Pensiero
Mosca bataclanizzata: qual è il messaggio?
Al momento in cui scrivo la conta dei morti del massacro di Mosca è di 60 morti e 140 feriti.
Abbiamo raccolto e mostrato qualche immagine agghiacciante: sì, un commando è entrato in un centro commerciale (su qualche canale ebete di Telegram avete letto che era un municipio: il traduttore automatico dei geni ha tradotto «Crocus City Hall» in «Municipio di Crocus», come se Crocus fosse un quartiere della capitale russa; gli ignoranti che seguite sui social fanno anche questo) con fucili automatici e hanno iniziato a sparare all’impazzata. Sono stati colpiti anche dei bambini, e due dodicenni sarebbero gravi.
È interessante notare quanto siano restii i nostri media a pronunziare, davanti allo schema perfettamente ripetuto, la parola che aveva inondato il discorso pubblico sul terrorismo quasi dieci anni fa: Bataclan.
Il disegno tecnico è il medesimo: colpire la popolazione comune, falciandola con armi a ripetizione e magari qualche bomba suicida o meno, nel momento di massimo svago e massima vulnerabilità – quando va a vedere un concerto. Sparare sulla gente quando è concentrata in un unico punto ed indifesa. Massacrare in maniera massiva per compiere il lavoro del terrorismo, e portare il suo messaggio.
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Mosca è stata bataclanizzata. I grandi media non vogliono dirvelo – perché significherebbe elevare il popolo russo a vittima, dopo due anni di campagna martellante per convincerci che la Russia è carnefice. E poi, soprattutto, nessuno ha voglia davvero di guardarci dentro: se il disegno è lo stesso del Bataclan, gli autori sono gli stessi? I mandanti pure?
Alla rivendicazione dell’ISIS, buttata subito in stampa da tante testate internazionali, non possiamo credere. Curioso, tuttavia, che l’ISIS possa voler colpire la Russia proprio ora, quando l’intervento in Siria è finito da anni…
L’Ucraina, per bocca di un ciarliero e molto visibile tizio consigliere di Zelens’kyj, Mikhailo Podolyak (quello che aveva insultato il papa e il cristianesimo) ha detto non siamo stati noi, mentre altri ucraini hanno ovviamente tirato fuori l’hastatoputin. Chiaramente, ci vogliono far credere, è un false-flag del Cremlino per scatenarsi, anzi, guarda, è la festa personale di Putin per aver vinto l’elezione con quasi il 90% dei voti. Come no. (in rete circolano meme divertenti con il passaporto di un terrorista miracolosamente, come al solito, ritrovato sul luogo del delitto: la foto è quella di un Putin barbuto)
Si tratta della più grande strage terrorista dai primi anni 2000. Qualcuno ricorderà i 130 morti (più quaranta terroristi) e i 700 meriti della crisi del Teatro Dubrovka, quando vennero sequestrati 850 civili da un gruppo di islamisti separatisti ceceni.
Dobbiamo capire che la vittoria sulla questione cecena – e sul terrorismo correlato – è stata la scala d’ingresso di Putin verso il Cremlino. La Cecenia era un disastro che poteva trascinare giù tutta la Russia: un alveare terrorista nel cuore del Paese, e allo stesso tempo un fattore di demoralizzazione devastante per la popolazione. Erano i primissimi tempi di internet, ma già circolavano i video, poi perfezionati da ISIS e compagni, di sgozzamenti di soldati e civili russi.
Putin fu colui che mise fine al pericolo. Da primo ministro ha vinto la Seconda Guerra Cecena, di fatto sottomettendo una fazione in lotta, quella di Kadyrov, il cui figlio ora al potere a Grozny manda i suoi soldati a combattere in Ucraina con adunate oceaniche negli stadi dove si grida «Allahu Akbar» e subito dopo «viva il presidente Putin».
La strage di Dubrovka non è stata la sola. Poco dopo, ci fu il massacro di Beslan, ancora più intollerabile nella volontà terrorista di colpire gli indifesi: il 1 settembre 2004 un gruppo di 32 fondamentalisti separatisti ceceni entrò in una scuola elementare e sequestrò 1200 persone, per maggior parte bimbi. Ricordate quell’immagine: una bomba pronta ad esplodere piazzata dentro il canestro della palestra, e i bambini sotto. Il conto, dopo che gli Spetsnats (le forze speciali russe) liberarono la scuola, fu di oltre trecento morti, di cui 186 bambini, e 700 feriti. Quasi tutta la scuola è stata ferita dal terrorismo.
