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Scoperto in India un serpente lungo quanto uno scuolabus. Probabilmente pure molto meno letale

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Gli scienziati dell’Istituto indiano di tecnologia Roorkee, in India, hanno pubblicato un articolo sulla rivista Scientific Reports per discutere della loro scoperta del Vasuki Indicus, una nuova specie di serpente gigante, vissuto circa 47 milioni di anni fa nello Stato indiano del Gujarat.

 

I resti del gargantuesco serpentone sono stati trovati nella miniera di carbone di Panandhro, nella regione di Kutch. Il suo nome è stato scelto in riferimento al luogo del ritrovamento e alla leggendaria creatura simile a un serpente associata alla divinità induista Shiva.

 

I ricercatori hanno osservato 27 vertebre, per lo più in buono stato di conservazione e alcune delle quali ancora articolate, che sembrano essere state raccolte da un individuo adulto. I pezzi ossei hanno dimensioni comprese tra 37,5 e 62,7 millimetri in lunghezza e tra 62,4 e 111,4 millimetri in larghezza, indicando un corpo ampio e cilindrico.

 

Sulla base di queste misurazioni, gli scienziati hanno ipotizzato che l’esemplare di Vasuki Indicus di cui facevano parte potesse raggiungere una lunghezza compresa tra 10,9 e 15,2 metri.

 

«Il team, guidato da Debajit Datta e Sunil Bajpai, ha scoperto i resti fossili della specie, che poteva raggiungere una lunghezza stimata tra gli 11 e i 15 metri, praticamente quanto uno scuolabus» scrive La Stampa.

 

Tuttavia non è dato sapere quanto letale per l’uomo potrebbe essere stato il rettilone. Sappiamo invece perfettamente quando posso ferire, di questi tempi, il suo termine di paragone, lo scuolabus.

 

«Autista dello scuolabus ha un malore e muore a Chiavari: aveva appena concluso il giro con i bambini»: Il Messaggero di due settimane fa.

 

«Incidente a Cittadella: autista di scuolabus ha un malore e va a sbattere contro una corriera». Il Resto del Carlino, 25 gennaio 2023.

 

La Spezia, maggio 2022: «Malore improvviso per l’autista dello scuolabus, mezzo fa un volo di venti metri». Lo riporta La Città della Spezia.

 

«Padova, autista di scuolabus muore alla guida». Automoto, ottobre 2023.

 

Corridonia, provincia di Macerata: «Malore fatale in strada, arrivano i soccorsi e uno scuolabus resta bloccato sui binari mentre arriva il treno». Il Resto del Carlino, il mese scorso.

 

Ottobre 2023: «Autista di scuolabus ha un malore alla guida: Jessica muore a 15 anni schiacciata dal mezzo». Lo riporta il Corriere Adriatico.

 

Stati Uniti, aprile 2023: «L’autista dello scuolabus ha un malore: studente di 13 anni prende il controllo del mezzo».

 

Roma, dicembre 2022: «Scuolabus fuori strada a Roma, paura per 41 bambini: Malore dell’autista». Lo riporta IlSussidiario.net.

 

Renovatio 21 ha riportato tanti altri casi.

 

«I ricercatori ipotizzano inoltre che il predatore preistorico cacciasse in modo lento, come le anaconde» scrivono gli scienziati scopritori del serpentazzo indico.

 

Abbiamo imparato invece che il suo termine di paragone, lo scuolabus, miete vittime all’improvviso.

 

«Malori improvvisi» del conducente, che rischiano di tirare giù con loro le vite di diecine di bimbi trasportati.

 

E quindi: cosa è più pericoloso? Il boa preistorico di 15 metri o mandare il proprio figlio a scuola?

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Animali

Gattino invalido riceve carrozzella fatta di righelli ed auto giocattolo

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Un rifugio per animali ha costruito una sedia a rotelle su misura per un minuscolo gattino utilizzando macchinine giocattolo e righelli di legno, dopo che i normali ausili per la mobilità si erano rivelati troppo ingombranti.   Il gattino, che si chiama Gelato, sta ora facendo progressi nella riabilitazione nel centro veterinario di Cincinnati. La creatura pelosa sembra apprezzare l’ingegno dei suoi caregiver umani.   Le immagini circolanti in rete hanno intenerito moltissimi. La visione di un gattino piccolo del resto non può produrre altri risultati emotivi – a meno che non si ha a che fare con veri psicopatici, i quali notoriamente se intraprendono la carriera di assassini seriali lo fanno dopo aver ucciso gattini ed altri animali in quantità.   Qui siamo nello spettro umano-animale opposto: l’uomo aiuta il micio che sarebbe, in natura, destinato a perire.  

