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Zerocalcare, il pericolo mortale di «Strappare lungo i bordi»

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L’evento audiovisivo dell’anno è con probabilità – dopo Squid GameStrappare lungo i bordi, opera di animazione Netflix in sei episodi firmata dall’oramai celeberrimo Zerocalcare.

 

Zerocalcare è un romano nato nel 1984. All’anagrafe si chiama in realtà Michele Rech, ponendosi quindi nel solco degli artisti romani che coprono un nome nordico con uno pseudonimo, come nel caso del grande Franco Lechner (1931-1987), in arte Bombolo, o la recentissimamente scomparsa Lina Wertmüller (1928-2021), il cui nome per esteso era Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich (in pratica aveva un nome lungo quanto gli improbabili titoli delle sue pellicole).

 

Zerocalcare è senza dubbio il più grande artista della sua generazione per quanto riguarda il fumetto e ora anche il cinema di animazione. Il suo è un successo davvero autentico: viene davvero dal basso, da un passaparola furioso dei suoi sostenitori (un insieme molto trasversale) che forse pure precede, o può ignorare, i social media.

 

Zerocalcare è senza dubbio il più grande artista della sua generazione per quanto riguarda il fumetto e ora anche il cinema di animazione

Viene dai centri sociali, un mondo che da decenni ha perso la sua spinta. La cosa è pienamente avvertibile nella sua opera, dove si dedica per lo più riferimenti della cultura popolare trasmessa dalla TV (Guerre Stellari, I Cavalieri dello Zodiaco, Game of Thrones, I Simpson, Ken il Guerriero), che con ogni evidenza vince per profondità e persistenza sulle mitologie gosciste.

 

La sparizione dell’anima dell’universo un tempo detto «antagonista» è stata drammaticamente visibile durante la pandemia, dove i ribelli libertari non hanno fiatato mentre si installava nelle loro città un vero Stato di polizia che ogni giorno che passa diventa sempre più distopico (botte dai celerini, libertà di parola proibita, pass digitali). Di fatto, del tema della pandemia in Strappare lungo i bordi non c’è traccia alcuna: il «centrosocialismo», con evidenza, non disponeva della capacità di calcolo per una cosa del genere, né la volontà di antagonizzare davvero il potere costituito quando esso mostra il suo vero volto.

 

Ad ogni modo, la serie è di altissima fattura. La sfida di trasporre in immagini in movimento la caratteristica principale dei fumetti dell’autore – ossia la visualizzazione immediata di tutti i pensieri del protagonista – è riuscita in pieno, forse in modo ancora più divertente rispetto alla carta. Si ride e si ghigna ad ogni piè sospinto.

 

 

Certo, un paio di cose stonano, forse in maniera imperdonabile. Della sigla simil-Riccardo Fogli ci chiediamo tuttora la significazione, ed è mandata in onda, apparentemente senza ironia, pure una canzone di Ron. Poi, la presenza, anche solo in voce, di Mastrandrea… Ma perché? Perché?

 

Del tema della pandemia in Strappare lungo i bordi non c’è traccia alcuna: il «centrosocialismo», con evidenza, non disponeva della capacità di calcolo per una cosa del genere, né la volontà di antagonizzare davvero il potere costituito quando esso mostra il suo vero volto

La serie ha fatto scattare un paio di polemiche sui giornali mainstream. La prima, la più stupida, era sul persistente uso del romanesco. La seconda invece riguardava una questione di modelli umani.

 

La seconda, lanciata dall’ex parlamentare radicale Daniele Capezzone, ora giornalista del quotidiano non allineato La Verità, «Voi con Zerocalcare, noi con Clint Eastwood. A ciascuno il suo, e ciascuno contento: chi con la lagna e il disagio come dimensione esistenziale; chi invece con la lotta, la sfida, l’affermazione dell’individuo contro ogni potere». Lo Zerocalcare risponde: «A me me fa volà che DANIELECAPEZZONE se sente come CLINT EASTWOOD».  Non sappiamo bene se ci sua qualche allusione che non capiamo. Tra gli utenti di Twitter, scroscianti applausi.

 

Nella storia, a Biella i genitori della ragazza suicida hanno allestito per la «cerimonia funebre» la sua palestra di Boxe

Tuttavia vorremo qui parlare di qualcosa di più serio.

