Bioetica
Il sostituto di Paglia alla Pontificia Accademia per la Vita è tanto meglio?
L’arcivescovo Vincenzo Paglia è stato sostituito dalla presidenza della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), dopo averne ricoperto la guida per quasi nove anni; il suo ex braccio destro è stato nominato quindi presidente dal Vaticano.
L’ex cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Renzo Pegoraro, sostituirà monsignor Paglia, il cui operato su diverse questioni attinenti alla vita e alla famiglia aveva suscitato polemiche, scrive LifeSite.
La scorsa settimana, papa Leone XIV ha annunciato che Paglia sarebbe stato sostituito come Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, con il cardinale Baldassarre Reina nominato al suo posto.
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Parlando lunedì al quotidiano italiano La Stampa, l’arcivescovo 80enne ha confermato le sue ulteriori dimissioni dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV), dopo aver guidato entrambe le istituzioni dall’agosto 2016.
«È la prassi ordinaria nella curia romana: compiuti gli 80 anni tutti gli incarichi scadono» ha dichiarato il Paglia. «Io li ho compiuti nel giorno in cui è morto papa Francesco e la situazione ha fatto ritardare la notifica. Ovviamente termina anche il mandato come presidente della Pontificia accademia per la vita. In realtà, già alla scadenza dei 75 anni, come tutti avevo presentato le mie dimissioni a papa Francesco il quale mi disse di continuare fino agli 80 anni. Tutto qui».
Nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede che annunciava la sua sostituzione presso l’Istituto Giovanni Paolo II non era stato fatto alcun accenno all’uscita di Paglia dal PAV.
Nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede del 27 maggio, l’ex cancelliere della PAV è stato annunciato come nuovo presidente. Monsignor Renzo Pegoraro subentrerà ora a Paglia, dopo essere stato nominato alla PAV nel 2011 e quindi suo braccio destro fin dall’inizio della sua guida nel 2016.
Commentando la sua nomina, Pegoraro ha elogiato il lavoro del suo predecessore:
«Ringrazio Papa Leone XIV per la nomina a presidente della Pontificia Accademia per la Vita – afferma monsignor Pegoraro secondo quanto riferisce un comunicato della Pav – Il lavoro svolto in questi anni a fianco di monsignor Vincenzo Paglia e prima ancora a fianco di monsignor Ignacio Carrasco de Paula, è stato affascinante e stimolante, in linea con le indicazioni operative e tematiche del compianto Papa Francesco».
Il Pegoraro ha espresso l’intenzione di «lavorare in continuità con i temi e la metodologia di questi anni, valorizzando le competenze specifiche del nostro ampio e qualificato gruppo internazionale e interreligioso di accademici».
Il nuovo vertice PAV ha sottolineato l’attenzione «tematiche della bioetica globale, il dialogo con le discipline scientifiche secondo l’approccio transdisciplinare indicato da papa Francesco, l’intelligenza artificiale e le biotecnologie, la promozione del rispetto e della dignità della vita umana in tutte le sue fasi».
Nel 2022, ha commentato il sostegno di altri membri del PAV al suicidio assistito e la probabilità, all’epoca, che una legge sul suicidio assistito o una legge sull’eutanasia venissero legalizzate in Francia. Ha ammesso che sembrava scontato che una delle due sarebbe stata legalizzata e che, tra le due, il suicidio assistito offriva maggiori garanzie rispetto alla legge sull’eutanasia.
Tuttavia il monsignore sottolineò con fermezza che entrambe le opzioni erano in contrasto con l’insegnamento cattolico.
Ma una controversa intervista rilasciata alla fine del 2022 suggeriva che Pegoraro fosse aperto alla possibilità dell’uso di contraccettivi. Parlando con il veterano vaticanista Francis Rocca, Pegoraro viene citato dal Wall Street Journal in questo modo:
«La norma contro la contraccezione «segnala valori che devono essere preservati nella vita matrimoniale – in particolare il senso della sessualità e la trasmissione della vita – ma è anche vero che altri valori degni di essere protetti possono essere presenti nella situazione che la famiglia sta vivendo».
«Ad esempio, ha affermato mons. Pegoraro, la contraccezione potrebbe essere ammessa “nel caso di un conflitto tra l’esigenza di evitare una gravidanza per ragioni mediche e la salvaguardia della vita sessuale della coppia”».
Sotto la guida di papa Francesco, la PAV ha subito una radicale riforma che negli ultimi anni ha portato a numerosi scandali dovuti ai commenti di Paglia e di altri membri che sembravano divergere dall’insegnamento della Chiesa.
