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Partita la protesta degli allevatori di carne di cane coreani

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Centinaia di allevatori di carne di cane sudcoreani sono scesi nelle strade di Seoul per protestare contro una proposta di divieto dei loro mezzi di sostentamento, provocando scontri con la polizia e tre arresti.

 

Come riportato da Renovatio 21, la protesta degli allevatori di cane edibili era stata annunziata la settimana passata.

 

Esattamente come era stato promesso, diecine di allevatori avrebbero portato i cani in gabbia con l’intenzione di liberarli davanti all’ufficio presidenziale. La polizia, individuando le gabbie sotto le coperte nei camion dei manifestanti, ha allestito barricate per impedire loro di scaricare la massa di quadrupedi sugli ignari cittadini della capitale coreana.

 

I video pubblicati sui social media mostrano agricoltori vestiti con gilet rossi abbinati, che cantano con i pugni alzati, cantano e tengono discorsi contro il divieto della carne di cane. Altre clip li mostrano mentre urlano contro la polizia in giacca gialla e cercano di sfondare una barricata di folla.

 

 

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Il divieto, una delle cause preferite della First Lady Kim Keon Hee, eliminerebbe gradualmente il settore entro il 2027. Si propone di risarcire gli allevatori di carne per la perdita della loro attività e fornirebbe loro una formazione professionale per la transizione al lavoro in un altro settore.

 

Ju Yeongbong, organizzatore di una manifestazione e capo di un gruppo commerciale di allevatori di carne di cane, ha detto all’agenzia Reuters che il governo li ha completamente esclusi dai negoziati sul disegno di legge. Gli allevatori vogliono essere ricompensati direttamente per aver abbandonato i loro animali e avere più tempo per concludere le loro attività, ha spiegato, sostenendo che il magro compenso offerto era del tutto inadeguato per la perdita dei loro mezzi di sussistenza e che l’offerta di formazione era irrilevante.

 

«La maggior parte dei lavoratori dell’industria della carne di cane ha tra i 60 e i 70 anni, il che significa che stanno cercando la pensione, non nuove occupazioni», ha spiegato Ju. «Poiché sono pochi i giovani coreani che mangiano carne di cane, questa pratica scomparirà comunque nei prossimi 15-20 anni».

 

Respingendo l’idea che mangiare cani sia una barbarie, ha sottolineato che «tutti i Paesi che hanno la tradizione dell’allevamento degli animali hanno prima o poi mangiato cani e ci sono ancora Paesi in cui viene fatto». Invece, ha dichiarato il cinofago, «è un atto violento di barbarie privare gli individui del loro diritto a mangiare».

 

La carne di cane ha perso popolarità in Corea del Sud, soprattutto tra i più giovani. Un sondaggio Gallup condotto nel 2022 ha rivelato che solo l’8% degli intervistati lo aveva mangiato nell’anno precedente, rispetto al 27% che aveva affermato lo stesso nel 2015, e ben il 64% ha dichiarato di essere contrario alla pratica.

 

Tuttavia, secondo i dati governativi citati da Reuters, ci sono ancora 1.150 allevamenti in cui i cani vengono allevati a scopo alimentare, 34 macelli, 219 aziende di distribuzione di carne e 1.600 ristoranti che servono carne di cane.

 

A luglio, l’organizzazione di Ju ha allestito tavoli per cucinare e mangiare pubblicamente carne di cane e servirla ai passanti per protestare contro gli sforzi degli attivisti per i diritti degli animali di vietare il consumo di cani.

 

Il cane è una pietanza servita anche in Cina, dove è considerato soprattutto da persone meno abbienti che vogliono nutrirsi secondo la tradizione alimentare olistica cinese del jinbu (letteralmente: «colmare il vuoto»). Per tale tradizione medico-culinaria antica, è preferibile mangiarsi «un cane che è stato inseguito prima di essere macellato, perché alcune persone credono che si ottengano più benefici jinbu dal mangiare un animale il cui sangue ed energia sono aumentati», aveva scritto in un articolo del 2020 sul New York Times il docente universitario e opinionista Yi-Zheng Lian.

