Pensiero
L’ideologia del battaglione Azov: uno Stato nello Stato che disprezza Russia e Occidente
Nonostante la resa del Battaglione Azov presso l’acciaieria Azovstal durante i combattimenti a Mariupol’ il mese scorso, il comando ucraino ha già annunciato la creazione di nuove forze per le operazioni speciali Azov a Kharkov e Kiev.
Un articolo apparso sul sito governativo russo RT a firma del giornalista politico esperto di storia degli stati ex sovietici Dmitry Plotnikov cerca di comprendere la radici ideologiche dell’Azov.
Come noto, di recente è stato effettuato un parziale rebranding: lo stemma ucraino – il simbolo araldico medievale del tridente composto da tre spade – ha sostituito nel logo e nelle mostrine la runa Wolfsangel («uncino del lupo») al centro di tante critiche che lo davano come evidente simbolo della matrice nazista del gruppo.
Come noto, il Wolfsangel è stato utilizzato sui risvolti delle divisioni Das Reich e Landstorm Nederland delle SS, nonché sul logo del Partito nazista olandese.
Gli azoviti hanno respinto tutte queste accuse, sostenendo che il loro simbolo del reggimento non era un Wolfsangel, ma piuttosto le prime lettere dell’espressione «Ideja Natsii», «Idea Nazionale», presumibilmente scritta in un antico alfabeto ucraino, mistura di lettere cirilliche e latine.
Non si tratta, spiega Pltonikov, del primo rebranding di Azov: a sua volta, il Wolfsangel sui loro galloni aveva sostituito il più occulto ancora simbolo del «sole nero», quel Sonnenrad che era usato nei rituali delle SS e decorava il pavimento del castello dell’ordine a Wewelsburg, tana prediletta dello spietato gerarca nazista capo delle SS Heinrich Himmler. Va notato come all’epoca, gli azoviti non si preoccupassero di spiegare come quel «sole nero» avesse una qualche radice fittizia.
Lo studioso russo spiega che anche questo ultimo rebranding (inteso principalmente per dare a giornalisti, politici e popolazioni occidentali un argomento del tipo: «prima eravamo di estrema destra, ma ora è tutto passato») non segna in alcun modo un cambiamento dell’ideologia di Azov, anzi, potrebbe significarne un rafforzamento.
«Per capirlo basta guardare ad Azov non solo come un movimento militare, ma anche come un progetto politico» scrive Plotnikov.
Azov è stata fondata da radicali provenienti dai Patrioti dell’Ucraina. Questa organizzazione aveva sede a Kharkov, una città nel nord-est del paese, che ha sempre avuto una popolazione prevalentemente di lingua russa. Pertanto, il tipo di nazionalismo di Azov era diverso.
A differenza dei nazionalisti ucraini, non si sono concentrati su questioni relative alla lingua, all’etnia o alla religione dell’Ucraina. Percepivano la nazione come un progetto statalista nello spirito del fascismo italiano.
In realtà, il principale ideologo dei Patrioti dell’Ucraina, il pubblicista ucraino del XX secolo Dmitry Dontsov (le cui idee hanno avuto anche una grande influenza sui collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, l’OUN di Stepan Bandera), ha definito la sua ideologia del «nazionalismo integrale» la versione ucraina del nazionalismo sviluppata negli anni ’20,
Allo stesso tempo, Dontsov ha equiparato i concetti di nazione e razza. Quest’ultima si divide in razze padrone e di schiavi.
«Secondo Dontsov, gli ucraini sono una razza di padroni, mentre i russi sono una razza di schiavi che cercano di rendere schiavi gli ucraini» scrive Plotnikov. «Lo scontro tra ucraini e russi è di natura assoluta, esistenziale e può finire solo con la distruzione di una delle parti, credeva Dontsov».
«Il romanticismo gioca un ruolo chiave in questa lotta, che definisce come la volontà di sacrificio, la coerenza della volontà di più individui di raggiungere il potere e dirigere tutti gli sforzi verso un obiettivo: la costruzione di una nazione ucraina. È questo romanticismo che assicura che l’individuo appartenga all’insieme collettivo e dirige la nazione sulla via dell’espansione».
Il romanticismo di Dontsov si basa sul mito della «battaglia finale» del paganesimo tedesco-scandinavo, il cosiddetto Ragnarok, l’apocalisse odinista, quel Crepuscolo degli Dei cantato da Richard Wagner. La rinascita del mondo, quindi, è legata ad una sua previa distruzione.
«Il culto dell’idea sposata in questo mito deve assumere la forma del fanatismo religioso. Questo è l’unico modo in cui un’idea può penetrare nell’intimo santuario del carattere di una persona e realizzare quella che Dontsov chiama una rivoluzione radicale nella psiche umana».