Nel novembre 2016, Bergoglio ha pubblicato nuovi statuti per la PAV in cui i membri non erano più tenuti a firmare una dichiarazione in cui sostenevano gli insegnamenti pro-life della Chiesa, ampliando al contempo il mandato della PAV per includere un’attenzione all’ambiente.
Di conseguenza, la PAV è stata descritta da alcuni osservatori come permeata da «gnosticismo eretico» e la leadership di Paglia ha trascinato l’accademia in continui scandali e in ulteriore discredito, spingendo taluni a chiedere le sue dimissioni.
Lo stesso Paglia ha dichiarato in un’intervista del 2022 di «credere che arriverà il giorno» in cui papa Francesco o un suo successore pubblicherà un documento su questioni morali in linea con il libro recentemente pubblicato dal PAV, che ha aperto la strada all’autorizzazione della contraccezione.
Interrogato direttamente sulle sue osservazioni durante una conferenza stampa del febbraio 2024, Paglia ha dichiarato al corrispondente di non ricordare di aver ripetuto i commenti.
I commenti di Paglia nell’intervista del 2022 sono stati rilasciati alla luce del libro altamente controverso e molto contestato Etica teologica della Vita, nato da una precedente assemblea del PAV, che propone sia la contraccezione sia l’inseminazione artificiale come moralmente accettabili.
Nel difendere il libro dalle critiche online dei cattolici preoccupati, la PAV ha scritto nel 2022 che la teologia richiede «progresso» come parte di un processo naturale: «attenzione: ciò che oggi è dissenso può cambiare».
La promozione di Pegoraro alle redini del PAV arriva dopo una presidenza tumultuosa sotto Paglia e anche dopo un pontificato non estraneo a controversie e confusione.
Nel corso degli anni, lo stesso Paglia è diventato sempre più controverso a causa dei suoi commenti su una serie di questioni legate alla vita e alla famiglia. Al momento della sua nomina a capo di entrambe le istituzioni nel 2016, Paglia era già noto come sostenitore del diritto dei divorziati e dei «risposati» a ricevere la Santa Comunione.
Da allora ha suscitato ancora più polemiche a causa delle sue dichiarazioni in cui difendeva il suicidio assistito e pubblicando con la PAV un libro a favore della contraccezione. Anche altri membri della PAV hanno reiterato l’idea di un «ripensamento» dell’insegnamento cattolico su omosessualità e contraccezione.
Come riportato da Renovatio 21, Paglia è altresì noto per aver dichiarato alla televisione italiana che la infame legge 194 sull’aborto rappresenta «un pilastro della nostra vita sociale».
Paglia è altresì noto per essere stato un estremo sostenitore dei vaccini, dapprima invitando nel 2017 i genitori cattolici ad accettare l’obbligo vaccinale – e i sieri con cellule di aborto – varato dal governo, poi divenendo a tal punto ultras dei vaccini genici sperimentali COVID da chiedere a gran voce la quinta dose a pandemia praticamente terminata. Oltre alle cariche vaticane, il vescovo, in una sognante e piuttosto inedita continuità tra Stato italiano e Santa sede, aveva ottenuto dal ministero della Salute il ruolo di presidente della Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria alla popolazione anziana, una commissione istituita da Speranza per decreto dove è stato messo al vertice il prelato dal primo momento.
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In seguito il Paglia è salito agli onori delle cronache teologiche e biotecnologiche perché un documento della Pontificia Accademia per la Vita,, ha cominciato a vagliare i temi della contraccezione e della riproduzione artificiale. Il Paglia avrebbe inoltre detto in TV di ritenere la legge abortista genocida 194/78 un «pilastro della vita sociale». La scorsa estate era emerso il caso di un libro pubblicato dalla PAV, Piccolo lessico del fine vita, ottantotto pagine dove si dichiara la liceità dell’interruzione di pratiche come la ventilazione meccanica, la tracheostomia e la rianimazione. Dulcis in fundo (dulcis mors in fundo), il volumetto contiene anche un modello di DAT, le famose Disposizioni anticipate di trattamento comunemente definite «testamento biologico» o «biotestamento», disciplinate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017 entrata in vigore il 31 gennaio 2018.
Renovatio 21 ha riportato in questi anni queste pagine come in realtà la PAV stia sdoganando la riproduzione artificiale; la foto di Bergoglio circondato dai figli di Elon Musk – tutti usciti dalla provetta – è la dimostrazione che la decisione riguarda il papato profondo.
