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Nucleare

L’ambasciatore russo negli USA: un conflitto nucleare «limitato» significa guerra globale

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Anatolij Antonov, ambasciatore della Russia negli Stati Uniti, ha chiesto la fine delle minacce di guerra nucleare contro la Russia.

 

«Vorrei mettere in guardia i pianificatori militari americani sulla fallacia delle loro ipotesi che un conflitto nucleare limitato sia possibile. Apparentemente sperano che gli Stati Uniti sarebbero in grado di mettersi al riparo dietro l’oceano se un tale conflitto dovesse accadere in Europa con armi nucleari britanniche e francesi» ha scritto ANtonov in un articolo pubblicato sul National Interest il 28 settembre.

 

«Vorrei sottolineare che questo è un “esperimento” estremamente pericoloso. È lecito ritenere che qualsiasi uso di armi nucleari potrebbe portare rapidamente a un’escalation di un conflitto locale o regionale in uno globale».

 

«Voglio credere che, nonostante tutte le difficoltà, noi e gli americani non ci siamo ancora avvicinati a una pericolosa soglia di caduta nel baratro del conflitto nucleare. È importante smettere di minacciarci. Oggi è difficile prevedere fino a che punto Washington sia pronta a spingersi nell’inasprimento delle relazioni con la Russia».

 

Antonov quindi esamina il crollo delle relazioni tra Mosca e Washington, sostenendo che è il risultato delle decisioni politiche statunitensi prese negli ultimi tre decenni.

 

«Washington si è ritirata dai trattati [INF, ABM e Open Skies] per ottenere vantaggi in termini di sicurezza, soprattutto nell’affrontare la Russia. È alla costante ricerca di opportunità per ottenere il dominio militare globale», scrive Antonov.

 

«Nei decenni precedenti, la macchina militare della NATO si è avvicinata ai confini della Russia in diverse “ondate”, dove un potente pugno è stato alzato sulla mia Patria. Come avremmo dovuto reagire? Abbiamo avvertito i nostri colleghi che tali misure erano controproducenti, aumentavano il rischio di una corsa agli armamenti e non potevamo ignorare le minacce aggravanti lungo il perimetro dei confini russi, in particolare i nostri confini occidentali. Ricordo le lunghe riunioni al quartier generale della NATO in cui ho dovuto partecipare ripetutamente a discussioni sulla nocività della difesa missilistica globale, l’importanza di rispettare gli impegni internazionali sulla stabilità strategica e il pericolo di schierare missili a corto e medio raggio in Europa».

 

Le esortazioni russe, dice Antonov, si sarebbero rivelate vane.

 

«L’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il tentativo della NATO di lanciare lo sfruttamento tecnico-militare dell’Ucraina e coltivare a Kiev un regime desideroso di condurre una sanguinosa guerra contro la Russia».

 

Antonov ha osservato che oggi la Russia è accusata di tutti i peccati.

 

«In effetti, Washington sta spingendo la situazione verso un confronto diretto tra le maggiori potenze nucleari irto di conseguenze imprevedibili»

 

«I funzionari USA continuano ad aggravare la situazione, intimidendo l’opinione pubblica americana e internazionale con false “minacce nucleari” russe. Tale retorica distorce le dichiarazioni della leadership russa».

 

«Non stiamo minacciando nessuno – ha continuato il diplomatico – Ma confermiamo che, come ha affermato il presidente Vladimir Putin il 21 settembre, la Russia è pronta a difendere la sua sovranità, integrità territoriale e il nostro popolo con tutti i sistemi d’arma che abbiamo. Cosa c’è di così aggressivo in questa affermazione? Cosa è inaccettabile? Gli Stati Uniti non farebbero lo stesso di fronte a una minaccia esistenziale?»

 

Parola che ci sembrano piuttosto sensate.

 

 

 

 

Immagine da Mil.ru via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0); immagine modificata

 

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Militaria

Mosca adotterà tutte le misure necessarie contro le testate nucleari in Lituania. Truppe estoni muovono verso il confine

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Interrogato sulle recenti mosse della Lituania per autorizzare il dispiegamento di armi nucleari statunitensi sul proprio territorio, al confine con la Russia, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha avvertito oggi che le azioni lituane «non possono essere percepite se non come un passo verso un’escalation delle tensioni, così come non può esserlo il dispiegamento di armi nucleari in un paese confinante. Lo riporta l’agenzia stampa governativa russa TASS.

 

«Nessuno di questi sviluppi contribuirà alla stabilità e alla prevedibilità nel continente europeo. Al contrario, con nostro rammarico, segneranno un’ulteriore e significativa escalation delle tensioni. Quanto alla Russia, naturalmente, Mosca sarà costretta ad adottare tutte le misure necessarie per garantire la propria sicurezza» ha detto il portavoce. Le parole di Peskov fanno eco a quelle già rilasciate dal presidente Putin e da altri alti funzionari russi in risposta a una serie di provocazioni contro il Paese, tra cui quella su Kaliningrad.

