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Protesta

Trieste, coordinamento già dissolto? La protesta diventa franchising?

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Ne avevamo avuto sentore da subito. Da quando, cioè, furono annullate, con una mossa senza precedenti, le due manifestazioni di venerdì 22 e sabato 23 ottobre a Trieste, alle quali stavano accorrendo masse da tutta Italia. Trieste sarebbe divenuta centro della protesta antipandemica mondiale.

 

E invece, niente. Tra le laconiche parole per persuadere i cittadini italiani a «rimanere a casa» (cosa che non ci siamo mai sentiti dire in questo anno e mezzo) un invito invece risultava chiarissimo: le manifestazioni fatele nelle vostre città.

 

Ricordate? Lo disse Puzzer nel discorso del vicoletto, quello ripreso anche dall’ANSA, quello in cui si smobilitava la protesta nazionale a Trieste.

 

Fermi tutti, fateci capire? State dicendo che il Coordinamento, nato pochissimi giorni fa, costato la scomunica dei portuali CLPT, sorto con l’impegno solenne di rappresentare l’intero popolo italiano più il concetto di libertà dinanzi addirittura al ministro Patuanelli, è stato sciolto? Si è già dissolto?

 

Anzi, ricorderete che aggiunse una nota assai interessante. Disse: verrò io da voi. Come un cantante in tour, dissero alcuni. La verità è che potrebbe contenere un concerto più importante del previsto.

 

L’invito a generare gruppi locali legati al «Coordinamento» sorto per andare a parlare 20 minuti con Patuanelli fu ripetuto pubblicamente altre volte.

 

Ieri sera, per esempio, lettori ci hanno inoltrato una nota che proverrebbe, in teoria, dal Coordinamento. Si trattava di una sorta di comunicato, ma non numerato, e scritto in prosa, invece che nello stile maiuscolo e futurista di altri enigmatici comunicati precedenti.

 

Nel documento era scritto:

 

«Nel corso della riunione odierna il Coordinamento 15 Ottobre ha stabilito di modificare la propria ragione sociale /definizione in COORDINAMENTO 15 OTTOBRE – F.V.G. (…) Come conseguenza di ciò il Coordinamento 15 Ottobre–F.V.G. invita i cittadini a costituirsi in autonomi “Coordinamenti 15 Ottobre – “____”, uno per ciascuna regione d’Italia (ex: Coordinamento 15 Ottobre – Veneto; Coordinamento 15 Ottobre- Toscana e così via…)»

 

L’invito a generare gruppi locali legati al «Coordinamento» sorto per andare a parlare 20 minuti con Patuanelli fu ripetuto pubblicamente altre volte

Copiamo e incolliamo dal pdf che ci era arrivato. Come vedete, parrebbe quasi un modulo, con degli spazi lasciati vuoti.

 

«Il Coordinamento potrà costituirsi a seconda delle esigenze e peculiarità di ciascun territorio, con l’unica condizione di raccogliere esponenti delle diverse categorie lavorative/professionali (ex: operatori portuali/ operai/ impiegati e dipendenti, pubblici o privati/ liberi professionisti/ FFOO ecc…; i componenti non dovranno appartenere a nessuna forza politica e o sindacale».

 

Seguivano due obiettivi: «1. No green Pass; 2. No obbligo vaccinale per nessuna categoria».

 

Quindi, un «codice edito»:  «1. No violenza ma solo manifestazioni e resistenza pacifiche; 2. Sì ad azioni di qualunque genere finalizzate a favorire la solidarietà, al dialogo ed alla reciproca comprensione tra cittadini anche di pensiero diverso, alla riaffermazione dei valori fondanti lo Stato di Diritto, al recupero delle nostre radici culturali, sociali e umane ed al rispetto dei precetti contenuti nella nostra Costituzione».

 

Infine, un avvertimento, che faceva capire che a detenere il «marchio» erano i triestini: «Il Coordinamento 15 Ottobre-FVG si riserva il diritto di dissociarsi pubblicamente e di vietare l’utilizzo del nome “Coordinamento 15 ottobre” laddove gli obiettivi e soprattutto il codice etico definiti in questo documento non vengano rispettati».

