Pensiero
Prevenire è meglio che curare? Così fu abolita la medicina
Renovatio 21 pubblica questa riflessione spirituale sulla medicina preventiva di Isacco Tacconi, docente di religione e sostenitore di Renovatio 21.
«Ogni tentativo di rimediare con le proprie forze o con l’aiuto d’altri al dolore, al danno o al pericolo causato da infermità sopravvenute per varie cause visibili o invisibili, note o ignote, rientra nell’ambito della medicina» (Medicina Preventiva in “Enciclopedia Italiana” – Treccani, 1993).
Questa dunque l’autentica natura di quella che Galeno definisce ars medica (gr. téchne iatrike) ovvero l’arte del prendersi cura laddove il male intacchi la salute del corpo. L’ars curandi dunque interviene come un «rimedio» al male sopraggiunto a turbare la vita degli uomini. Il suo perciò è un ruolo riparativo, ancillare, non di controllo ma di soccorso.
Non si mangia senza fame né ci si cura senza malattie. Pertanto il medico sta a bordo campo mentre la partita si svolge pronto ad intervenire quando il gioco è interrotto da un infortunio. Non impedisce (preventivamente) che i giocatori si colpiscano coi tacchetti, non impedisce che il pugile possa rompersi il setto nasale, non impedisce la corsa in bicicletta per evitare la caduta ma interviene quando il danno intacca il corpo sano
Potremmo dire che come il cibo diventa un’esigenza del corpo affamato così la cura medica diviene un’esigenza del corpo ammalato. Non si mangia senza fame né ci si cura senza malattie. Pertanto il medico sta a bordo campo mentre la partita si svolge pronto ad intervenire quando il gioco è interrotto da un infortunio. Non impedisce (preventivamente) che i giocatori si colpiscano coi tacchetti, non impedisce che il pugile possa rompersi il setto nasale, non impedisce la corsa in bicicletta per evitare la caduta ma interviene quando il danno intacca il corpo sano per riportarlo, se possibile, al suo stato naturale, seppur precario, che è la salute.
Al contrario il concetto di «medicina preventiva» affermatosi nel secolo XX ridefinisce la natura, l’azione e lo scopo dell’ars medica stabilendo una nuova dottrina iatrologica. Così l’Enciclopedia Treccani spiega che il campo di azione della medicina preventiva «è orientato al controllo dei settori dai quali può originare il rischio per la salute: ambiente, stile di vita, organizzazione sociale e biologica umana (Clark e Mac Mahon 1989)». Qualcosa di prossimo all’ingegneria sociale dunque ma nessun riferimento alla cura dei malati. La persona sembra scomparire nell’orizzonte della prevenzione, quello che conta sono le strutture e le sovrastrutture sociali che dovranno essere modificate al fine di impedire quanto più possibile che il male si manifesti.
Interessante notare poi che il termine più volte professato dall’enciclopedia è «propaganda». Proprio così. La cosiddetta medicina preventiva e l’instaurazione di un regime preventivo hanno bisogno di un vero e proprio apparato propagandistico. Oltracciò «la medicina preventiva si rivolge al soggetto sano allo scopo di conservare e potenziare lo stato di salute, e non al soggetto malato o inabilitato o invalido».
In questa professione programmatica si riassume tutta la hybris dell’immanentismo ateo che pretende di poter controllare la vita umana ridisegnando i contorni della sua esistenza. Creando nuove strutture sociali, recidendo i rapporti affettivi, decretando la fine di un’era, abolendo mestieri e professioni – guarda caso le più belle e umane (ristorazione, sport, danza, cinema, teatro ecc.) – stabilendo nuove tradizioni e riti profani. Una liturgia socio-sanitaria a cui i nuovi umani riformati alla salute, al benessere e alla prevenzione devono partecipare non soltanto con l’assenso esteriore ma anche con l’adesione interiore pena l’esclusione (o la soppressione) sociale.
Il concetto di «medicina preventiva» affermatosi nel secolo XX ridefinisce la natura, l’azione e lo scopo dell’ars medica stabilendo una nuova dottrina iatrologica
«Mentre l’atteggiamento del malato o dell’inabilitato è sostanzialmente di fiducia e disponibilità, quello del soggetto sano è per lo più di assenteismo e di diffidenza, fondato com’è sul concetto umanamente diffuso di non apprezzare lo stato di salute se non quando lo si è perso. Non infrequentemente l’interesse del soggetto sano verso la salute è motivato da situazioni verificatesi nel suo ambiente sociale immediato o da paura più che da consapevolezza nei riguardi dell’atteggiamento del medico» (Treccani).