 

Gli episodi sono essenzialmente costruiti su due livelli, che peraltro non si incollano benissimo fra loro: da una parte una serie di gag sul micromondo del ragazzo, con discorsi che vanno dalla sporcizia del bagno degli uomini alla sporcizia del suo divano, passando per il dolore di deludere la propria maestra alle elementari.

 

A questi segmenti, divertenti e autoconclusivi, è agglutinata la storia principale, che (SPOILER) è il viaggio, anche questo di minimalismo disperato, da Roma a Biella per andare al «funerale» di un’amica, potenzialmente una morosa, morta suicida.

 

E in questo frangente che si pongono, per chi ha presente di cosa si sta parlando, dei problemi di non poco conto.

 

Riteniamo questa cosa – le esequie di un suicida celebrate in qualsiasi forma, nella palestra di un centro sociale o in una cattedrale della fu religione cattolica – un pericolo estremo per la società, un rischio mortale e concreto per tante persone

Un giornale romano lo ha intervistato titolando «È una storia autobiografica, tranne il suicidio». Dice che il personaggio di Alice, la ragazza suicida al centro dell’intreccio, è immaginario. Noi tuttavia ricordiamo un suo fumetto, uno dei primi, che cercava di elaborare la morte di un’amica anoressica. Non sappiamo se si trattai di quello. «Non avevo voglia di raccontare una persona specifica per non lederne la privacy. Evidentemente, però, nella vita mi sono trovato a vivere delle situazioni molto simili» chiosa.

 

Nella storia, a Biella i genitori della ragazza hanno allestito per la «cerimonia funebre» la sua palestra di Boxe, che sembra uno di quei luoghi che, come da moda recente (a sinistra ma non solo), vengono «okkupati» per questioni sportive.

 

La suicida, viene detto orgogliosamente al microfono, non era una vittima. Il protagonista si interroga sulla mancata solennità della situazione.

 

Vengono fatti ascoltare gli audio della ragazza con i bambini per cui faceva la volontaria. Canzoni. Ricordi. È una festicciola, anche affollata, in onore di quella che si è uccisa.

 

Se c’è una cosa detta giusta dall’OMS è che il suicidio è contagioso. Il suicidio infetta chi gli sta intorno. Il suicidio può propagarsi come una vera epidemia

Il suicidio non viene condannato, da nessuno. Per qualche minuto, qualche domanda viene posta. Ma in fondo, pare di capire da altri discorsi che vengono fatti tra gli amici, è una sua scelta. Così come quella di aver voglia di fare sesso, o di mangiare del gelato a tarda notte, o di provare un’esperienza «lella», cioè lesbica.

 

Ha deciso di andarsene, punto. Non dobbiamo stare qui a chiederci il motivo. Celebriamone, tutti insieme, l’esistenza – compresa forse anche quest’ultima scelta. Si ricava questa impressione. E dobbiamo essere sinceri, è quella che si ha da qualsiasi funerale conciliare fatto ad un morto suicida.

 

Riteniamo questa cosa – le esequie di un suicida celebrate in qualsiasi forma, nella palestra di un centro sociale o in una cattedrale della fu religione cattolica – un pericolo estremo per la società, un rischio mortale e concreto per tante persone.

 

Non stiamo parlando a caso. Perché se c’è una cosa detta giusta dall’OMS è che il suicidio è contagioso. Il suicidio infetta chi gli sta intorno. Il suicidio può propagarsi come una vera epidemia.

 

Se il semplice «parlare» di un suicidio come fatto di cronaca fa aumentare i suicidi, giustificare un morto suicida, che effetto può avere? E fare della sua morte una celebrazione?.

Ma non è solo l’OMS. Questa semplice verità, e cioè che il suicidio può contagiare, è conosciuta, in teoria, perfino dall’Ordine dei Giornalisti, che sul suicidio mette in piedi corsi deontologici:

 

«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita».

 

Se il semplice «parlare» di un suicidio come fatto di cronaca fa aumentare i suicidi, giustificare un morto suicida, che effetto può avere? E fare della sua morte una celebrazione festosa?

 

Ne parlo perché ho potuto testimoniare in prima persona il fenomeno: i suicidi si possono presentare sotto forma di cluster, di «grappoli» devastanti. Ne avevo scritto su un vecchio articolo pubblicato anni fa su Renovatio 21, «La vita senza il dolore». Ciò che vi scrivevo è ancora vivissimo dentro di me.