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  Anche se non è noto ai più, esistono per i felini, come pure per i canidi, delle carrozzelle note come «carrellini ortopedici». Tali dispositivi sono progettati appositamente per restituire la mobilità e l’indipendenza ai gatti che soffrono di paralisi, disabilità, traumi o problemi legati alla vecchiaia. Sono in genere realizzati principalmente con telai in alluminio ultraleggero per evitare che il gatto si affatichi durante il movimento.   Negli apparecchi professionali, il felide disabile viene assicurato tramite cinghie e tessuti traspiranti e imbottiti che non danneggiano la pelle e sostengono il corpo in modo confortevole. Molti modelli in commercio sono regolabili in altezza, larghezza e lunghezza, ma esistono anche aziende specializzate (ve ne sono anche in Italia) che li producono su misura. La struttura è studiata appositamente per lasciare lo spazio necessario affinché il gatto possa fare – in teoria – i suoi bisogni fisiologici senza sporcarsi.   Vi sono due generi di carrozzella gattesca: quella a carrellino posteriore (a 2 ruote) costituisce il tipo più comune: essa solleva le zampe posteriori (che rimangono protette o leggermente sollevate da terra) e permette al gatto di muoversi spingendosi autonomamente con le sole zampe anteriori.

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Havvi poi la variante a carrellino Totale (a 4 ruote), che sostiene l’intero peso del corpo del quadrupede. Essa viene utilizzata nei casi più gravi, quando il gattaccio ha una debolezza generalizzata o problemi neurologici che colpiscono tutti e quattro gli arti.   Mentre stavamo per pubblicare l’articolo, ci è giunta notizia che Gelato ha già ricevuto un upgrade del suo dispositivo sanitario: eccolo dunque con un possente sistema di camminata che qualcuno gli avrebbe prodotto con l’immancabile stampante 3D.  

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 Immagine screenshot da Twitter  
   
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Scoppia la polemica sui panda: «sono finti»

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Il mondo dei podcast è stato preso d’assalto da una nuova, bizzarra teoria, con polemica annessa: i panda, i celeberrimo orsacchiottoni bianconeri, sarebbero «falsi». Nel senso: tutta la storia dei panda non sarebbe un fenomeno organico, ma una trovata artatamente creata per favorire la Cina e la sua diplomazia.

 

Recentemente la tesi specifica sui panda «falsi» o «ingegnerizzati» era stata proposta dal comico, bannato ovunque dopo il COVID, Owen Benjamin, che ne parla da almeno un anno e l’ha ripetuta più volte.

 

Secondo il Benjamin, i panda non sarebbero animali selvatici evoluti naturalmente, ma qualcosa di simile a cani selettivamente allevati (tipo lo Shih Tzu), cioè creati e modificati geneticamente per mangiare bambù, pianta notoriamente difficile da eliminare. I panda sono tassonomicamente carnivori ma con un apparato digerente adattato a una dieta quasi esclusivamente erbivora.

 

 

I panda, dice il comico, hanno comportamenti da «ritardati»: rotolano giù per le colline, ovulano solo pochi giorni all’anno, non riescono a riprodursi facilmente, possiedono istinti parentali pessimi, etc.

 

«Tutti i panda del mondo appartengono alla Cina», ha sostenuto il comico anche in una recente intervista con Tucker Carlson (ma ne aveva già parlato nel podcast dell’ex campione MMA Jake Shields), ricordando quindi che la loro immagine sarebbe una costruzione moderna che non può che avvantagiare la Repubblica Popolare Cinese.

 

Ciò non è per nulla lontano dalla realtà: Pechino adotta una tecnica chiamata «diplomazia del Panda», che prevede il prestito delle buffe creature agli zoo di una nazione straniera in cambio di concessioni economiche e politiche.

 

I panda, di fatto, sembrano quasi assenti dalle rappresentazioni e dalla cultura classica cinese antica (bronzi, ceramiche, poesie Tang, dipinti Song, romanzi Ming, Qing, etc.), comparendo in modo più evidente solo dal XVI-XVII secolo circa. Alcuni riferimenti antichi (come la creatura chiamata «» o simili) esistono ma sono ambigui e contestati; il loro status di «tesoro nazionale» sarebbe in gran parte un’invenzione post-1949, dopo che sono diventati famosi a livello globale nel XX secolo.

