Terrorismo
Assassinato Charlie Kirk. L’America piomba nella violenza politica
Charlie Kirk, prominente sostenitore del presidente Donald Trump e direttore esecutivo di Turning Point USA, è deceduto dopo essere stato ferito da un colpo di arma da fuoco durante un discorso alla Utah Valley University, secondo quanto annunciato dal presidente degli Stati Uniti.
L’attivista e influencer di 31 anni è stato raggiunto da un proiettile al collo mentre rispondeva alle domande di un pubblico riunito nel cortile dell’università. Secondo un portavoce dell’università, il colpo sarebbe stato sparato da un edificio situato a circa 200 metri dal luogo in cui Kirk si trovava, dopo che aveva parlato per circa 20 minuti, scrive il New York Times.
Diversi video dell’agghiacciante omicidio politico sono circolati in rete. Molti, che mostravano fiotti di sangue uscire dal collo del ragazzo, sono ora spariti da X.
«Il grande, e persino leggendario, Charlie Kirk è morto. Nessuno ha capito o posseduto il cuore dei giovani negli Stati Uniti d’America meglio di Charlie. Era amato e ammirato da TUTTI, soprattutto da me, e ora non è più con noi», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social, porgendo le condoglianze alla moglie di Kirk, Erika, e alla famiglia.
Riconosciuto per il suo ruolo chiave nella recente vittoria presidenziale di Donald Trump, Kirk ha galvanizzato i giovani elettori, soprattutto maschi, attraverso un’intensa attività di mobilitazione nei campus universitari, dibattiti virali sui social media e un instancabile impegno di sensibilizzazione. Durante il primo mandato di Trump, ha instaurato un rapporto stretto con l’ex presidente e la sua famiglia, diventando una figura di spicco nel definire la politica giovanile conservatrice negli Stati Uniti.
Sposato e padre di due figli piccoli, Kirk era considerato un esponente del christian nationalism che promuoveva valori tradizionali contro le istanze progressiste, mentre i detrattori della sinistra lo vedevano come una figura divisiva nelle guerre culturali americane.
Di fatto, il Kirk è stato ucciso mentre rispondeva una domanda sulla correlazione tra transessualismo e stragi massive. Video mostrano che anche all’evento all’università dello Utah vi erano oppositori che sventolavano la bandiera omotransessualista.
Charlie Kirk shot at the end of this video pic.twitter.com/qS8PnX1vZD
— Gulf of America (@GulfofAmerica_) September 10, 2025
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Kirk si trovava nello stand della sua iniziativa Prove me wrong, un banchetto da cui sfida al dibattito gli studenti di sinistra per poi creare video da mandare sui social. Il chiosco era transennato ed apparentemente molto presidiato da guardie del corpo.
Kirk aveva sostenuto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima delle elezioni del 2016 e del voto del 2024.
Il governatore dello Utah Spencer Cox ha dichiarato ai media: «Voglio essere molto chiaro, questo è un assassinio politico». «Voglio ricordarvi che qui nello stato dello Utah abbiamo ancora la pena di morte».
Un portavoce dell’università ha dichiarato che «un singolo colpo è stato sparato dalla cima di un edificio vicino, a circa 200 metri dal luogo dell’evento», circa 20 minuti dopo l’inizio dell’evento. «La polizia sta ancora indagando. Il campus rimarrà chiuso per il resto della giornata».
«Kirk ha iniziato la sua ascesa alla ribalta quando nel 2012 ha co-fondato Turning Point USA, un’organizzazione che si descrive come un «movimento studentesco nazionale dedicato a identificare, organizzare e responsabilizzare i giovani affinché promuovano i principi del libero mercato e del governo limitato».
All’ora in cui scriviamo la polizia brancola nel buio. L’FBI ha smentito le dichiarazioni precedenti che indicavano l’arresto di un sospettato in relazione all’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, comunicando mercoledì sera che la persona, inizialmente definita «soggetto di interesse», è stata rilasciata dopo un interrogatorio.
«Il soggetto in custodia è stato rilasciato dopo un interrogatorio da parte delle forze dell’ordine. La nostra indagine prosegue e continueremo a diffondere informazioni nell’interesse della trasparenza», ha scritto il direttore del Bureau Kash Patel in un tweet.