Questo vien detto quasi fosse un atteggiamento superficiale se non addirittura di colpevole incoscienza da parte dell’uomo sano di non curarsi troppo della propria salute. Ma questa è proprio la conditio della vita spirituale: «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? […] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? […] Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,25.27.32-33).
Ma a differenza del medico ippocratico, quello vero, «il medico preventivo deve possedere una mentalità statistica e multidisciplinare volta all’interesse oltre che del singolo individuo anche della collettività, mentre il medico terapista possiede una mentalità e un orientamento prevalentemente indirizzato al singolo individuo e basato sul noto concetto che non esiste ”la malattia” in senso astratto bensì il ”singolo malato”» (Treccani). L’importanza di questo passaggio è cruciale.
Qui possiamo comprendere quale ribaltamento antropologico sia stato innescato dalle forze della Rivoluzione per condurci a tappe forzate verso un regime politico-sanitario in cui la parola d’ordine, quasi come un dogma diamantino, è «prevenzione».
Lo sappiamo tutti per esperienza come da decenni l’arte medica autentica nella quale il medico è un «guaritore» dedito al servizio dei sofferenti si sia tramutato in un «mestiere» fatto di burocrazia, prescrizioni ed esami di laboratorio. Non più guaritore o curatore bensì «operatore sanitario»
Lo sappiamo tutti per esperienza come da decenni l’arte medica autentica nella quale il medico è un «guaritore» dedito al servizio dei sofferenti si sia tramutato in un «mestiere» fatto di burocrazia, prescrizioni ed esami di laboratorio. Non più guaritore o curatore bensì «operatore sanitario». Un regolo fra tanti sulla linea di produzione ormai incapace di avvicinarsi al corpo piagato e languente perché diventato per lui qualcosa di sconosciuto, di alieno e addirittura di potenzialmente pericoloso (come tutto ciò che non si conosce d’altra parte).
L’atteggiamento da disertori di molti medici di fronte allo scenario sanitario contemporaneo lo ha manifestato con angosciosa drammaticità. I medici che si rifiutano di visitare i malati per paura del contagio non differiscono in nulla dal pompiere che ha paura del fuoco o di un bagnino che ha paura di affogare e si rifiuta per questo di fare il proprio dovere morale di mettere a repentaglio la propria vita per salvare quella altrui. Verrebbe da suggerir loro di cambiar mestiere ma è esattamente di questi «operatori» che ha bisogno il Regime della Prevenzione. Persone che non si occupano più del «singolo malato», carne, ossa e sangue, ma della «malattia» con “«una mentalità statistica e multidisciplinare», spersonalizzata, astratta, analitica.
Insomma una figura più simile a quella di un analista bancario che a quella di Ippocrate.
Una figura più simile a quella di un analista bancario che a quella di Ippocrate
Non più una vocazione alta, sacrale, oserei dire «religiosa» svolta con quella fondamentale compassione che «con-sente» col paziente (dal latino patiens = colui che patisce) ma il necessario esecutore sul territorio delle analisi e dei risultati prodotti e trasmessigli da un sistema di controllo, appunto, preventivo. Ciò che conta non è la «persona» ma la «malattia», vera o presunta poco importa purché tutti rispettino i protocolli sanitari divenuti il «nuovo decalogo» seguendo il quale potremo sperare di entrare nel «regno dei cieli». «Se vuoi avere la vita osserva i comandamenti» ripetono i nuovi profeti della medicina rivelata.
Ma l’Enciclopedia prosegue: «da rilevare che l’attuale programmazione universitaria degli studi medici privilegia in modo evidente lo studio della malattia e non della salute, della terapia, quindi, e non della prevenzione». Ma proprio questo è lo scopo della medicina: conoscere il male, le sue cause e i suoi effetti per poterlo estirpare liberando così l’infermo. Mentre l’inversione di questa tendenza acceleratasi nell’ultimo periodo sta portando all’imbarbarimento della scienza medica e all’oblio eziologico e terapeutico delle malattie più comuni.
Non entrerò qui nella disamina dei concetti di prevenzione primaria e secondaria basti ricordare che «la prevenzione primaria opera sull’uomo sano o sull’ambiente, attraverso due tipi d’intervento: il potenziamento dei fattori utili alla salute e l’allontanamento o la correzione di tutte le possibili cause patogene (biologiche, chimiche, fisiche e sociali) che tendono a ridurre lo stato di benessere, cioè di tutti i fattori causali o di rischio delle malattie».
