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Famiglia

La pandemia come distruzione della legge naturale

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Riceviamo una lettera da un lettore, che ci racconta l’esperienza sua e della sua famiglia con il COVID.

 

«Mia mamma ha cominciato a star male poco oltre la metà dicembre. Ho comperato i test domestici, di diversa marca. Negativi. Al terzo giorno, vedendo che la situazione peggiorava e che l’andamento della malattia non assomigliava all’influenza, l’ho portata a fare il tampone. Positiva».

 

Il lettore, ci fa sapere, non vive con la madre. Sta in un altro comune con moglie e figli piccoli.

Vogliamo andare più a fondo, e dire quello che rappresenta quindi la pandemia: essa è il più potente attacco mai visto alla legge naturale

 

«Pur sapendo come stanno le cose, abbiamo fatto le cose come credevamo andassero fatte per avere meno problemi possibili. Abbiamo chiamato il medico».

 

Non è stata una decisione priva di conseguenze.

 

«Il medico della mutua non ci ha praticamente mai visti, anche se da mesi ha preso il posto di quello che avevamo prima. Mia mamma lo ha visto una volta mesi fa, ovviamente la prima domanda era se fosse vaccinata, perché se non lo era avrebbe dovuto correre a casa a prenotare immediatamente la dose».

 

Questo dottore, ci dice, non concepiva nemmeno l’idea che le scelte mediche potessero essere discutibili. La cosa, tuttavia, si è estesa ben oltre la questione della salute.

 

«Mi resi conto che fino a quel momento non avevo mai capito veramente cosa significasse l’espressione “tirannia sanitaria”. Vuol dire che i medici hanno il potere. Hanno un potere autocratico, dispotico, che, come la tirannide, come ogni sistema non-democratico, non ammette repliche, non ammette partecipazione, o anche solo interlocuzione»

«Mia madre stava molto male. Stava a letto, incapace di alzarsi, incapace di parlare, perfino di aprire gli occhi. Sembrava gonfia, disperata. Il medico si fece dire al telefono – perché mai gli è saltato in mente di venire a visitare a domicilio – temperatura e ossigenazione. Non prescrisse nulla, subito. Però ad un certo punto chiese a mia madre chi c’era in stanza con lei. Lei, raccogliendo le forze, rispose con sincerità: c’è mio figlio che mi aiuta».

 

«Bene – disse il medico – da questo momento è in quarantena anche lui. Deve isolarsi. Non dovete vedervi per nessuna ragione. Se lui le prepara da mangiare, deve lasciarle il cibo fuori dalla porta della camera, lo stesso con i farmaci. Dovete vivere in stanze differenti. Non dovete avere contatti. Non dovete vedervi».

 

Il dottore si era fatto dare il nome e il cognome del lettore, presumibilmente segnandolo poi poi su un database.

 

«La prima sensazione, messa giù la telefonata, è stata di rabbia: ma come è possibile? Non mi ha nemmeno parlato. Cosa ne sapeva lui se, pur in casa con lei, ero stato in contatto con mia madre? Come poteva prendere una simile decisione senza sapere chi ero, cosa facevo? Come poteva cancellare con un click giorni e giorni di lavoro che avevo davanti? Come poteva mettermi, di fatto, agli arresti domiciliari? Come poteva privarmi della libertà? Con quali poteri? Con quale diritto? E i miei diritti?»

 

«Poi arrivò l’amarezza. Dieci giorni di quarantena significavano la cancellazione delle feste. Non avrei fatto il Natale come i miei figli. Non sarei stato con loro nemmeno a Santo Stefano, forse nemmeno a capodanno. Nel cuore cominciai a sentire un peso tremendo. Avrei passato il periodo più santo e più intimo dell’anno lontano dalla mia famiglia, per la decisione di un medico».

 

«Quando sono tornato a casa, ho trovato la cosa tremenda che mi aspettavo: i miei figli erano cresciuti. Nel mese in cui sono stato consegnato agli arresti domiciliari pandemici erano ovviamente diventati più grandi, con il ritmo con cui lo fanno i bambini piccoli: vertiginoso. Ho provato ancora rabbia, e vergogna. Come è possibile che ci si possa infliggere una cosa così?»