Si tratta di traumi che i russi pensavano passati. Sono seguiti gli anni putiniani dove stipendi e pensioni sono saliti di 7, 15 volte. Dove il popolo russo, che dopo il 1991 aveva cominciato a perdere un milione di persone l’anno (alcol, disperazione) ha ritrovato la dignità, e, parola chiave per capire Putin e la Russia odierno, rispetto.
Il terrorismo, essenzialmente, è un linguaggio. Ogni atto terroristico ha un messaggio da portare al mondo – questo è quello che ci dicono, almeno. Sappiamo che il messaggio è, in genere, più di uno. C’è un messaggio di superficie, quello dei perpetratori: vogliamo l’indipendenza, vogliamo vendetta, vogliamo la shar’ia, vogliamo la fine dell’occupazione, cose così.
Poi c’è il messaggio profondo, quello dei veri mandanti, di cui non si può discutere, perché non si può saperne nulla.
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Le stragi dei primi 2000 avevano, come messaggio di superficie, la Cecenia: la terra dove Putin aveva riportato l’ordine, promettendo di inseguire i terroristi anche al cesso ed ucciderli lì, disse in una famosa dichiarazione.
Il messaggio profondo possiamo immaginare fosse un altro: lasciaci continuare a depredare la Russia. Il desiderio, profondo ed irrevocabile, dei veri mandanti, che non necessariamente stavano in russo.
I terroristi takfiri ceceni, si è detto, potevano aver legami con oligarchi nemici di Putin riparati all’estero. Era chiaro cosa volevano gli oligarchi ribelli: proseguire, anche per conto dei loro soci occidentali, la razzia resasi possibile con il crollo dell’Unione Sovietica nel decennio di Eltsin, come visibile, ad esempio, nel caso magnate del petrolio Mikhail Khodorkovskij, quello che Pierferdi Casini difendeva al Parlamento italiano, prima di essere imprigionato da Putin si diceva avesse trasferito le sue quote a Lord Nathaniel Jacob Rothschild, quello dei quadri satanici con Marina Abramovic spirato pochi giorni fa. Liberato dalla clemenza di Putin prima delle Olimpiadi 2014 (l’Occidente ringraziò organizzando poco dopo i Giochi di Sochi Piazza Maidan a Kiev), il Khodorkhovskijj ora è tornato a galla per la questione ucraine, i giornali lo definiscono «oppositore di Putin».
Vi sono tuttavia casi più evidenti. Rapporti tra terroristi ed oligarchi furono discussi per uno dei nemici più acerrimi di Putin, l’oligarca riparato a Londra Boris Berezovskij. Una trascrizione di una conversazione telefonica tra Berezovsky e il fondamentalista Movladi Udugov – attualmente uno degli ideologi e il principale propagandista del cosiddetto Emirato del Caucaso, un movimento militante panislamico che rifiuta l’idea di uno stato ceceno meramente indipendente a favore di uno stato islamico che comprenda la maggior parte del Caucaso settentrionale russo e si basi su principi islamici e sulla legge della shar’ia – fu trapelata su uno dei tabloid di Mosca il 10 settembre 1999. Udugov propose di iniziare la guerra del Daghestan per provocare la risposta russa, rovesciare il presidente ceceno Aslan Maskhadov e fondare la nuova repubblica islamica di che sarebbe stata amica della Russia pre-putiniana.
Dopo la Seconda Guerra Cecena, Berezovskij aveva mantenuto i rapporti con i signori della guerra islamisti. Nel 1997, nell’ambito di supposte attività di ricostruzione della Cecenia, fece una donazione di 1 milione di dollari (alcune fonti menzionano 2 milioni di dollari) per una fabbrica di cemento a Grozny. Per tale pagamento fu negli anni accusato di finanziare i terroristi ceceni.
Il 23 marzo 2013 Berezovskij, che bazzicava il World Economic Forum di Davos e aveva avuto un ruolo attivo nella rielezione di Eltsin nel 1996, fu trovato morto nel bagno nella sua villa nel Berkshire, vicino ad Ascot, luogo caro alla nobiltà britannica. Dissero dapprima che era depresso, perché aveva perso una causa con Roman Abramovic (ex patron del Chelsea, anche lui oligarca ebreo ultramiliardario che però si era sottomesso a Putin) e quindi aveva debiti; la polizia inglese invece disse che era una morte senza spiegazioni e volle lanciare un’inchiesta, ma non arrivò a nulla. Si dice prendesse farmaci antidepressivi, e un giorno prima di morire avrebbe detto ad un giornalista londinese che non aveva più niente per cui vivere.
