Cina
Pechino vieta il reclutmento di nuovi monaci in Tibet
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Le autorità cinesi hanno proibito l’ammissione di nuovi religiosi nel monastero di Khyungbum Lura, che negli anni ’50 si era opposto all’Esercito di Liberazione Popolare. Mentre i residenti locali hanno espresso preoccupazione, la Cina ha reso la propria repressione sempre più capillare, adottando strategie di raccolta di dati sulla popolazione come nello Xinjiang.
Le autorità cinesi hanno vietato l’ammissione di nuovi monaci nel monastero di Khyungbum Lura, nel Tibet orientale. È la prima volta che Pechino proibisce l’iscrizione di monaci di tutte le età, mentre era già in vigore un divieto impedisce ai minori di 18 anni potessero unirsi all’ordine monastico in Tibet, hanno spiegato alcune fonti anonime di Radio Free Asia. Si tratta di una misura che rientra tra gli sforzi per garantire l’applicazione del cosiddetto «regolamento sugli affari religiosi», che stabilisce che nessuna attività religiosa può essere svolta nelle scuole o negli enti educativi del Tibet.
I residenti locali hanno espresso preoccupazione: «senza il ricambio regolare di nuovi monaci, si arriverà in futuro al declino e alla chiusura del monastero, lasciando i tibetani locali senza luoghi di culto nelle vicinanze durante importanti cerimonie religiose e senza nessuno a cui rivolgersi per svolgere preghiere rituali, in particolare in occasione della morte di persone care», hanno commentato altre fonti locali. Sulla stessa scia, le autorità cinesi hanno anche inserito un amministratore locale all’interno del monastero per supervisionare tutte le attività, minacciando di chiudere il sito in caso di mancato rispetto dei regolamenti.
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Da sempre Pechino cerca di limitare l’influenza dei monasteri buddhisti in quanto importanti luoghi di costruzione dell’identità nazionale tibetana. Il monastero di Khyungbum Lura, in particolare, è uno dei più grandi monasteri della scuola Gelug, chiamata anche dei Berretti gialli, storicamente legata alla contea di Markham, dove al giorno d’oggi vivono più di 80 monaci. Quando l’Esercito di liberazione popolare marciò sul Tibet orientale, nella prefettura di Chamdo, nel 1950, il monastero resistette per circa sei anni contro i soldati cinesi.
Anche al confine con l’Arunachal Pradesh, che per l’India è un proprio Stato e per la Cina fa parte del Tibet, Pechino ha intensificato la propria presenza sul territorio: secondo un’analisi di immagini satellitari fatta da Newsweek, dal 2020 è sorta una vasta rete di villaggi nella città di Nyingchi, che si trova sulla frontiera tra i due Stati.
E non finisce qui: come nella regione autonoma dello Xinjiang, abitata dagli uiguri, anche in Tibet il controllo sulla popolazione locale negli anni è diventato sempre più sofisticato.
Di recente, l’azienda di biotecnologie statunitense Thermo Fisher Scientific ha annunciato di aver sospeso la vendita di kit per la raccolta del DNA dopo aver ricevuto per mesi critiche da parte dei gruppi di difesa dei diritti umani e del Congresso americano. La tecnologia dell’azienda veniva infatti utilizzata dalla Cina allo scopo di costruire un database genetico della popolazione locale: «Sulla base di una serie di fattori abbiamo preso la decisione, a metà del 2023, di cessare le vendite di prodotti di identificazione umana nella regione autonoma del Tibet», ha detto ad Axios un portavoce di Thermo Fisher.
I kit per la raccolta del DNA, ha aggiunto, hanno «importanti applicazioni forensi, dal rintracciare i criminali, al fermare il traffico di esseri umani, alla liberazione degli individui incriminati ingiustamente» e le vendite in Tibet erano «proporzionate alle indagini forensi di routine in un’area di queste dimensioni».
Eppure Pechino oscura la questione del Tibet dai social allo stesso modo della repressione nello Xinjiang o a Hong Kong. Una recente indagine condotta dal Network Contagion Research Institute della Rutgers University ha svelato che sulla piattaforma TikTok, di possedimento della compagnia cinese ByteDance, questi argomenti non appaiono tanto di frequente quanto su Instagram, di proprietà di Meta, invece.
La ricerca afferma che nel caso di argomenti pop o di politica (caratterizzati da hashtag generici come #TaylorSwift e #Trump) la ratio è di circa due post su Instagram per ognuno su TikTok. Ma il rapporto cambia totalmente quando gli hashtag si riferiscono ad argomenti sgraditi a Pechino, come #Uyghur, per il quale il rapporto è di 8 a 1, o #TiananmenSquare con 57 a 1 fino ad arrivare a 174 a 1 per #HongKongProtest. Nel caso del #Tibet il rapporto è di 30 a 1.