 

Nell’ambito della spinta occidentale a posizionare missili nucleari lungo tutto il confine occidentale della Russia, la Lituania sta modificando la propria Costituzione per assecondare questa provocazione. Ieri il Seimas, il Parlamento lituano, ha superato a larga maggioranza la seconda delle tre votazioni necessarie per abolire la disposizione costituzionale (articolo 137) che vieta il dispiegamento di armi nucleari e di basi militari straniere sul territorio nazionale.

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Il voto è stato di 106 a 18, al primo turno il risultato era stato di 99 a 13. Per entrare in vigore, la legge dovrà essere approvata definitivamente dal Seimas il 12 gennaio 2027 con almeno 94 voti favorevoli. Il presidente del parlamento, Juozas Olekas, ha dichiarato: «L’abolizione del divieto di dispiegamento di armi nucleari elimina le restrizioni legali in materia di sicurezza che differivano da quelle in vigore in altri paesi dell’UE e della NATO».

 

Il governo spinge inoltre per la creazione di una base militare statunitense. Oggi il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha aggiunto che pagherà Washington per la costruzione di una base militare nel Paese. Su Facebook ha pubblicato l’idea proposta a Washington: «Questa è una garanzia di deterrenza e sicurezza di fondamentale importanza. I nostri partner devono solo prendere la decisione politica di stazionare permanentemente le truppe, e la Lituania è pronta a coprire i costi».

 

Movimenti inquietanti si stanno registrando anche in un ulteriore Paese baltico. Come riportato da Renovatio 21, l’Estonia si sta aggiungendo al tentativo di accerchiamento strategico della Russia.

 

«L’Estonia sposta le truppe più vicino alla Russia in un’offensiva di “difesa attiva”», ha riportato il Financial Times il 5 ottobre, aggiungendo che «lo Stato baltico si prepara a condurre attacchi in profondità nel territorio del suo vicino in caso di attacco». «Difesa attiva» significa «spostare le unità di combattimento principali da Tapa, nel Nord dell’Estonia, a Johvi, a 50 chilometri dal confine con la regione di Leningrado», ha spiegato il quotidiano russo in lingua inglese Moscow Times, noto per le posizioni anti-Cremlino. «Il Paese sta anche acquisendo droni e missili balistici in grado di colpire fino a 300 chilometri all’interno del territorio russo».

 

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha minimizzato la questione nel briefing quotidiano con la stampa. «Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che il nostro Ministero della Difesa e gli altri servizi competenti possiedano le informazioni necessarie per monitorare e valutare adeguatamente la situazione lungo i nostri confini».

 

Tutto ciò va ben oltre al Baltico e si inserisce però in un’offensiva su vasta scala dell’UE volta ad accerchiare la Russia a Ovest, dispiegando capacità di attacco, comprese armi nucleari della NATO, dalla Finlandia a Nord fino alla Polonia e alla Romania a Sud.

 

Questa strategia provocatoria include anche l’ipotesi di strangolare e persino di conquistare l’exclave russa di Kaliningrad, il che ha suscitato i più gravi avvertimenti da parte dei vertici della Federazione Russa, che pure di difendere la città hanno fatto capire di essere pronti alla guerra atomica.

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic

 

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Cina

La Cina: l’Iran ha un «legittimo diritto» al programma nucleare civile

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Pechino ha affermato che l’Iran ha il diritto di portare avanti un programma nucleare pacifico in quanto parte del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP).   La dichiarazione è stata resa giovedì all’Assemblea generale dalla vice rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Sun Lei.   «In quanto Stato parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e privo di armi nucleari, l’Iran dovrebbe onorare il suo impegno a non sviluppare armi nucleari e il suo legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare dovrebbe essere rispettato», ha dichiarato Sun durante una riunione plenaria sull’uso del diritto di veto.   Il dibattito è seguito a una votazione di settembre in cui Cina e Russia hanno bloccato una risoluzione presentata dagli Stati Uniti per prorogare il mandato di un gruppo di controllo delle Nazioni Unite sulle sanzioni contro l’Iran.   L’organismo di monitoraggio è stato ripristinato nell’ambito del meccanismo di «ripristino automatico» invocato ad agosto da Gran Bretagna, Francia e Germania (il gruppo E3), con l’obiettivo di reintrodurre le sanzioni. Cina e Russia considerano quel meccanismo giuridicamente invalido e sostengono che le sanzioni non siano state ripristinate.