The subject in custody has been released after an interrogation by law enforcement. Our investigation continues and we will continue to release information in interest of transparency https://t.co/YXsG6YpFR5
— FBI Director Kash Patel (@FBIDirectorKash) September 10, 2025
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Mercoledì mattina, il Patel aveva annunciato che un «soggetto» era in custodia, scatenando la diffusa notizia che l’uomo armato era stato catturato. Anche il governatore dello Utah, Spencer Cox, ha affermato che «non ci sono informazioni che ci portino a credere che ci sia una seconda persona coinvolta», sebbene il commissario per la sicurezza pubblica dello Utah, Beau Mason, abbia insistito sul fatto che l’indagine rimanesse aperta.
Le dichiarazioni contrastanti hanno alimentato la confusione circa il fatto che le forze dell’ordine stiano ancora inseguendo un sospettato attivo. Le autorità non hanno ancora fornito una descrizione o l’identità dell’uomo armato.
Il presidente Donald Trump ha dichiarato l’intenzione di perseguire non solo l’assassino dell’attivista conservatore Charlie Kirk, ma anche coloro che, a suo avviso, finanziano e fomentano la violenza politica della «sinistra radicale» negli Stati Uniti.
In un video pubblicato mercoledì sera su Truth Social, Trump ha definito Kirk, 31 anni, un «patriota» e un «martire della verità e della libertà», lodandolo per aver ispirato i giovani americani attraverso dibattiti nei campus universitari di tutto il Paese.
«Charlie era il meglio dell’America, e il mostro che lo ha attaccato stava attaccando tutto il nostro Paese», ha detto Trump. «Un assassino ha cercato di metterlo a tacere con un proiettile, ma ha fallito, perché insieme faremo in modo che la sua voce, il suo messaggio e la sua eredità vivano per innumerevoli generazioni a venire».
President Trump shares a message on the assassination of Charlie Kirk.
“I ask all Americans to commit themselves to the American values for which Charlie Kirk lived & died. The values of free speech, citizenship, the rule of law & the patriotic devotion & love of God.” pic.twitter.com/3fBSgs4Zxa
— The White House (@WhiteHouse) September 11, 2025
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Il presidente ha collegato l’omicidio di Kirk a quelli che ha definito anni di demonizzazione dei conservatori da parte della sinistra, avvertendo che «la violenza e l’omicidio sono la tragica conseguenza della demonizzazione di coloro con cui non si è d’accordo, giorno dopo giorno, anno dopo anno».
«Per anni, la sinistra radicale ha paragonato meravigliosi americani come Charlie ai nazisti e ai peggiori assassini di massa e criminali del mondo. Questo tipo di retorica è direttamente responsabile del terrorismo a cui assistiamo oggi nel nostro Paese. E deve finire subito», ha dichiarato Trump.
Trump ha quindi promesso di usare tutto il peso della sua amministrazione per indagare non solo sui colpevoli, ma anche «sulle organizzazioni che li finanziano e li sostengono, così come su coloro che perseguono i nostri giudici, le forze dell’ordine e chiunque altro porti ordine nel nostro Paese».
Trump ha citato altri incidenti attribuiti all’estremismo di sinistra, tra cui il tentato omicidio nei suoi confronti avvenuto nel 2024 a Butler, in Pennsylvania, la sparatoria del leader della maggioranza alla Camera Steve Scalise nel 2017, gli attacchi agli agenti dell’ICE e il recente omicidio di un dirigente sanitario a New York.
«Questo è un momento buio per l’America», ha detto Trump, esortando all’unità attorno «ai valori americani per i quali Charlie Kirk visse e morì: i valori della libertà di parola, della cittadinanza, dello stato di diritto, della devozione patriottica e dell’amore per Dio».
Di fatto, gli Stati Uniti sembrano piombati in una stagione di violenza politica.
I commenti in rete sono polarizzati, tra utenti di sinistra che gioiscono oscenamente (magari sghignazzando sul fatto che Kirk si batteva per la libera circolazione della armi prevista dal 2° Emendamento della Costituzione USA) e chi accusa i progressisti di essere divenuti sostenitori di una vera e propria politica di odio e morte.
