IVF
Primo bambino nato a seguito di innesto di tessuto ovarico. Ulteriore passo avanti verso l’utero artificiale?
Un bambino è nato in Inghilterra per la prima volta da una madre a cui è stato asportato del tessuto ovarico prima del trattamento per il cancro al seno, e poi è stato reinnestato di nuovo. Lo riporta Bionews.
Alla madre del bambino appena nato era stata diagnosticata una forma aggressiva di cancro al seno nel 2018, all’età di 33 anni. Lei e suo marito volevano avere la possibilità di avere un bambino in seguito, ma lo stadio avanzato del suo cancro significava che poteva non ritardare il trattamento delle settimane che il congelamento degli ovuli potrebbe richiedere.
La sua ovaia è stata rimossa mediante un intervento chirurgico a buco della serratura e il tessuto contenente le uova è stato congelato a -180°C. Dopo che il trattamento del cancro è stato completato con successo, il tessuto è stato reimpiantato nella sua ovaia rimanente ed è stata in grado di concepire attraverso la fecondazione in vitro.
Questa procedura di crioconservazione viene spesso offerta a bambini e giovani adulti che richiedono trattamenti come la chemioterapia e la radioterapia, che possono causare infertilità. A differenza del normale congelamento delle uova, la rimozione del tessuto ovarico non richiede che l’ovaio sia completamente formato prima della rimozione, il che significa che offre ai bambini sottoposti a trattamento del cancro la possibilità di avere un figlio più tardi nella vita.
Può anche essere eseguito molto rapidamente, consentendo il progresso del trattamento urgente del cancro.
Sebbene questa sia stata la prima nascita dopo questa procedura in Inghilterra, ne segue una precedente nel 2017 in Scozia, dove il congelamento del tessuto ovarico e testicolare, così come dei gameti e delle ovaie, riceve finanziamenti dedicati.
In Inghilterra, la procedura è attualmente offerta attraverso il National Pediatric Fertility Preservation Service da un piccolo numero di medici, che lavorano su base volontaria. Dal 2013 hanno eseguito la procedura per circa 2700 persone.
Ci chiediamo se tali esperimenti di autotrapianto possano essere i prodromi di un’utero artificiale, creato con tessuti asportati a donne vive o morte.
Un esperimento di questo tipo fu tentato nel 1987 dal ginecologo italiano membro del Comitato Nazionale di Bioetica Carlo Flamigni.
Flamigni, considerabile come il «padre» dei bambini prodotti in provetta in Italia, impiantò un embrione umano in un utero asportato e tenuto in vivo artificialmente.
Racconta Flamigni in una vecchia intervista al Corriere della Sera («Ho creato la vita, ho avuto paura», 20 settembre 2010) che all’epoca «c’era un carissimo collega, purtroppo scomparso, Erlio Gurpide, aveva iniziato esperimenti su uteri asportati per i più vari motivi, principalmente per fibromi, tumori benigni (l’utero, all’epoca, era ritenuto un organo inutile dopo l’età fertile e si toglieva con disinvoltura, ndr). Lì avevano trovato il modo di asportare l’organo con buona parte dei suoi vasi, che venivano incannulati e collegati a una specie di macchina cuore-polmoni che garantiva una circolazione extracorporea, con un buon livello di ossigenazione e di “pulizia” delle scorie metaboliche. Strabiliante: funzionava, l’utero non degenerava».
«Incredibile: questo utero fuori dal corpo della donna sopravviveva bene per cinque, sei giorni, un tempo lunghissimo sotto il profilo sperimentale perché ci permetteva di verificare l’effetto degli ormoni e di vari farmaci sulla parete uterina. E, in effetti, se somministravamo estrogeni e progestinici attraverso la circolazione artificiale, nell’organo mantenuto in vita avvenivano gli stessi cambiamenti che si verificano nel corpo della donna. Avevamo trovato un “modello” sperimentale quasi perfetto».
«Era il 1987: scegliemmo embrioni alteratissimi che non avrebbero mai potuto diventare vita vera e tentammo l’attecchimento – racconta ancora il ginecologo -. Sembra una storia alla Frankenstein, eppure il miracolo avvenne: partì questa gravidanza artificiosa, ma non artificiale, visto che sia l’utero, sia l’embrione, erano “veri”. Ma ci cadde addosso un grande sbigottimento: si trattava di un evento “epocale” per il quale nessuno era pronto, né in Italia, né altrove».
L’embrione, insomma, attecchì.
