Stato
Quei terroristi che ci chiamano «terroristi»
Un pomeriggio di più di un lustro fa, chi scrive si trovava a Kiev.
Era in corso la fase acuta della guerra per il Donbass, l’area a maggioranza russa che combatteva per la separarsi dall’Ucraina. I personaggi coinvolti, da ambo le parti, avevano raggiunto, anche grazie a video inchieste e parodie che si vedevano su YouTube, una certa popolarità.
Tuttavia non fu la guerra mediatica su internet a colpirmi, ma come essa veniva raccontata sui canali nazionali ucraini. Ammetto di essere scoppiato in una risata incontenibile (in veneto si direbbe: «boresso») nel vedere che il TG, mandando in onda il busto di un comandante separatista che parlava, gli aveva piazzato un sottopancia eccezionale: Pinco Pallo, Terrorist.
Il sottopancia è quel titolo che viene messo in sovraimpressione quando un’intervistato inizia a parlare durante il servizio. Nome e cognome, poi la riga sotto in genere è dedicata alla professione, al partito, o a quello che serve al discorso.
La definizione di «terrorista» per il militante del Donbass era clamorosa. Non avevo visto niente di più arbitrario, di più fazioso in vita mia. «Terrorista»? Ma avevano per caso messo una bomba a Leopoli? Avevano fatto deragliare un treno a Kiev? Avevano avvelenato l’acqua potabile a Odessa?
«Terrorista?» de che? In fondo era divertente, come lo sono in genere le cose spudorate. Una scena del genere c’è in Zelig di Woody Allen, un film che è costruito come un falso documentario, e dove alla fine c’è, come niente fosse un’intervista ad un criminale nazista che tranquillo parla dalla libreria di casa, con il sottopancia che lo indica come SS-Obersturmbannführer o qualcosa del genere. Davvero: imboressante.
Non esiste una definizione accettata di terrorismo
La cosa più tardi mi aveva però fatto ragionare.
Non esiste una definizione accettata di terrorismo. Quella che dà il dizionario (in genere una cosa come «l’uso sistematico della violenza per scopo politico») non è realmente accettata da nessuno: perché, nonostante i tentativi, nessuna definizione di terrorismo ha mai avuto il consenso di specialisti e di enti governativi.
Nel 1992 ci provò l’ONU stessa, con la Commissione delle Nazioni Unite per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (CCPCJ), servendosi di una netta (e furba) formulazione dello studioso del terrorismo Alex P. Schmid – si tentò di far passare che il terrorismo costituisse «l’equivalente in tempo di pace di un crimine di guerra». La definizione fu respinta.
C’è una ragione anche pragmatica, da tenere conto. Il terrorista di oggi, diceva il saggio Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela.
Il terrorista di oggi, diceva Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela
Lo stesso Craxi, negli anni Ottanta, difese il suo appoggio ad Arafat in Parlamento dicendo in sostanza che condannare il ricorso alle armi dell’OLP terrorista avrebbe portato a chiamare anche Mazzini «terrorista». (Aveva ragione: entrambi avevano il fine della creazione di un nuovo Stato, entrambi erano terroristi)
Quindi, chi è il terrorista?
Sono terroristi i talebani, a cui gli americani (e gli italiani, e i tedeschi, etc.) hanno appena riconsegnato le chiavi di un Paese ricchissimo di risorse, ora strapieno pure di armi (80 miliardi di dollari), di tecnologie avanzate di controllo demografico, un narco-Stato basato sull’eroina che già ha iniziato le esecuzioni pubbliche?
C’è molta confusione, sì.
Sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask
Epperò una cosa è certa: sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask. I no-green pass. Insomma, chiunque si opponga al Nuovo Ordine Sanitario, chiunque possa voler far valere pacificamente i propri diritti, è ora bollato come «terrorista».
Non scherziamo. Qualche esempio?
