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Ecco l’embrione di topo cresciuto in un utero artificiale: gli umani sono i prossimi

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Un embrione di topo, completo di cellule cardiache che pulsano, una testa e l’inizio degli arti, vivo e in crescita in un barattolo di vetro. Questa è l’immagine fornita dal Technology Review, la rivista di divulgazione scientifica del MIT di Boston.

 

Secondo un gruppo scientifico in Israele i ricercatori hanno coltivato topi in un grembo artificiale per 11 o 12 giorni, circa la metà del periodo di gestazione naturale dell’animale.

 

I ricercatori hanno coltivato topi in un grembo artificiale per 11 o 12 giorni, circa la metà del periodo di gestazione naturale dell’animale

È un record per lo sviluppo di un mammifero al di fuori dell’utero e, secondo il team di ricerca, gli embrioni umani potrebbero essere i prossimi.

 

«Questo pone le basi per altre specie», afferma Jacob Hanna, biologo dello sviluppo presso il Weizmann Institute of Science, che ha guidato il team di ricerca. «Spero che permetterà agli scienziati di far crescere embrioni umani fino alla quinta settimana».

 

«La crescita di embrioni umani in laboratorio per così tanto tempo, fino al primo trimestre, metterebbe la scienza in rotta di collisione con il dibattito sull’aborto» scrive Technology Review.

«Gli embrioni cresciuti in laboratorio potrebbero essere un sostituto della ricerca per i tessuti derivati ​​dagli aborti e forse anche una fonte di tessuti per trattamenti medici»

 

Tuttavia, la motivazione bioetica è presto servita: «Hanna crede che gli embrioni cresciuti in laboratorio potrebbero essere un sostituto della ricerca per i tessuti derivati ​​dagli aborti e forse anche una fonte di tessuti per trattamenti medici».

 

In pratica, le prossime linee cellulari di feto abortito da usare nei vaccini (solo per fare un esempio: gli utilizzi sono molteplici) potrebbero venire da un essere umano fatto crescere non in un grembo materno ma in una macchina.

L’esperimento già prevede di fatto l’uso di materia biologica umana: il team di Hanna ha allungato gli embrioni di topo aggiungendo siero di sangue da cordoni ombelicali umani, mischiandoli in barattoli di vetro e pompando una miscela di ossigeno pressurizzata.

Per esempio, le prossime linee cellulari di feto abortito da usare nei vaccini potrebbero venire da un essere umano fatto crescere non in un grembo materno ma in una macchina

 

Hanna paragona il processo a mettere un paziente COVID-19 su una macchina di ventilazione.

 

«Questo forza l’ossigeno nelle cellule», dice. «Allora il paziente è molto più felice. Puoi vedere che ha un sistema sanguigno e tutti i principali sistemi di organi funzionano».

 

Gli embrioni di topo sono morti solo dopo essere diventati troppo grandi perché l’ossigeno si diffondesse attraverso di loro, poiché non hanno l’apporto di sangue naturale che una placenta potrebbe fornire.

L’esperimento già prevede di fatto l’uso di materia biologica umana: il team di Hanna ha allungato gli embrioni di topo aggiungendo siero di sangue da cordoni ombelicali umani

 

Il lavoro crea una finestra scientifica sull’embrione precoce, che normalmente è nascosto all’interno dell’utero. In una pubblicazione odierna sulla rivista Nature, «il team israeliano descrive una serie di esperimenti in cui hanno aggiunto tossine, coloranti, virus e cellule umane negli embrioni di topo in via di sviluppo, il tutto per studiare cosa sarebbe accaduto».

 

Sottolineiamo: hanno inserito «negli embrioni di topo in via di sviluppo». Non è una novità, tuttavia colpisce come i giornalisti scientifici non facciano più nemmeno mezzo plissé davanti all’idea.

 

Il dottor Hanna dice che gli scienziati vorranno sviluppare anche embrioni umani in questo modo. Riconosce che le immagini di embrioni umani cresciuti in laboratorio con una forma approssimativamente riconoscibile – testa e boccioli degli arti – potrebbero essere scioccanti. L’equivalente umano dei topi di 12 giorni di Hanna sarebbe un embrione del primo trimestre.