La cosa spaventò il medico: «capii che ci eravamo spinti oltre il limite; ebbi come un senso di mostruosità, di paradosso; dovevo interrompere e non pensarci più»
Si trattò di uno dei primi esperimenti di riproduzione ectogenetica, la «produzione» di bambini al di fuori del corpo umano. Flamigni, preoccupato dei contraccolpi politici (all’epoca c’era la DC, e forse anche la Chiesa era diversa) aveva interrotto l’esperimento, anche se poi se ne pentì: «mi è mancato il coraggio e oggi me ne pento (…) Anche perché avevamo ottenuto qualcosa di straordinario. (…) A Bologna, a quell’epoca stavamo facendo davvero ricerca d’avanguardia; quando si mette le mani sopra questa merce rara, non si deve abbandonare»
«Pensi soltanto nel 2002, quindici anni dopo il nostro esperimento, alla Cornell University di New York riuscirono a far attecchire un embrione umano su un utero artificiale ottenuto tappezzando un contenitore biodegradabile con cellule estratte dalla parete dell’utero ed espanse in laboratorio» diceva il Flamigni al Corriere, illustrando una tecnica in cui i trapianti di tessuto di utero possono concorrere alla creazione dell’utero artificiale.
L’utero artificiale è dietro l’angolo: non solo per i finanziamenti europei agli studi, non solo per i recenti esperimenti sui topi, ma perché sanno che c’è già un mercato: pensiamo al ras dell’utero in affitto d’Ucraina, Albert Tochilovsky, che dichiara che l’utero artificiale, come business, è dietro l’angolo, e gli operatori del settore sarebbero pure pronti. «Penso che acquisiremo l’ectogenesi entro 5-7 anni e la nostra clinica continua a lavorare in questa direzione», dice il fondatore della grande clinica per bambini in provetta di Kiev BioTexCom.
Pensate: bambini artificiali alle coppie gay o a chiunque, senza passare per l’utero in affitto, che fa storcere il naso a qualche femminista («compagne che sbagliano»…?. La riproduzione artificiale meccanizzata, perciò «etica», lontana dallo sfruttamento della iper-prostituzione delle surrogate.
Come faranno, tutti i gruppetti pro-life che si sgolano per l’utero in affitto? Come farà Mario Adinolfi? Come faranno quelli che vi chiedono soldi per fare cartelloni pubblicitari e relative piazzate sulla questione?
Uno pensa: ripiegheranno sul piagnisteo sull’aborto?
Ma no. Con l’utero artificiale potrebbe sparire anche quello, con l’embrione trasferito in incubatori di Stato, o privati, qualunque cosa: tanto il bambino, secondo la mentalità nazi-utilitarista che sta prendendo il sopravvento, appartiene o al governo o ai genitori, mica può esistere a prescindere.
E quindi, cosa rimarrebbe al mondo pro-life?
Niente. Non avendo capito il disegno di morte sottostante con apocalisse umanoide incipiente, è giusto che vadano a lavorare.
Auguri.
IVF
Israeliano arrestato all’aeroporto di Cipro con embrioni congelati destinati al Messico
Un uomo israeliano di 24 anni è stato arrestato il 19 maggio all’aeroporto internazionale di Ercan, a Cipro, territorio controllato dalla Turchia, mentre tentava di imbarcarsi su un volo per il Messico. Lo riporta la testata israeliana Ynet.
Il personale di sicurezza aeroportuale ha scoperto che trasportava quattro embrioni congelati e vitali, conservati in provette separate all’interno di un apposito contenitore criogenico etichettato «Life Pacel».
Secondo la testata israeliana, che ha diffuso la notizia, gli embrioni provenivano da una clinica di fecondazione in vitro (FIV) a Lefkoşa (Nicosia settentrionale). Al momento del tentativo di trasporto, non era stata ottenuta alcuna autorizzazione ufficiale dal Ministero della Salute locale per la loro rimozione dal territorio.
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La polizia ha inoltre fatto irruzione nella clinica di fecondazione in vitro e ha arrestato il direttore della clinica e un medico, entrambi cittadini turco-ciprioti. Tutti e tre i sospettati sono stati portati davanti a un tribunale, che ha prorogato la loro detenzione per consentire ulteriori indagini, tra cui la visione dei filmati delle telecamere di sicurezza e la raccolta delle testimonianze.
Secondo quanto riferito, la clinica aveva presentato una richiesta di trasferimento poco prima dell’incidente, e l’approvazione era stata concessa il giorno dell’arresto. Tuttavia, le autorità sostengono che il trasporto sia stato tentato prematuramente, violando le normative sul trasporto di tessuti e cellule umane.