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Tre minuti in compagnia di un asino possono salvare gli adolescenti dalla depressione. Nel senso dell’animale

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Uno studio pubblicato sulla rivista Science Reports ha scoperto che gli adolescenti che hanno trascorso almeno tre minuti ad accarezzare degli asini o dei pony si sentivano meno ansiosi, meno tristi e soli e anche più calmi.    Lo studio dimostra che interagire con questi animali può migliorare particolarmente l’umore. Per terapia con l’asino, ovviamente, si intende con il mammifero ungulato, e non la persona particolarmente poco acuta ed ignorante: sennò guarire dalla tristezza, immaginiamo, sarebbe facilissimo, basterebbe immergersi in una festicciola di un famoso partito italiano per essere sommersi da creature asinini, e quindi sarebbe dinanzi a noi la possibilità di far crollare la cifra di otto milioni di italiani che consumano stabilmente psicofarmaci pensano pure di guarire.   Ma veniamo allo studio rivoluzionario: «è stato bello vedere che interagire con la natura potrebbe fare una differenza così positiva così rapidamente», ha detto al Washington Post l’autrice co-lead dello studio Rebecca Calisi-Rodríguez, professore associato di neurobiologia, fisiologia e comportamento presso l’Università della California.   Il potenziale terapeutico degli animali non è di certo una novità, ma i ricercatori si sono concentrati su qualcosa che altri studi avevano sottovalutato: come gli animali reagivano ai diversi modi in cui le persone li trattavano.   «Non si può stare in un pascolo a guardare un bambino e un asino interagire e fingere che solo uno di loro stia avendo un’esperienza», ha sostenuto Calisi-Rodríguez. «Si stanno guardando, stanno rispondendo l’un l’altro, stanno entrambi facendo delle scelte. Questa realizzazione è diventata il cuore del mio lavoro e il cuore di questo documento».

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L’equipe ha diviso i 61 adolescenti in due gruppi. A uno è stato detto di accarezzare delicatamente la schiena degli asini e dei cavallini, e agli altri è stato detto di grattare il collo degli equidi. Se l’asino muove le labbra, sta provando piacere. Se l’asino se ne va, vuole essere lasciato solo.   Non sorprende che gli asini si divincolassero di più quando gli veniva grattato il collo e di solito si allontanavano quando erano accarezzati sulla schiena. Lo spunto interessante di questa ricerca è la reazione dei ragazzi. Tutti gli adolescenti hanno riferito di sentirsi più calmi accarezzando l’animale. Ma quelli che hanno visto gli asini dimenare le loro labbra hanno sperimentato maggiori diminuzioni della solitudine. E anche quelli i cui asini si allontanavano da loro avevano maggiori riduzioni di tristezza.   La parte importante che ne viene fuori è essere in sintonia con l’animale. «Questa non è davvero una storia sul modo migliore per accarezzare un asino, per quanto carino sarebbe. È una storia sulla reciprocità», ha detto la Calisi Rodríguez.   La terapia con i ciuchini, chiamata tecnicamente onoterapia (dal greco ὄνος, onos, asino), è una forma di pet therapy che usa l’interazione con questi animali per migliorare il benessere fisico, emotivo e psicologico.   Gli asini entrano a pieno titolo tra gli animali adatti al lavoro terapeutico-relazionale. È un animale, infatti, che da subito regala accoglienza, calda protezione, sicurezza e affidabilità. Inoltre, le caratteristiche fisiche proprie dell’asino quali la taglia ridotta, la pazienza, la morbidezza al tatto, la lentezza di movimento e tendenza ad andature monotone, consentono di entrare in comunicazione con il paziente attraverso il sistema asino-utente-operatore. Il ruolo di quest’ultimo è quello di facilitare la comunicazione e la conduzione dell’animale.   Lo scrivente aggiunge che non solo gli adolescenti possono trarne giovamento in quanto a relax e armonia con questi teneri quadrupedi, ma anche le persone con malattie. Ricordo sempre mio babbo – gravemente malato di Alzheimer – che nelle nostre tante passeggiate capitava spesso di passare a lato di un campo dove si affacciavano degli asinelli.   Ebbene, quando queste tenere bestie erano in giro per la tenuta, mio babbo mi chiedeva esplicitamente di avvicinarci alla recinzione per accarezzarli. Dal canto loro, gli asini è come se percepissero il respiro di un’anima buona e si avvicinavano a mio babbo per farsi accarezzare.   Non c’è nulla di scientifico in questa mia ultima affermazione, ma c’è tanta sensibilità che a volte gli animali pare ci insegnino, anche se troppe volte, presi dallo stress della quotidianità, nemmeno ce ne accorgiamo.   Francesco Rondolini