 

Tuttavia, i panda hanno «la migliore campagna di PR della storia» ha detto il popolare podcasterro Joe Rogan ad un suo ospite quando è il tema è saltato sul discorso. E sì che sono tra gli animali più «stupidi» (dumbest): puoi porgere una mela a un panda e lui ti dà in cambio il cucciolo, lasciano cadere i piccoli o hanno istinti parentali figlicidi. Con tutta evidenza, «sembrano stare cercando di estinguersi».

Si parla della Cina ma è noto che il panda è un simbolo internazionale, grazie alla un tempo notissima organizzazione internazionale animalista WWF.

 

Il WWF fu fondato come World Wildlife Fund (cioè «Fondo Mondiale per la Vita Selvatica») nel 1961 da Bernardo van Lippe-Biesterfeld , conosciuto come Bernardo di Olanda – marito della regina Giuliana d’Olanda – e dal Principe Filippo di Edimburgo, che come noto era il marito della Regina Elisabetta d’Inghilterra, basandosi su un’idea passata per Julian Huxley, fondatore dell’UNESCO già creatore (nel 1968) del termine «transumanismo», proveniente da una nota famiglia malthusiano-darwinista molto ascoltata dall’élite britannica (il fratello era lo scrittore Aldous, il nonno Thomas era invece chiamato «il mastino di Darwin).

 

Come noto, Filippo di Edimburgo dichiarò a più riprese di volersi incarnare in un patogeno di modo da massacrare tanta gente e quindi ridurre i problemi ambientali causati, a suo dire, dalla sovrappopolazione. Il principe Bernardo invece è noto per aver fondato nel 1954 il famigerato Gruppo Bilderberg. Prima di questo, il principe Bernardo, detto Benno, era divenuto membro del «Reiter-SS», un’unità a cavallo delle SS e si era unito al Partito Nazista già prima della guerra, entrando poi a far parte anche del Corpo Automobilistico Nazionalsocialista.

 

Tra i fondatori del WWF vi era anche Godfrey Anderson Rockefeller, della famosa famiglia di ricchissimi finanzieri che si tramanda di generazione in generazione il compito di ridurre gli esseri umani. Godfrey Anderson, che quando non si preoccupava del WWF praticava la sua passione per gli elicotteri, era figlio di Godfrey Stillman Rockefeller, a sua volta nipote del fondatore del cartello petrolifero Standard Oil nonché membro della società segreta di Yale chiamata Skull & Bones.

 

Come il padre, anche Godfrey Anderson aveva fatto Yale ed era amico di famiglia di George H.W. Bush, futuro presidente e padre dell’altrettanto futuro presidente George Dubya Bush.

 

Secondo le cronache, oltre a partecipare alla creazione del WWF, il Rockefeller ha contribuito alla causa assumendo il personale e i primi scienziati della ONG, di cui è stato direttore dal 1972 al 1978, restando quindi membro del board dell’organizzazione fino al 2006.

 

Praticamente tutti i nobli e potenti di cui sopra hanno in comune un’avversione per la popolazione terrestre, di cui vogliono una drastica riduzione, alcuni per benefizio dell’ambiente, altri nemmeno quello: vogliono la contrazione dell’umanità e basta. Si tratta di teorie ben esposte da conventicole come il Club di Roma, di cui molti di essi fanno parte, sotto l’egida di Aurelio Peccei.

 

Non è un caso che un rampollo dei Rockefeller abbia dichiarato, anni fa, il suo amore per la Cina, Paese che, come i panda, praticava la politica del figlio unico.

 

La quale politica del figlio unico, ricordiamolo, fu suggerita a Deng proprio dal Club di Roma, i cui agenti braccarono lo scienziato missilistico cinese Song Jian ad un convegno ad Helsinki, convincendolo, grazie a dati provenienti da alloro esoticissimi calcolatori elettronici, che la Repubblica Popolare sarebbe esplosa sotto il peso della sovrappopolazione.

 

Insomma: oligarchi mondialisti e comunisti cinesi, tutti sotto il segno del Panda. Basta questo per capire che si tratta di una brutta bestia.