«Poi ancora, subentrò la razionalità: pensai, questo medico, che non mi ha mai visto, che non mi ha mai parlato, mi ha chiuso in casa con una persona positiva. Dal suo punto di vista, potrebbe avermi condannato a prendere il virus. Anche se ha deciso perfino in quale stanza della casa devo stare, la sua decisione, presa con automatica leggerezza, potrebbe aver sortito l’effetto opposto di quello desiderato: il contagio. Forse mi sbaglio, ma non perché egli desiderasse che mi contagiassi: sbaglio perché immagino che gli importi qualcosa di me, che possa dare la precedenza al suo paziente invece che alle “linee guida” emanate dal ministero».

 

Di fatto, ci racconta il lettore, il virus ha colpito anche lui. I giorni senza famiglia sono diventati praticamente 20. È «uscito» con tampone negativo dopo la Befana: un’altra festa fatta senza i figli.

 

«Quando sono tornato a casa, ho trovato la cosa tremenda che mi aspettavo: i miei figli erano cresciuti. Nel mese in cui sono stato consegnato agli arresti domiciliari pandemici erano ovviamente diventati più grandi, con il ritmo con cui lo fanno i bambini piccoli: vertiginoso. Ho provato ancora rabbia, e vergogna. Come è possibile che ci si possa infliggere una cosa così?»

 

La madre, ci racconta, fortunatamente, grazie alle cure giuste, è uscita prima di lui dalla malattia.

 

«Il giorno del suo tampone negativo chiamai  il medico della mutua per dirgli che era guarita. Se voleva, dissi, gliela avrei passato. Lui urlò: no! Dovete stare in stanze separate! Io non capivo, mia madre era guarita, aveva quindi gli anticorpi, certamente dello stesso virus che avevo, in forma sempre più calante, io. Eppure, dava ancora ordini, ancora aveva il potere di dirci come vivere, addirittura in quale stanza stare. È pazzesco».

 

«Mi resi conto che fino a quel momento non avevo mai capito veramente cosa significasse l’espressione “tirannia sanitaria”. Vuol dire che i medici hanno il potere. Hanno un potere autocratico, dispotico, che, come la tirannide, come ogni sistema non-democratico, non ammette repliche, non ammette partecipazione, o anche solo interlocuzione: il medico ci chiamava sempre da un “numero sconosciuto”, così che non avessimo modo di telefonargli. Ci aveva detto che se proprio volevano parlargli, dovevamo chiamare negli orari dell’ambulatorio, che sono qualche mattina e qualche pomeriggio della settimana, no festivi e no prefestivi».

 

«No, l’espressione “dittatura sanitaria” la usano un po’ tutti, un po’ ovunque, ma non so quanti l’abbiano capita: in questo momento un medico può davvero privarti la libertà, senza processo, senza guardarti in faccia, senza che tu abbia nemmeno il diritto di replicare»

«No, l’espressione “dittatura sanitaria” la usano un po’ tutti, un po’ ovunque, ma non so quanti l’abbiano capita: in questo momento un medico può davvero privarti la libertà, senza processo, senza guardarti in faccia, senza che tu abbia nemmeno il diritto di replicare. La tirannia medica è qualcosa di reale, che investe le nostre vite nel concreto. Qualcosa che ha distrutto il mio Natale. Qualcosa che ha fatto crescere i miei figli lontano da me».

 

«Tuttavia, ora che stiamo tutti meglio, mi pongo questa domanda, che mi ha spinto a scrivervi: se non avessi curato io mia madre, con il mio corpo e la mia presenza, disobbedendo ovviamente al protocollo tachipirina e vigile attesa, chi lo avrebbe fatto? Quando non riusciva ad alzarsi, chi l’avrebbe portata in bagno? Quando non riusciva nemmeno a respirare, chi avrebbe  fatto da mangiare? Quando non riusciva nemmeno a parlare, chi l’avrebbe imboccata? Quando non riusciva nemmeno a rimanere sveglia, le avrebbe fatto le punture di eparina? Quando non sapeva nemmeno tenere in mano la cornetta del telefono, chi avrebbe organizzato le cure? Chi le avrebbe misurato la febbre? Chi le avrebbe infilato sul dito il saturimetro?  Chi le sarebbe stato vicino in quello che potenzialmente era il momento più fatale della sua vita?»