Elon Musk ha accusato la sinistra radicale di alimentare un clima che incoraggia la violenza contro i conservatori, definendola il «partito dell’omicidio». «La sinistra è il partito dell’omicidio», ha scritto Musk in un post su X, riecheggiando le affermazioni più ampie degli alleati repubblicani che sostengono che la retorica democratica e le narrazioni dei media hanno da tempo alimentato l’ostilità verso le figure conservatrici. Elon aveva detto le stesse cose ancora un’anno fa.
Musk ha anche condiviso un altro post in cui affermava che «i media mainstream di sinistra, così come personaggi come Gavin Newsom che sostengono che Trump intenda diventare un dittatore, hanno creato un clima di isteria contro le figure di destra che potrebbe radicalizzare un numero qualsiasi di persone instabili spingendole a impegnarsi nella violenza politica».
La crescente «cultura dell’assassinio» tra gli americani di sinistra è stata evidenziata in un sondaggio di aprile del Network Contagion Research Institute (NCRI), che ha rilevato che il 48% degli intervistati «di centro-sinistra» ha affermato che sarebbe «in qualche modo giustificato» assassinare il presidente Trump. Circa il 55% ha affermato lo stesso di Musk. All’inizio di quest’anno, attivisti radicali hanno preso di mira i proprietari di Tesla, accusando il miliardario di favorire il «fascismo» e chiedendo il boicottaggio delle sue aziende.
A questo punto, molti hanno cominciato a fare nomi di una possibile «purga» in arrivo. Il noto commentatore politico Mike Cernovich ha scritto che la punizione andrebbe assegnata «non solo alla “sinistra”, ma anche chi la finanzia. Come Soros, Bill Gates e Reid Hoffman. Un baby boomer impostore radicalizzato dall’agitprop non è certo il responsabile di oggi per chi è intelligente».
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Trump aveva proposto settimane fa di usare la legge RICO, utilizzata per debellare le mafie, contro i finanziatori della sinistra radicale come Soros e suo figlio. Nelle stesse ore la Fondazione Gates aveva tagliato i ponti con Arabella, una ONG considerata vicina alla sinistra rivoltosa. Bill Gates è quindi apparso a fianco di Trump ad una cena alla Casa Bianca con i grandi della tecnologia.
Reid Hoffman è il fondatore di Linkedin, già nella cosiddetta «Paypal Mafia», cioè il gruppo di ragazzi divenuti milionari vendendo PayPal ad eBay – quindi di fatto un tempo socio e collaboratore di Peter Thiel e dello stesso Musk.
Hoffman, che ha avuto estensivi rapporti con Jeffrey Epstein, ha finanziato cause contro Trump.
È presto per commentare sui possibili mandanti. Sarà possibile capire quale macchinazione vi è dietro solo quando verrà preso davvero il primo sospettato, che potrebbe essere il vero attentatore o un Lee Harvey Oswald qualsiasi. In America, vi è una parola precisa per il capro espiatorio poco intelligente di queste situazioni, «patsy».
Chi sarà il patsy? Potrebbe, certamente, essere come si aspettano tutti un’attivista di sinistra – epperò con un bel tiro: colpo dritto alla gola da almeno 100 iarde, cioè 90 metri. Se la sua colorazione sarà fortemente pro-pal, sapremo cosa potrebbe esserci sotto.
Al contempo, potrebbe saltare fuori che l’assassino viene invece da destra, magari è un groyper, il modo in cui si chiamano i seguaci del giovane attivista Nick Fuentes. Il Fuentes, che si dichiara razzista (ma vi sono parecchie personalità tra i neri che lo seguono e lo sostengono) era avversario di Kirk, definito come un gatekeeper che preveniva i conservatori dal realizzare l’influsso degli ebrei sulla società americana e sulla geopolitica mondiale. In diverse occasioni Fuentes ha canzonato Kirk, il quale ha sempre rifiutato un dibattito con il giovane antisemita, nonostante la crescente popolarità di quest’ultimo.
Se uscisse che l’assassino è un groyper, un incel, partirebbe una purga a destra di vaste dimensioni.
Kirk era un profondo sostenitore di Israele, al punto che con la sua organizzazione Turning Point USA vi mandava studenti per i classici tour dati ai cristiani evangelici americani allo scopo di sedimentare il loro filosionismo.