 

E, facciamo notare casualmente al lettore di Renovatio 21, si tratta di un’ulteriore creatura bicolore, bianconera, esattamente come le orche assassine, altro flagello da cui desideriamo liberarci.

 

Animali del terrore antinatalista. Animali della menzogna.

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Animali

Le orche di Gibilterra affondano una barca dopo averne attaccate altre tre: tra quanto cominceranno ad uccidere?

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Al largo della costa nordoccidentale spagnola, due giorni fa un gruppo di orche ha causato l’affondamento di una barca a vela dopo aver aggredito altre tre imbarcazioni nella stessa area. Lo riporta la testata di notizie spagnole Sur in English.   Le due persone presenti sulla barca da diporto Idem sono state tratte in salvo dopo che il timone si è rotto e lo scafo ha iniziato a imbarcare acqua. L’episodio, l’ultimo di una serie legata alle orche assassine, è avvenuto il giorno precedente verso le cinque del pomeriggio, a poco più di un miglio da Estaca de Bares, punto più a nord della penisola iberica, nella provincia galiziana della Coruña.   Il primo cittadino della zona, Alfredo Dovale, ha raccontato che un’altra imbarcazione privata è intervenuta per aiutare i naviganti e ha provato a trainare lo yacht verso la costa prima che iniziasse a inabissarsi.   Una unità della Guardia Costiera spagnola ha poi condotto i due naufraghi nella vicina Carino, mentre un elicottero ispezionava dall’alto l’area dell’attacco per controllare eventuali tracce di inquinamento. I due occupanti dello yacht non hanno riportato ferite.  

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L’affondamento è avvenuto nello stesso giorno in cui altre tre barche a vela hanno avuto incontri ravvicinati con questi grandi mammiferi marini, sempre nella medesima zona. Anche in questi casi i timoni sono stati colpiti, ma i danni non hanno impedito a due barche di rientrare in porto autonomamente, mentre la terza ha subito danni più seri.   Nel corso della notte, la Guardia Costiera spagnola ha comunicato: «Uno yacht è affondato a 1,3 miglia da Estaca de Bares a causa di un’infiltrazione d’acqua in seguito a un incontro con delle orche. I due membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo da un motoscafo nelle vicinanze. Successivamente, la nave di soccorso Shaula, inviata dalla CCS Finisterre, li ha trasportati a Carino. L’elicottero Helimer 401 sta sorvolando la zona per verificare la presenza di eventuali segni di inquinamento».   In una comunicazione successiva hanno aggiunto: «Questo è il quarto incontro con un’orca avvenuto ieri nella zona. Mentre prestavamo assistenza all’imbarcazione Idem, è emerso che anche un’altra imbarcazione a vela aveva avuto un incontro con questi mammiferi marini, ma i danni al timone erano minimi e l’imbarcazione ha continuato la navigazione verso Viveiro. Ieri a mezzogiorno, la barca a vela Glatisant è stato lasciato alla deriva nell’estuario del Viveiro con il timone fuori uso».   Il pattugliatore Alioth della Guardia Costiera ha raggiunto la barca in difficoltà e l’ha scortata fino al porto. In modo simile, un altro veliero, il Kador — con a bordo un solo membro dell’equipaggio e tre gatti — si è imbattuto nelle orche nel primo pomeriggio dello stesso giorno: pur essendo stata inviata la nave Shaula, non è stato necessario alcun intervento diretto e l’imbarcazione ha raggiunto Viveiro senza assistenza. Il coordinamento di tutte le operazioni è stato gestito dal Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Finisterre.  

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Come riportato da Renovatio 21, ad ottobre l’aeronautica militare portoghese era già dovuta intervenire per soccorrere una famiglia di cinque persone, tra cui tre minori, sopravvissuta all’affondamento della propria barca dopo un attacco di orche. Un elicottero militare aveva recuperato i naufraghi da un peschereccio che li aveva soccorsi dopo che l’imbarcazione, speronata da un gruppo di questi mammiferi, aveva cominciato ad affondare. Pur illesi, sono stati trasferiti in ospedale via elicottero.   Va ricordato che a bordo della barca di 11 metri, battente bandiera francese e conosciuto localmente come Ti’fare, viaggiavano tre bambini di otto, dieci e dodici anni insieme ai genitori, che sono riusciti a lanciare un segnale SOS e a mettersi in salvo su un gommone di emergenza prima che l’imbarcazione, con lo scafo squarciato dagli urti cagionati dai malvagi cetacei, affondasse. A rispondere all’allarme era stato un peschereccio mentre veniva allertato anche l’esercito.   Il settembre precedente, un altro branco di orche aveva affondato una barca con cinque persone a bordo, tra cui un cittadino britannico, nei pressi della spiaggia di Fonte da Telha, poco a Sud di Lisbona. Le immagini mostrano un’orca colpire più volte la barca a vela Oceanview, del Nautic Squad Club, per poi immergersi prima che fosse possibile recuperare l’imbarcazione dopo il salvataggio dell’equipaggio.