Parlo della morte di Berezovskij perché all’epoca notai come potesse essere correlata ad una strage terrorista dall’altra parte del mondo: il 15 aprile dello stesso anno due bombe esplodono alla Maratona di Boston ammazzando tre persone e ferendone 250. Vengono accusati due fratelli ceceni, Dzhokar e Tamerlan Tsarnaev. Emerse che loro zio, che i giornali dissero subito si era dissociato dalla deriva islamista dei nipoti, era stato sposato con la figlia di un agente CIA, con cui avrebbe pure convissuto.
Difficile capirci qualcosa: tuttavia, la domanda che mi feci, all’epoca, era: il messaggio profondo della strage bostoniana è che, morto Berezovskij, qualcuno stava chiedendo il riequilibrio di questa rete antirussa occulta che attraversa il mondo.
La mia era solo una supposizione. Di certezze sulle connessioni tra gli americani e gli islamisti ceceni, invece, ne ha Vladimir Putin.
In una sequenza di tensione rivelatrice del documentario che Oliver Stone ha dedicato a Putin – un’intervista di ore e ore tra il 2015 e il 2016 – il presidente russo dà una notizia piuttosto gigantesca: racconta che gli USA, trovati ad aver contatti con i terroristi ceceni, hanno risposto alle rimostranze del Cremlino dicendo che essi erano autorizzati diplomaticamente a parlare con chi volevano.
Putin era visibilmente scosso: la Cecenia, per lui che l’aveva vinta come prima missione della sua carriera ai vertici, significava tanto: il dolore di tanti morti, il rischio di far finire la Russia, ancora una volta, in una spirale di razzia e violenza, in pratica di farla sparire dalla storia.
Discorsi simili sono stati fatti poche settimane fa nell’intervista che Putin ha concesso a Tucker Carlson. Il presidente russo lo aveva ripetuto ai giornalisti anche l’anno scorso: «nel Caucaso l’Occidente sosteneva Al-Qaeda». Washington appoggia il terrorismo antirusso, in sintesi. Per gli italiani che si ricordano quando – al tempo non c’era la parola «complottista» – si parlava della Strategia della Tensione, non è una storia tanto campata in aria.
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E quindi, qual è il messaggio della strage terrorista al Crocus di ieri sera?
È lo stesso, crediamo, di quello di quando l’anno scorso hanno bombardato a Mosca Darja Dugina o a San Pietroburgo il blogger Vladen Tatarskij: vogliono ri-cecenizzare la Russia.
Vogliono riportare le lancette indietro a quegli anni, quando Mosca era debole, il popolo incerto ed impaurito, e le risorse del bicontinente libere per i rapaci internazionali. Quando c’era il terrorismo islamico, usato come solvente da un potere superiore per distruggere definitivamente ogni potere indipendente per la Russia e piegare nella paura la psiche del popolo russo.
Tutto questo è durato fino a Putin. I mandanti non hanno mai accettato di aver perso. E quindi, nell’ora del trionfo politico e popolare di Putin, ripetono il messaggio. Puoi anche vincere le elezioni, puoi anche avere l’affetto del tuo popolo: noi te lo possiamo portar via a suon di mitragliate terrorista. Puoi vincere la guerra ucraina, noi massacreremo le famiglie ai concerti a Mosca. Lo faremo con i ceceni, con gli ucraini, con i daghestani, con i nazisti russi, con chiunque potremo manovrare.
Ora, da temere, più che il messaggio, che è chiaro, è la risposta che darà Putin.
Perché, come è evidente, potrebbe essere l’innesco della Terza Guerra, che di fatto l’élite occidentale, brama affannosamente.
Roberto Dal Bosco
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Lo Stato italiano contro i morti
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Pensiero
L’antico incidente dietro la Tesla volante
Lo spettacolo è, come spesso accade, vedere le reazioni della gente. Solo che stavolta la cosa è talmente incredibile, talmente storica che è chiaro che non si trovano le parole per definire quello che è accaduto. Elon Musk ha presentato una macchina volante – tutto qui. Anzi no: la macchina si arrampica pure sui muri. E viaggia da uno a cento chilometri all’ora in meno di un secondo.
