il suicida, in ispecie nel caso che questo scelga la morte eutanatica.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Eutanasia
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