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Lo stesso giorno e lo stesso gruppo di orche avevano attaccato anche un’altra barca vicina: i marinai norvegesi a bordo raccontarono poi di essere riusciti, dopo essere stati speronati, a montare un timone di emergenza e a forzarlo quanto bastava per rientrare a Cascais, dieci miglia nautiche più a nord.   Chi conosce Renovatio 21 conosce quanto ci siamo dedicati alla teppa delle orche assassine di Gibilterra – e da anni. Gli attacchi sono arrivati ad essere calcolati nella quantità di almeno uno al giorno, ma crediamo che la cifra spaventosa a questo punto sia possibilmente superata.   Il lettore ha potuto vedere come questo mese fossero grottescamente emerse, nel giro dell’accademia e dei giornalisti, nuove teorie giustificazioniste della oscena violenza orcina: dapprima si era parlato di una capobanda, chiamata «White Gladis» che sarebbe stata traumatizzata dagli esseri umani (maccerto), ora dicono invece che il comportamento devastatore è causato dal fatto di essere cresciute orfane, a causa delle pesca, e pazienza se nel ragionamento antiumano c’è qualche non sequitur.   Di solito in calce all’articolo piazziamo una call to action, magari mitigata dalla possibilità, scoperta dal nostro corrispondente in Giappone, di mangiare l’orca al ristorante di Yokohama.   Poi di solito, poniamo la domandina: perché i cetacei – nonostante ripetute prove della loro pericolosità e delle loro sadiche perversioni cannibalichedrogastichevestimentariescatologiche e sessuali – godono di questo status di razza protetta? In India c’è la vacca sacra, perché nell’Occidente terminale deve esserci il delfino sacro?   Questa volta, però, vorremmo esprimere la gravità della situazione ipotizzando che l’assassinio seriale degli esseri umani da parte delle belve bianconere potrebbe essere dietro l’angolo.   Secondo l’attuale consenso scientifico, le orche in natura non attaccano l’uomo perché non ci considerano una preda, seguono rigide diete tramandate di generazione in generazione e non traggono un vantaggio energetico nel cacciarci.   Tuttavia, tale idea è totalmente superata dal fatto che, con evidenza, il comportamento delle orche non è qui in nessun modo legato a questioni alimentari, è un comportamento «ludico», secondo i benpensanti, o più precisamente sadico e criminale. E quindi, non c’entrano le calorie, ma l’atto stesso dell’uccidere. Gli anglofoni chiamano, overkill, o surplus killing: ammazza altre creature e poi le lasciano là, sbrana non più per fame, ma per altre pulsioni ferali (qualcuno dice, «per sport»). È possibile vedere il fenomeno negli attacchi agli allevamenti: i lupi uccidono più pecore di quante ne riescono a mangiare.