Ciò che conta non è la «persona» ma la «malattia», vera o presunta poco importa purché tutti rispettino i protocolli sanitari divenuti il «nuovo decalogo»
Infatti non dobbiamo dimenticarci che c’è una vera e propria «trimurti» nell’epifania transumanista sanitaria che è Salute-Prevenzione-Benessere. Un accostamento efficace per la riedificazione di un rinnovato pantheon prometeico in cui dio non è altro che l’«uomo sano», o meglio, l’«uomo immune».
Interessante notare infatti che la sorella di Vishnu (Il Preservatore) è Kali o Shakti (La distruttrice, La nera). L’uno archetipo idolatrico della prevenzione l’altra del benessere. Kali infatti è colei che consente la fruizione, seppur fugace, della realtà in senso orgiastico ed edonistico permettendo di squarciare temporaneamente il velo di Maya per accedere, mediante l’eros, al Brahman. «Il suo aspetto è terribile perché implica un cambiamento radicale, che tutto dissolve, concepito alla stregua di una distruzione del creato e del tempo e la potenza per cui si attua è simboleggiata dall’immagine spaventevole di Kali danzante» (Alberto Brandi, La Via Oscura, Ed. Atanor, pag. 100).
Una danza macabra, dunque, fatta di piacere e morte. Dissoluzione e benessere.
La via del potere infatti deve necessariamente passare attraverso un’alchemica mistura di piacere-dolore, luce-tenebre, eros-thanatos preparata anzitutto dall’oblio di sé, della propria origine e del proprio destino al fine di “perdersi” nelle spire di Shiva-Kali. Per prevenire, dunque, bisogna anzitutto distruggere.
C’è una vera e propria «trimurti» nell’epifania transumanista sanitaria che è Salute-Prevenzione-Benessere. Un accostamento efficace per la riedificazione di un rinnovato pantheon prometeico in cui dio non è altro che l’«uomo sano», o meglio, l’«uomo immune»
Non per nulla, come afferma sempre l’Enciclopedia Treccani, la cosiddetta medicina preventiva abolisce il ruolo ancillare e sussidiario della medicina per tramutarla in organismo di controllo e supervisione del vivere umano costantemente da monitorare e manipolare pretendendo di conservarlo in uno stato costante e immutabile.
Mentre la medicina tradizionale, o terapeutica, vale a dire quella che mette al centro dei suoi interessi il malato muove da una considerazione sostanzialmente positiva dell’uomo e del suo stare al mondo considerando lo stato normale, abituale e comune dell’uomo quello della sanità, la medicina preventiva chiudendo gli occhi sul singolo malato finisce per non vedere più nemmeno l’uomo sano.
Chi è il sano? Esiste il soggetto sano? La risposta ovviamente non può che essere negativa. Il principio cardine del positivismo preventista è quello secondo cui «il sano non è altro che un malato che non sa di esserlo» o più comunemente un «potenziale malato». Da qui la spettrale minaccia del «positivo asintomatico», nuovo boogie man da agitare davanti ai bambini disobbedienti.
La cosiddetta medicina preventiva abolisce il ruolo ancillare e sussidiario della medicina per tramutarla in organismo di controllo e supervisione del vivere umano costantemente da monitorare e manipolare pretendendo di conservarlo in uno stato costante e immutabile
Quella preventista è in fondo una antropologia negativa che muove cioè da una sfiducia e da un disprezzo della vita umana in quanto umana, cioè creaturale, limitata. La pretesa e l’intento inconfessati è di riformare e «salvare» la sua natura ferita in maniera migliore di come possa e abbia fatto il Redentore.
In questo senso per recuperare l’altissima vocazione del «prendersi cura» dobbiamo urgentemente volgere lo sguardo verso colui che è al contempo Medico delle anime e dei corpi: colui che prende su di sé i mali degli altri, facendosi prossimo ai malati, ai sofferenti, ai piagati e agli abbandonati.
D’altra parte non è un caso che gli ospedali siano fioriti in seno alla christianitas mentre l’epoca cosiddetta moderna abbia inventato i manicomi. Gli uni per curare e assistere, gli altri per isolare e rinchiudere nell’oblio.
Gli uni sono l’espressione del principio cristiano secondo cui «si vince il male con il bene» gli altri sono l’espressione della resa disperata dinanzi al male, la sottomissione complice poiché al male – come dichiara il Saruman de Il Signore degli Anelli – non ci si può opporre realmente: bisogna unirsi a lui edificandogli dei templi.