 

Perché il coordinamento si sarebbe sciolto? Risposte non ne danno, un po’ come per l’annullamento delle manifestazioni dello scorso sabato. Glielo puoi chiedere mille volte, una risposta precisa non te la dà.

Infine, auguri, il verso di una canzone inedita, e un altro spazio lasciato bianco per la data (perché?): «Insieme si vince. La gente come noi non molla mai. Trieste _____________»

 

Quanto abbiamo riportato ci viene inoltrato da un lettore, che subito dopo ci avverte: questo file è sparito dal canale Telegram del Coordinamento. Abbiamo controllato, non c’è: tuttavia la copia che ci era arrivata risulta inviata proprio da quel canale.

 

Mistero. O forse no: l’ennesimo capitolo del balletto contraddittorio e incomprensibile dei comunicati para-portuali. Forse è un omaggio al flusso di coscienza di James Joyce, gigante della letteratura che i triestini ben ricordano. Puzzer come Leopold Bloom, la protesta portuale come l’Ulisse.

 

Le sorprese però non finiscono, manco per idea.

 

Pochi minuti fa compare in rete un nuovo comunicato. Compare in duplice forma: sul canale Telegram del Coordinamento 15 ottobre è la foto di un ciclostilato: ebbene sì, un foglio cartaceo, fotografato sul tavolo. Minuti più tardi ci arriva inoltrato (come immagine, non foto di carta) anche da un altro canale nuovo di zecca, «la gente come noi F.V.G.».

 

 

Rimane immutabile, però, l’idea che dicevamo sopra, ripetuta in video, in piazza, ai giornali, in TV, e anche nei comunicati ritirati o meno che fossero: il franchising della protesta triestina nelle altre città d’Italia

C’è scritto: «Stefano Puzzer ed Eva Genzo ringraziando per l’impegno profuso i componenti del Coordinamento 15 ottobre, realtà costituitasi nelle giornate caotiche trascorse a Trieste tutti insieme, che ci hanno permesso di arrivare al primo incontro con il Governo (Min. Patuanelli) con la seguente DICHIARANO questa esperienza conclusa e assieme a (….) rappresentanti le diverse realtà lavorative della città, istituiscono il gruppo regionale “la gente come noi F.V.G.”».

 

Fermi tutti, fateci capire? State dicendo che il Coordinamento, nato pochissimi giorni fa, costato la scomunica dei portuali CLPT, sorto con l’impegno solenne di rappresentare l’intero popolo italiano più il concetto di libertà dinanzi addirittura al ministro Patuanelli, è stato sciolto? Si è già dissolto?

 

Altre domande: perché si sarebbe sciolto? Risposte non ne danno, un po’ come per l’annullamento delle manifestazioni dello scorso sabato. Glielo puoi chiedere mille volte, una risposta precisa non te la dà.

 

Rimane immutabile, però, l’idea che dicevamo sopra, ripetuta in video, in piazza, ai giornali, in TV, e anche nei comunicati ritirati o meno che fossero: il franchising della protesta triestina nelle altre città d’Italia:

 

«Con questa presa di posizione auspichiamo che tutte le Regioni trovino dei responsabili che costituiscano il loro gruppo “la gente come noi”»

«Con questa presa di posizione auspichiamo che tutte le Regioni trovino dei responsabili che costituiscano il loro gruppo “la gente come noi”».

 

In pratica, hanno creato un marchio nuovo (quello vecchio lo hanno abbandonato, per dei motivi che ci sono oscuri, come l’incontro detto «riservato» con Patuanelli) e ora stanno dicendo che le offrono a chi vuole aprire una filiale territoriale fuori da Trieste.

 

In pratica, una campagna di recruiting interregionale – anche piuttosto sfacciata.

 

Il brand non è nemmeno malaccio, anzi, tira da pazzi: oramai la canzone «la gente come noi», che ha noi ha frantumato il frantumabile, è la hit dell’autunno 2021, pure a livello globale: ecco video dei manifestanti israeliani che la cantano, operai polacchi, avvocati tedeschi… e via. Furbissimo brand: ogni volta che sentirai la canzoncina starai nominando il gruppo, così come se allo stadio tifavi per la nazionale stavi giocoforza nominando Forza Italia. La quale, come il neogruppo puzzerro, aveva la sua canzone: «E Forza Italia, e siamo tantissimi…». Ecco immaginate che «la gente come noi non molla mai» ha ora una valenza politica simile.