 

Organizzarono un funerale in chiesa per A. e io sapevo che era la cosa sbagliata, per il semplice fatto che la mia sensibilità tradizionale mi porta a sapere che, prima del Concilio Vaticano II, i funerali dei suicidi, saggiamente, non venivano celebrati. O almeno, non si facevano messe pubbliche

C’è stato un anno in cui nel giro di poco tempo ho visto morire per suicidio una sequela di amici e conoscenti. Fu sconvolgente: sparivano uno dopo l’altro. Alcuni casi in teoria non erano collegabili fra loro. Altri, invece, sì.

 

Iniziò A., e fu straziante. Ricordo la telefonata a tarda sera degli amici, che chiamavano dalla camera mortuaria. «Cosa?». «A. non c’è più». Ti si spalanca davanti il vuoto. Il vuoto poi comincia a vorticare. Perché? Lo sai perché. Forse non lo sai. E poi potevi fare qualcosa, potevi vederlo più spesso, anche se non c’era mai l’occasione, ormai. Ma no, non potevi fare nulla. Ecco, adesso vuol dire che a Natale quest’anno non lo rivedrai? Vuol dire che non ti farà una di quelle sue telefonate con la sua parlata irresistibile? Ma come è possibile? Poi, per tutta la notte, sentimenti indefinibili. Nei giorni successivi, pure.

 

Organizzarono un funerale in chiesa per A. e io sapevo che era la cosa sbagliata, per il semplice fatto che la mia sensibilità tradizionale mi porta a sapere che, prima del Concilio Vaticano II, i funerali dei suicidi, saggiamente, non venivano celebrati. O almeno, non si facevano messe pubbliche.

 

Ma la Chiesa, con il Concilio, è cambiata: l’Inferno è stato di fatto «svuotato». Quindi i peccati, compresi i suicidi, non potevano che aumentare a dismisura: cosa ti ferma, davanti all’errore, se non c’è il timore della punizione tremenda? Questa è la chiesa che rifiuto, e che combatterò sempre, e che accuso anche di tutte queste morti, che sono milioni.

 

Non fu solo quello il motivo per cui decisi, con dolore, di non partecipare. Avevo appreso che gli amici intendevano fare uno show completo: letture belle, e poi via con l’ascolto delle musiche preferite di A., che era un cultore, con tanto di spiegazione dal pubblico di altro amico musicofilo. Scelsi di stare lontanissimo da tutto questo: andai ad una conferenza in Centro Italia, di quelle dove si parla delle devastazioni del Concilio Vaticano II, e ricordai, con un accenno anonimo, A., vittima di un mondo dove la religione non ti racconta più cosa è il Bene, e che dono infinito sia la vita umana. Trovai lì un sacerdote tradizionista, un grande prete che riuscì a capire la situazione. Chiesi di dire una messa per l’anima di A., pensando così di aver chiuso nel modo giusto la storia.

 

La questione, tuttavia, non riguarda questi cartoni animati. È l’aria che essi respirano, che respiriamo tutti. È la Necrocultura. È la legge della realtà del secolo, è il sistema operativo del mondo moderno: tutto deve tendere alla distruzione dell’essere umano, alla sua umiliazione alla sua dannazione

E invece, mi sbagliavo terribilmente.

 

Poco dopo, sarebbe stata la volta di R.

 

Con R., che conoscevo meno, c’era una relazione famigliare. Lui si definiva come un cugino acquisito, e chiamava scherzosamente mia sorella «cugi». Mi telefonarono di pomeriggio, mentre lavoravo. Mi fu impossibile continuare qualsiasi attività. Mi fu impossibile, parimenti, non pensare ad A., non risentire tutto quel dolore, ora maggiorato, divenuto ancora più irrazionale.

 

Poi la realizzazione. R. era andato ai «funerali» musicali di A. Come non pensare che, nella mente di qualcuno che ospita l’oscuro pensiero, possa scattare quel clic: se me ne vado sarò ricordato dai miei amici tutti uniti, felici, messi insieme dalle cose che ci piacciono, da un senso di affetto collettivo quasi liberatorio, catartico. La mia festa più bella – senza di me. Clic.

 

È chiaro che sono solo le mie stupide ipotesi. Non ho il potere di conoscere cosa c’era dentro all’anima in quel momento. Tuttavia, sulla contagiosità del suicidio, come ammesso dall’OMS e pure in teoria dalla deontologia dei giornalisti, ci sono elementi concreti.