Il team israeliano ha inserito «negli embrioni di topo in via di sviluppo»

 

«Capisco le difficoltà. Capisco. Stai entrando nel campo degli aborti», dice Hanna. Tuttavia, afferma di poter razionalizzare tali esperimenti perché i ricercatori studiano già embrioni umani di cinque giorni provenienti da cliniche di fecondazione in vitro, anch’essi distrutti in quel processo.

 

«Quindi io raccomanderei di coltivarlo fino al giorno 40 e poi di smaltirlo», dice Hanna. «Invece di ottenere tessuti dagli aborti, prendiamo una blastocisti e coltiviamola». Ecco una soluzione che farà felici tante femministe e tantissimi cattolici e persino cattolici tradizionalisti: l’aborto non c’è nemmeno più, e comunque la cooperazione morale con gli israeliani che squartano feti e lontana ore di volo. No?

«Invece di ottenere tessuti dagli aborti, prendiamo una blastocisti e coltiviamola»

 

La ricerca fa parte di un’esplosione di nuove tecniche e idee per studiare lo sviluppo iniziale delle creature viventi – incluso l’uomo. Oggi, nello stesso numero di Nature, altri due gruppi di ricerca riferiscono di un balzo in avanti nella creazione di embrioni umani «artificiali».

 

Il dottor Hanna sostiene che un ovvio passo successivo sarebbe aggiungere questi modelli di embrioni al suo sistema di vasi rotanti e vedere quanto possono svilupparsi ulteriormente. «Ci sono voluti sei anni di lavoro molto intenso per portare questo sistema dove si trova», dice Hanna.

Ecco una soluzione che farà felici tante femministe e tantissimi cattolici e persino cattolici tradizionalisti: l’aborto non c’è nemmeno più, e comunque la cooperazione morale con gli israeliani che squartano feti e lontana ore di volo. No?

 

«Abbiamo l’obiettivo di farlo anche con embrioni sintetici».

 

La tecnologia del topo in barattolo necessita anche di altri miglioramenti, dice Hanna. Non è stato in grado di far crescere i topi partendo da un ovulo fecondato fino al giorno 12. Invece, ha raccolto embrioni di 5 giorni da topi gravidi e li ha spostati nell’incubatrice, dove hanno vissuto un’altra settimana.

 

Il problema è che attualmente gli embrioni di topo si sviluppano correttamente solo se possono essere attaccati a un vero utero di topo, almeno per un breve periodo. Il team di Hanna sta lavorando all’adattamento della procedura in modo che possano sviluppare i topi interamente in vitro.

Gli studi a lungo termine su embrioni umani vivi che si sviluppano in laboratorio sono attualmente vietati in base alla cosiddetta regola dei 14 giorni, una linea guida (e una legge in alcuni paesi) secondo la quale agli embriologi è stato vietato di coltivare embrioni umani per più di due settimane .

«Abbiamo bisogno di vedere embrioni umani per formare organi e iniziare a perturbarli. Il vantaggio di far crescere embrioni umani fino alla terza, quarta e quinta settimana è inestimabile»

 

Tuttavia, un’organizzazione scientifica chiave, la Società internazionale per la ricerca sulle cellule staminali, o ISSCR, ha in programma di raccomandare l’annullamento del divieto e consentire ad alcuni embrioni di crescere più a lungo.

 

Hanna dice che questo significa che potrebbe far crescere embrioni umani nella sua incubatrice, a patto che i consigli di etica israeliani siano d’accordo, qualcosa che pensa che farebbero.

 

«Una volta aggiornate le linee guida, posso fare domanda e sarà approvato. È un esperimento molto importante», afferma Hanna.

 

Gli embrioni umani potrebbero essere modificati per limitare il loro potenziale di sviluppo completo. Una possibilità sarebbe quella di installare mutazioni genetiche i in modo da impedire al cuore di battere

«Abbiamo bisogno di vedere embrioni umani per formare organi e iniziare a perturbarli. Il vantaggio di far crescere embrioni umani fino alla terza, quarta e quinta settimana è inestimabile. Penso che questi esperimenti dovrebbero almeno essere considerati. Se riusciamo ad arrivare a un embrione umano avanzato, possiamo imparare così tanto».