«Sosteniamo la possibilità che i contenuti su TikTok siano amplificati o soppressi in base al loro allineamento con gli interessi del governo cinese», conclude l’indagine. Joel Finkelstein, fondatore del Network Contagion Research Institute, ha affermato che «non è possibile che questo possa accadere in maniera spontanea».
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Immagine di Prof. Mortel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Cina
Gli USA blacklistano Alibaba per legami con l’esercito cinese
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Cina
La Cina rade al suolo una chiesa dopo che i fedeli rifiutano di esporre la bandiera nazionale
Le autorità cinesi hanno demolito un’importante chiesa protestante nella Cina orientale dopo mesi di scontri con i parrocchiani che si opponevano alle richieste del governo di esporre la bandiera nazionale all’interno della chiesa, mettendo in luce il trattamento riservato ai cristiani contrari al progetto di sinizzazione dello Stato. Lo riporta LifeSiste.
Il 19 maggio, la demolizione della chiesa di Yazhong a Yayangzhen, nella contea di Taishun, è stata completata dopo mesi di tensioni tra le autorità locali e i membri della congregazione riguardo alle richieste governative sull’esposizione di simboli nazionali all’interno della chiesa. Secondo la testimonianza raccolta da ChinaAid da una fonte locale identificata solo come «Signor A», l’operazione è stata condotta in un clima di straordinarie misure di sicurezza che includevano un’ampia sorveglianza, posti di blocco, dispiegamento di polizia e restrizioni alle comunicazioni.
«L’atmosfera quel giorno era estremamente terrificante», ha dichiarato il signor A a ChinaAid. «La strada era piena di agenti e poliziotti delle forze speciali».
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La chiesa, nota anche come Chiesa di Yayang, apparteneva al movimento delle Chiese Locali, una tradizione protestante storicamente legata al predicatore cinese Watchman Nee e influenzata dal movimento chiamato British Closed Brethren. La congregazione aveva a lungo mantenuto un’identità religiosa indipendente nella regione montuosa del sud dello Zhejiang.
Secondo quanto riferito dal signor A, le autorità hanno iniziato a isolare l’area circostante la chiesa diversi giorni prima della demolizione. Sono stati istituiti posti di blocco fino a due chilometri dal sito e l’accesso è stato limitato al personale autorizzato. I residenti che vivevano vicino alla chiesa sarebbero stati trasferiti prima dell’arrivo delle squadre di demolizione. La fonte ha inoltre affermato che sono state dispiegate apparecchiature di sorveglianza in tutta l’area e che i funzionari hanno monitorato gli edifici vicini per osservare eventuali attività intorno alla chiesa.
Il signor A ha anche descritto quello che ha definito un blocco totale delle informazioni. Secondo il suo racconto, le persone sospettate di fotografare la chiesa subivano l’immediato intervento della polizia. Ha inoltre affermato che i membri dei gruppi di comunicazione della chiesa erano diventati riluttanti a condividere messaggi o immagini riguardanti la demolizione per timore di intercettazioni elettroniche e di un possibile arresto.
La disputa culminata nella distruzione della chiesa ebbe inizio nel 2025. Secondo ChinaAid, le autorità locali richiesero che la bandiera nazionale cinese fosse esposta all’interno del santuario e che venisse eretto un pennone presso la chiesa. I fedeli si opposero al provvedimento, sostenendo che introduceva simboli politici in un luogo di culto, continua LSN.
Nel giugno del 2025, i tentativi da parte del personale governativo di installare un’asta portabandiera avrebbero scatenato proteste e un prolungato stallo tra i membri della chiesa e le autorità locali.
Il signor A ha dichiarato che l’edificio della chiesa aveva precedentemente ricevuto l’approvazione ufficiale ed era stato costruito legalmente. Nonostante ciò, le autorità hanno avviato una campagna che si è intensificata nel corso di diversi mesi.
Il 15 dicembre 2025 si è svolta un’importante operazione, durante la quale un gran numero di agenti di polizia e personale di sicurezza avrebbero condotto azioni coordinate in diversi luoghi di ritrovo cristiani nella città di Yayang. Secondo quanto riportato, sono stati utilizzati droni per la sorveglianza aerea, cani poliziotto sono entrati nei locali delle chiese e oltre 100 fedeli sono stati dispersi e brevemente fermati. I fedeli hanno reagito intonando inni durante l’operazione.