«L’aggressività verso i portatori di altre opinioni dovrebbe essere generata negli aderenti a questa idea, consentendo loro di rifiutare la moralità universale e le idee sul bene e sul male» scrive lo studioso russo. «La nuova morale dovrebbe essere antiumanista, basata solo sulla volontà di prendere il potere. Gli interessi personali devono sottomettersi al bene comune, tutto ciò che rende più forte la nazione deve essere considerato etico e tutto ciò che lo impedisce deve essere dichiarato immorale».
Non sfugge all’occhio dell’osservatore il fatto che la filosofia del Dontsov sia intimamente elitista. Per egli il popolo è solo una massa inerte senza volontà indipendente. Le masse sono private della capacità di sviluppare le proprie idee; possono solo assorbirli passivamente. Il ruolo principale è riservato alla minoranza attiva, cioè un gruppo capace di formulare un’idea per le masse inconsce di facile comprensione e di motivarle a impegnarsi nella lotta. Secondo il pensatore ucrainista, la minoranza attiva dovrebbe sempre essere a capo della nazione.
Ciò che gli azoviti hanno preso dai nazisti tedeschi è stata la loro strategia per raggiungere il potere.
Essi «hanno cercato di creare uno “stato nello stato” ombra che avrebbe dovuto prendere il controllo di tutte le istituzioni governative in un momento di acuta crisi politica. Una vasta rete di organizzazioni civili è cresciuta attorno al reggimento Azov negli otto anni della sua esistenza. Questi includono editori di libri, progetti educativi, club di scouting, palestre e altre associazioni».
L’Azov «ha pure il suo partito politico, il Corpo Nazionale, con un’ala paramilitare soprannominata Milizia Nazionale. I veterani del reggimento qui giocano un ruolo chiave ».
«Con l’aiuto di queste organizzazioni, sono state arruolate reclute sia per il reggimento stesso che per il movimento civile di Azov. I veterani di Azov si sono anche uniti attivamente alle forze armate ucraine e alle forze dell’ordine, tra cui la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza, dove hanno continuato a diffondere l’ideologia del nazionalismo integrale di Azov» racconta Plotnikov.
Una seria componente rituale permea tutti gli aspetti della vita all’interno del reggimento Azov stesso e del suo movimento civile. La prova sono alcuni riti notturni, con fiamme e scudi, ancora visibili in rete.
Ecco che quindi torniamo a prestare attenzione al nuovo simbolo del reggimento: le tre spade ora raffigurate sui galloni dell’Azov rebrandizzato sarebbero in realtà il riflesso, scrive Plotnikov, di complesso cerimoniale con tre spade di legno fu costruito presso la base principale di Azov nella città di Urzuf vicino a Mariupol’, dove si svolgevano quasi tutti i rituali del reggimento.
La più significativa di queste è la commemorazione dei compagni caduti. Durante il rituale, gli Azoviti reggono scudi di legno e torce. Gli scudi portano i simboli principali del reggimento: il «sole nero”»e il Wolfsangel, nonché i nomi dei membri caduti. Il maestro della cerimonia chiama ciascuno dei loro nomi, dopodiché un soldato con lo scudo corrispondente accende una luce commemorativa e dice « Ricordiamo!» al che gli altri rispondono: «Ci vendicheremo!» Questo e altri rituali sarebbero stati sviluppati da un’unità ideologica speciale all’interno di Azov.
L’autore passa ad esaminare la scelta del tridente, che potrebbe essere stata dettata da una sorta di marketing generazionale.
«Una nuova generazione sta entrando nelle prime posizioni di Azov. Questi non sono più i turbolenti tifosi di calcio che un tempo crearono il battaglione e per i quali sfoggiare i simboli delle SS e sputare ideologia nazista era una forma di protesta. Ora, lo spettacolo è condotto da persone che sono state educate all’interno del sistema Azov con l’ideologia di Azov del nazionalismo integrale».
«I legami con l’estrema destra europea, il cosiddetto movimento “nazionalista bianco”, non sono più così importanti per loro. Il centro della loro visione del mondo è lo stato ucraino e la nazione ucraina, condannata a combattere sia contro la Russia che contro i valori liberali dell’Occidente. Naturalmente, per gli azoviti, la parte migliore della nazione ucraina sono loro stessi».
La resa della parte principale del reggimento ad Azovstal ha solo cristallizzato l’ideologia Azov, spiega l’articolo di RT. Per gli azoviti, l’attuale conflitto russo-ucraino è diventato la vera «battaglia finale» escatologica rappresentata nell’opera di Wagner. Va combattuta contro i russi e l’Occidente liberale, che non vuole fornire sufficiente assistenza militare o entrare in uno scontro aperto con Mosca.
E «se necessario, sarà anche combattuta contro il proprio governo, che ha promesso di evacuare i difensori dell’Azovstal ma non ha mantenuto la parola data».
«L’ultima battaglia deve essere combattuta fino alla fine, e agli azoviti non potrebbe importare di meno quanti cittadini ucraini bruceranno nel suo fuoco in nome dell’imposizione della loro “Idea Nazionale”».