Tuttavia all’indomani della strage del rave del 7 ottobre 2023 si chiese come fosse possibile che i terroristi di Hamas fossero penetrati oltre un confine che lui stesso aveva visto varie volte presidiato da militari di leva israeliani 18enni ogni dieci metri. Varie voci si levarono quindi contro Kirk accusandolo di antisemitismo. Il ragazzo quindi tornò all’ovile, al punto da sostenere Israele ancora oggi.
Kirk aveva inoltre recepito l’ordine da parte di Trump di non parlare più del caso Esptein. Anche quello, secondo più di qualcuno, sarebbe legato allo Stato di Israele.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Terrorismo
Uomo arrestati per complotto terroristico contro Farage e per aver ucciso l’ex ministro cattolico Anne Widdecombe
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Immigrazione
L’ascesa del problema bengalese in Italia
Un amico, un signore che viaggia ben oltre gli ottant’anni e a cui voglio tutto il bene possibile, mi racconta questa scena dolorosa. Venezia, sta scendendo dal vaporetto per andare a trovare i famigliari. Scivola. È una brutta caduta davvero, lì per lì non riesce ad alzarsi. Lo soccorrono dei passanti che sono, più o meno, coetanei. Ad assistere a tutta la scena, impassibili, ci sono dei ragazzi bengalesi. Non muovono un dito: questo signore elegante, in evidente stato di difficoltà, non smuove nessun sentimento: né pietà, né senso di gratitudine per l’anziano che è, a rigor di logica umana, loro ospite.
Il problema bengalese a Venezia, e nel veneziano, è ben noto. Alcuni sostengono che il centrosinistra le elezioni le ha perse lì, nel Bangladesh lagunare, dove vivono, si dice, qualcosa come 20.000 bengalesi. Il candidato centrosinistro Andrea Martella, che sulla carta era dato per vincitore netto, aveva inserito sei o sette candidati bengalesi nelle proprie liste. Solo due correvano per il consiglio comunale, gli altri erano candidati alle municipalità.
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I giornali di centrodestra attaccarono subito: i bengalesi, che sono musulmani, chiedevano perentoriamente la costruzione di una moschea a Mestre. Il Giornale, aveva parlato di una campagna elettorale parallela, condotta nella lingua dei candidati – il bangla – e rivolta ai circa 15.000 bengalesi con diritto di voto. Nelle comunicazioni elettorali diffuse sulle piattaforme online e nei volantini si sarebbe fatto esplicito riferimento a invocazioni religiose (come «Che Allah ci protegga tutti e ci dia la capacità di prendere la decisione giusta», «Nel nome di Allah il misericordioso, il compassionevole, alle prossime elezioni metti una croce sul simbolo PD»). Il PD si imbarazzò un pochino, ma, come sempre, non troppo.
Libero scrive che il sito internet di una candidata in hijab avrebbe «in fondo alla pagina (…) una partita IVA di fantasia, numero 12345678901, che non risulta attiva. Un numero irreale per una attività reale con tanto di foto e filmati anche sulle piattaforme social». Un’altra candidata bengalo-piddina vanta sui social «decine di migliaia di follower» per «un’attività molto ampia tra consulenza in materia di immigrazione». Tuttavia, scrive il giornale milanese, «non esiste una ragione sociale verificabile pubblicamente, i contatti sono esclusivamente su Gmail e WhatsApp».
Non bastasse, ecco che arriva la tegola ulteriore: a meno di due settimane dal voto, un uomo bengalese di 36 anni viene arrestato a maggio 2026 a Mestre con l’accusa di aver violentato una connazionale di 17 anni, che peraltro è già madre.
Il risultato è stata la catastrofe elettorale per il Partito Democratico, che pensava di riprendersi la Serenissima, ridottasi nelle ultime decadi a bastione della sinistra italiana. E invece…
La percezione da parte dei veneziani, pure quelli radical-chic che possono permettersi di vivere in laguna, della questione bengalese è stata ampiamente sottovalutata – da tutti. Bisogna pensare a Jesolo: la principale sala giochi su spiaggia sabbiosa del veneziano, costruita attorno ad un lunghissimo viale (ben 13 chilometri), via Bafile, dove i negozietti dove un tempo una gentile signora vendeva creme da sole e giornali tedeschi, le boutique di bei costumi e i negozi di articoli nautici sono stati per lunghi tratti totalmente sostituiti da commerci di cianfrusaglie bengalesi, con merce – cinese – tutta uguale, tutta scadente, e nessuna capacità dei venditori, che se entri nel loro negozio ti guardano senza muoversi, e forse non solo perché molti di loro non parlano l’italiano.