 

«La risposta è: suo figlio. Il parente più stretto che le è rimasto, carne della sua carne. Io non ho nemmeno dovuto pensarci, ed è stato tremendo capire che per molte persone non è così: mia mamma ha il coronavirus, io sto con lei a curarla fino alla fine, ma scherziamo, quali alternative ho? Per questo penso ogni giorno agli ordini del medico ministeriale: come poteva ordinarmi di stare lontano da mia madre? Come poteva impedirmi di curarla? Come poteva impedire l’amore filiale?».

Nel diritto positivo pandemico, e nei suoi servi sentimentali, noterete come non ci via più uno straccio di umanità. La trattoria appende un cartello che sa di nazismo. I chirurghi lasciano i malati senza cure. Il reparto cure palliative non consente a chi muore di farlo stringendo la mano alla prole

 

La lunga lettera di questo lettore apre una questione immensa.

 

Di fatto, le domande che si pone se le stanno facendo a tutte le latitudini.

 

L’altro giorno la giornalista della testata americana The Hill, la bella Kim Iversen, ha confessato in diretta che era in quarantena a curare un parente. Si è sentita come tantissimi: abbandonata. Nemmeno in USA ci sono linee guida su farmaci e terapie, e anche laggiù la raccomandazione – anche per chi ha già avuto il COVID – è di stare lontani dai contagiati, quindi i famigliari devono stare in stanze diverse. La Iversen schiuma di rabbia, e comincia a parlare di «crimine contro l’umanità» di Fauci e compagni.

 

Il termine «crimine contro l’umanità» è piuttosto adatto: perché quello che vediamo trasformata qui è l’umanità stessa delle persone, l’essenza dell’essere umani. È disumano che un figlio non possa, a costo della sua salute, curare la madre. È disumana la separazione introdotta tra persone – madri e figli, padri e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle – che esistono per servirsi a vicenda, per sacrificarsi l’uno per l’altro.

 

L’umanità – la maternità, la paternità, l’essere figli – è deformata, è divenuta irriconoscibile – per legge.

E invece, come scritto in un articolo di qualche giorno fa, abbiamo madri che, per paura del contagio, richiudono i figli nel capanno degli attrezzi o nel bagagliaio dell’auto: stanno seguendo anche loro, come i medici, le «linee guida». E non è uno scherzo: la signora texana che aveva chiuso il figlio positivo nel vano posteriore è stata infatti prosciolta dal giudice.

 

L’umanità – la maternità, la paternità, l’essere figli – è deformata, è divenuta irriconoscibile – per legge.

 

Vogliamo andare più a fondo, e dire quello che rappresenta quindi la pandemia: essa è il più potente attacco mai visto alla legge naturale.

 

L’idea per cui nella natura, e nel cuore degli uomini, siano scritte le leggi morali dell’universo è stata devastata dal potere pandemico. Ciò che è giusto non è più ciò che sembra sensato, ciò che ci è stato tramandato come giusto, naturalmente giusto: ciò che giusto è ciò che decide il CTS

L’idea per cui nella natura, e nel cuore degli uomini, siano scritte le leggi morali dell’universo è stata devastata dal potere pandemico. Ciò che è giusto non è più ciò che sembra sensato, ciò che ci è stato tramandato come giusto, naturalmente giusto: ciò che giusto è ciò che decide il CTS.

 

Il diritto naturale viene spazzato via dal diritto positivo pandemico, che è una sorta di «diritto sentimentale»: facciamo così perché è giusto fare così, perché la pandemia è così, ci sentiamo di fare così, e non ci importa delle leggi.