Sebbene Paglia sia stato rimosso dal suo incarico, come presidente dell’Istituto Giovanni Paolo II – che dipende dal Gran Cancelliere – rimane in carica. Dal 2021, tale carica è ricoperta da monsignor Philippe Bordeyne, le cui opinioni sulla morale cattolica tradizionale e sulla difesa dell’omosessualità hanno suscitato non pochi timori.ù
Monsignor Pegoraro, che operava nella diocesi di Padova, è da ricordare per una lettera che rassicurava i genitori riguardo l’allarme del gender a scuola.
Renovatio 21, che ha testimoniato direttamente la vicenda oramai risalente a 8 anni fa, ne parlerà in articoli successivi.
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Bioetica
Il Parlamento polacco approva leggi abortiste
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Bioetica
Bioetica e persona umana
Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato capofila del pensiero bioetico in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
Dopo aver chiesto che cosa sia la vita, la bioetica deve rispondere a una domanda ancora più radicale: chi è colui che vive, e che cosa significa che egli ha un corpo, o piuttosto che è un corpo. Da come si definiscono la persona e la sua corporeità dipende, infatti, la risposta a quasi ogni questione clinica: chi sia tutelabile, fino a quando, e a quale titolo.
La persona è sostanza
Per il personalismo ontologico la comprensione della persona passa per la ricerca metafisica, che si rivolge all’intero e non si accontenta di descrivere ciò che l’uomo fa. La persona va colta nella sua dimensione sostanziale e non soltanto funzionale, senza per questo trascurare i signa personae, cioè gli indizi che ne segnalano la presenza.
La tradizione classica ha fissato il concetto in una serie di formule. Aristotele (384-322 a.C.) definì l’uomo animal rationale, indicando il genere prossimo e la differenza specifica, ma in un modo che forse non rende piena ragione dell’originalità dell’essere umano, irriducibile a semplice elemento del cosmo. Dopo l’avvento del cristianesimo la prima determinazione decisiva è quella di Boezio (480-525 circa): la persona è rationalis naturae individua substantia, sostanza individuale di natura razionale.
Il richiamo alla sostanza mette in luce che la persona è un soggetto esistente, un sostrato, e non una semplice attività. Sulla stessa linea si collocano Riccardo di San Vittore (morto nel 1173) e Tommaso d’Aquino (1225-1274), nelle cui formule si riflette la tensione tra il riferimento universale alla specie, per cui tutti apparteniamo all’umanità, e il carattere individuale, per cui ciascuno vi appartiene a suo modo.
Notiamo che individuo non significa «indivisibile» in senso atomistico: significa indiviso in sé e diviso da ogni altro, dotato cioè di unità. L’individualità non implica che l’uomo sia un atomon, ma che esista come un tutt’uno distinto dagli altri.
Né funzione, né sola relazione
Il pensiero contemporaneo si chiede se la persona possa essere considerata soltanto relazionale, e se dunque un essere umano non più capace di relazionarsi possa ancora dirsi persona. La risposta personalista non nega la relazionalità, anzi: come osserva Vittorio Possenti (1938-), la razionalità implica la relazionalità, perché la vita dello spirito è per sé apertura. Ma la relazione presuppone un soggetto che si relazioni, e non può prenderne il posto.
Per questo la filosofia della persona è legata in radice a quella della sostanza, verso cui una parte del pensiero moderno nutre un profondo sospetto, desiderando sostituirla con quella di funzione. Nelle Categorie Aristotele definisce la sostanza prima come ciò che non è in un soggetto né si predica di un soggetto: essa esiste in sé, basta a se stessa, non dipende da altri soggetti. L’atto d’essere è l’atto primo e radicale da cui prendono vita tutti gli altri atti, quelli secondi, della persona. Tommaso la considera la più perfetta di tutte le realtà, perché sussiste in una natura razionale.
La persona è dunque un in se existens e un per se existens: non esiste in altro come suo modo, né in vista d’altro, ma in vista di se stessa. Per questo si pone come fine e non come mezzo. La tradizione metafisica riserva alla sola persona divina l’aseità, l’essere da sé; l’uomo, che è ab alio, porta il sigillo della contingenza.