 

Mettiamo da parte tutto, ma non neghiamo l’evidenza: il disegno è evidente. Per quanto scombiccherato, per quanto goffo fino all’incredibile.

Torniamo al comunicato di morte e resurrezione della protesta giuliana.

 

C’è spazio infine una riformulazione del «codice etico» di cui sopra articolato però in quattro punti. Un lettori ci fa notare che gli obiettivi del documento precedente, quello poi presumibilmente ritirato – no green pass, no obbligo – invece nel documento non ci sono.

 

Ora, mettete pure da parte il caos indegno di sigle e comunicazioni. Partono i portuali della CLPT, poi ecco il Coordinamento 15 ottobre, da cui CLPT prende le distanze, poi ecco il gruppo regionale La gente come noi F.V.G., che dichiara conclusa l’esperienza del Coordinamento. Il tutto in neanche una dozzina di giorni.

 

Mettete pure da parte i dubbi sulla reale partecipazione dei portuali alla protesta.

 

Mettete da parte gli inviti in Senato visti come la vittoria finale, gli incontri insignificanti con ministri di terza fila, le contraddizioni, le superficialità, la presenza di Paragone, le manifestazioni annullate. (Vorremmo aggiungere: le richieste di scuse alla Lamorgese dopo la repressione del porto; ci scriveremo forse un articolo di satira a parte).

 

In ogni piazza della protesta, dove si canta a squarciagola «la gente come noi» e «Trieste chiama» (brand, reparto marketing, pubblicità hanno attecchito a causa del totale buco di mercato), può calare l’etichetta triestina.

Mettiamo da parte tutto, ma non neghiamo l’evidenza: il disegno è evidente. Per quanto scombiccherato, per quanto goffo fino all’incredibile.

 

In ogni piazza della protesta, dove si canta a squarciagola «la gente come noi» e «Trieste chiama» (brand, reparto marketing, pubblicità hanno attecchito a causa del totale buco di mercato), può calare l’etichetta triestina.

 

Puzzer, che aveva promesso il tour (e noi avevamo riso: mica è Vasco Rossi, dicevamo) ora in tournée ci va veramente. Sabato sarà a Milano, e parlerà dal palco di una cosa che si chiama No Paura Day, che non abbiamo bene capito chi organizza, così come non ci è mai stato chiaro chi organizzasse i palchetti di Roma. Se poi ci dite che erano quelli là, la domanda è sempre la stessa: chissà perché glieli hanno lasciati fare? Non è forse per dare un volto alla protesta, che in questo momento è fatta invece da eroi dai mille volti?

 

Mettere la maschera triestina su tutte le piazze d’Italia sarebbe un errore madornale.

 

Lo abbiamo già scritto: lo Stato in questo momento non può non essere disorientato, perché non ha nessuno su cui puntare davvero il dito (l’etichetta no vax, dite che abbia attacchito?), nessuno da invitare ai tavoli del compromesso (se mai volessero farlo: non vogliono se non infinocchiando qualche capopopolo ingenuo), nessuno da manipolare. Niente.

 

Se gli diamo un volto – e per di quello di cui stiamo parlando, con errori madornali quanto enigmatici come quello di bloccare le proteste – abbiamo già perso questo vantaggio.

 

La protesta italiana continuerà a vivere senza Trieste. Soprattutto, continuerà se sopravvivrà a questa OPA nei suoi confronti. Perché la sua dimensione è la lotta. Non il franchising.

La protesta dell’eroe dai mille volti non è da nessuna parte autoevidente quanto a Milano, la piazza che non sono riusciti a deviare, corrompere, turlupinare, incolpare. Lasciare puzzerizzare Milano sarebbe un qualcosa di imperdonabile.