 

Hanna dice che per rendere tali esperimenti più accettabili, gli embrioni umani potrebbero essere modificati per limitare il loro potenziale di sviluppo completo. Una possibilità sarebbe quella di installare mutazioni genetiche i in modo da impedire al cuore di battere.

 

Il MIT infine gioca l’immortale carta per clonazioni e esperimenti di riprogenetica vari: i trapianti

 

Chi vi parla della «tragedia dell’utero in affitto», di «fecondazione eterologa», di «un bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà» vi sta prendendo per i fondelli

«Potrebbero esserci applicazioni pratiche inaspettate della crescita di embrioni umani in barattoli. William Hurlbut, medico e bioetico della Stanford University, afferma che il sistema gli suggerisce un modo per ottenere organi primitivi, come cellule di fegato o pancreas, da embrioni umani del primo trimestre, che potrebbero essere ulteriormente coltivati ​​e utilizzati nella medicina dei trapianti. Hanna concorda che questa sia una potenziale direzione per la tecnologia».

 

«La frontiera scientifica si sta spostando dalle molecole e dalle provette agli organismi viventi – afferma Hurlbut. –Non credo che l’espianto di organi sia così inverosimile. Alla fine potrebbe arrivarci. Ma è molto difficile, perché i limiti di una persona non sono i limiti di un’altra persona».

 

Le stupide battaglie contro «l’utero in affitto» sono create per farvi perdere tempo e neutralizzarvi, mentre si prepara la rivoluzione definitiva del bambino integralmente sintetico: geneticamente ingegnerizzato con il CRISPR, sviluppato e fatto nascere dal ventre di una macchina

Davanti a questa svolta biotecnologica, covata da tempo (quantomeno dagli esperimenti negli anni Ottanta di Carlo Flamigni, il primo a fare crescere, in Italia, un embrione al di fuori di un corpo umano), il lettore, specie quello «cattolico», lo deve comprendere definitivamente: chi vi parla della «tragedia dell’utero in affitto», di «fecondazione eterologa», di «un bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà» vi sta prendendo per i fondelli.

 

Le stupide battaglie contro «l’utero in affitto» sono create per farvi perdere tempo e neutralizzarvi, mentre si prepara la rivoluzione definitiva del bambino integralmente sintetico: geneticamente ingegnerizzato con il CRISPR, sviluppato e fatto nascere dal ventre di una macchina.

 

Svegliatevi: un’infernale umanità sintetica bussa alle nostre porte. Movimenti pro-vita e pretini vari servono solo a distrarvi mentre la sua venuta diviene inevitabile.

 

Chi servirà, questo mondo di umanoidi, forse lo sapete:

 

Svegliatevi: un’infernale umanità sintetica bussa alle nostre porte. Movimenti pro-vita e pretini vari servono solo a distrarvi mentre la sua venuta diviene inevitabile

«L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato» (Apocalisse 13, 8)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine di NIH Image Gallery via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)

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Enorme boa constrictor in fuga

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Un intero quartiere di una cittadina americana è in stato di massima allerta dopo che un boa constrictor domestico è riuscito a fuggire.

 

Il rifugio per animali Hoke County Animal Shelter (HCAS) di Raeford, nella Carolina del Nord, ha comunicato lunedì 6 ottobre tramite un post su Facebook che un serpente lungo dai 1,8 ai 2,1 metri era fuggito dai suoi proprietari e si trovava nella zona vicino all’incrocio tra Calloway Road e Summer Lane.

 

L’HCAS non ha specificato come il boa constrictor domestico sia riuscito a scappare, ma ha precisato che chiunque avvisti il serpente dovrebbe contattare il servizio di controllo animali e che, in caso di avvistamento, il proprietario verrà contattato.

 

«No, non è uno scherzo», ha dichiarato il rifugio, secondo quanto riportato dal Charlotte Observer. «Il proprietario ha affermato che l’animale è molto docile ed è molto preoccupato».