La repressione si è poi concentrata sui leader e sui membri di spicco della chiesa. Secondo quanto riportato da ChinaAid, 22 membri rimangono in detenzione preventiva, tra cui i leader della chiesa Lin Enzhao e Lin Enci. Le autorità li avrebbero accusati di «aver fomentato disordini e provocato problemi», un’accusa spesso usata contro attivisti, dissidenti e membri di organizzazioni indipendenti in Cina.
Il signor A ha inoltre affermato che i rappresentanti del governo hanno offerto un risarcimento di 2 milioni di yuan cinesi (254.646 euro) in cambio del consenso alla demolizione della chiesa, ma la proposta è stata respinta. Ha anche dichiarato che ad alcuni detenuti è stato negato l’accesso agli incontri con i propri avvocati difensori, limitando così le possibilità di ricorso legale, scrive LifeSiteNews.
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La demolizione è avvenuta in un contesto più ampio di crescente pressione sulle comunità religiose in Cina. Wenzhou, spesso definita una delle regioni più cristiane della Cina, è stata al centro di una campagna di rimozione di croci su larga scala tra il 2014 e il 2016, durante la quale, secondo quanto riportato, sono state smantellate più di 1.000 croci di chiese.
Preoccupazioni simili sono state sollevate anche riguardo alle comunità cattoliche. Nell’aprile del 2026, Human Rights Watch ha riferito che le autorità cinesi avevano intensificato la sorveglianza, il controllo ideologico e le restrizioni amministrative nei confronti dei cattolici, in particolare dei membri delle comunità clandestine che non intendevano aderire all’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, controllata dallo Stato. L’organizzazione ha affermato che detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, arresti domiciliari, torture e altre forme di pressione erano state utilizzate contro il clero e i fedeli che si opponevano all’integrazione nelle strutture religiose ufficiali.
Secondo Human Rights Watch, la pressione sui cattolici clandestini è aumentata negli anni successivi all’accordo riservato del 2018 tra la Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi. L’organizzazione ha affermato che le comunità cattoliche indipendenti hanno dovuto affrontare crescenti tentativi di sottoporle alla supervisione statale, mentre i sistemi di sorveglianza e le restrizioni all’attività religiosa si sono ampliati.
Come riportato da Renovatio 21, in questi anni vari ordini di demolizione sono stati emanati ed eseguiti contro chiese, case di suore sacerdoti, croci.
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Cina
Xi Jinping rimane intransigente sul caso di Jimmy Lai
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Il caso Jimmy Lai: il muro della sovranità cinese
L’entusiasmo presidenziale, tuttavia, è stato infranto da una realtà ben diversa riguardante Jimmy Lai. L’attivista cattolico settantottenne ed ex magnate dei media di Hong Kong sta attualmente scontando una condanna a 20 anni di carcere, inflittagli nel febbraio 2026 in base alla draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Interrogato in merito , Donald Trump ha ammesso con brutale franchezza che la risposta di Xi Jinping era stata gelida, definendo la questione «particolarmente difficile«. «Non sono ottimista», ha riconosciuto il presidente americano, indicando che le richieste occidentali si erano scontrate con il cuore politico del regime. Per Pechino, Jimmy Lai rimane uno dei principali artefici dei movimenti di protesta pro-democrazia del 2019, accusato di collusione criminale con potenze straniere. Nonostante questa cupa valutazione, Claire Lai, la figlia del leader dell’opposizione imprigionato, ha tenuto a ringraziare Washington per aver sfidato il tabù diplomatico, ribadendo l’estrema urgenza del suo rilascio, dato che le condizioni di salute del padre peggiorano di giorno in giorno.Aiuta Renovatio 21
Tra realpolitik e pragmatismo commerciale
Questo vertice illustra perfettamente la dottrina transazionale dell’amministrazione americana. Pur dovendo affrontare delicate questioni relative alle libertà individuali, Washington ha concluso accordi commerciali per oltre 100 miliardi di dollari, tra cui ordini record per Boeing e impegni significativi per l’acquisto di prodotti agricoli, in particolare soia. Questo approccio dimostra che, sebbene la Cina sia disposta a compiere alcuni gesti umanitari mirati e di forte valore simbolico per facilitare le proprie relazioni economiche, la leadership del Partito Comunista Cinese rifiuta qualsiasi compromesso quando vengono messi in discussione il suo controllo politico assoluto sul cattolicesimo e su Hong Kong, o la sua linea rossa su Taiwan. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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