 

Pensateci: l’onda c’è, suscitare dei gruppi omogeni dentro le piazze in rivolta è più che mai possibili. E dal gruppo poi, hai la rete e l’abbrivio per fare altro. Magari, un partito? Chi lo sa. E per fare cosa? Ieri erano questioni portuali, poi dell’intero popolo italiano, domani chissà: i lettori ci fanno notare che gli obiettivi (no green pass, no obbligo vaccinale) nell’ultimo comunicato non ci sono.

 

Abbiamo già visto, pochi anni fa, un partito nascere dalle piazze del risentimento. La cosa davvero incredibile, che mai avremmo pensato di arrivare un giorno a dire, è che quelle persone erano addirittura più preparate di queste (!).

 

Invitiamo tutti a pensare bene alla situazione. E se qualcosa non torna, pensate semplicemente: può un vaccinato comprendere quello che provate? Se il vaccino è potenzialmente la più grande catastrofe dell’umanità o, più semplicemente, il motivo per cui non ricevete più lo stipendio, pensate che un vaccinato vi possa comprendere? Sono questioni che buttiamo lì fra le altre. Domande che, a pensarci bene, possono diventare inquietanti.

 

La protesta italiana continuerà a vivere senza Trieste. Soprattutto, continuerà se sopravvivrà a questa OPA nei suoi confronti.

 

Perché la sua dimensione è la lotta. Non il franchising.

 

 

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Occulto

L’arcidiocesi di Parigi approva mostre a tema occulto all’interno di chiese storiche. La Polizia reprime chi protesta

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Alcune chiese cattoliche storiche di Parigi hanno ospitato eventi artistici blasfemi nell’ambito della Nuit Blanche (Notte Bianca) la scorsa settimana, sotto la direzione dell’attivista LGBT e cantante Barbara Butch, nota per la sua partecipazione alla dissacrazione dell’Ultima Cena durante la cerimonia per le Olimpiadi di Parigi 2024. Lo riporta LifeSite.

 

Il 6 e 7 giugno, diverse chiese cattoliche storiche della capitale francese sarebbero state utilizzate per esporre manufatti voodoo e diffondere suoni «inquietanti» con l’approvazione dell’Arcidiocesi di Parigi, scatenando un dibattito sull’uso di chiese consacrate per progetti contrari al culto cattolico.

 

«In fin dei conti, siamo in una chiesa. Non capisco», avrebbe detto un visitatore all’interno della chiesa di Saint-Laurent, secondo quanto riportato da Tribune Chrétienne.

 


«La vera questione riguarda la responsabilità della Diocesi di Parigi. Perché senza il suo consenso, nessuna delle installazioni presentate nelle chiese avrebbe potuto essere realizzata», afferma il rapporto. «Le installazioni più controverse non avrebbero mai potuto essere presentate in questi edifici senza l’esplicita approvazione delle autorità diocesane».

 

Come mostrano diversi video che circolano online, alcuni manifestanti cattolici si sono radunati davanti alla chiesa di Saint-Laurent per inginocchiarsi, pregare e protestare pacificamente. Nonostante ciò, le autorità – presumibilmente comprese quelle legate alla chiesa e alla diocesi – hanno ritenuto opportuno chiamare la polizia, che ha disperso i manifestanti, anche con la forza. Tra i manifestanti c’erano anche donne, sia giovani che anziane.

 

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Una delle principali attrazioni del festival era Sous la peau du ciel («Sotto la pelle del cielo»), un’installazione all’interno della chiesa di Saint-Laurent a Parigi. Secondo quanto riportato dai media francesi, i visitatori erano invitati a registrare i propri desideri personali tramite telefono. Questi messaggi venivano poi mixati con suoni d’atmosfera ed effetti audio digitali per creare quello che gli organizzatori descrivevano come un ambiente sonoro vivo e in continua evoluzione.

 

Durante l’evento, altoparlanti sono stati posizionati in tutta la chiesa, comprese le cappelle, gli altari, il battistero e i confessionali. I visitatori si muovevano in un interno buio mentre strati di voci registrate si sovrapponevano continuamente. Il quotidiano Tribune Chrétienne ha riportato di aver udito messaggi che esprimevano desideri personali e terreni, creando un’atmosfera strana e «inquietante» all’interno di un edificio normalmente dedicato alla preghiera, alla Messa e al culto eucaristico.