 

Così, senza badare a Costituzioni e leggi – nemmeno quelle illiberali ed anticostituzionali sfornate ogni settimana dal governo pandemico – ognuno agisce secondo il «sentimento pandemico»: il ristorante piazza fuori il cartello «Ingresso riservato ai soli vaccinati», l’ospedale rifiuta di operare i non vaccinati, l’hospice pretende che chi vuole andare a dire addio al genitore morente debba essere tassativamente vaccinato con tre dosi.

 

Nel diritto positivo pandemico, e nei suoi servi sentimentali, noterete come non ci via più uno straccio di umanità. La trattoria appende un cartello che sa di nazismo. I chirurghi lasciano i malati senza cure. Il reparto cure palliative non consente a chi muore di farlo stringendo la mano alla prole.

 

È crudele, è spietato, è incredibile. È immotivato, viene da dire. È impensabile. Come si può essere arrivati a tanta violenza? Antigone è morta e sepolta. Creonte, con la FFP2, regna incontrastato – su pile di cadaveri e masse di emarginati sempre più disperati.

 

Distruggere la famiglia è sempre stato il desiderio delle forze oscure. Perché senza famiglia  c’è perdizione, e disperazione – quante persone sole lo sanno. Senza famiglia, soprattutto, non c’è riproduzione umana – non c’è continuazione sulla terra dell’Imago Dei.

La legge naturale è infranta. E quindi, non stupiamoci se viene meno la famiglia, uno dei veri obbiettivi di questa guerra.

 

La famiglia è così connessa alla legge naturale che la principale religione mondiale – e con essa tantissime altre religioni minori – basa la divinità su di essa. Da una famiglia procede il sacro. Millenni di tentativi, ma nessuno, nonostante tutto, era riuscito a scalfire la forma primaria di associazione umana.

 

Il potere pandemico, invece, ci è riuscito. L’integrità famigliare è stata disintegrata: dalle leggi australiane per togliere i bambini ai genitori che non seguono le linee guida sanitarie del governo ai recenti  sondaggi USA dove «il 29% degli elettori democratici sosterrebbe la rimozione temporanea della custodia dei figli da parte dei genitori se i genitori si rifiutano di fare il vaccino contro il COVID-19», è chiarissimo che tra il COVID e la famiglia, per lo Stato, e per lo strato di volonterosi carnefici che lo sostengono, il COVID vincerà sempre.

 

Distruggere la famiglia è sempre stato il desiderio delle forze oscure. Perché senza famiglia  c’è perdizione, e disperazione – quante persone sole lo sanno. Senza famiglia, soprattutto, non c’è riproduzione umana – non c’è continuazione sulla terra dell’Imago Dei.

 

Senza famiglia, i (pochi) bambini sono in balia di qualsiasi cosa: senza un padre, senza una madre a proteggerli, possono essere vittima di qualsiasi predatore.

 

La famiglia è stata abolita dal virus e dalle sue leggi. Non è un’iperbole: è la realtà delle storie che ci raccontano ogni giorno, delle storie che stanno avvenendo in tutto il mondo in questo stesso momento

Senza famiglia, ciascuno diventa manipolabile: perché alla famiglia si sostituisce, come volevano fare Sparta e l’Unione Sovietica (entrambe, fallendo) un’altra istituzione, il Partito, l’Esercito, l’azienda, la squadra di calcio, la marca del telefonino, qualsiasi cosa pur di dare all’uomo un senso di appartenenza.

 

Senza famiglia, la civiltà collassa. Alla catastrofe di Roma antica, degradata da decadenza libertina e invasa dai barbari, sopravvisse solo quella società di uomini che onoravano il senso della famiglia: i cristiani.

 

Quindi, se siete di quelli che pensavano che il matrimonio gay fosse il definitivo attacco al concetto di famiglia, se pensavate che il gender e l’aborto fossero bombe atomiche in grado di provocare una mutazione antropologica disperante, ripetendo il mantra «ma-dove-andremo-a-finire» strappandovi i capelli cattolici rimastivi, beh, non avevate visto niente, avevate capito ancora meno.