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Lupi liberi tra le case, 15 pecorelle massacrate

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Ennesima strage di bestiame da parte di lupi in Alta Italia. Ad essere colpito, questa volta, è il territorio vicentino.

 

La strage di ovini si è avuta in settimana in alta Valchiampo in poche ore. Una mattanza di 15 capi consumata poco prima dell’alba di ieri nelle frazioni di Campodalbero e Durlo di Crespadoro, riporta Il Giornale di Vicenza. Si parla di un gruppo di forse cinque belve. L’attacco all’alba agli allevamenti è avvenuto a ridosso delle abitazioni. Per gli animali chiusi nei recinti non vi è stato scampo.

 

Non solo: la predazione del gregge si è avuta, simbolicamente, in allevamento che sta a dieci metri dalla chiesa locale. Sbranate due pecore adulte e tre agnellini. Un altro agnellino non è stato più trovato. È rimasta una pecora adulta con un solo agnellino, non suo. «Probabilmente non sopravviverà neanche questo», conclude Bauce. Il danno qui si aggirerebbe sui 1.500 o 2.000 euro.

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A Durlo, frazione del comune di Crespadoro, il bilancio è molto più grave, con il massacro di pecore bergamasche e «churrasco» nere. Al Motto del Crà, a cento metri dalle case, i lupi hanno ucciso quattro pecore, di cui due gravide, un montone, tre capre di cui due femmine gravide, un maschio, e un capretto disperso. Una è ferita e dovrà essere abbattuta.

 

Si tratta del famigerato overkill, o surplus killing (nell’italiani scientifico «predazione eccedentaria», o «strage da surplus»), il fenomeno per cui i lupi uccidono un numero di prede nettamente superiore a quello di cui hanno bisogno per sfamarsi nell’immediato

 

Il lettore di Renovatio 21 conosce bene la realtà di questo avvicinamento delle belve alle case: esso fa parte del naturale procedere della Scala di Geist, lo strumento etologico ideato dall’etologo canadese Valerius Geist per misurare come i lupi perdono la paura dell’uomo e di conseguenze iniziano gli attacchi diretti, mortali e predatori, alle persone.

 

Riepologhiamone le sette fasi della Scala di Geist.

 

1) Scarsità di prede e discariche: le prede naturali diminuiscono o fuggono; i lupi iniziano a cercare cibo nei rifiuti di notte.

2)Avvicinamento notturno: i lupi si avvicinano alle case solo con il buio in cerca di cibo antropico.

3) Apparizioni diurne: i lupi compaiono anche di giorno e osservano le persone da lontano, riducendo la distanza di sicurezza.

4) Attacchi ai domestici: i lupi attaccano cani e animali da cortile vicini alle abitazioni.

5) Confidenza estrema: i lupi si spingono a guardare attraverso le finestre o inseguono ciclisti e persone in movimento.