 

Un’altra installazione ha attirato l’attenzione nella cappella dell’ospedale Tenon. Lì, l’artista Stéphane Blanquet ha presentato Jungle haletante, un’opera composta da maschere e oggetti ispirati all’iconografia voodoo. I visitatori si sono trovati di fronte a installazioni accompagnate da sussurri, suoni di respiro, rumori metallici ed effetti scricchiolanti. Secondo Tribune Chrétienne, l’artista stesso ha descritto il progetto come un’esplorazione di una «percezione instabile della realtà» in modo «quasi ipnotico».

 

Anche Tribune Chrétienne ha riportato che la Nuit Blanche 2026 ha operato con un budget di 1,3 milioni di euro. La pubblicazione ha infine sostenuto che la questione principale sollevata dalla controversia non è la condotta degli artisti, che presentano apertamente la propria visione di «cultura», bensì le decisioni delle autorità ecclesiastiche che hanno permesso la realizzazione di questi progetti all’interno delle chiese.

 

L’Arcidiocesi di Parigi non ha fornito spiegazioni dettagliate in merito ai criteri utilizzati per autorizzare il progetto.

 

Barbara Butch, che ha organizzato l’evento cittadino, ha acquisito notorietà in seguito alle polemiche sorte intorno alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, una performance che lei ha definito una parodia dell’Ultima Cena, provocando critiche internazionali e diffuse accuse di blasfemia.

 

 

Butch, sedicente attivista lesbica di origini ebraiche, già dal nome fa comprendere il suo orientamento: butch nel gergo della nicchia saffica sta ad identicare la lesbica più mascolina di una coppia, mentre la controparte più femminile è definita femme. Da ragazza era stata nel gruppo dei boy scout giudei francesi, ora si occupa non solo di attivismo omotransessualista anche di «fat acceptance», ossia di campagne per spingere la società all’accettazione dell’obesità.

 

Per qualche ragione la Butch aveva portato anche la torcia delle Paralimpiadi.

Avvicinata da un giornalista che le ha chiesto riguardo la sua recente apparizione a Tel Aviv e sulla legge Yadan (la legge sull’antisemitismo in Francia) la Butch ha rifiutato di rispondere.

 


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Protesta

Proteste in Bolivia contro la crisi del costo della vita

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Lunedì, a La Paz, capitale amministrativa della Bolivia, si sono verificati scontri tra la polizia antisommossa e i manifestanti antigovernativi. Le imponenti proteste, scatenate dall’aumento del costo della vita e dalla carenza di carburante, si sono trasformate in richieste di dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz, a soli sei mesi dal suo insediamento.   Paz, un conservatore centrista del Partito Cristiano Democratico, ha abolito i sussidi sui carburanti in vigore da decenni che avevano prosciugato le riserve valutarie della Bolivia, ma finora non è riuscito a stabilizzare le forniture di carburante. Migliaia di agricoltori, minatori, insegnanti, operai e attivisti indigeni protestano da settimane contro l’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari, l’instabilità economica e i presunti piani di privatizzazione delle aziende statali.   I filmati mostravano la polizia antisommossa che sparava gas lacrimogeni mentre i manifestanti lanciavano oggetti, petardi ed esplosivi artigianali vicino agli edifici governativi. Il video riprendeva anche degli arresti e un veicolo in fiamme.  