 

La famiglia è stata abolita dal virus e dalle sue leggi. Non è un’iperbole: è la realtà delle storie che ci raccontano ogni giorno, delle storie che stanno avvenendo in tutto il mondo in questo stesso momento.

 

Madri separate dai figli. Quante sono morte perché i figli hanno obbedito al tiranno, e le hanno chiuse in stanza, o lasciate in un’altra casa?

 

Quanti anziani hanno visto la loro malattia accelerata fino alla morte, oltre che da questo virus che aderisce così bene alle cellule umane, anche dal crepacuore?

 

La legge naturale è stata distrutta dal COVID: e sappiamo bene cosa stanno mettendo al suo posto – la Cultura della Morte. Cioè la legge della degradazione permanente dell’essere umano, dell’annichilimento della sua dignità

Quante famiglie sono ferite, spazzate via? Il pensiero non può che andare a Bergamo 2020, dove, ci è stato detto, tanti morti sono stati cremati per direttissima. Persone che vengono bruciate, incenerite, senza che i loro famigliari possano dire qualcosa. Senza, soprattutto, che abbiano potuto stringere quelle mani prima che si spegnessero – e venissero date alle fiamme.

 

La legge naturale è, secondo il pensiero giusnaturalista, quella che ci è stata consegnata da Dio stesso. È ovvio che chi odia Dio, odia il creato – e odia la famiglia, che vuole mettere al rogo.

 

La legge naturale è stata distrutta dal COVID: e sappiamo bene cosa stanno mettendo al suo posto – la Cultura della Morte. Cioè la legge della degradazione permanente dell’essere umano, dell’annichilimento della sua dignità.

 

La legge per cui l’uomo va umiliato e ucciso, preferibilmente in grandi numeri, la legge per cui l’uomo va privato della sua umanità.

 

Questa è la battaglia primaria da fare: quella contro la Necrocultura. Perché, se perderemo, dovremo dire addio non solo alla libertà. Dovremo dire addio ai nostri figli. Dovremo dire addio ai nostri genitori. Dovremo dire addio all’amore e al sacrificio, al collante fondamentale delle comunità umane.

Questa è la battaglia primaria da fare: quella contro la Necrocultura.

 

Perché, se perderemo, dovremo dire addio non solo alla libertà. Dovremo dire addio ai nostri figli. Dovremo dire addio ai nostri genitori. Dovremo dire addio all’amore e al sacrificio, al collante fondamentale delle comunità umane.

 

Dovremo dire addio all’umanità.

 

Perché la pandemia questo è: la distruzione delle cose umane, la disumanizzazione dell’universo.

 

La distruzione della legge naturale.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

Famiglia

La Camera bassa delle Filippine approva la legge sul divorzio

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il provvedimento ha avuto 126 voti a favore e 109 contrari. Per diventare legge dello Stato occorre ancora l’approvazione del Senato. In nome della propria Costituzione che tutela la famiglia le Filippine sono l’unico Paese a non avere questo istituto nella propria legislazione. La Chiesa cattolica contraria alla legge su cui si discute da anni.

 

Il 22 maggio, la Camera dei rappresentanti, la camera bassa del Parlamento filippino, ha approvato in seconda lettura la legge sul divorzio. La proposta n. 9349 ha ricevuto i voti favorevoli di 126 deputati, mentre 109 si sono opposti e 20 si sono astenuti, secondo quanto dichiarato dal Segretario generale della Camera Reginald Velasco.

 

Conosciuta come «Legge sul divorzio assoluto», la proposta mira a riconoscere l’istituto del divorzio nel Paese che attualmente riconosce il matrimonio come indissolubile, riconoscendo solo la nullità decretata dai tribunali canonici nei casi di gravi lacune nel vincolo. Le Filippine attualmente sono l’unico Paese del mondo (insieme al Vaticano) a non prevedere il divorzio nella propria legislazione in nessuna forma.