Il principio cardine del positivismo preventista è quello secondo cui «il sano non è altro che un malato che non sa di esserlo» o più comunemente un «potenziale malato». Da qui la spettrale minaccia del «positivo asintomatico», nuovo boogie man da agitare davanti ai bambini disobbedienti
Analogamente in teologia c’è un concetto denominato «amartiocentrismo» tipico di quelle correnti di pensiero spesso risalenti al protestantesimo che pongono al centro della loro riflessione gli effetti devastanti del peccato (in greco amartìa) vale a dire l’aspetto distruttivo e negativo del male perdendo di vista l’essere umano ferito dal peccato e per questo bisognoso di misericordia e di cure come illustrato nella parabola del Buon Samaritano.
In entrambi i casi il male, spirituale o corporale, acquista una consistenza personificata in un dualismo manicheo. Pertanto all’amartiocentrismo che parte da una sfiducia nel bene che risiede nell’uomo per attribuire al male e al peccato un potere pervasivo, onnipresente e invincibile il positivismo medico preventista ha affiancato un altro sistema di antropologia negativa, il «nosocentrismo» (gr. nosos = malattia).
Al suo centro non vi è più l’uomo ferito nel corpo, umiliato e sofferente ma in sé buono e perciò stesso degno di misericordia e compassione ma un male presentato come proveniente da nessun luogo, quasi fosse angelico, invincibile, ineluttabile. Una sola salvezza ci giungerà dalle altezze come un «sole che sorge dall’alto»: un’iniezione alchemica di veleno. Ed ecco che si chiude il cerchio della prevenzione con attesa e speranza degne dell’Avvento del Salvatore: il vaccino. Un battesimo rovesciato nella carne.
Paradossalmente quello della prevenzione è un concetto profondamente antivitale che antepone un progetto di controllo esistenziale con il preteso fine di garantire una protezione stabile e duratura, se non perpetua, da ogni male. Tuttavia il perseguimento di tale scopo, al contempo utopico e totalitario, necessita un sacrificio: il vivere inteso come condizione di rischio, di impegno e di espressione della cosa più cara che possediamo, il libero arbitrio.
La medicina preventista è in fondo una antropologia negativa che muove cioè da una sfiducia e da un disprezzo della vita umana in quanto umana, cioè creaturale, limitata. La pretesa e l’intento inconfessati è di riformare e «salvare» la sua natura ferita in maniera migliore di come possa e abbia fatto il Redentore
C’è al fondo un principio veramente comunistico e giacobino nell’idea di tutela della salute pubblica intesa come sovrastruttura sociale, in senso marxista, coercitiva e snaturante.
Una presunta collettività, in realtà disarticolata e informe che adeguatamente riplasmata e addestrata diviene capace di imbrigliare le forze della natura e a sconfiggere malattie e morte.
Tutto questo non può non richiamarci alla mente il concetto esoterico di eggregora ossia una forma-pensiero collettiva che si proietta in un essere sovrumano capace di guidarci alla salvezza. Vale a dire l’evocazione di un demonio che scaturisce dall’unione psichica di una comunità che proietta tutta sé stessa in quella forma-pensiero auto-redentiva.
Ma l’ideologia preventiva è antivitale altresì perché contiene in sé un principio di tipo buddistico di rifiuto del dolore in quanto tale e, di conseguenza, della vita che dal dolore mai e poi mai sarà affrancata.
Non è un caso che gli ospedali siano fioriti in seno alla christianitas mentre l’epoca cosiddetta moderna abbia inventato i manicomi. Gli uni per curare e assistere, gli altri per isolare e rinchiudere nell’oblio
Ciò è dimostrato dal corollario antivitale che ha comportato l’aver sposato una mentalità preventista. L’attuale pandemonio lo ha svelato in maniera evidente. Pur di inseguire lo spettro della sicurezza e del diritto alla salute, del quale ancora mi resta ignoto colui che avrebbe il potere nonché il dovere giuridico, morale e taumaturgico di garantirlo, si è rinunciato agli affetti, al lavoro, allo svago, alla libertà, in una parola, alla vita.
Paradosso dei paradossi per avere in pegno una promessa di salute si rinuncia al vivere umano e, in nome di quella, si accetta di morire lentamente di inedia psico-affettiva.