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Il rifugio per animali ha inoltre avvertito le persone di «mantenere una distanza di sicurezza» dal serpente e di «tenere bambini e animali domestici lontani dalla zona». L’HCAS ha chiesto a chiunque avvisti il rettile di «fornire la posizione e una descrizione» del luogo in cui è stato visto e di «non tentare di catturarlo o contenerlo da soli».

 

Diverse persone hanno commentato il post sui social media, tra cui una signora che ha dato consigli su come trovare la creatura. Ha detto che il serpente «rallenterà al calar del sole, quindi controllate gli angoli delle case, i garage… Cercherà al più presto un posto caldo».

 

Un altro utente ha aggiunto: «È molto probabile che si trovi nelle vicinanze, all’interno della proprietà. Non si allontanano molto. Metri, non chilometri».

 

Originari dell’America Centrale e Meridionale, i boa constrictor non sono velenosi. Possono sopravvivere in molti ambienti, ma prosperano nelle foreste pluviali tropicali, secondo il National Zoo and Conservation Biology Institute (NZCBI) dello Smithsonian.

 

«I disegni e i colori dei boa constrictor variano per consentire loro di mimetizzarsi», ha aggiunto l’istituzione.

 

Il boa constrictor non uccide soffocando la preda, come si crede spesso. Dopo aver afferrato la vittima con un morso rapido, la avvolge nelle spire e stringe a ogni espirazione, impedendo al torace di riespandersi. La morte arriva soprattutto per arresto circolatorio: la pressione sanguigna crolla, il flusso al cervello e agli organi si interrompe e il cuore cede in pochi minuti. Gli studi sui serpenti constrictor mostrano che la compressione agisce in fretta, e la preda perde coscienza quasi subito.

 

Per gli esseri umani il rischio reale è molto basso. Un boa adulto, che di solito misura da due a tre metri e mezzo, può essere pericoloso per un bambino o per una persona indifesa, ma gli attacchi a adulti sono rarissimi e quasi sempre legati a esemplari tenuti in cattività o a manipolazioni imprudenti. I casi mortali documentati riguardano in genere proprietari rimasti da soli con animali grandi. Il morso, invece, è doloroso ma non velenoso. Specie più grandi, come il pitone reticolato o l’anaconda, sono considerate più pericolose.

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La Russia affronta il problema degli orsi

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La popolazione di orsi bruni in Russia è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni. L’aumento degli attacchi degli ultimi anni ha spinto autorità e legislatori a valutare nuove misure per ridurre i rischi. È stato inoltre avviato un progetto online indipendente per mappare le segnalazioni di avvistamenti in tutto il Paese. Lo riporta la stampa russa.   WhereBear raccoglie segnalazioni di avvistamenti, attacchi e tracce da fonti ufficiali, media, pubblicazioni aperte e utenti, e le visualizza su una mappa interattiva della Russia. Il servizio accetta anche segnalazioni dirette. Non traccia gli animali in tempo reale: i marcatori indicano dove e quando gli orsi sono stati segnalati, non la loro posizione attuale.   Secondo il ministero delle Risorse Naturali, in Russia vivono 307.900 orsi bruni. Le concentrazioni maggiori sono in Siberia e nell’Estremo Oriente: la regione di Krasnoyarsk ne conta 26.600, seguita da quella di Khabarovsk con 26.200 e dalla Kamchatka con 24.200. Si stima che la regione di Irkutsk ne ospiti circa 22.400 e la Yakutia 18.800.