 

Potete capire, quindi, perché posso ritenere pericolosa la serie di Zerocalcare. Il funerale bordo ring mi hanno ricordato A. e R. E il nulla infinito che se li è portati via, e che, senza che qualcuno faccia qualcosa, continua ad avanzare disintegrando il nostro mondo e portandosi dietro tante anime.

 

La situazione attuale: la Cultura della Morte è uscita allo scoperto e ci ha circondato e imprigionato

La questione, tuttavia, non riguarda questi cartoni animati. È l’aria che essi respirano, che respiriamo tutti. È la Necrocultura. È la legge della realtà del secolo, è il sistema operativo del mondo moderno: tutto deve tendere alla distruzione dell’essere umano, alla sua umiliazione alla sua dannazione.

 

Chi doveva difenderci, non è sparito: si è messo dalla parte dei demoni.

 

«L’Ordine dei giornalisti e l’OMS, ho detto all’inizio, quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no» scrivevo tre anni fa.

 

Potete, se volte, leggere il pezzo dedicato alla serie mandato in stampa dal giornale dei vescovi, Avvenire. La questione è totalmente ignorata (così come una microsequenza con un Armadillo prete che celebra dicendo volgarità: non sappiamo se un tempo sarebbe stata ritenuta legale). Ai cattolici di oggi, cosa interessa? Di fatto, cosa li divide dai centri sociali e dai loro «riti» improbabili?

 

«Perché la Chiesa di oggi è davvero un ente stupido quanto assassino» sbraitavo nel vecchio articolo. «Perché la Chiesa di oggi è il vero problema, il vero nemico dell’Umanità e del Dio della Vita».

 

Terminavo con un discorso filosofico sul dolore che integra la vita, da bisogna voler celebrare tutta intera, perché la vita è qualcosa di superiore al dolore e al piacere, è ciò che li contiene, e che, nella sua forza divina, va avanti anche senza di essi.

 

Tanti altri, da quando è iniziata questa storia, sono morti. Questo è un fatto che abbiamo accettato. Solo, ricordiamoci di non celebrarlo. Ricordiamoci di combatterlo.

Blah blah. Tutto giusto, per carità. Ma guardo alla situazione attuale: la Cultura della Morte è uscita allo scoperto e ci ha circondato e imprigionato.

 

In questi due anni, resistere alla lusinga della tenebra per molti è diventato difficile. Lo sappiamo dalle statistiche. L’impianto dello Stato globale pandemico ha avuto questo effetto, e forse era nei programmi. Di certo, qui la gerarchia cattolica ha dato una grossa mano, mostrandosi programmaticamente impotente verso un organismo acellulare che ha chiuso i suoi templi e cancellato i suoi riti – oltre ad aver introdotto un sacramento nuovo, quello della siringa mRNA.

 

Tanti altri, da quando è iniziata questa storia, sono morti. Questo è un fatto che abbiamo accettato.

 

Solo, ricordiamoci di non celebrarlo. Ricordiamoci di combatterlo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Peterbandle85 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-ND 3.0)

 

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La figlia di Stanley Kubrick parla dei «20 minuti mancanti» da Eyes Wide Shut

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Vivian, la figlia minore del celebre regista Stanley Kubrick, ha respinto le affermazioni secondo cui mancherebbero 20 minuti dal film capolavoro finale del padre uscito nel 1999, Eyes Wide Shut.

 

In una spiegazione dettagliata pubblicata su X, in risposta alle affermazioni diffuse da molti, tra cui il celeberrimo podcasterro Joe Rogan, Vivian Kubrick, che ha una carriera di musicista nel campo delle colonne sonore, ha osservato che suo padre distruggeva le riprese scartate e i filmati extra per impedire la creazione di versioni alternative dei suoi film, e ha affermato di non aver mai visto prove dell’esistenza di tali presunti filmati.

 

«Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so», ha scritto, aggiungendo: «per contestualizzare, mio ​​padre faceva sempre incenerire le sue scene tagliate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di creare versioni alternative».

 

«Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati tagliati dopo la sua morte. Questo sarà una grande delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere».

 

 

 

Nel suo post, Kubrick ha taggato Alex Jones – di cui la Kubrick è sostenitrice e di cui è negli anni stata spesso ospite –, il giovane podcasterro Julian Dorey e Joe Rogan, nella cui trasmissione mesi fa era stato ospite il cineasta Roger Avary assieme al suo ex sodale Quentin Tarantino.