Ma c’è dell’altro. Il concetto di medicina preventiva è una contraddizione nell’attributo (contradictio in adiecto) giacché come dicevo nell’introduzione la medicina autentica interviene soltanto quando sopraggiunge un male e non in sua assenza. Nell’esperienza quotidiana si chiama il medico o ci si reca dal medico quando si è malati poiché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12).
Una sola salvezza ci giungerà dalle altezze come un «sole che sorge dall’alto»: un’iniezione alchemica di veleno. Ed ecco che si chiude il cerchio della prevenzione con attesa e speranza degne dell’Avvento del Salvatore: il vaccino. Un battesimo rovesciato nella carne
Dal punto di vista di un insegnante applicare il concetto di «prevenzione» nell’accezione ideologica del termine significherebbe voler correggere un errore prima ancora che venga commesso il che non avrebbe senso.
Peggio, vorrebbe dire trasmettere agli alunni più la nozione sbagliata che non quella giusta poiché si porrebbe l’accento più sul male da evitare che sul bene da compiere. E questo equivale a concepire il male in senso manicheo ossia come una forza giustapposta al bene mentre invece ciò che noi chiamiamo male in realtà non è altro che un’assenza o una privazione del bene (malum est privatio boni debiti).
Certo il bene si può e si deve rafforzare e questo consente di «prevenire» in una certa misura il male. Eppure tutto questo in realtà ha a che fare con la fallibilità e la passibilità umane. Nessun insegnante per quanto bravo egli sia potrà mai impedire o prevenire tutti gli errori dei suoi studenti, tenendo conto che egli anzitutto deve correggere i propri di errori e perciò egli stesso se vuole perfezionarsi è sottoposto ad un continuo discepolato e ad una costante emendazione. Per questo è scritto «uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,10).
Allo stesso modo un medico per quanto bravo nella sua arte mai potrà impedire o prevenire l’insorgere di malattie. Stando così le cose né si avrebbe più bisogno di insegnanti che riempiano il vuoto dell’ignoranza (privatio) con la sapienza (bonum) né di medici che risanino un corpo malato (privatio) restituendogli la salute (bonum). In effetti credo che nella fase storica presente non sia un caso che si stia procedendo speditamente verso l’abolizione di ogni autentica forma di insegnamento e parimenti verso l’abolizione di ogni forma di autentica cura.
Paradosso dei paradossi per avere in pegno una promessa di salute si rinuncia al vivere umano e, in nome di quella, si accetta di morire lentamente di inedia psico-affettiva
La farmacocrazia sta progressivamente sostituendo la medicina rendendo superflua l’arte e la vocazione del medico in quanto guaritore. D’ora innanzi la «scienza» avocherà a sé ogni facoltà di dispensare salute e sicurezza. Non più la medicina amara, contingente e passeggera ma necessaria per curare il male che incontriamo lungo il nostro cammino terreno ma l’elisir di lunga vita che rasserena le coscienze e restituisce libertà.
Non per nulla uno degli elementi più disumanizzanti dell’ideologia preventivista è la negazione del diritto ad ammalarsi. La malattia che diviene una colpa non solo personale bensì sociale.
L’uomo contemporaneo «non può» e «non deve» ammalarsi poiché la sua passibilità rivelerebbe agli occhi del mondo la sua creaturalità, il suo limite, il suo sostanziale niente. Non solo, renderebbe patente il suo bisogno di un medico che curi le ferite dei corpi e ancor più delle anime.
Infatti nella prospettiva cristiana è proprio questa peccabilità e passibilità umana la sola ed unica condizione mediante la quale può manifestarsi la misericordia di Dio. Scrive sant’Ambrogio: «Dio ha creato l’uomo per avere un essere cui rimettere i peccati, e a questo punto si è riposato».
La farmacocrazia sta progressivamente sostituendo la medicina rendendo superflua l’arte e la vocazione del medico in quanto guaritore. D’ora innanzi la «scienza» avocherà a sé ogni facoltà di dispensare salute e sicurezza. Non più la medicina amara, contingente e passeggera ma necessaria per curare il male che incontriamo lungo il nostro cammino terreno ma l’elisir di lunga vita che rasserena le coscienze e restituisce libertà.
La malattia – in questo caso il peccato – diviene cioè la condizione per meritare un grande e meraviglioso Medico ricevendo da lui la cura più inaspettata e benefica: la morte del medico che diviene vita del paziente. Questo Medico «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti»(Is 53,4-5).
D’altra parte noi sappiamo che l’unica creatura che ha potuto meritare di essere «prevenuta» e «preservata» in tutto e per tutto nel male è l’Immacolata Vergine e Madre di Dio.