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Dall’inizio dell’anno le autorità hanno registrato 59 attacchi, con 21 morti e 38 feriti in 22 regioni. Nel 2025 gli attacchi erano stati 34 e nel 2024 19. Negli ultimi anni se ne contano in genere da 20 a 30 l’anno, con picchi eccezionali: nel 2014 ne furono registrati 166.   Nella regione di Krasnoyarsk, solo a settembre, sei persone sono morte in attacchi accertati o sospetti, e gli inquirenti hanno avviato un’indagine per negligenza criminale. In diverse zone della Siberia e dell’Estremo Oriente sono stati introdotti regimi di allerta elevata. A Zakamensk, in Buriazia, due scuole e un istituto tecnico sono passati alla didattica a distanza dopo la comparsa di un orso in città.   Gli esperti indicano tra le cause la crescita demografica degli orsi, la scarsità di alimenti naturali e la facilità di accesso al cibo umano. Ispettori venatori e biologi hanno segnalato un raccolto insolitamente scarso di noci e bacche quest’anno. Una primavera precoce e secca avrebbe fatto maturare e cadere le bacche in anticipo, lasciando gli animali con meno cibo naturale prima del letargo.   Un’oblast’ russa ha avviato un programma di abbattimento dopo che un turista è stato trascinato fuori dalla tenda e sbranato. Cassonetti aperti, discariche e scarti alimentari vicino a case e strutture turistiche offrono calorie facili. Una volta trovato cibo presso gli insediamenti, gli orsi possono tornarvi. Le autorità avvertono che gli animali abituati al cibo umano perdono gradualmente la diffidenza naturale e diventano più pericolosi.   Il governo sta preparando ulteriori misure dopo gli attacchi di quest’anno. La settimana passata il vice primo ministro Dmitrij Patrushev ha detto che le regioni in difficoltà nel controllare il numero di orsi potrebbero ricevere altri fondi federali. Si valutano anche modifiche normative per consentire interventi più rapidi, tra cui la possibile rimozione dell’orso bruno dall’elenco delle specie soggette a limiti di caccia.   «Con l’aumento della popolazione di orsi, aumentano anche i problemi», ha dichiarato Patrushev in una riunione governativa. Il ministro delle Risorse Naturali, Aleksandr Kozlov, ha proposto di dare al suo dicastero maggiori poteri per verificare le stime regionali e fissare livelli di popolazione di riferimento per le singole aree.

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Parallelamente, il deputato della Duma Dmitrij Novikov ha proposto una mappa pubblica delle zone in cui orsi, lupi e altri predatori si avvicinano spesso ai centri abitati, con fototrappole, monitoraggio a distanza e un sistema di allerta per i residenti.   I limiti di caccia attuali restano lontani dall’essere raggiunti. Nel 2025 i cacciatori hanno ucciso 12.700 orsi, circa il 27% dei quasi 47.000 consentiti, secondo l’Associazione dei cacciatori e dei pescatori. Le associazioni attribuiscono la scarsa adesione in parte al costo della caccia e alla debole domanda di carne e pelli, e hanno proposto di abolire la tassa per stimolare l’interesse.   Come riportato da Renovatio 21, due mesi da nella Repubblica dell’Altai, nella Siberia meridionale, una turista di 29 anni è stata trascinata fuori dalla tenda e uccisa da un’orso.   Al di là degli allarmi odierni, l’orso è presente nella cultura russa da secoli, dal folklore alla letteratura all’araldica, ben prima di diventare uno stereotipo internazionale del Paese. Nelle fiabe può essere potente e temibile, ma anche di buon carattere, ingenuo o facilmente ingannabile, e viene spesso chiamato Misha, diminutivo di Mikhail.   Un tempo gli orsi ammaestrati erano comuni a fiere e feste, dove gli addestratori li facevano ballare e imitare gesti umani. Compaiono anche in Tolstoj e in Saltykov-Shchedrin. Uno ha un ruolo centrale nel sogno di Tatiana nell’Eugenio Onegin di Puškin, legato alla credenza popolare secondo cui sognare l’animale preannunciasse un matrimonio.   Gli orsi figurano nell’araldica russa da secoli, negli stemmi di Yaroslavl, Perm e Veliky Novgorod, alcuni risalenti al XVI e XVII secolo. Quello di Yaroslavl è legato a una leggenda sulla fondazione della città; quello di Perm porta un Vangelo sul dorso.   Fuori dalla Russia l’animale divenne un simbolo visivo del Paese, soprattutto nelle vignette politiche europee. Già alla fine del XVIII secolo i caricaturisti britannici raffiguravano la Russia come un orso, per evocare grandezza, forza, aggressività e minaccia. Lo stereotipo è rimasto durante l’Impero e l’era sovietica, e l’«orso russo» è ancora spesso ritratto come una bestia potente e minacciosa.   Una delle versioni moderne più note risale alle Olimpiadi di Mosca del 1980, quando l’orsetto sorridente Misha fu scelto come mascotte. Creato dall’illustratore di libri per bambini Viktor Chizhikov, comparve su francobolli, manifesti, giocattoli e souvenir. Alla cerimonia di chiusura migliaia di partecipanti formarono un mosaico gigante di Misha, con una lacrima che sembrava scivolare sulla guancia. Un’enorme versione gonfiabile fu poi sollevata da palloncini e portata fuori dallo stadio al suono di «Addio, Mosca».