Un’invasione vera e propria, la «grande sostituzione» migratoria in versione bottegaro-balneare. Un fenomeno che colpisce al cuore chi ha conosciuto la località turistica negli anni belli, quelli del benessere diffuso anche e soprattutto per le classi operaie. Uno spettacolo indecente che non può non aver ferito la sensibilità veneziana.
E ancora: davvero, costruire una moschea a Venezia, la potenza storica che più di chiunque fece contro i turchi e l’islamizzazione dell’Europa e delle sue coste? La città di Lepanto e di Marcantonio Bragadin (1523-1571), scuoiato vivo dai musulmani? Dove per dire che qualcuno ci mette troppo tempo di dice che «va mecando» (cioè, «va a la Mecca»), dal verbo mecar, perdere tempo, indugiare? (In effetti, verbo perfetto per discutere l’indolenza dei personaggi bengalesi di cui stiamo parlando: vanno alla Mecca, ma stando a Venezia)
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Il voto veneziano, quindi, può essere visto come un referendum sui bangla, popolazione di cui fino a pochi anni fa l’opinione pubblica ignorava l’esistenza. Ma che ora si trova sotto i riflettori per la sua capacità coriacea di chiudere la comunità – ed infiltrare la politica, parrebbe – e per certi reati che finiscono nelle cronache.
Tuttavia, siccome i bengalesi non sono i filippini, né i cinesi, davanti a tanta pubblicità negativa e perfino al respingimento elettorale di chi voleva avallarli mica hanno abbassato la cresta. Macché: eccoti che a fine agosto la comunità minaccia uno sciopero se non verrà costruita la moschea. «Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea siamo pronti a scendere in piazza» dice un leaderino di una sigla bangla, ricordando che i suoi conterranei lavorano nel turismo e nell’ospitalità.
Pochi giorni dopo, arriva un altro fatto di cronaca clamoroso, inedito per la città che ospita la Biennale e il Festival cinematografico più antico. Lunedì 7 settembre, durante la Mostra del Cinema, l’attrice bengalese Azmeri Haque Badhon, a Venezia con la pellicola The Difficult Bride, viene aggredita a Mestre da alcuni connazionali: insulti sessisti, telefono sottratto, colpi – e la sensazione che potessero ucciderla, racconta la vittima. «Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi» ha dichiarato, descrivendo l’aggressione appena fuori dal suo albergo con il nipote bambino.
I facinorosi le hanno urlato «combattente di luglio». Si tratta di un riferimento preciso alla rivolta del 2024 che ha portato alle dimissioni di Sheikh Hasina, primo ministro del Bangladesh dal 2009 al 2024 nonché figlia del primo presidente e padre fondatore del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, considerata una delle donne più potenti al mondo, in esilio in India dal 5 agosto 2024, dopo essere fuggita dal Paese a seguito della violenta rivolta studentesca (1.400 morti). La Hasina, nel novembre 2025, è stata condannata a morte in contumacia – sotto il governo ad interim di Muhammad Yunus, il tanto celebrato economista del microcredito – con accuse di crimini contro l’umanità.
I bengalesi mestrini avrebbero costretto la diva loro connazionale a gridare «Joy Bangla, Joy Bangabandhu», slogan legato a Mujibur Rahman, padre dell’indipendenza e dell’Hasina. I giornali locali riportano che tra il gruppetto vi sarebbe stato pure un candidato PD alle comunali di primavera in un comune della città metropolitana. Lui nega, i connazionali più addentro al partito si indignano.