Ne discende anche che la persona eccede i propri atti. Le teorie empiriste, da Locke (1632-1704) a Hume (1711-1776) fino a Derek Parfit (1942-2017), vedono nella persona un insieme di stati successivi privi di un sostrato comune; l’approccio sostanziale salvaguarda invece l’eccedenza della persona rispetto a ciò che compie. Diventare persona non è un processo, ma un evento istantaneo, un possesso del proprio statuto ontologico stabilito una volta per tutte; la personalità, invece, è qualcosa che si acquisisce gradualmente attraverso gli atti personali.
Unitotalità di corpo e spirito
La persona è un soggetto sostanziale di natura spirituale, dotato di intelligenza, libertà e amore, e vive nell’apertura alla totalità dell’essere: a se stessa, agli altri, a Dio, al tutto. È un centro di unificazione dinamica che procede dall’interno, un’unità che dura nel tempo al di là dei flussi psicologici, della molteplicità delle sensazioni e dello sparpagliamento dell’io. Può perciò ritornare su se stessa attraverso l’autoriflessione, ed è questa interiorità, esclusiva della persona, a rendere il singolo irriducibile al genere o alla totalità: lo notava già Soren Kierkegaard (1813-1855).
La persona è anche un tutto, non una parte inserita in una totalità più ampia che diventerebbe fondante nei suoi riguardi. L’uomo come individuo è uno tra molti; come persona è singolare e irripetibile.
Questa unità non consente di trattare la corporeità come un’aggiunta inessenziale, come fa l’approccio idealistico. L’individuo umano è corporeo, e il corpo appartiene alla sua definizione.
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L’anima, forma del corpo
La dottrina tomista dell’unicità della forma sostanziale ha offerto un contributo decisivo alla soluzione del problema dell’unità del soggetto, che sembrava compromessa nelle antropologie di matrice platonica. Dire che l’anima è la forma sostanziale significa attribuirle la capacità di far sì che l’individuo appartenga a una precisa specie di vivente, quella contrassegnata da un corpo organico atto a esplicitare la vita razionale.
Restava da risolvere il problema di giustificare l’immortalità dell’anima. Tommaso vi giunge affermando che l’anima, oltre a essere forma sostanziale, è forma sussistente: possiede un essere autonomo, come risulta dalle sue operazioni indipendenti dal corpo, cioè la conoscenza dell’universale e l’autocoscienza. Vale qui il principio operari sequitur esse: l’operare dipende dall’essere, e a un diverso livello di immaterialità dell’operazione deve corrispondere un diverso livello di immaterialità dell’essere.
Intendere e volere sono facoltà con cui l’anima non si lega formalmente al corpo; alla dissoluzione del corpo non segue necessariamente la dissoluzione dell’anima.
Persona ed essere umano
Se la persona è sostanza, resta da chiedersi chi sia persona. Secondo il filosofo utilitarista Peter Singer (1946-) non tutti i membri della specie Homo sapiens sono persone, e non tutte le persone sono membri della specie Homo sapiens. Ma se la nozione di persona non indica la specie umana, osserva la critica personalista, non ne indica nessun’altra: nessun’altra specie è in grado di riconoscere il diritto alla vita proprio della persona.
Si definisce la persona come ente autocosciente, razionale, autonomo, e si trascura che l’essere umano non è soltanto questo: uno dei suoi caratteri è di essere corporeo, di essere divenente. La questione bioetica nasce proprio perché esistono persone umane che non possono vivere come persone senza l’aiuto di altre: gli esseri umani allo stadio embrionale, fetale o infantile, i malati cronici o mentali, i malati terminali, le persone in stato vegetativo persistente.
Come ricorda Adriano Pessina (1953-2020), la reciprocità non è costitutiva soltanto della moralità ma della stessa possibilità dell’esistenza personale, ed è il luogo a cui ricondurre ogni discussione bioetica. Circoscrivere il rispetto e il diritto alla vita alle sole fasi di esercizio della vita morale significa dimenticare che la moralità si esplica a cicli intermittenti.
È qui che il personalismo pone il suo argomento fondamentale: guardare all’origine. Essere umano è colui che nasce da altri esseri umani, ed è questa la condizione per procedere a qualsiasi ulteriore definizione dell’uomo, ricorda ancora Pessina.
Robert Spaemann (1927-2018) ne trae la conseguenza: esiste un unico criterio per la personalità, l’appartenenza biologica al genere umano. Se «qualcuno» esiste, esiste da quando esiste questo organismo umano individuale, e fino a quando questo vive. L’essere umano è strutturalmente una persona: la condizione non dipende dalla sua volontà, ma dalla sua origine.