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Decenni dopo un altro orso russo ha raggiunto un pubblico ancora più vasto. La fiaba di Masha e Orso ha ispirato l’omonima serie animata, successo internazionale per bambini. L’episodio «Ricetta per il disastro» è diventato, secondo il Guinness dei primati, il video animato più visto su YouTube.   La Russia non è l’unico Paese a segnalare più incontri tra orsi e persone. Il Giappone ha registrato un record di 238 vittime legate agli orsi nell’anno fiscale 2025 e ha intensificato le misure per ridurli, incluso l’uso dell’esercito. Conflitti simili sono stati segnalati anche in zone del Nord America e dell’Europa. Le autorità avvertono che gli orsi attratti da rifiuti e cibo umano possono abituarsi alla presenza dell’uomo e tornare ripetutamente. Le circostanze variano per Paese e specie, ma espansione o ripresa delle popolazioni, disponibilità di cibo naturale e accesso al cibo umano influiscono sulla frequenza degli incontri.   In Italia la situazione è resa ancora più drammatica per il fatto che l’orso è stato reintrodotto dallo Stato stesso per motivi non immediatamente chiari, con il risultato di aggressioni e morti che finiscono nelle cronache.   Il 2 ottobre un esemplare di plantigrado è stato avvistato a passeggio nel centro abitato di Ossana, in Trentino, nel parcheggio sotto il Municipio e successivamente in via del Molino. L’animale è stato notato da alcuni cittadini che rientravano a piedi da un cineforum; l’orso è fuggito alla vista delle persone.   L’area è nota per la serie di uccisioni di esseri umani da parte degli orsi.   Il primo caso noto del periodo recente risale al 15 agosto 2014, quando un cercatore di funghi fu ferito dall’orsa Daniza a Pinzolo. Altri due attacchi con feriti lievi o moderati sono avvenuti nel 2015 (a Cadine da parte dell’orsa KJ2) e nel 2017.   Il 5 aprile 2023 ci fu il morto: un runner ventiseienne viene aggredito e ucciso nei boschi di Caldes (Val di Sole), sul monte Peller, dall’orsa JJ4. Si tratta della prima aggressione mortale documentata in Italia. Il 19 ottobre 2024 un cercatore di funghi viene ferito da un orso nei boschi di Rango, nel comune di Bleggio Superiore. Il 16 luglio 2024 un turista francese di 43 anni viene attaccato e ferito a Dro (località Naroncolo) dall’orsa KJ1, successivamente abbattuta tramite decreto provinciale.   Il 5 marzo 2023 un escursionista di 39 anni viene ferito a un braccio e alla testa dall’orso MJ5 mentre cammina con il suo cane a circa 2.000 metri di quota in Val di Rabbi. Nel giugno 2020 due cacciatori, padre e figlio, vengono feriti sul Monte Peller sempre dall’orsa JJ4.   Come il cittadino non reagisca di fronte a questa follia – predatori immessi nel territorio dallo Stato che attaccano e amazzano il popolo che lo Stato stesso dovrebbe esistere per difendere – è tutto da capire.  

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Immagine di Kandukuru Nagarjun via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
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Squalo sulle strade alluvionate di una città

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Alla fine è successo: come in un film di serie B, o di serie Z, abbiamo finalmente le immagini di uno squalo che nuota in città. Cioè, esattamente per strada. L’idea di tante storie trash per cui per rendere lo squalo un pericolo urbano viene immesso nelle fogne o fatto sfogare contro gli esseri umani perché contenuto in una tromba d’aria ambulante – la trama del leggendario Sharknado  (2013)– è ora divenuta realtà incontrovertibile.