È la conclusione amara dell’articolo di Plotnikov su un gruppo sostenuto fortemente dai Paesi occidentali (compresa l’Italia, ma senza dimenticare gli sforzi di addestramento di USA e Canada e Regno Unito), ma che i nostri giornalisti ci hanno assicurato non essere in alcun modo nazista, anzi, sono raffinati, romantici lettori di Kant, amorevoli con tutti, e bisogna creder loro perché quando mai i media ci hanno propinato frottole.
Della componente neopagana di Azov Renovatio 21 ha parlato subito allo scoppio della guerra, quando, con l’attenzione su Mariupol’, ci si ricordò del tempio al dio paleoslavo del tuono Perun eretto dai militanti di Azov.
Immagine screenshot da YouTube
Immigrazione
La violenza immigrata contro le famiglie, il culmine di un processo
In tutta la penisola dilagano gli atti di violenza inenarrabile commessi da immigrati, rapine, stupri, accoltellamenti, uccisioni..la velocità e la foga sono tali da rendere impossibile seguirli tutti.
È un problema militare, come abbiamo scritto già diverse volte, ma ormai esistenziale, di vita. È la vostra stessa esistenza in gioco, in ogni momento della giornata.
Il recente crimine di Massa che ha visto un padre di famiglia soccombere sotto i colpi di una ghenga di giovinastri stranieri e di «seconda generazione» non è che uno dei tanti eventi che vedono papà e famiglie prese di mira all’improvviso e spesso senza motivo da soggetti che nell’attuale contesto anarcotirannico la faranno sempre e comunque franca.
Così, sempre più spesso, nelle grandi città e in quella che abbiamo definito diverse volte «provincia sonnacchiosa»aumentano gli attacchi, violenti e spudorati contro famiglie a passeggio, donne con passeggino, anziani.
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La rapina alle volte è soltanto l’ultimo degli obiettivi, il fine di questi individui è spesso divertirsi della sofferenza altrui, far del male e sancire il proprio dominio, culturale, razziale o di branco sulle persone, sul paese da cui tutto prendono ma che disprezzano, su tutti noi.
Siamo le vittime sacrificali di un sistema che già ci vuole annichilire in ogni momento della nostra esistenza, dal concepimento in avanti con tutti i mezzi possibili.
Tutto ciò non è abbastanza, siamo a rischio di essere umiliati, picchiati, torturati e financo uccisi anche quando siamo a prendere un gelato con i figli o nei momenti di cosiddetto relax. Pensateci, siete sempre le prede di qualcuno o di qualcosa, anche quando volete fuggire da città che di fatto non sono più le vostre.
Per qualcuno non dovete avere pace, in nessun momento della vostra esistenza, dovete essere gli schiavi dello stato e del sistema anarcotirannico che poi sono la stessa cosa.
È un sistema che ha truppe «regolari» per (tar)tassarvi, controllarvi e punirvi aspramente quando vi difendete dalle belve urbane che assalgono voi e i vostri cari, perché, ça va sans dire, quelle medesime belve non sono altro che le truppe «irregolari» dell’anarcotirannia, pronte a farvela pagare amaramente senza regole d’ingaggio se sgarrate, ossia se solo osate uscire di casa o passare per i loro parchi e le loro strade.
Sono truppe votate al male più completo, non arretrano davanti a nulla, non hanno remore di sorta nel commettere le violenze più efferate e sembrano non avere un’anima, sempre che l’anima non l’abbiano ceduta a potenze nemiche da sempre del genere umano.
Pensate alle implicazioni incredibili di tutto ciò per l’esistenza vostra e dei vostri figli e giudicate voi se non sia arrivato finalmente il momento di dire basta.
Victor García
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Pensiero
La vera natura dei progetti di legge sull’antisemitismo. Intervista al prof. Marini
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Pensiero
Perché Trump attacca il papa?
E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.
Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..
L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.
BLASPHEMY. pic.twitter.com/n7Vn36Lvkr
— Carrie Prejean Boller (@CarriePrejean1) April 13, 2026
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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).
“Christian pastor” Paula White, President Trump’s spiritual advisor, compares Trump to Jesus.
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— AF Post (@AFpost) April 2, 2026
Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.
Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.
«Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.
«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.
Pope Leo XIV’s MAGA boomer brother Louis Prevost met President Trump in the Oval Office.
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— AF Post (@AFpost) May 21, 2025
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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».
«E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».
«Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».
«Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»
L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.
Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…
E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.
La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».
Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.
In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.
E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).
La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.
In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.
In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.
Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.
E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).
Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.
Secretary Pete Hegseth Pastor who was Invited to Pray at Pentagon Says Publicly Eucharist and Marian Procession Should NOT be Permitted in Public. See more here: https://t.co/5fpjjd1ff8 pic.twitter.com/iKJg1bPCuI
— John-Henry Westen (@JhWesten) March 13, 2026
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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.
A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.
Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.
E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.
Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.
Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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