Resta, per menti semplici come la nostra, una dissonanza significativa: perché questi, se vogliono vivere in Italia e integrarsi, pensano ancora alle questioni politiche del loro Paese? Non è che intendono l’Italia come pura piattaforma per estrarre danaro – in qualsiasi modo – e rimandarlo a casa, nella loro vera patria? Non è che tutta la questione dell’immigrato che cerca l’integrazione è una balla? Non è che con gli immigrati, specie nell’impunità dei loro comportamenti giocoforza sempre più impudenti, arrivano pericoli di cui non immaginavamo l’esistenza?
Sì. Stiamo importando, con le comunità bengalesi, non solo l’islamismo (ne scriviamo poco più sotto), ma anche beghe politiche cruente, che gli immigrati non hanno nessuna intenzione di dimenticare. Anzi.
Che qualcosa non sia completamente a posto con i bengalesi lo ha percepito – incredibile dictu – persino il fumettista idolo della sinistra Zerocalcare, che nel suo ultimo cartone Netflix mostra, en passant, un bengalese incapace di parlare l’italiano che sembra indicare che dietro i negozietti di alimentari (quelli spesso lerci, oramai onnipresenti nelle città italiane, con succhi e prodotti mai visti prima che non si sa come siano arrivati lì) ci potrebbero essere trame di riciclaggio della malavita.
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Vorrei, tuttavia, andare più a fondo di queste cronache locali e nazionali, e ricordare ai lettori un’altra vicenda, forse dimenticata. Un fatto che lega l’Italia e il lontano Bangladesh nel sangue: la strage di Dacca. Vi morirono quasi una decina di cittadini italiani.
Il primo luglio 2016 un commando jihadista assalta l’Holey Artisan Bakery, locale frequentato da stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, capitale del Bangladesh. Si tratta del classico bel posto dove è possibile incontrare gli expat, cittadini espatriati, e i loro simpatizzanti: tra le vittime, anche asiatici studenti in Occidente. Gli assalitori, giovani bangladesi armati di fucili d’assalto e machete, presero in ostaggio gli avventori. Furono risparmiati, dicono le cronache, soprattutto quelli che sapevano recitare versetti del Corano.
Al termine dell’assedio si contano 22 morti: nove italiani, sette giapponesi, un indiano, un americano, due bangladesi e due agenti di polizia. Gli italiani, che quindi costituiscono la maggioranza nell’orrido computo delle vittime, erano giovani in gran parte imprenditori del settore tessile.
Fu l’attacco più sanguinoso nella storia del Paese. Nel 2019 un tribunale antiterrorismo di Dacca condannò a morte sette imputati e ne assolse uno. Nel decennale, il 1° luglio 2026, il presidente Mattarella ha rinnovato il cordoglio alle famiglie e chiesto rigore nel contrasto al terrorismo.
Anche per l’Italia, si tratta del più grave attacco terroristico subito da anni. L’11 settembre morirono nelle Torri Gemelle 10 italiani, a Nassiriya il 12 novembre 2003 furono trucidati 19 italiani, di cui 17 militari – tuttavia, trattandosi di una base militare nell’Iraq appena «liberato» dai baathisti, definirlo come puramente un massacro jihadista è difficile.
La strage di Dacca è diversa: i terroristi – o giovani di famiglie benestanti, con studi in costose scuole private – formalmente appartenevano a Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), un gruppo jihadista locale messo fuori legge dal governo bengalese (che con ostinazione nega altre piste…) nel 2005, tuttavia arrivò subito la rivendicazione dell’ISIS, che pure diffuse anche le foto dei commando. Le due cose non si escludono, perché il JMB aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico.
Non è stato, insomma, un massacro appetitivo, ma un’operazione con una programmazione minuziosa, pure internazionale – perché vai a capire dove i fili che tiravano, e tirano, l’ISIS vanno a finire.
E quindi ci si chiede se, colpendo la Holey Artisan Bakery, non si volesse, per qualche ragione, colpire l’Italia stessa. Il locale si trovava a circa 200 metri dall’ambasciata d’Italia. Un italiano vi lavorava. Nella pasticceria c’erano al momento dell’attentato 11 cittadini italiani. Altri casi del passato permettono di capire la logica del bersaglio: la strage di Bali, rivendicata da una sigla di al-Qaeda nel 2002, con 202 morti, trucidò persone da 21 Paesi diversi, la stragrande maggioranza giovani turisti stranieri in vacanza: 88 australiani, 28 britannici, 7 americani, 6 tedeschi, 5 svedesi, 4 olandesi, 4 francesi e pure un italiano.