 

 

Avary, che ha dimostrato di avere una lettura profonda non solo dei film ma anche degli eventi mondiali, aveva spiegato che il finale del film di Kubrick conteneva un messaggio terrificante, che con probabilità sarebbe stato ampliato da questi presunti 20 minuti che gli studios avrebbero censurato al celebrato regista, scatenandone l’ira – Kubrick era noto per pretendere il controllo totale del film, persino nei suoi doppiaggi, con la leggenda secondo cui poteva far rifare un ciak anche cento volte. La produzione di un film di Kubrick poteva quindi durare mesi.

 

Secondo Avary, nel finale di Eyes Wide Shut vediamo un’inquadratura due uomini che, nel contesto di un negozio di giocattoli, portano via la figlia dei protagonisti, interpretati da Tom Cruise e dall’allora moglie Nicole Kidman. Questa sarebbe la rappresentazione del vero prezzo che il protagonista paga per aver scoperto i riti magico-sessuali dell’élite.

 

Allo stesso tempo, hanno aggiunto tanti osservatori, tale idea potrebbe essere un’allusione ai traffici pedofili delle élite, un po’ come avveniva con Epstein. Il fatto che la bambina mostri ai genitori un orsacchiotto sarebbe un altro riferimento alle reti degli abusatori.

 

 

 

Un concetto non dissimile di traffico di minorenne è ripetuto nel film nella storia della figlia dell’affitta-costumi interpretato da Rade Serbedzjia. Il personaggio ha il nome molto serbo di Milic, che tuttavia qualcuno ritiene possa essere, con un semplice cambio di consonante, Moloch, la divinità cui si sacrificavano i figli.

 

 

Secondo altri ancora, in questa idea – di cui sarebbe rimasta solo un’inquadratura – vi sarebbe un elemento autobiografico: proprio la figlia Vivian, che era stata vicino al padre al punto da scrivere la colonna sonora di Full Metal Jacket (1987), si era poi affiliata a Scientology – di cui è, quasi nella posizione di vertice, lo stesso Cruise – e questo sarebbe poi ricostruito come nel «rapimento» della figlia della coppia dei protagonisti.

 

Kubrick morì nel 1999 quando la produzione era quasi finita. Il film fu presentato al Festival di Venezia con grande successo. Gli interrogativi su altri elementi della sua opera continuano, come un presunto messaggio segreto disseminato in varie pellicole (tra cui soprattutto Shining) sulla falsità dell’allunaggio, le cui immagini, secondo una certa vulgata, sarebbero state girate dallo stesso Kubrick, forte della lezioni sugli effetti speciali appresa realizzando 2001 Odissea nello Spazio, in uno studio cinematografico.

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Di seguito traduciamo in toto il testo della Kubrick pubblicato su X.

 

Eyes Wide Shut: i 20 minuti mancanti

Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so.

 

Per contestualizzare, mio ​​padre faceva sempre incenerire le scene scartate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di crearne versioni alternative.

 

Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati rimossi dopo la sua morte. Questo sarà sicuramente una delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere.

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Certo, non ero in grado di sapere tutto ciò che poteva essere accaduto prima o subito dopo la morte di mio padre. All’epoca vivevo a Los Angeles e stavo componendo la colonna sonora di un altro film. Volai in Inghilterra, completamente traumatizzata, per essere presente ai preparativi per il funerale e la sepoltura di mio padre. Ma dovetti tornare a Los Angeles il giorno dopo la sua sepoltura, sopraffatta dal dolore e dalla stanchezza, per completare la colonna sonora che ero contrattualmente obbligata a terminare, cosa che riuscii a malapena a fare. Quindi, in più di un senso, non ero presente a qualsiasi discussione potesse essere seguita.

 

L’unica modifica di cui ho sentito parlare all’epoca riguardava l’uso della CGI (immagini generate al computer) per oscurare parte della nudità nella scena dell’orgia, richiesta dalla Warner Brothers per ottenere un visto censura R per il film. Ma non ho sentito dire che siano state eliminate inquadrature o scene.

 

Quando mio padre morì, Eyes Wide Shut aveva raggiunto la fase di montaggio finale e si trovava nelle fasi conclusive della post-produzione. Era stato appena mostrato ai dirigenti dello studio, presumo con una colonna sonora provvisoria, mentre il mixaggio audio definitivo e parte del lavoro musicale dovevano ancora essere completati.