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Secondo quanto riportato dai media locali, più di 100 persone sono state arrestate durante i disordini di lunedì.   I sostenitori dell’ex presidente socialista boliviano Evo Morales si sono uniti alle proteste, sfilando per le principali strade e viali e chiedendo al governo di impedire quella che hanno definito un’ingerenza statunitense negli affari interni del paese.   «Gli Stati Uniti danno istruzioni a Rodrigo Paz, e Rodrigo Paz si serve della polizia militare per compiere massacri», ha dichiarato Feliciano Vegamonte, leader della Confederazione dei Lavoratori Contadini, durante la marcia, aggiungendo che «l’attuale presidente è stato lavato nel sangue dei popoli indigeni».   La crisi politica in Bolivia si è aggravata dopo i disordini del 2019, quando Morales è stato estromesso dal potere in seguito a elezioni contestate in cui si era assicurato un quarto mandato consecutivo, oggetto di forti polemiche. In precedenza, aveva perso di stretta misura un referendum sull’abolizione del limite di mandati, che all’epoca fissava a due il numero massimo di mandati sia per il presidente che per il vicepresidente.   Domenica, i sostenitori di Morales hanno occupato un aeroporto a Chimore per impedire il suo presunto arresto da parte di quelle che lui ha definito forze appoggiate dagli Stati Uniti. L’azione avrebbe portato all’arresto di 57 persone ed è avvenuta poco dopo che Morales aveva affermato che Washington stava pianificando di arrestarlo.   Ulteriori filmati hanno ripreso centinaia di manifestanti fedeli a Paz che lunedì sera hanno sfilato per La Paz, condannando le proteste antigovernative e chiedendo alle autorità di dichiarare lo stato di emergenza.

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Immigrazione

Oceanica manifestazione anti-immigrazione a Londra

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Una grande folla si è riversata nel centro di Londra per partecipare alla manifestazione anti-immigrazione denominata «Unite the Kingdom». Video e fotografie pubblicati sui social media sabato mostravano i manifestanti radunarsi nella capitale britannica diverse ore prima dell’inizio della marcia principale.

 

Secondola stampa locale, che citano fonti di polizia, si prevede la partecipazione di circa 50.000 persone. Il Guardian ha riferito che oltre 150.000 persone avevano preso parte alla precedente manifestazione «Unite the Kingdom» dello scorso settembre.

 

Gli organizzatori parlano invece di milioni di persone.

 

Il segno della Croce è stato ben visibile per tutto il corteo.

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Sui social media sono circolate notizie secondo cui la polizia avrebbe già effettuato almeno un arresto, fermando l’attivista di destra Ryan Bridge.

 

In vista dell’evento, organizzato da Tommy Robinson – attivista britannico anti-immigrazione il cui vero nome è Stephen Yaxley-Lennon –, il premier britannico Keir Starmer ha annunciato che a diversi attivisti e commentatori stranieri era stato negato l’ingresso nel Regno Unito. Secondo Downing Street, undici persone sono state bloccate perché la loro presenza era considerata «non favorevole al bene pubblico».

 

I giornali britannici hanno identificato tra loro l’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski, la commentatrice politica olandese Eva Vlaardingerbroek (che vive in Italia ed era già stata bandita dal Regno mesi fa), il commentatore statunitense Joey Mannarino e l’influencer statunitense Valentina Gomez. Secondo quanto riportato, il ministero dell’Interno britannico avrebbe revocato le autorizzazioni elettroniche di viaggio rilasciate ad alcuni partecipanti prima del loro arrivo previsto in Gran Bretagna.

 

Starmer ha dichiarato giovedì che il governo non permetterà a nessuno di «diffondere odio nelle nostre strade», secondo quanto riportato dal governo britannico. Le restrizioni hanno suscitato critiche da parte dei sostenitori della marcia, che hanno accusato le autorità di tentare di reprimere il dissenso politico e limitare la partecipazione.

 

La polizia metropolitana ha fatto sapere che migliaia di agenti sono stati dispiegati in tutta Londra perché l’evento «Unite the Kingdom», una marcia filo-palestinese in commemorazione del giorno della Nakba e la finale di FA Cup si svolgevano nello stesso giorno.

 

Il Robinson ha affermato che la manifestazione intende essere una protesta contro l’immigrazione clandestina, i crimini con armi da taglio e quelli che definisce fallimenti del governo in materia di sicurezza delle frontiere e libertà di parola. Nei video promozionali dell’evento online, ha invitato i sostenitori a «unire il regno» e a recarsi a Londra per «far sentire la propria voce».

 

All’interno del gruppo sembra esservi polemica, in quanto il Robinson è percepito come anti-islamico e pro-Israele (bandiere con la stella di David si sono viste in testa al corteo), mentre una porzione dei manifestanti recava striscioni contro lo Stato Ebraico. Il Robinson è spesso accusato su Twitter di collaborare con Israele.

 

In bella vista anche bandiere dell’Iran dello shah.

 


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