Geopolitica
Nagorno-Karabakh: l’Azerbaigian salta il vertice con l’Europa, Stepanakert città fantasma
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
L’Azerbaigian aveva chiesto la presenza dei rappresentanti turchi, ma Germania e Francia si sono opposte, rimandando la risoluzione diplomatica. L’Armenia sta cercando di rispondere ai bisogni immediati di circa 100mila profughi, arrabbiati con la comunità internazionale per essere stati abbandonati, riferiscono diverse fonti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha raccontato ad AsiaNews di aver trovato «deserta» la città di Stepanakert, chiamata Khankendi dagli azeri.
Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, non parteciperà al summit di Granada dove oggi avrebbe dovuto discutere con alcuni Paesi europei e le autorità armene il futuro del Nagorno-Karabakh con lo scioglimento della repubblica dell’Artsakh.
Dopo che la conquista armata dell’enclave ha provocato un esodo di oltre 100 mila persone verso l’Armenia, si moltiplicano gli appelli per una soluzione negoziata, a cui si è aggiunto oggi anche quello della presidenza del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, che «chiede alla comunità internazionale di alleviare l’emergenza umanitaria delle centinaia di migliaia di rifugiati» e di «monitorare il patrimonio cristiano che si trova in Nagorno-Karabakh».
Ci sono infatti 1.456 monumenti armeni «che dopo il cessate il fuoco del 2020 sono passati sotto il controllo dell’Azerbaijan e che già durante la guerra sono stati danneggiati», sottolineano i vescovi. Il Consiglio delle conferenze episcopali auspica inoltre «che gli attori internazionali trovino una soluzione negoziata che garantisca la sicurezza degli sfollati e il loro diritto a rimanere nelle terre in cui sono cresciuti con le loro tradizioni».
L’Artsakh è una regione a maggioranza armena, di tradizione cristiana, situata all’interno dei confini dell’Azerbaijan per volere di Stalin, che divise i territori agli inizi del ‘900 durante l’epoca sovietica. Le tensioni hanno cominciato ad emergere dopo la dissoluzione dell’URSS tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90.
Prima dell’ultima offensiva lampo, avvenuta il 19 settembre e conclusasi in appena 24 ore, il corridoio di Lachin che collega il Nagorno-Karabakh all’Armenia era rimasto bloccato per 10 mesi, e la diplomazia europea non era riuscita a superare la situazione di stallo, L’ultima guerra, della durata di 44 giorni, era stata combattuta nel 2020 ed era terminata una fragile tregua.
Il presidente azero Aliyev aveva preso in considerazione di partecipare ai colloqui con i leader di Francia, Germania, Armenia e il presidente del Consiglio dell’UE, Charles Michel, ma aveva chiesto che all’incontro prendessero parte anche rappresentanti della Turchia. La richiesta non è stata accolta da Berlino e Parigi, che, al contrario, ha annunciato che continuerà a fornire attrezzature militari a Erevan, irritando ulteriormente Baku.
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Le autorità armene stanno intanto cercando di affrontare i bisogni immediati dei profughi, soprattutto in previsione dell’inverno, perché, secondo gli esperti, è chiaro che non torneranno nel territorio ora controllato dall’Azerbaigian, nonostante le promesse dei funzionari azeri di garantire «pari libertà e diritti indipendentemente dall’appartenenza etnica, religiosa o linguistica».
Gli analisti dell’International Crisis Group, sostengono che «le promesse fatte dall’Azerbaigian sono insufficienti per creare fiducia», dopo decenni di tensioni.
Secondo Tigran Grigoryan, a capo del Regional Center for Democracy and Security, un think tank di Erevan, la popolazione locale si sente «lasciata indietro, fondamentalmente, dal mondo intero, dalla comunità internazionale, in parte dal governo dell’Armenia». Anche la vice sindaca di Goris, Irina Yolyan, ha commentato dicendo che «migliaia di famiglie sono ora senza casa. L’Azerbaigian è come un rullo compressore sull’asfalto. Niente li ferma e questa situazione crea grande infelicità, grande malcontento per le perdite territoriali e per l’enorme livello di sofferenza umana».
Gli esperti delle Nazioni unite, arrivati per la prima volta sul posto in 30 anni, stimano che siano rimasti da 50 a 1.000 armeni nella regione. Marco Succi, a capo del team di rapido intervento del Comitato internazionale della Croce Rossa (CIRC), ha raccontato di aver trovato una «situazione surreale» al suo arrivo il 22 settembre nella città più grande della regione, chiamata Stepanakert dagli armeni e Khankendi dagli azeri.
«La città si è svuotata, adesso è quasi deserta», ha spiegato ad AsiaNews. «Al momento sono rimaste poche decine di persone che non volevano andarsene o individui vulnerabili che non sono riusciti a fuggire, perlopiù anziani, pazienti costretti a letto o persone mentalmente disabili». Alcuni sono stati trovati in situazione di grave malnutrizione. Le reti di comunicazione sono saltate, per cui chi è rimasto non ha la possibilità di contattare chi ha lasciato la regione. «La rete elettrica invece è ancora in funzione, così come la rete idrica, però non conosciamo la qualità dell’acqua», ha continuato Succi. «Gli ospedali non funzionano, ci sono solo cinque ambulanze azere che operano in maniera limitata».