Rainews 24: «Terrorismo, Lamorgese: pericolo lupi solitari e violenze da estremismo no-vax»
«J-Ax minacciato dai no vax, sono terroristi» titola l’ANSA.
Il Corriere: «Minacce dai no-vax, Bassetti: “Questo è un movimento organizzato, sono terroristi”».
«I no-vax danneggiano culturalmente il Paese e questa è la cosa peggiore: per questo motivo, si possono definire “culturalmente” dei terroristi» dice all’AdnKronos l’attore Mariano Rigillo. (Chi è?)
«Allarme terrorismo ISIS e no-vax» scrive Italia Oggi, in una giustapposizione che lascia, come la maglietta fine della canzone, lascia immaginare tutto.
Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità»
Potremo andare avanti per ore. Per il discorso mainstream, la parola no-vax e la parola «terrorista» si possono associare senza più pudore alcuno.
La faziosità, l’arbitrarietà, l’autistica propaganda che avanza con ostinazione impunita e mille volte quella che mi faceva ridere nei sottopancia di Kiev. Perché quelli non erano terrorista, ma avevano, per lo meno, un fucile automatico al collo. Qui abbiamo masse composite di cittadini comuni, dal ragazzo alla vecchietta, dal pensionato all’infermiera, dalla professoressa al barista, che scendono in piazza armati solo della propria voce e della consapevolezza di quelli che, fino a ieri, erano i propri diritti.
Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità».
Migliaia di morti sparati, agguati, città come Padova che erano divenute quotidiani teatri di sangue.
Masse di giovani avevano imbracciato la violenza spinti da un puro impeto ideologico: e pensate che lusso.
I terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID
Non combattevano perché era stato tolto loro il lavoro, la libertà di movimento, la libertà di espressione, ogni diritto fondamentale.
No: avevano la pancia piena, e vivevano tranquilli in un mondo che aveva la caratteristica fantastica (ora sparita per sempre) che ad ogni modo la loro generazione se la sarebbe passata meglio di quella dei loro padri. I giovani viziati non difendevano niente: no, battevano i piedi perché volevano il «comunismo», la «dittatura del proletariato» o qualsiasi altra utopia pirla permettesse loro di svuotare la loro giovinezza.
Pensateci: a differenza dei vecchi terroristi, quelli che voi chiamate così oggi, nonostante siano dilaniati nel corpo, nell’onore e nella sopravvivenza, mai neanche lontanamente stanno pensando alla «compagna P38». Chi ha un’opinione opposta, probabilmente non è mai andato a farsi un giro il sabato durante la manifestazioni a vedere che la trasversalità dei partecipanti è totale, e di per sé esclude oggi qualsiasi deriva partitico-settaria, e quindi violenta.
Con evidenza, si può essere «terroristi pacifici», ci diranno. Il solito esercizio orwelliano di bispensiero: «la guerra è pace» etc.
Pensateci: i terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID.
Dei terroristi di ieri, i veri terroristi, è piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori sono pieni anche i giornali
Il problema è che io non dimentico come dei terroristi di ieri, i veri terroristi, sia piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori siano pieni anche i giornali.
Ai veri terroristi è stato concesso di scappare all’estero, dopo crimini efferati commessi in Patria. Se ne stavano tranquilli in a Parigi, a vivere una vita dorata fra intellò e caffè letterari. L’assassino del macellaio diventa giallista acclamato. Il professore accusato di sovversione fa il filosofo dopo essere aiutato a fuggire via mare (ed essere stato pure votato in Parlamento grazie alla più geniale trovata elettorale del Pannella pre-Cicciolina). Dottrina Mitterand. La nostra diplomazia non fiata. Per diecine di anni.