6) Comportamento ingannevole: i lupi sembrano quasi domestici o indifferenti, ma stanno testando l’essere umano come preda.

7) Attacco attivo: si verificano aggressioni dirette e tentativi di predazione sull’uomo.

 

Ciò significa che, alla fine della scala di Geist, troviamo il lupo che, come nelle favole, mangia l’uomo.

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Ciò è la conseguenza non solo di scelte amministrative ed ecologiche dissennate e imbecilli che hanno portato il cittadino e la sua proprietà a divenire prede dell’anarco-tirannia animale, ma pure del clima antivenatorio e antiumano che respira la società, dove il lupo – pensato non come predatore avversario dell’uomo da tempi arcaici – diviene icona della natura bella e libera, nonché strumento ideale di generazione del senso di colpa verde: l’uomo colpevole va eliminato, il lupo innalzato.

 

Tanto meglio se il lupo elimina l’uomo, è un sacrificio totemico ai quali i benpensanti ecofascisti, che credono spesso di essere ateim sembrano aspirare con voluttà.

 

Cosa facevano, una volta, per difendere le proprie casi dai lupi? La risposta arriva dalla lingua siciliana, dove il fucile da caccia veniva chiamato, ma guarda un po’, lupara.

 

Ma si tratta di un residuo linguistico storico: chi uccide un lupo oggi in Italia senza una specifica autorizzazione commette un reato penale grave: il codice penale italiano (Art. 727-bis) punisce l’uccisione, la cattura o la detenzione di specie protette con l’arresto da uno a sei mesi o con l’ammenda fino a 4.000 euro, rischiando pure richieste di risarcimento danni per danno ambientale da parte dello Stato o delle associazioni ambientaliste costitute come parte civile.

 

Esiste ancora – per il momento – la legittima difesa (Art. 54 c.p.) per i lupi, certo: ma il difendere i beni materiali o il bestiame non autorizza il privato cittadino a sparare autonomamente. E quindi, conoscendo la Scala di Geist, e sapendo che l’attacco al bestiame vicino a casa prelude l’aggressione agli esseri umani, dobbiamo semplicemente aspettare che ci entrino in casa?

 

Parrebbe che lo Stato moderno dica così: il cittadino diviene non solo schiavo, ma preda. Al lettore va bene?

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Dieci leoni trovati avvelenati: mega-gattare in azione?

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Dieci leoni sono stati trovati morti nell’area di conservazione di Ngorongoro, patrimonio UNESCO in Tanzania, e le autorità hanno aperto un’indagine per sospetto avvelenamento.   Gli animali sono stati scoperti venerdì nella zona di Ndutu, nel distretto di Endulen, secondo un avviso dell’Autorità per l’Area di Conservazione di Ngorongoro (NCAA). «I primi accertamenti suggeriscono che gli animali potrebbero essere morti per ingestione di veleno», ha dichiarato l’agenzia.   La NCAA ha avviato un’indagine interna per accertare le cause dei decessi e identificare i responsabili. Non ha indicato età o sesso degli animali né ha specificato quale sostanza possa essere stata coinvolta.