 

Per diventare legge dello Stato occorre ancora l’approvazione del Senato filippino. Se la legge dovesse essere approvata anche dall’altro ramo del Parlamento, i coniugi potranno presentare la domanda di divorzio se separati da almeno cinque anni. La proposta prevede comunque tra la presentazione della domanda e la sentenza un ultimo tempo di 60 giorni per una possibile conciliazione.

 

Il disegno di legge cita come possibilità motivazioni anche la violenza fisica o la condotta gravemente abusiva diretta contro il firmatario, un figlio comune o il figlio del firmatario; la violenza fisica o la pressione morale per costringere il firmatario a cambiare affiliazione religiosa o politica; la tossicodipendenza o l’alcolismo abituale o il gioco d’azzardo cronico; l’omosessualità.

 

Il tema è oggetto di discussione da anni nel Paese: già nel 2018 la Camera aveva approvato un provvedimento analogo, ma in quel caso il Senato non completò l’iter legislativo.

 

La Costituzione filippina del 1987 contiene una sezione che dichiara: «Il matrimonio come istituzione sociale inviolabile è il fondamento della famiglia e deve essere protetto dallo Stato».

 

E la Chiesa cattolica filippina ha più volte espresso la sua contrarietà. Il vescovo del vicariato apostolico di Taytay, Palawan, mons. Broderick Pabillo, presidente della Commissione episcopale per i laici già nel 2021 espresse preoccupazione davanti a questo disegno di legge «perché i legislatori dovrebbero sostenere le famiglie». Già in precedenza l’arcivescovo di Lingayen-Dagupan, mons. Socrates Villegas, nel 2015 quando era presidente della Conferenza episcopale dichiarò che «un matrimonio fallito non è motivo di divorzio».

 

Nel dibattito alla Camera dei rappresentanti la deputata Arlene Brosas del «Partito delle donne Gabriela» ha sostenuto che «il divorzio è una scelta basata sui diritti: il diritto di unirsi in matrimonio deve includere anche il diritto di uscirne».

 

Il deputato Edcel Lagman, tra i promotori del disegno di legge, ha sostenuto che la legge proibirebbe comunque i «divorzi lampo». Ha detto di rispettare le opinioni contrarie «basate sul loro credo religioso, sul timore dei vescovi e sulla necessità di evitare il dispiacere dei rispettivi coniugi», ma a ha comunque annunciato che verrà immediatamente lanciata una campagna per l’approvazione anche al Senato.

 

Al contrario, il deputato Rufus Rodriguez si è espresso con «un forte e sonoro no alla legge sul divorzio», sostenendo che il provvedimento violerebbe la Costituzione filippina.

 

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Bioetica

Bioeticiste contro la genitorialità genetica: «usare liberamente gli embrioni congelati»

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.   Alcuni bioeticisti mettono in dubbio l’importanza di una relazione genetica tra genitori e figli. Ciò che conta, sostengono, è un ambiente familiare favorevole, non i geni.    Nel Journal of Medical Ethics, una bioeticista svedese, Daniela Cutas, e una collega norvegese, Anna Smajdor, affermano che la riproduzione assistita apre le porte a nuove relazioni tra generazioni. Ma, purtroppo, l’aspettativa è che le persone imitino una famiglia nucleare convenzionale e una struttura genitore-figlio. C’è pochissima varietà o creatività.   Ad esempio, dopo la donazione di sperma postumo, una madre o una nonna portano in grembo il bambino in modo da mantenere una relazione genetica. Ma perché la genitorialità genetica e quella sociale dovrebbero coincidere?   Cutas e Smajdor sono realiste. Nel mondo di oggi, è improbabile che le persone abbandonino il loro attaccamento alle relazioni genetiche. Nel frattempo, ciò che propongono è una maggiore creatività nell’uso degli embrioni fecondati in eccedenza.    «Considerando la crescente prevalenza di infertilità in combinazione con una scarsità di gameti donati, qualcuno potrebbe, ad esempio, scegliere di utilizzare gli embrioni di propri zii. Oppure potrebbero desiderare di avere gli embrioni rimanenti dei loro fratelli. Se la preferenza delle persone ad avere una prole geneticamente imparentata è importante nei servizi di fertilità, allora ha importanza quale sia l’esatta relazione genetica?»   Esaminano più in dettaglio il caso di una donna i cui genitori hanno creato embrioni IVF. Se sono ancora disponibili, perché non dovrebbe dare alla luce i suoi fratelli? In un certo senso, questo potrebbe essere migliore di una relazione eterosessuale convenzionale:   «Innanzitutto perché gli embrioni sono già creati: non è necessario sottoporsi alla stimolazione ovarica per raccogliere e fecondare gli ovociti. In secondo luogo, le relazioni genitore-figlio sono piene di tensioni, alcune delle quali derivano da una lunga tradizione di non riconoscimento completo dello status morale dei bambini e di vederli come parte dei loro genitori in modo quasi proprietario».   Sembra un peccato sprecare tutti quegli embrioni congelati. Concludono con questo pensiero:   «In un mondo in cui i tassi di infertilità sono in aumento e i costi sociali, medici e sanitari dei trattamenti per la fertilità sono elevati, suggeriamo che ci siano motivi per ampliare le nostre prospettive su chi dovrebbe avere accesso ai materiali riproduttivi conservati».   Michael Cook   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.    
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Famiglia