Il CIRC, presente in Nagorno-Karabakh dall’inizio delle tensioni nel 1992, agisce come ente neutrale tra l’Armenia, da sempre sostenuta dalla Russia, e l’Azerbagian, occupandosi dell’evacuazione dei feriti e della ricerca dei dispersi. Il prossimo passo sarà raggiungere i villaggi e le cittadine coinvolte nell’ultima fase dell’offensiva, ha aggiunto Succi: «Stiamo valutando con le autorità di fatto se e quando possiamo raggiungere queste località. Anche lì ci aspettiamo di trovare persone vulnerabili come quelle rimaste qui. Per quanto riguarda i morti, invece, bisognerà procedere con l’identificazione e poi garantire una degna sepoltura», ha spiegato il capo squadra della Croce Rossa.
«In caso di conflitto armato, come successo l’ultima volta nel 2020, era sempre stato possibile procedere con le operazioni di ricerca e soccorso con un team composto da azeri, armeni e russi, presenti in qualità peacekeeper. Vorremmo chiedere di ricreare queste squadre anche ora».
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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine screenshot di Dalibor Z. Chvatal via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
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Geopolitica
Trump: l’Iran è una «piccola guerra» rispetto alla spesa USA per l’Ucraina
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Geopolitica
Trump pubblica video AI che mostrano l’isola di Kharg «ridotta in macerie»
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato filmati generati dall’intelligenza artificiale che mostrano un attacco missilistico contro l’isola iraniana di Kharg, importante centro petrolifero, nel contesto di una nuova escalation tra Washington e Teheran.
Le forze statunitensi e iraniane si sono scambiate attacchi per la prima volta dalla fine di luglio. Domenica, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver preso di mira due rampe di lancio iraniane sull’isola di Larak, vicino al punto più stretto dello Stretto di Ormuzzo, che a suo dire si stavano preparando a lanciare razzi con mine marine nello stretto, che rappresenta circa il 20% del commercio mondiale di petrolio greggio.
Secondo Teheran, il bombardamento ha ucciso diversi soldati e civili iraniani.
🚨 ALERT: President Trump makes a post about Iran’s “Kharg Island being blown to smithereens!!!”
But the video is AI slop. So I have no idea what to do with this information.
But as of yet, I have no reason to believe Kharg is actually under fire. pic.twitter.com/bkPXx2omag
— Nick Sortor (@nicksortor) August 31, 2026
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L’Iran ha risposto lunedì mattina: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) ha dichiarato che i propri droni e missili avevano provocato «danni significativi» alle basi aeree statunitensi di King Hussein e Al-Azraq in Giordania.
Dopo gli attacchi, i prezzi del petrolio sono saliti nelle prime contrattazioni asiatiche, con i future WTI in rialzo del 2,47% a 85,46 dollari al barile e i future Brent in aumento del 2,71% a 90,49 dollari al barile.
Trump non ha emesso comunicati immediati sull’escalation sulla sua piattaforma Truth Social, limitandosi a pubblicare due brevi video generati dall’intelligenza artificiale che mostrano diversi missili che colpiscono impianti petroliferi su un’isola, generando immense esplosioni.
«L’isola di Kharg viene fatta saltare in aria e ridotta in frantumi!!!» recitava la didascalia di uno dei video.
Situata a circa 25 km dalla costa iraniana del Golfo Persico, l’isola di Kharg gestisce circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del Paese, costituendo il principale sbocco per le entrate petrolifere. L’arcipelago corallino, spesso definito «isola proibita» a causa delle severe misure di sicurezza, ospita anche un importante deposito di petrolio.
Gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente obiettivi militari sull’isola di Kharg dopo l’inizio del conflitto alla fine di febbraio, ma si sono astenuti dal prendere di mira le infrastrutture energetiche. Trump ha inoltre valutato un’operazione terrestre per impadronirsi del centro petrolifero, sostenendo che avrebbe potuto essere condotta dalle forze statunitensi o da «altre persone». Tuttavia, tali piani non si sono mai concretizzati.
Teheran ha più volte avvertito che incendierà l’intera infrastruttura petrolifera e del gas degli alleati degli Stati Uniti negli Stati del Golfo qualora gli impianti energetici sull’isola di Kharg venissero colpiti o si tentasse di conquistarla.
In rete in molti si chiedono come il candidato presidente della pace, pure assicurata durante il suo primo mandato, sia divenuto quello che minaccia la «distruzione totale di una civiltà», con tanto di videini IA.
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Immagine screenshot da Twitter
Geopolitica
I servizi israeliani evacuano il figlio di Netanyahu da Miami: «grave minaccia»
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