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L’avvelenamento è una minaccia ricorrente per i grandi carnivori nell’Africa orientale ed è spesso legato ai conflitti tra predatori e allevatori. Le autorità, tuttavia, non hanno ancora stabilito se le ultime morti siano state causate da avvelenamento intenzionale, né hanno individuato un possibile movente.   Nel 2018 sei leoni e 74 avvoltoi morirono dopo essersi cibati di una carcassa di bestiame avvelenata vicino al Parco Nazionale di Ruaha, in Tanzania. Le associazioni ambientaliste hanno sostenuto che l’avvelenamento sembrava una rappresaglia dopo l’attacco di alcuni leoni al bestiame, anche se non è stato identificato alcun sospetto.   Le ultime morti arrivano un mese dopo il ritrovamento di 18 elefanti morti nell’ecosistema di Amboseli, in Kenya, vicino al confine con la Tanzania. I test preliminari hanno indicato una possibile esposizione a una sostanza tossica. Quattro sospetti sono stati arrestati e poi rilasciati su cauzione in attesa di ulteriori accertamenti. A gennaio sei leoni e oltre 30 avvoltoi sono morti per avvelenamento nella riserva di Kitenden, sempre in Kenya, vicino al confine con la Tanzania.   Secondo un censimento della fauna selvatica 2024-2025 pubblicato a giugno dal Tanzania Wildlife Research Institute, la Tanzania ospita circa 17.200 leoni, la popolazione nazionale più numerosa al mondo. Circa 5.844 esemplari vivono nel circuito turistico settentrionale, che comprende Ngorongoro, Serengeti, Tarangire e il lago Manyara.   Ngorongoro è un sito patrimonio mondiale dell’UNESCO in cui i pastori Maasai convivono con leoni, elefanti, bufali, rinoceronti neri e altri animali selvatici.   Il ministero del Turismo tanzaniano ha dichiarato che il Paese ha accolto 993.771 turisti internazionali nella prima metà del 2026. Le attrazioni gestite dalla NCAA hanno registrato 331.349 visite, tra nazionali e straniere, nello stesso periodo, con un incremento annuo del 7,6%.   L’avvelenamento di felini è una pratica presente anche in Europa, e assume il volto del gattarismo, ossia la patologia delle gattare, donne che si legano morbosamente a quantità di felini, – il rovescio enantiodromico è quello delle signore che invece i gatti li uccidono. Insomma: le anti-gattare sono una ramificazione delle gattare, così come secondo Leonardo Sciascia l’antifascismo è una divisione del fascismo.   Abbiamo sentito tante volte nell’infanzie le storie della vecchia di Paese che uccide i gattini. Archetipicamente, possiamo spiegare la questione immaginiamo che l’istinto materno, già di per sé contorto, delle gattare si possa trasformare, per quella che lo psicanalista Alfred Adler chiamava «legge dello sforzo inverso», nel suo opposto: la madre diviene strega.   Sul piano sociologico e giuridico in Italia, le gattare sono persino riconosciute dalla legge quadro 281/1991 sul randagismo, che affida loro la gestione delle colonie feline in convenzione con i servizi veterinari pubblici. Diversi Comuni italiani (Roma, Milano, Torino) hanno istituito registri e regolamenti specifici, e associazioni ambientaliste monitorano periodicamente lo stato della cura delle colonie feline nel Paese, segnalando peraltro un calo dei volontari attivi negli ultimi anni.

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Tuttavia l’avvelenamento o l’uccisione dei gatti delle colonie ì è documentato soprattutto da fonti giornalistiche e associazioni animaliste, più che da studi accademici veri e propri. L’Associazione Italiana Difesa Animali ed Ambiente (AIDA&A) stima che ogni anno vengano avvelenati e spesso uccisi almeno 70.000 gatti in Italia, con il fenomeno che si diffonde maggiormente scendendo verso il Sud, pur non risparmiando Centro e Nord, con punte in Puglia, Sicilia e Calabria.   Esistono aneddoti su litigi fra gattare per la cura della colonia, con accuse riguardo occupazione di territorio, furto di cibo o persino «traffico» di mici da una colonia all’altra. Le ipotesi riguardo campagne di avvelenamento dei reciproci gatti possono essere avanzate in un quadro di rivalità di vicinato spinto al parossismo (la classica morte del cane del vicino avvelenato), ma moltiplicati per stragi di felidi randagi.   Ci chiediamo a questo punto: più che per la solita esasperazione degli allevatori verso i predatori, è possibile che la povera «colonia felina» dei leoni – che sono de facto mega-gatti – sia finita in una bega tra mega-gattare?  

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Immagine di Benh LIEU SONG via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported  
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