Secondo la Society for the Protection of Unborn Children (SPUC), il caso riporta il settore della fertilità di Cipro del Nord sotto i riflettori internazionali. La principale organizzazione pro-vita della Gran Bretagna ha riferito che questo territorio «è diventato una meta internazionale di primaria importanza per le procedure di fecondazione in vitro grazie al suo quadro normativo relativamente permissivo, che attrae coppie straniere in cerca di trattamenti e pratiche riproduttive fortemente limitate o vietate altrove in Europa».
«La combinazione di una supervisione inadeguata, pressioni commerciali e un’elevata domanda internazionale rischia di creare un contesto in cui gli embrioni umani e il materiale riproduttivo vengano sempre più trattati come merci», ha osservato la SPUC in una dichiarazione del 21 maggio. Hanno poi sottolineato come l’ultimo scandalo sia giunto subito dopo un’inchiesta della BBC di fine marzo che aveva messo in luce seri dubbi in merito agli standard e alla regolamentazione delle cliniche di fecondazione in vitro del territorio.
Il rapporto descriveva dettagliatamente le accuse mosse da diverse famiglie britanniche, secondo le quali le cliniche avrebbero utilizzato donatori di sperma o ovuli non idonei nelle loro procedure. I test del DNA avrebbero indicato che alcuni dei bambini nati da queste nascite non erano nemmeno biologicamente imparentati con i donatori scelti dai genitori.
In seguito a queste rivelazioni, le autorità di Cipro del Nord avrebbero avviato una propria indagine per accertare se le cliniche per la fertilità abbiano violato le normative locali. Hanno dichiarato che le ispezioni di routine delle cliniche di fecondazione in vitro proseguono regolarmente, mentre l’indagine separata sul tentato trasferimento di embrioni rimane in corso.
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Non si tratta dei primi casi di arresti negli aeroporti di cittadini israeliani che trasportano materiale biologico. In particolare, alcuni cittadini dello Stato ebraico, sono stati accusati di traffico di organi.
Nel giugno 2013, all’aeroporto di Fiumicino (Roma) fu arrestato Gedalya Tauber, ex ufficiale israeliano 77enne, latitante dal 2010 e condannato all’ergastolo in Brasile per traffico internazionale di organi umani.
Nel 2018, sempre a Cipro fu arrestato Moshe Harel, accusato di essere a capo di una rete internazionale di traffico di reni (donatori da Est Europa, Turchia, ex URSS operati in Kosovo).
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso ottobre era stato arrestato in Russia israelo-ucraino presunto capo di una rete di traffico di organi.
Esistono altri casi documentati di israeliani coinvolti in reti di traffico di organi (soprattutto reni) tra gli anni 2000 e 2010, spesso con collegamenti in Turchia, Kosovo, Azerbaigian.
Come riportato da Renovatio 21, storie sul traffico di organi sono già partite alla Striscia di Gaza subito dopo l’inizio della strage.
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Immagine di ZEISS Microscopy via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic; immagine modificata.
IVF
Trump propone un nuovo beneficio sanitario per la FIVET e critica la sentenza che definisce gli embrioni come bambini
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IVF
Dalla fecondazione assistita all’ottimizzazione genetica: l’ascesa delle cliniche di Indira IVF
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
La startup statunitense Nucleus Genomics, nota per proporre discussi test genetici sugli embrioni, ha siglato una serie di accordi con la rete di cliniche indiane Indira IVF, che oggi conta più di 180 centri in tutto il Paese. Nonostante le normative attuali sulla fecondazione assistita nel Paese siano stringenti, la partnership darà accesso a un mercato enorme e in forte crescita anche dal punto di vista economico a causa del calo dei tassi di fertilità.
La startup statunitense Nucleus Genomics ha siglato accordi con una serie di cliniche di fecondazione in vitro straniere per espandere la diffusione di controversi test genetici sugli embrioni. Il mercato sembra destinato ad espandersi soprattutto in India grazie a una partnership con Indira IVF, la più grande rete di cliniche per la fertilità nel Paese. L’obiettivo della collaborazione è portare sul mercato indiano test avanzati sugli embrioni alle coppie che si sottopongono alla fecondazione in vitro (o IVF).