 

Si tratta di Surf City, cittadina del Nuovo Jersey da 1200 abitanti. Si tratta di una località turistico-balneare, e il nome dice tutto: ma qui c’è ben poco da surfare di questi tempi. La tempesta ha battuto tutta la costa del Nuovo Jersey nelle ultime ore, causando un morto e allagando  le vie della città neocesarea (aggettivo di derivazione latina che impieghiamo per non dire New Jersey).

 

Nell’inquietante filmato il pescecane sguazza libero tra le case, avvicinandosi pericolosamente ad un garage ed a un porticato dove garrisce la bandiera statunitense.

 

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Fino a ieri gli squali in strada dopo un’alluvione costituivano una leggenda metropolitana. Durante gli uragani Irene (2011), Harvey (2017) e Florence (2018) circolarono foto virali di squali su autostrade e vie allagate: dissero che erano montaggi o immagini riciclate. Lo stesso vale per il presunto squalo nelle strade di Fort Myers dopo l’uragano Ian (2022). Come no.

 

Un caso innegabile riguardò lo squalo toro (Carcharhinus leucas), specie capace di risalire i fiumi e vivere in acqua dolce. Nel gennaio 2011, durante le alluvioni di Brisbane,  in Australia, alcuni residenti di Goodna segnalarono uno squalo toro in una strada sommersa. Diversi esperti ritennero la segnalazione plausibile, anche se le prove restano limitate. Dopo Katrina (2005) si parlò di squali a New Orleans, ma senza conferme.

 

Vi sono tuttavia vicende verificate in cui le alluvioni hanno portato in città altre bestie predatrici, specie se anfibie come i loricati. Nel 2019, con le alluvioni di Townsville (Queensland), coccodrilli e serpenti furono avvistati in strade e quartieri allagati. Nel dicembre 2023, dopo il ciclone Jasper, le autorità del Far North Queensland avvertirono la popolazione di coccodrilli nelle acque di piena, anche in aree urbane. Con l’uragano Harvey (2017) a Houston e con Florence (2018) in Nord Carolina furono ripresi alligatori in strade e giardini. Stessa situazione in Louisiana dopo Katrina.

 

Va segnalato l’ingegno delle creature: sempre con Harvey, le formiche di fuoco formarono zattere galleggianti sulle acque cittadine e i serpenti cercarono rifugio nelle case.

 

Non va escluso tuttavia che gli squali neocesarei presentino comportamenti anomali e altamente pericolosi: la specie di recente è divenuta celebre per la sua tossicodipendenza.

 

Come riportato da Renovatio 21, ricercatori americani hanno ipotizzato che gli squali del Golfo del Messico potrebbero consumare cocaina gettata nell’oceano dai trafficanti di droga. Gli scienziati hanno condotto un test in cui hanno messo in acqua un finto cigno accanto a un pacco di dimensioni e aspetto simili a un pacco di cocaina che sarebbe stata gettata nell’oceano dai trafficanti di droga. Con sorpresa del ricercatore, gli squali non hanno attaccato i cigni e invece si sono diretti direttamente verso le il pacco di cocaina, cercando di morderle. Uno squalo ha persino afferrato l’intera confezione e ha nuotato via portandosela dietro, probabilmente per farne «uso personale».

 

L’eliminazione degli squali costituisce un’altra grande promessa infranta da Donald Trump.

 

Come riportato da Renovatio 21, la pornostar Stormy Daniels, accusatrice nel processo che ha portato alla condanna presso il tribunale di Nuova York, sostiene di aver avuto un rapporto con Trump durante mentre in TV passava la Shark Week,– una settimana in cui il palinsesto del famoso canale Discovery è interamente dedicato ai pescecani in onda dal 1988 – e di aver sentito il presidente dire che odia gli squali e che dovrebbero sparire.

 

Come per tanti altri temi, nessuna vera mossa è stata intrapresa da The Donald per risolvere lo squallida minaccia degli squalidi.

 

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