Se quindi la mente del terrore avesse scelto di colpire l’Italia, c’è da domandarsi se fosse un lucido segnale riguardo alla fine del «Lodo Moro» in una sua versione più estesa, e segreta, che riguardava in genere il terrorismo islamista.
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Il «lodo Moro» è il presunto accordo segreto, verbale, stretto all’inizio degli anni Settanta (di solito si indica il 1973) tra l’Italia e i gruppi palestinesi, in particolare il Fronte Popolare, stipulato da Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, e il garante era il colonnello capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. Secondo la versione più diffusa, l’Italia tollerava il transito di armi e militanti palestinesi e in cambio il Paese restava fuori dagli attentati. Altri ricostruiscono un patto più limitato, di semplice «neutralizzazione» del territorio, senza immunità.
L’intesa sarebbe entrata in crisi nel 1979 con i lanciamissili sequestrati a Ortona e l’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh. Da qui la «pista palestinese» sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti), sostenuta anche da Cossiga nel 2008, poi archiviata dai magistrati bolognesi nel 2015, dopo le condanne definitive degli esponenti neofascisti.
L’esistenza del patto resta però uno dei nodi più discussi della storia repubblicana: c’è da domandarsi se, forse non Moro ma altre figure filo-islamiche (come Andreotti, che fa costruire la più grande moschea fuori dall’Islam a Roma…) non siano riusciti, riuscendo pure a mantenere tutto riservatissimo, ad allargare la protezione degli italiani contro gli attentati di matrice islamista, magari proprio grazie alla capacità di parlare con i veri pupari dietro ISIS, al-Qaeda, etc. In cambio di cosa, abbiamo paura anche solo a pensarlo.
È solo un’ipotesi, che potrebbe spiegare perché in tanti anni, nonostante l’attiva partecipazione delle nostre truppe in Afghanistan e in Iraq (e in Libano…) non abbiamo visto eccidi terroristici di connazionali come invece è capitato ad altri, americani, britannici (come il massacro del 7 luglio 2005, 52 morti) e perfino spagnoli (strage di Atocha, 2004, 192 morti).
Tuttavia il punto qui è un altro: la violenza jihadista si è abbattuta sugli italiani, in modo netto e tutto sommato inaspettato, per mano bengalese. È un nodo ulteriore, dimenticato, che l’immigrazione massiva, partiticamente garantita, dall’ex Pakistan orientale potrebbe far rispuntare. Del resto, la globalizzazione terzomondiale, cioè l’invasione massiva programmata, cioè la costruzione di un sistema di anarco-tirannia in Occidente, questo fa: non integra, ma disintegra. I problemi, anche politici, anche terroristici, degli immigrati divengono i nostri.
Quello del jihadismo bengalese non è un problema di cui attualmente si discute. Non siamo sicuri che non se ne discuterà. Intanto, erigete loro pure una moschea.
Roberto Dal Bosco
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Terrorismo
La polizia britannica arresta 5 uomini per l’allarme bomba all base aerea USA: tutti di origine immigrata?
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🚨 BREAKING: Donald Trump responds to the suspected bomb plot at RAF Fairford
“Working with Britain, it was an amazing job. We had them under investigation. They were looking to do big damage to our fort, and working with the British worked out great and we got them” pic.twitter.com/PlChiTQlSx — Politics UK (@PolitlcsUK) September 27, 2026
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La polizia valuta anche se qualcuno abbia agito, consapevolmente o no, per conto di uno Stato estero, come suggerito pubblicamente dal segretario di Stato Marco Rubio; l’ambasciata iraniana a Londra ha smentito ogni coinvolgimento.🚨 WATCH: Donald Trump says the RAF Fairford suspects should have not been bailed
“We know everything about them. We would have not released them” pic.twitter.com/3IoZDdquNj — Politics UK (@PolitlcsUK) September 28, 2026
Secretary Rubio tells Fox News tonight that the RAF Fairford incident involves “a foreign actor” and that it’s a very serious situation. pic.twitter.com/SJF8qcavwC
— Jason Brodsky (@JasonMBrodsky) September 29, 2026
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