È pazzesco, mai visto. È grottesco sentire i commentatori cercare di razionalizzare la demo della nuova Tesla Roadster dell’altro giorno. Minimizzare è impossibile, ma qualcuno ci prova: la tecnologia, borbottano, non sarà mai sulle auto in produzione. Con evidenza, nessuno è pronto per un salto del genere – perché è un vero salto di paradigma. È nel giusto chi pensa che non si tratti più di un’automobile, ma dell’antenato di una nuova specie.
Turns out the future does have flying cars pic.twitter.com/6fexPp6SXI
— Elon Musk (@elonmusk) October 16, 2026
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È ancora più triste guardare la concorrenza. Tipo, la Porsche: nello stesso giorno, ha presentato una sua nuova auto, in teoria bella pure, lo stesso giorno – notizia sparita nel giro di due ore, nonostante i tedeschi si fossero fatti un leak da soli, facendo fuggire in rete le immagini in anteprima.
Mission S.
Authentic. Consistent. Timeless.
A glimpse into the future – shaped by our heritage. Mid-engine architecture. A focus on the driver and the driving experience.
Call it a love letter. https://t.co/R2BKMUzcyA
— Porsche (@Porsche) October 15, 2026
E chissenefrega di Porsche, e Ferrari, e chiunque altro, dinanzi ad una macchina volante? È, di fatto, una magia. Nel senso in cui lo scrittore Arthur C. Clarke (quello di 2001 Odissea nello spazio, figuro non esattamente raccomandabile) la definiva come indistinguibile dalla tecnologia arrivata ad un certo livello. Musk ha pure raccontato di come, negli anni in cui viveva a Los Angeles tra divi del cinema e personaggi vari, sentisse spesso parlare di magia, di potere di «manifestare» la realtà secondo la volontà – come da pensiero di Aleister Crowley –, ma di non aver mai trovato nessuno che gli rispondesse quando chiedeva come la magia potesse portare le persone su Marte. (Va ricordato, brevemente, che Los Angeles è la città del satanista crowleyano e padre della missilistica NASA Jack Parsons, ma questa è un’altra storia)
Il segmento di mercato dovrebbe essere quello, le auto sportive. La forma della Tesla Roadster sembra attinta dal design che Marcello Gandini esprimeva nelle Lamborghini degli anni Settanta e Ottanta. Ma è davvero importante? No, la cosa che conta è che quello che si è visto è qualcosa che neanche nei film di Hollywood – pre e post effetti speciali digitali – si era mai realizzato.
La macchina si attacca ai muri perché ha un sistema di ventole che schiaccia verso la superficie – come accade per certe auto giocattolo recenti, anche economiche, che compri dai cinesi. Era saltato fuori pochi giorni fa che Tesla aveva depositato il brevetto, cosa rara perché Musk ha sempre dichiarato la sua avversione per i patent, dicendo che un brevetto è un biglietto della lotteria per il tribunale. Tutti avevano immaginato che la suzione dell’aria servisse per rendere più aderente il veicolo in velocità, magari in curva: invece eccoti che la macchina si attacca al muro, sale su una grande pista a C, sfida apertamente la gravità. Inverosimile.
La mossa tuttavia non è la più memorabile della serata: è quando questa atterra da grandi altezze usando dei razzi stabilizzanti, che eiettano il contenuto di due cisterne da 600 litri di aria compressa (nessuna sostanza speciale: anche qui si fa tutto l’energia elettrica, cioè il sole, e l’aria) e permettono all’auto di arrivare al suolo perfetta dopo salti spaventosi. Chi si chiede quando mai possa servire, può pensare al Ponte Morandi. O a qualsiasi situazione in cui si viene buttati fuori da una strada di montagna, un viadotto, un’altezza percorsa in auto, e ce ne sono. Esageriamo a pensare a quante vite può salvare un sistema di sicurezza del genere?
Highlights of all four stunts Tesla showed off with the new Roadster today. pic.twitter.com/chP6QEuVMk
— Oli (@CARN0N) October 16, 2026
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La tecnologia viene da SpaceX, l’azienda spaziale di Musk, creata quasi due decadi fa attorno alla grande, ostinata trovata – allora ritenuta idiota da tutti i soloni dell’aerospazio, tra cui alcuni che conosciamo personalmente – di rendere riusabili i razzi spaziali. Il rientro atmosferico, e atterraggio (o ammaraggio), di veicoli alti 124 metri, cioè di palazzi da 40 piani, ha creato, credo anche con una proporzionale facilità, la conoscenza tecnica necessaria per far saltare ed atterrare un’auto sportiva. Tale fenomeno, sconosciuto ai più ma fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, di un Paese, di una Civiltà, si chiama trasferimento tecnologico.