Di recente Repubblica ha infilato Lotta Continua in una liste delle sigle del terrorismo, al pari delle Brigate Rosse. Questo gruppo è riuscito a piazzare nella stampa italiana un numero incredibile di nomi: l’ebreo con l’erre moscia Gad Lerner, il poeta dandy Erri De Luca, l’arabista Carlo Panella, lo scrittore Massimo Carlotto, il ginecologo abortista, ora radicale, Silvio Viale, per non parlare di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, condannanti per l’omicidio del Commissario Calabresi.
Ma sono moltissime altre le sigle che erano in contiguità, morale o pragmatica (al punto, magari, da potere tentare trattative per la liberazione di Aldo Moro) con la lotta armata del terrorismo rosso.
Oggi Il Messaggero ha pubblicato un articolo in cui scrive che quando la Francia diede infine l’OK per il rimpatrio dei terroristi riparati a Parigi «sono emerse tutte le difficoltà che il dossier avrebbe incontrato tra giudici e burocrazia».
Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera
«La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi, che si è riunita per valutare le richieste della difesa dei 10 ex terroristi che avevano sollevato questioni preliminari di costituzionalità, ha deciso di rinviare tutto al 12 gennaio 2022. Ancora tre mesi e mezzo per studiare il caso, ma, in contemporanea, per ottenere dall’Italia un supplemento di informazioni sulle domande di estradizione, così come sollecitato dalla procura e dalle difese».
Insomma, i terroristi, anche a distanza di mezzo secolo, la fanno franca.
Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera.
Vi chiederete perché.
Vi dobbiamo dare una risposta sconvolgente, anche perché è l’unica che ci sovviene: perché il terrorismo rosso era uno strumento necessario all’ordine delle cose.
Perché ogni gruppo violento, come le Brigate Rosse, era in sostanza una buca delle lettere dove qualunque governo infilava messaggi e danari: il KGB, il Mossad, la CIA, i servizi cecoslovacchi… Tutto potevano essere, quindi, tranne che quello che dicevano di essere. Erano un ingranaggio del sistema, che si confaceva stupendamente all’umore sazio e mortifero dei dei baby boomer.
Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva
Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva.
Ora, con il movimento contro la tirannia sanitaria siamo davanti all’esatto opposto. Nessuno li finanzia. Nessuno li «pastura». Nessuno li arma. Non vengono pescati da un singolo stagno settario (l’università, la fabbrica). Non hanno intenzioni violente. Non intendono rovesciare lo Stato. Vogliono solo i propri diritti, e poco più.
Tuttavia, costoro sono il vero problema. Costoro sono i portatori del «terrore».
Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino che vuole solo difendersi dalla siringa
È buffo. Il giornalismo, riempito di ex terroristi e di loro ammiratori, chiama «terroristi» semplici cittadini che difendono il proprio corpo e la propria vita.
Di più: a chiamarli terroristi, ad equipararli ai tagliagole ISIS, è lo Stato. Quello stesso Stato che con i terroristi ha sempre trattato. Lo ha perfino rivendicato Paolo Mieli in un editoriale recente del Corriere di sdoganamento della «trattativa». Che male c’è, se lo Stato ha fatto una trattativa con la Mafia, prima o dopo gli attentati (quelli si terroristici) compiuti a Milano, Roma Firenze ad inizio anni Novanta?
Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Palestinesi (si chiama «Lodo Moro») per mettere l’Italia al riparo dalla pioggia di sangue della guerra transnazionale con lo Stato ebraico?
Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Shabaabbi per farsi dare indietro una cooperante principiante nel frattempo convertitasi al loro tipo di Islam?
Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino che vuole solo difendersi dalla siringa.
Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato»
Rimane una cosa da dire. Parliamo dello stesso Stato che una volta si poteva accusare apertamente (chissà, forse oggi ti dicono «complottista») di aver avuto una qualche connivenza con le cruente stragi di cui erano puntellati quegli anni. Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Quanti libri di sinceri progressisti, quante serate alla Festa dell’Unità, quanti film finanziati con l’articolo 8 sono stati riempiti con queste espressioni?
Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato». Massì, sussurravano i cospirazionisti dell’epoca (che a quel tempo erano giornalisti stimatissimi che al massimo si chiamavano benevolmente «pistaroli»): una parte profonda dello Stato conosce, financo pianifica le stragi terroriste sui treni, sulle stazioni, nelle banche, etc.
Una parte della politica (o forse, tutta) lo sapeva benissimo. Ma si tratta di un calcolo utilitaristico molto ragionato: sono vittime che vanno sacrificate all’altare della stabilità nazionale e mondiale. Il sacrificio umano, pensavano alcuni uomini mediocri che si credevano intelligenti in un partito cristiano dell’epoca, è un male minore a cui siamo disposti a cedere (da lì a poco, infatti, proprio loro firmarono la legge per l’aborto).
Ecco, una volta c’era una sinistra che parlava di Terrorismo di Stato. Personalmente, non abbiamo dubbi nel pensare che avesse ragione.
Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista»
Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista».
Bispensiero. Orwell. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». Oppure, il bue che dice all’asino… Oppure, averci la faccia come…
Purtroppo il nostro disgusto non basta. Non è sufficiente aver presente il grado di menzogna. Bisogna tenere a mente come materialmente un Terrorismo di Stato possa arrivare ad agire. Anni fa, hanno dimostrato di non avere scrupoli. Bisogna, sì, avere un po’ paura: e questo è proprio il fine del terrorismo, soprattutto quello di Stato.
Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?
Del resto questa è l’era che viviamo: un’era spaventosa, l’ora della paura. Ma bisogna farsi coraggio.
Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?
Siamo disposti davvero ad accettarlo?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Stato
Vance avverte: «crescente interesse per il socialismo» negli USA.
Il Partito Repubblicano statunitense deve affrontare le pressioni economiche che gravano sugli americani, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha affermato il vicepresidente JD Vance.
Vance ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì in un’intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell’istruzione, l’accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.
«La nostra risposta a tutto ciò non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo», ha affermato Vance.
Il vicepresidente ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che ciò creerà posti di lavoro per la classe media. Ha inoltre citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell’amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.
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«Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è questo: se non riusciamo a fare le cose per bene, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi», ha detto Vancem aggiungendo che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: «Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone».
Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla facoltà di giurisprudenza della Marquette University ha mostrato che l’inflazione e il costo della vita rappresentano la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37 % degli intervistati.
Le pressioni economiche sono state aggravate dall’aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dai dazi imposti da Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l’acquisto di un immobile. Secondo i dati citati da Forbes, a giugno il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari.
La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani americani. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39 % degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54 % che nutriva un’opinione positiva del capitalismo e all’81 % che favoriva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.
La divisione si è fatta più evidente anche nella politica elettorale, con i candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è fatto conoscere grazie a un programma incentrato sull’accessibilità economica dell’edilizia abitativa.
In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche attuate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l’aumento del costo della vita.
Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia di economia. Il sondaggio di Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull’economia pari al 30 % e sull’inflazione e il costo della vita al 22 %, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.
Il socialismo è rimasto per decenni, se non per secoli, un argomento tabù negli USA. Ciò è in parte paradossale: è uno dei pochi grandi paesi industrializzati dove un partito socialista di massa non si è mai affermato stabilmente, eppure il dibattito sul socialismo attraversa la storia americana fin dall’Ottocento e continua a essere centrale nella politica contemporanea.
Il rapporto tra gli Stati Uniti e il socialismo è storicamente marginale e complesso, poiché la nazione si è fondata sui principi del libero mercato, dell’individualismo e della proprietà privata. Questa forte identità legata alla mobilità sociale individuale, unita alle divisioni etniche tra i lavoratori immigrati e al radicato anticomunismo della Guerra Fredda, ha impedito la nascita di un partito socialista di massa paragonabile a quelli europei.