Nucleus Genomics, fondata nel 2021, utilizza una tecnologia nota come PGT-P per aiutare le coppie a selezionare embrioni con una minore probabilità di sviluppare malattie come il diabete o l’Alzheimer. Tuttavia, l’azienda ha suscitato controversie a livello internazionale per aver sviluppato modelli che, secondo il fondatore Kian Sadeghi, sono in grado di prevedere anche tratti non legati allo sviluppo di malattie, come un alto quoziente intellettivo o l’altezza. Anche se diversi scienziati mettono in dubbio la possibilità di selezionare correttamente i geni responsabili dello sviluppo di certe caratteristiche, numerosi esperti di bioetica ritengono che ci possa essere il rischio di creare neonati con caratteristiche su richiesta accessibili solo alle fasce più ricche della popolazione. Il prodotto di testing di Nucleus Genomics costa infatti 10mila dollari, mentre i cicli di trattamento di fecondazione in vitro costano almeno 20mila dollari l’uno.
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In India, almeno per ora, questo tipo di applicazioni incontra limiti normativi molto stringenti: la selezione degli embrioni sulla base di caratteristiche non mediche è illegale. Di conseguenza, Nucleus Genomics dovrebbe limitare la propria offerta nel Paese alle informazioni sul rischio di malattie. Tuttavia la partnership consente all’azienda americana di accedere a un mercato enorme e a una quantità significativa di dati genetici, in un contesto in cui il settore della fecondazione assistita è destinato a raggiungere un valore di circa 13 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno.
La crescita di Indira IVF racconta bene lo sviluppo del settore. Fondata nel 1988 a Udaipur, nello stato del Rajasthan, dal dottor Ajay Murdia, l’azienda ha inizialmente operato come struttura indipendente prima di trasformarsi in una realtà su larga scala. Oggi è una delle principali catene di fertilità del Paese, passando da 165 centri nel marzo 2025 a 186 a luglio, con l’obiettivo di raggiungere quota 200 entro la fine dell’anno fiscale 2026. Parallelamente, l’azienda ha avviato una strategia di diversificazione entrando nel settore della salute materna e pediatrica, con l’apertura di ospedali in città come Varanasi, Pune e Prayagraj.
Questa crescita si riflette nei risultati finanziari: i ricavi hanno raggiunto 1.604,5 crore di rupie (circa 176 milioni di euro) nell’anno fiscale 2025. La società dal 2023 è sostenuta dal fondo svedese di private equity EQT, che ha acquisito il 60% delle quote. Mentre il percorso di Indira IVF verso la quotazione in borsa è stato tutt’altro che lineare. L’azienda aveva inizialmente presentato, a febbraio dello scorso anno, una richiesta per un’IPO da circa 3.500 crore di rupie (circa 407 milioni di dollari). Tuttavia, già a marzo è stata costretta a ritirare la documentazione dopo le osservazioni della Securities and Exchange Board of India (SEBI), l’ente indiano che vigila sui mercati finanziari.
I dubbi dell’autorità di vigilanza si sono concentrati su un film biografico di Bollywood intitolato Tumko Meri Kasam, diretto da Vikram Bhatt. Il film raccontava in chiave drammatica la storia personale e imprenditoriale del medico. La coincidenza tra l’uscita del film e il processo di IPO ha però sollevato sospetti: secondo la SEBI la pellicola avrebbe potuto funzionare come una forma di promozione indiretta e illegale durante una fase delicata di raccolta di capitali. Dopo questo episodio, Indira IVF ha ripresentato in modo confidenziale i documenti per la quotazione a luglio dello scorso anno. La vicenda si è ulteriormente complicata quando il regista Vikram Bhatt e sua moglie, Shwetambari Bhatt, sono stati arrestati. Secondo l’accusa, presentata dallo stesso Ajay Murdia, il medico avrebbe versato circa 47 crore di rupie (oltre 5 milioni di euro) per la realizzazione di quattro film, ma Bhatt ne avrebbe prodotto soltanto uno, il biopic su Indira IVF.
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Nel frattempo il contesto demografico in India si è evoluto facendo crollare il tasso di fertilità totale, passato da oltre 6 figli per donna nel 1950 a 1,9 nel 2023, al di sotto della soglia di sostituzione. Per regolamentare il «business della fertilità», il Paese ha introdotto nel 2021 la legge sulla regolazione delle tecnologie di riproduzione assistita, che stabilisce che l’accesso alla fecondazione in vitro è consentito solo a coppie sposate o a donne single entro specifici limiti di età.
La normativa inoltre impone restrizioni severe sull’uso dei donatori e introduce garanzie etiche importanti. Tra queste, l’obbligo di registrazione per tutte le cliniche, il divieto di determinazione del sesso (in un Paese dove i maschi sono ancora preferiti alle femmine) e il riconoscimento dei pieni diritti legali per i bambini nati tramite queste pratiche di fecondazione assistita
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