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Ora, a proposito dei lupi, ricordiamo la scala di Geist: è lo strumento etologico che descrive le sette fasi progressive attraverso cui i grandi predatori selvatici perdono il timore dell’uomo. Sebbene sia stata originariamente sviluppata per monitorare il comportamento dei lupi, viene applicata per analogia anche ad altri grandi mammiferi come gli orsi, e, crediamo, a breve delle orche assassine.   La scala di Geist dimostra che l’avvicinamento agli umani segue un percorso graduale e prevedibile. Nelle prime fasi, gli animali frequentano le aree antropizzate ed esplorano gli spazi umani esclusivamente di notte. Con il passare del tempo e l’abitudine alla presenza umana, i predatori estendono le loro incursioni alle ore diurne, iniziano ad avvicinarsi direttamente alle persone e a mostrare atteggiamenti di sfida o finti attacchi. La fase finale della scala culmina nell’aggressione deliberata e nella predazione attiva nei confronti dell’uomo, identificato ormai come una potenziale fonte di cibo o come un elemento non minaccioso.   E quindi: a Gibilterra stiamo vedendo un cambiamento etologico spaventoso, che potrebbe presto portare alla predazione degli esseri umani su larga scala da parte delle orche assassine, come nemmeno nei peggiori film su squali e compagnia bella.   Sì, anche per le orche potrebbe esservi una finestra di Overton. Del resto, gli attacchi alle barche prima erano impensabili, ora di fatto sono «legalizzati», visto che lo Stato moderno non fa nulla per fermare il fenomeno. Lo stesso spostamento di opinione non è, invece, percepibile negli umani: continuiamo ad avere dei bestioni bicolori l’immagine idilliaca di Free Willy e di tutte le altre stronzate disneiche, nemmeno scalfita dalla quantità di istruttrici dei parchi acquatici assassinate dalle orche.   Eccoci tornati a chiederci: cosa serve perché qualcuno faccia qualcosa?   Difficile, per chi segue Renovatio 21, non finire a pensare che tutto questo sia tollerato, o programmato. POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa: come per l’immigrazione criminale e selvaggia, il cittadino deve divenire vittima di mostri ferali, che uccidono per gioco. L’uomo va sacrificato – per il ritorno del sacrificio umano.   Perché nell’antichità vi erano i sacrifici in cui gli esseri umani venivano offerti agli animali, come nel caso degli aztechi: per essi gli animali feroci non erano semplici bestie, ma incarnazioni di divinità come Tezcatlipoca (il dio giaguaro). I sacerdoti aztechi sacrificavano gli esseri umani sulle piramidi estraendo il cuore. Mentre gli arti venivano consumati ritualmente dai guerrieri, il tronco, il torace e i cuori delle vittime venivano gettati ai giaguari, ai puma e ai serpenti custoditi nel serraglio reale. Questo atto serviva a nutrire direttamente le forze divine ferine che sostenevano l’impero.   Anche alcuni rilievi e testimonianze archeologiche Maya suggeriscono che durante rituali sciamanici d’élite, prigionieri di guerra d’alto rango venivano offerti a giaguari tenuti in cattività. Il sangue della vittima alimentava direttamente il potere dell’animale totemico, legando la forza della comunità a quella del predatore.

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In alcune regioni dell’Egitto, in particolare nel Fayyum nell’antica città egiziana di Crocodilopoli, il coccodrillo era venerato come la manifestazione vivente del dio Sobek. Storici romani e greci riportano che in periodi di estrema crisi o come punizione rituale per i sacrileghi, i condannati venivano gettati nelle vasche dei coccodrilli sacri. L’atto del coccodrillo che divorava la vittima era visto come l’accettazione dell’offerta e del giudizio da parte della divinità.   Roma aveva invece la pena capitale giuridica della damnatio ad bestias: l’esecuzione dei condannati (e successivamente dei cristiani) nell’arena assumeva per i Romani una forte valenza sacrale, catartica e di intrattenimento rituale. I condannati venivano legati a pali o lasciati indifesi nell’arena per essere sbranati vivi da leoni, tigri, leopardi e orsi. Il sangue versato e la distruzione del corpo per mezzo delle fiere servivano a placare i Manes (gli spiriti dei defunti) e a ristabilire l’ordine cosmico e politico violato dal crimine del condannato.   Ma possiamo andare oltre, e vedere come la nostra mitologia offra l’immagine degli esseri umani sacrificati ai mostri marini. È il mito di Andromeda e del mostro Cetus. L’oracolo di Ammone decreta che l’unico modo per placare la bestia (un’enorme balena o drago acquatico) è sacrificare Andromeda, la figlia vergine del re cefeo. La principessa viene spogliata e incatenata a una roccia sulla scogliera a picco sul mare.   La scena era stata resa perfettamente da un vecchia pellicola in stop-motion di Ray Harryhausen, Scontro tra titani (1981).     Siamo esattamente in questo film, in questa fase del processo: siamo sacrificati ai mostri marini.   La mitologia, a differenza del mondo moderno guidato dalla Necrocultura, aveva un lieto fine: l’eroe Perseo, di ritorno dall’uccisione di Medusa, vede la fanciulla, affronta il mostro marino e lo uccide, salvando Andromeda.   E noi, siamo davvero senza più alcun eroe, senza più nessuno che voglia affrontare il flagello delle bestie, e risolverlo?   Torniamo alla domanda, fatta a tutti i cittadini rimasti umani: cosa vogliamo fare?   Roberto Dal Bosco

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