Ciò agisce, da un punto di vista finanziario, come una grande leva visiva per il merge tra le aziende Tesla e SpaceX, di cui si è vociferato – e non è la prima fusione di Musk, che aveva già unito con Tesla nel 2016 la sua ulteriore azienda fotovoltaica SolarCity e, più di recente, l’azienda di Intelligenza Artificiale xAI con X (il vecchio Twitter).
Elon, con il suo tono vagamente Asperger, dal palco ha ricordato che dietro all’auto volante vi è una profezia fallita, quella del suo «amico» Peter Thiel. «Volevamo le auto volanti, e invece abbiamo avuto i 140 caratteri» («We wanted flying cars, instead we got 140 characters») è la celebre massima di Thiel, miliardario e investitore della Silicon Valley ora ritenuto come una sorta di eminenza grigia, o nera, dietro l’amministrazione Trump con la sua società di data intelligence Palantir.
La frase, nata nel 2011 come sottotitolo del manifesto «What Happened to the Future?» del suo fondo d’investimento Founders Fund, è diventata l’emblema della sua critica alla stagnazione tecnologica, concetto che il Thiel ha ripetuto per anni dai primi Duemila, lamentando che l’estrema libertà del mondo dei bit – cioè dell’innovazione digitale – non è parallela a quella del mondo degli atomi, cioè della tecnologica fisica.
Al posto di grandi progetti («le auto volanti»), le menti e i capitali della Silicon Valley si sono concentrati su tecnologie di comunicazione incrementali e social media, simboleggiati dal vecchio limite dei «140 caratteri» di Twitter.
Elon ha lavorato con Thiel in PayPal, che costituiva la fusione della società di Thiel Confinity con X di Musk, due società di danaro virtuale di fine anni Novanta che stavano a Palo Alto a poca distanza l’una dall’altra, e che se si vedevano a pausa pranzo nello stesso ristorante della zona si guardavano in cagnesco. Thiel, tedesco nato in Germania con studi prima legali e poi filosofici come allievo diretto del pensatore del sacrificio René Girard, è ritenuto l’unico uomo che ha saputo tener testa a Musk in un’azienda: creato PayPal, organizzò un piccolo golpe interno per estrometterlo da CEO proprio mentre Elon era in viaggio di nozze.
È davvero ironico notare che ora Musk non solo ha comprato l’azienda dei 140 caratteri, cioè Twitter, ora X (che è il nome di suo figlio e appunto della prima azienda: il dominio x.com se lo è fatto dare da eBay che aveva comprato PayPal per una cifra simbolica), ma ha realizzato pure, nel totale rovesciamento della massima di Thiel, le auto volanti.
I due hanno un rapporto strano, dove tuttavia è visibile la continua grande stima reciproca. In particolare Thiel racconta che, divenuto investitore dopo aver venduto la sua quota di PayPal, aveva rifiutato di investire in Tesla giudicandola l’ennesima startup di questo tipo, per poi pentirsene, ma aveva poi finanziato SpaceX e le sue aspirazioni multiplanetarie. Dice che, assieme a David Sacks (un altro della cosiddetta PayPal Mafia, il gruppetto di mente dietro la nascita del sito di pagamento) David Sacks, ora cooptato alla Casa Bianca trumpiana come zar delle criptovalute, aveva compreso che Musk era un uomo che conosceva qualcosa rispetto al rischio che gli altri uomini ignoravano. «Sottovalutate Elon a vostro pericolo» aveva detto.
Ora, l’amciizia tra Musk e Thiel fa venire in mente che dietro la Tesla volante potrebbe esserci un fatto biografico, raccontato più volte da entrambi, in genere tra le risate del pubblico.
In pratica, con i soldoni arrivati per la vendita della società, Elon si era concesso l’auto più prestigiosa, e veloce (380 km/h), al mondo: aveva ordinato una McLaren F1 di colore argento, 627 cavalli e sedile di guida centrale, era all’epoca l’auto di serie più veloce del mondo (oltre 380 km/h). La consegna della vettura con la bisarca davanti a casa venne persino ripresa dalle telecamere della CNN in un filmato diventato poi storico.