Lei la sola che non è stata sfiorata dall’ombra del peccato, la sola ad essere «immune» al veleno del Serpente infernale; l’unica che per un disegno ineffabile della misericordia di Dio ha goduto di una «prevenzione» assoluta e totale da ogni patologia dell’anima. Un privilegio irripetibile ancorché inutile per il resto dei figli di Adamo poiché la salvezza come guarigione presuppone al contempo un malato da guarire (l’uomo) e un Medico (il Figlio di Dio) in grado di guarire.
Ma il preventismo gnostico ed esoterico vorrebbe spazzare via la necessità del Redentore negando la malattia alla sua radice e dichiarando di poter estendere a tutto il mondo il privilegio della prevenzione assoluta dell’Immacolata Concezione sostituendola con la sacrilega parodia dell’«immacolata vaccinazione» e sostituendo la Verginità perpetua con l’«immunità perpetua».
Non per nulla uno degli elementi più disumanizzanti dell’ideologia preventivista è la negazione del diritto ad ammalarsi. La malattia che diviene una colpa non solo personale bensì sociale.
In realtà, ogni pensiero eretico esprime in fondo un odio viscerale contro la Madre di Dio, perciò vediamo oggi la Scimmia di Dio rovesciare i dogmi della Redenzione per crearne di nuovi di segno opposto. D’ora innanzi più nessuno sarà toccato dal male e tutti potranno godere di salute e benessere senza fine. Ecco che la prevenzione diventa àncora di salvezza, porto di speranza, inizio e rinascita. Non dovremo più invocare Colei che è la Salus infirmorum poiché avremo eliminato e l’infermità e gli infermi. In tal senso prevenzione ed eutanasia manifestano la loro segreta gemellarità.
Parallelamente si sta procedendo verso una colpevolizzazione ed emarginazione sociale del malato. Chi si ammala è segno che non ha rispettato le norme talmudiche della purificazione rituale. C’è qualcosa di oscuramente legato al concetto del karma nell’approcciarsi alla sofferenza nel mondo contemporaneo. I toccati dal male diventano i nuovi intoccabili, i paria emarginati e ghettizzati. Il male che ti colpisce è il segno della tua ribellione, della tua «mancanza di rispetto».
Così alcuni personaggi dello spettacolo o sedicenti esperti che grottescamente minacciano di privare di ogni cura coloro che avversano l’idea di un vaccino obbligatorio. Quasi a dire: «se non credi non meriti la salvezza». Da questo conosciamo che siamo entrati in una nuova fase di quella «religione dell’uomo» di cui parlò con «immensa simpatia» papa Paolo VI
Così alcuni personaggi dello spettacolo o sedicenti esperti che grottescamente minacciano di privare di ogni cura coloro che avversano l’idea di un vaccino obbligatorio. Quasi a dire: «se non credi non meriti la salvezza». Da questo conosciamo che siamo entrati in una nuova fase di quella «religione dell’uomo» di cui parlò con «immensa simpatia» papa Paolo VI.
Noi, invece, aspettiamo il Salvatore, il Medico delle anime e dei corpi che nella sua infinita bontà e sapienza non ha voluto eliminare il male e la sofferenza dal mondo né ci ha voluto rendere immuni dalla tentazione e dal peccato ma essendo «capace di compatire le nostre infermità» (cfr. Eb 4,15) ci ha offerto la medicina per sopportare il male e il rimedio per esserne guariti.
«Anch’io ero piagato dalle passioni – scrive sant’Ambrogio – ho trovato un medico, che abita in cielo ed effonde la sua medicina sulla terra: egli solo può risanare le mie ferite, perché non ne ha di proprie. Egli solo può cancellare il dolore del cuore, il pallore dell’anima, poiché conosce i mali nascosti» (Expositio evangelii secundum Lucam, V, 27).
Isacco Tacconi
Immagine di takomaibibelot via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0). Sono state applicate modifiche di filtro e di taglio dell’immagine.
Ambiente
Morti di caldo, morti di inciviltà
Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.
È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.
Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.
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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.
Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.
Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.
Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.
Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.
In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.
In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.
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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?
Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.
Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.
Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.
Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.
Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.
Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.
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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.
Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.
Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.
Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.
E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).
Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.
Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»
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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?
Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.
C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.
La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.
E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Maldini, povera Italia
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.
Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.
Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.
Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.
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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.
«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».
«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.
«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».
«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».
«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.
«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».
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Immagine screenshot da YouTube
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