 

Era il 1999, l’epoca della distribuzione fisica delle pellicole. Il film fu montato con Avid [un sistema di montaggio digitale in auge tra gli anni Novanta e i primi Duemila, ndt], ma questo non va confuso con il tipo di archivio digitale permanente che si immagina oggi. Il materiale Avid consisteva in trasferimenti video a definizione standard realizzati dai giornalieri (720 × 576 pixel) e utilizzati per il montaggio. Si trattava di copie di lavoro, non di una conservazione digitale ad alta risoluzione del negativo originale. Non esisteva una versione digitale ad alta risoluzione di ogni ripresa archiviata su un server da qualche parte, come si potrebbe ragionevolmente immaginare oggi.

 

Naturalmente, erano presenti tutte le copie di prova in 35 mm, così come il negativo originale della cinepresa contenente gli scarti. Alla fine, molto tempo dopo che il film era stato completato e distribuito, le copie di prova in 35 mm e il negativo originale degli scarti furono inceneriti. Il negativo master originale del film finito e gli elementi intermedi della pellicola ricavati da esso furono, ovviamente, conservati in magazzino.

 

Una volta che l’immagine era definitiva, il negativo originale della cinepresa veniva fisicamente tagliato per corrispondere al montaggio finale di Avid. Una volta che il negativo era stato tagliato, non era possibile semplicemente annullare i tagli e riorganizzare la pellicola: ogni taglio distruggeva un fotogramma sia all’inizio che alla fine dell’inquadratura.

 

Il negativo master del film finito veniva quindi utilizzato per realizzare gli interpositivi, dai quali venivano ricavati gli internegativi, e questi ultimi venivano utilizzati per realizzare le copie in 35 mm destinate alla distribuzione cinematografica. Il negativo originale delle riprese scartate non veniva mai sottoposto a questo processo perché, ovviamente, quelle riprese non facevano parte del film finito.

 

Qualcuno potrebbe dire: «Ma allora, se la versione mancante di 20 minuti esistesse, sarebbe conservata sull’Avid!». Ma montare il film su Avid non significa che tutto quel materiale sia stato conservato per sempre. Non era un’epoca in cui ogni singolo elemento di montaggio veniva automaticamente conservato sui server per decenni, e non so se esista ancora del materiale di montaggio Avid della produzione. Questa è una domanda da porre alla University of the Arts London. Lì è conservato l’archivio ufficiale dei documenti, dei materiali di produzione e di altri documenti di mio padre, che coprono tutta la sua carriera, incluso Eyes Wide Shut. Ma a quanto ne so, non esiste alcuna copia del girato Avid del film.

 

Quindi, anche se 20 minuti fossero stati effettivamente rimossi dopo la sua morte, dubito seriamente che dovremmo aspettarci di trovare oggi da qualche parte un video o una copia digitale, un negativo inutilizzato o qualsiasi altra traccia fisica evidente di quel materiale. Ma l’assenza di tale materiale ha un doppio risvolto: non prova che quei 20 minuti siano mai esistiti.

 

Onestamente, non posso aggiungere altro. All’epoca non avevo mai sentito parlare di 20 minuti mancanti, non ho mai visto né mi è mai stata mostrata alcuna prova dell’esistenza di una simile sezione e non conosco alcun materiale superstite che lo dimostri.

 

Non posso dirvi cosa possa essere successo o meno nelle circa trenta ore immediatamente successive alla morte di mio padre; io non ero presente. Ma a meno che non emergano prove concrete – e non considero prove le storie di certe persone che, a mio parere, le inventano a posteriori; spesso le persone vogliono sensazionalizzare il proprio ruolo in una storia, se mai ne hanno avuto uno – la storia secondo cui sarebbero stati tagliati 20 minuti da Eyes Wide Shut dopo la sua morte rimane, a mio avviso, una vera e propria teoria del complotto, non un fatto accertato.

 

Infine, di una cosa sono certa: se davvero fossero stati sottratti 20 minuti, me ne sarei sicuramente accorta prima o poi. Una volta dissipata la nebbia dell’angoscia, mi sono impegnata a fondo per proteggere il lavoro di mio padre e ho preso questa responsabilità estremamente sul serio.

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Immagine di Carlos Pacheco via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

 

 

 

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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave

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Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.   Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.   Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust  ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.

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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.   Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.  

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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».     Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.  

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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.   Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.   Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.   La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.  

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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.   Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).   Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.

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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi  Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).     Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.   Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.   Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.     Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.

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 Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0  
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Arte

Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.

 

Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.

 

Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.

 

Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…

 

Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?

 

Andate a vedere.

 

Shalom.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 

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