Nonostante questo rifiuto ideologico, il socialismo ha influenzato periodicamente la storia americana. Nell’Ottocento esistevano comunità utopiche socialiste (come quella di New Harmony, fondata da Robert Owen) e movimenti operai influenzati dal marxismo, portati soprattutto da immigrati europei.
Nei primi del Novecento, Eugene V. Debs riuscì a raccogliere un consenso significativo alla guida del Socialist Party of America, mentre negli anni Trenta la Grande Depressione spinse il governo a introdurre con il New Deal riforme assistenziali vicine alla socialdemocrazia – o, si pensava in Italia, al corporativismo fascista. Debs ottenne quasi il 6% dei voti alle presidenziali del 1912, e diversi sindaci e amministratori locali socialisti vennero eletti in varie città.
Successivamente, negli anni Sessanta, i movimenti per i diritti civili e contro la guerra riaccesero forti istanze di giustizia sociale.
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In epoca contemporanea si assiste a una riscoperta del termine, specialmente tra i Millennials e la Gen Z. Oggi il socialismo viene associato soprattutto alla richiesta di una sanità universale, di un’istruzione gratuita e di un welfare più robusto, dinamica che ha permesso a organizzazioni come i Democratic Socialists of America di trovare spazio e visibilità all’interno del Congresso.
Gli storici hanno proposto diverse spiegazioni per l’«eccezionalismo americano» nel rifiuto del socialismo, come il sistema elettorale maggioritario a turno unico che penalizza fortemente i terzi partiti, a differenza dei sistemi proporzionali europei, una tradizione culturale forte di individualismo, mobilità sociale percepita («chiunque può arricchirsi») e la diffidenza verso lo Stato centrale.
Vi è stata poi l’ondata di repressione politica: la Prima Guerra Mondiale portò a leggi come l’Espionage Act, usate per incarcerare lo stesso Debs, seguirono la «Red Scare» del primo dopoguerra e, più tardi, il maccartismo degli anni Cinquanta, che associò il socialismo al comunismo sovietico e lo rese politicamente tossico per decenni.
Vi era poi l’assenza di un partito operaio autonomo: i sindacati americani si sono storicamente appoggiati soprattutto al Partito Democratico, invece di formare un proprio partito di classe come in Gran Bretagna o Germania.
Le politiche riformiste «cuscinetto» del New Deal di Roosevelt negli anni Trenta introdusse elementi di welfare state (previdenza sociale, tutele sindacali, regolamentazione economica) che assorbirono parte della domanda sociale che altrove alimentava i partiti socialisti, senza però adottare la retorica o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.
Per gran parte del Novecento, «socialismo» e «comunismo» sono stati usati quasi come sinonimi nel discorso pubblico americano, identificati con il nemico geopolitico primario del dopoguerra, l’Unione Sovietica. Questo ha reso il termine un’arma retorica efficace contro qualsiasi proposta di espansione del ruolo dello stato, indipendentemente dal suo effettivo contenuto (l’Obamacare, ad esempio, venne etichettato «socialista» da alcuni critici pur essendo un sistema basato su assicurazioni private).
Negli ultimi quindici anni si osserva un cambiamento significativo, specialmente tra le generazioni più giovani. Bernie Sanders, senatore indipendente che si definisce «socialista democratico» (nel senso europeo di socialdemocrazia scandinava, non di socialismo marxista classico), ha avuto un impatto notevole nelle primarie democratiche del 2016 e 2020.
Diversi sondaggi degli ultimi anni mostrano che una quota significativa di americani under 30 esprime un giudizio più favorevole sul socialismo rispetto alle generazioni precedenti, sebbene la maggioranza continui a preferire un’economia di mercato.
Al contempo, resta una forte reazione contraria: il termine viene ancora usato in chiave polemica dal Partito Repubblicano, e la maggioranza degli americani anziani mantiene un’associazione negativa con la parola.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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