L’Irlanda vota per mantenere il linguaggio «sessista» nella sua Costituzione

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Gli elettori irlandesi hanno respinto a stragrande maggioranza la proposta di rivedere la definizione di famiglia nella Costituzione del Paese e di rimuovere la menzione dei «doveri domestici» delle donne. Sia il governo che i partiti di opposizione hanno sostenuto che il testo attuale contiene un linguaggio antiquato e sessista sulle donne e sul loro ruolo nella società.

 

Venerdì si è svolto il referendum in materia, in significativa concomitanza con la Giornata internazionale della donna.

 

Agli elettori è stata offerta la possibilità di espandere la tutela costituzionale delle famiglie per includere quelle fondate su «relazioni durevoli» diverse dal matrimonio. È stato anche proposto loro di eliminare la clausola sul dovere dello Stato di «garantire che le madri non siano costrette, per necessità economica, a impegnarsi nel lavoro trascurando i loro doveri domestici».

 

Secondo i risultati ufficiali diffusi sabato sera, il 67,7% ha votato contro la ridefinizione della famiglia, mentre quasi il 74% ha respinto la rimozione della clausola dei «doveri domestici».

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«Penso che sia chiaro in questa fase che i referendum sull’emendamento sulla famiglia e sull’emendamento sull’assistenza sono stati sconfitti», ha detto sabato il primo ministro di origine indiana Leo Varadkar, il primo premier irlandese gay dichiarato, in una conferenza stampa a Dublino, ammettendo che le autorità non sono riuscite a convincere la maggioranza dell’opinione pubblica.

 

In precedenza aveva sostenuto che il voto per il «no» sarebbe stato «un passo indietro» per i diritti delle donne e aveva criticato «il linguaggio molto antiquato e molto sessista» della costituzione. Anche il vice primo ministro Micheal Martin ha espresso la sua frustrazione per i risultati, ma ha sottolineato che il governo li «rispetta pienamente».

 

Secondo i media irlandesi, la formulazione vaga degli emendamenti, i problemi di comunicazione e la campagna poco brillante sono stati tra i motivi per cui la gente ha votato «no».

 

Adottata nel 1937, la costituzione irlandese è stata fortemente influenzata dalla Chiesa cattolica e, secondo i critici, riflette posizioni conservatrici sulle questioni sociali.

 

Nell’ultimo decennio, tuttavia, il Paese ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso e ha abrogato il divieto quasi totale di aborto, dopo una campagna finanziata ampiamente da potentati economici internazionali interessati per qualche ragione a introdurre il figlicidio anche nella terra di San Patrizio.

 

Come riportato da Renovatio 21, ora il 95% delle donne irlandesi uccide il proprio figlio nel grembo materno se i test indicano che il bambino potrebbe avere la sindrome di Down.

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