Nel filmato si vede Elon allora giovane è già assai stempiato (le malelingue parlano di un trapianto riuscitissimo) e la prima moglie, la bellissima, dolcissima, Justine, madre del primogenito morto in culla e degli altri cinque avuti con la provetta. Il filmato traspira dell’affetto che la donna ha per il marito – pur accusandolo dinanzi alle telecamere di decadenza – e pare lampante come varie femmine successive del ragazzo (l’attrice Talulah Riley, la geniale cantante Grimes) siano in vario modo un calco della prima.
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La storia di quest’auto è legata a un aneddoto incredibile che coinvolge proprio Thiel. Nel 2000, mentre si trovava in auto proprio con Peter Thiel per andare a un incontro di lavoro cruciale per la fusione che avrebbe dato vita a PayPal, Musk cercò di mostrare le capacità di accelerazione della vettura. Senza controllo di trazione, perse il controllo: l’auto decollò, si schiantò contro un terrapieno e andò totalmente distrutta.
Poco prima dell’impatto, Thiel aveva chiesto a Musk provocatoriamente cosa potesse fare quell’auto tanto costosa, e Musk rispose con quelle che definisce essere le più celebri ultime parole in tanti casi: «Watch this», «Guarda questo». Thiel racconta che davanti a loro viaggiava l’auto di una signora, che dallo specchietto retrovisore dice di aver visto una specie di UFO volare in aria.
Nonostante il disastro, nessuno si fece male. Tra le lamiere, Musk disse a Thiel, con un umorismo inspiegabile: «non sai qual è la parte migliore: la macchina non è assicurata!» Thiel non rinunziò all’appuntamento di lavoro, e fece l’autostop fino all’ufficio del Venture Capitalist che dovevano vedere. Musk arrivò dopo.
È arduo non pensare che quella macchina volante sia bizzarramente una delle basi della macchina che si capovolge in aria e atterra perfettamente. Una risposta definitiva ad una domanda postagli dall’esistenza con un incidente bello consistente – per quanto innocuo e perfino divertente.
Scrivo di questa connessione per tentare di comprendere quanto sia profondo quello che sta facendo Elon Musk, giustamente salutato ora come l’uomo che tutto solo, single-handedly, sta avvicinando il futuro al presente.
Renovatio 21, il lettore lo sa, avvisa da anni del pericolo della figura, che, abbiamo scritto in passato, potrebbe pure essere l’anticristo. Produce auto magnifiche che si guidano da sole, ma che possono controllare ogni spostamento. Ha manopole sul discorso mondiale con X, unico spazio dove si incubano le idee fuori dai media dell’establishment e dai social bolsi e censurati. Crea serque di figli in provetta – e li presenta al papa. Dispone di capitali (di borsa, certo) senza precedenti storici: un trilione e più di dollari.
Tuttavia, è innegabile la forza dell’uomo e della sua opera. O meglio, la sincerità fattiva con cui affronta le sue ambizioni immense. SpaceX effettua da sola più lanci orbitali di tutto il resto del pianeta messo insieme, detenendo un monopolio di fatto nel settore aerospaziale grazie alla tecnologia dei razzi riutilizzabili: nel 2025 Musk ha realizzato 170 lanci totali, tutto il mondo messi insieme (cioè gli Stati-superpotenza di USA, Russia, Cina, etc.) meno di 150. (L’Europa Unita vale un totale di 8 lanci orbitali…)
Quindi sì, Musk è il signore dello spazio, e ora la scelta di chiudere le sue ubique costellazioni di satelliti Starlink agli ucraini probabilmente farà finire la guerra. Quindi, oltre che del cielo questo è il padrone anche della terra…
Non possiamo dire, anche dopo aver visto questa auto sportiva con i razzi, che il ragazzo ci sta antipatico. Quantomeno perché la sincerità l’ha avuta anche, ad esempio, per attaccare gli psicofarmaci SSRI e la pillola anticoncezionale, Fauci e la bioingegneria gain-of-function, i neocon, l’immigrazione e la balla della bomba demografica – in una parola la Necrocultura.
Un uomo che vive le sue visioni con onestà e sacrificio estremo può arrivare a risultati incredibili. Questa è, di mio, la lezione che mi porto a casa guardando le macchine che volano.
Questo è quello che ogni uomo dovrebbe tenere a mente per tenere in piedi la Civiltà umana.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
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