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Secondo Sun, la Cina ha usato il veto per «sostenere una corretta comprensione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato», appoggiare una soluzione politica alla questione nucleare iraniana, affrontare le preoccupazioni sulla non proliferazione e favorire la pace e la stabilità a lungo termine in Medio Oriente.   Lo stallo sul programma nucleare iraniano, ha affermato la diplomatica, nasce dal ritiro unilaterale di Washington dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) e dal successivo fallimento dei tre Paesi europei (E3) nell’esaurire tutte le opzioni diplomatiche previste dall’accordo prima di invocare la clausola di ripristino delle sanzioni.   In base all’intesa del 2015, l’Iran aveva accettato di ridurre le attività di arricchimento dell’uranio in cambio di un allentamento delle sanzioni. Il presidente Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo nel 2018, durante il primo mandato, e reintrodusse le sanzioni contro l’Iran.   A febbraio Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran in quella che Trump ha descritto come un tentativo di impedire al Paese di dotarsi di un’arma nucleare.

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Nucleare

L’Arabia Saudita «non esclude» lo sviluppo di armi nucleari

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L’Arabia Saudita non ha escluso lo sviluppo di armi nucleari, una notizia che ha alimentato le preoccupazioni del Congresso sull’accordo di cooperazione nucleare tra il presidente Donald Trump e Riad. Lo ritiene una valutazione riservata dell’intelligence statunitense riportata venerdì dal Washington Post.

 

La valutazione era contenuta in documenti riservati consegnati ai legislatori durante l’esame dello storico accordo, hanno riferito funzionari statunitensi al giornale. Il Dipartimento di Stato avrebbe fornito una valutazione separata, più fiduciosa nelle garanzie saudite e nelle misure di salvaguardia previste dall’accordo.

 

L’accordo ai sensi della Sezione 123, firmato a luglio, pone le basi giuridiche per la partecipazione di aziende americane a progetti nucleari civili in Arabia Saudita del valore di decine di miliardi di dollari. L’amministrazione Trump ha sostenuto che l’intesa rafforzerà gli standard di non proliferazione, evitando al contempo che Riad si rivolga a Russia o Cina per la cooperazione nucleare.

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Da rilevare che Trump aveva legato l’accordo al riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei sauditi, un processo che, pure avviato, si era arrestato tre anni fa con le stragi di Gaza.

 

L’accordo, però, apre la strada a una possibile via d’accesso all’arricchimento dell’uranio a livello nazionale da parte dell’Arabia Saudita. L’arricchimento sarebbe inizialmente limitato al di sotto del 5%, ma potrebbe in seguito arrivare al 20% dopo ulteriori studi e l’approvazione scritta di Washington e Riad. L’uranio arricchito a quel livello resta al di sotto del grado necessario per le armi nucleari, ma riduce in modo sostanziale il lavoro aggiuntivo richiesto per raggiungere le concentrazioni utili a tali scopi.

 

L’accordo non impone inoltre all’Arabia Saudita di adottare il Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che dà agli ispettori un accesso più ampio e strumenti ulteriori per individuare attività nucleari non dichiarate. Washington e Riad hanno invece negoziato un accordo bilaterale separato in materia di salvaguardie.

 

Un gruppo di senatori democratici guidati da Ed Markey e Jeff Merkley ha avvertito venerdì il Segretario di Stato Marco Rubio che l’accordo potrebbe alla fine dare a Riad «i mezzi per arricchire l’uranio e potenzialmente sviluppare armi nucleari». Merkley ha dichiarato al WaPo che l’insistenza dell’Arabia Saudita nel mantenere l’opzione dell’arricchimento interno solleva dubbi sul fatto che le sue ambizioni siano esclusivamente civili.

 

Il Dipartimento di Stato ha respinto le insinuazioni secondo cui l’amministrazione starebbe agevolando un programma militare, dichiarando al giornale che gli Stati Uniti «non sostengono e non sosterranno un programma saudita di armi nucleari». Il ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman ha insistito sul fatto che il programma di Riad sarà «pacifico» e sviluppato con «i più alti livelli di responsabilità e trasparenza».

 

La valutazione dell’intelligence ha acuito le preoccupazioni di lunga data sulla dichiarazione del 2018 del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, secondo cui Riad cercherà di dotarsi di un’arma nucleare se l’Iran ne acquisisse una. «Senza dubbio, se l’Iran sviluppasse una bomba nucleare, noi faremmo lo stesso il prima possibile», disse allora.

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Come riportato da Renovatio 21, la volontà di disporre di armi nucleari per rispondere al vicino iraniano era stata ribadita tre anni fa dal principe ereditario de facto sovrano dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman.

 

I legislatori hanno inoltre contrapposto l’accordo saudita al ben più rigoroso accordo sul nucleare iraniano del 2015, che limitava l’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran al 3,67% per 15 anni. Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo durante il suo primo mandato, sostenendo che non fosse sufficientemente restrittivo.

 

L’accordo con l’Arabia Saudita è stato formalmente presentato al Congresso il 24 agosto ed è ora in fase di revisione per 90 giorni. I parlamentari possono tentare di bloccarlo, anche se per annullare un eventuale veto presidenziale serve una maggioranza di due terzi in entrambe le Camere.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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