Il corpo, epifania della persona
Nel contesto attuale si registra una dissociazione tra l’esteriorità del corpo e l’interiorità della persona, una rottura dell’unità dell’uomo che è sintesi di un elemento corporeo e di uno spirituale. Nella definizione dell’io entra necessariamente il corpo, perché è impossibile percepirsi senza di esso; eppure l’io non si identifica con il corpo, ma lo eccede. La persona è corporea, ma trascende il corpo: non nel senso di poterne prescindere, bensì nel senso di avere la capacità di compiere operazioni non esclusivamente corporee.
L’ambivalenza si esprime nelle formule «io ho un corpo» e «io sono un corpo» (Gabriel Marcel, 1889-1973), entrambe valide e nessuna assoluta. Dire «ho un corpo» richiede una precisazione, perché non lo possiedo come un oggetto: non posso prenderne le distanze, né usarlo senza che le conseguenze si ripercuotano sull’intera persona. E «sono un corpo» va completato con il chiarimento che non sono soltanto corpo. Per questo la filosofia dell’uomo preferisce il termine corporeità, che esprime meglio l’unità corporeo-spirituale e indica la soggettività umana nella sua condizione corporea.
La scuola fenomenologica ha permesso di superare in parte il dualismo tra uno spiritualismo disincarnato e un materialismo fisicista, grazie alla distinzione introdotta da Edmund Husserl (1859-1938) tra Körper, il corpo in senso puramente materiale, e Leib, il corpo vivente, proprio degli esseri dotati di caratteristiche psicofisiche.
L’uomo non è un organismo animale cui sia stata aggiunta una coscienza: è «intelligenza corporea», «spirito incarnato», secondo la formula di Ramón Lucas Lucas. Di fronte all’organismo, proprio dell’animale, l’uomo è caratterizzato dalla corporeità.
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Il corpo amico, il corpo nemico
La postmodernità, una volta dissolto il soggetto, ha concentrato la sua attenzione sul corpo in senso assoluto. La cura del proprio corpo diventa il dovere principale, motivo di soddisfazione ma anche forma laica di ascesi, per le rinunce che comporta; e la nuova colpa di cui vergognarsi è quella di un corpo poco curato. Il corpo, da messaggero della propria identità presso gli altri, diventa un nemico da sorvegliare, sempre pronto a tradirci.
Con il declino di una teleologia naturale la cura del fisico non consiste più nel favorire la natura, ma nel modificarla o correggerla: il corpo, come scrive Maria Teresa Russo, non è più un dato, ma un compito da realizzare, da sottoporre a building, costruzione o anche decostruzione.
Anche il rapporto mente-corpo, oggi, non è la semplice riproposizione dell’antico dibattito anima-corpo. Il termine «mente» si rifà all’inglese mind del Trattato sulla natura umana di Hume e indica l’insieme delle funzioni coscienti: il rapporto riguarda dunque funzioni psicologiche e neurofisiologiche, non i soggetti di tali funzioni. È una impostazione riduzionista che esclude la dimensione metafisica, e che tende a ridursi ulteriormente a rapporto mente-cervello, escludendo arbitrariamente aspetti della corporeità, come la funzione delle mani, importanti per l’espressione delle facoltà psichiche e intellettive.
Il corpo ha invece un carattere epifanico, rivelatore: è «l’organo per essere visto», dice Maurice Merleau-Ponty (1908-1961). Svela la persona agli altri e, allo stesso tempo, la vela. Ma è anche limite: normalmente passa sotto silenzio, mentre nel dolore, nella fatica, nella malattia diventa opaco, pesante, estraneo.
La salute è stata definita come la vita nel silenzio degli organi e come inconsapevolezza del proprio corpo (Georges Canguilhem, 1904-1995); nel corpo si vive una dialettica tra attività e passività, praxis e pathos, che Paul Ricoeur (1913-2005) riassume nell’espressione «io subisco questo corpo che governo».
Corpo e anima: una ricognizione storica
Nell’antropologia greca il corpo è uno dei principi ontologici dell’essere umano, ma è il principio della materialità, il luogo dell’irrazionalità che l’anima, sede dell’intelligenza, deve domare. Per Platone (428/427-348/347 a.C.) il corpo (soma) è il sepolcro (sema) dell’anima e il carcere da cui evadere. Anche per Aristotele il corpo è sede delle passioni che disturbano la contemplazione, ma non è più la tomba dell’anima: ne è lo strumento reale, sostrato e materia, potenzialità ricettiva di una forma. L’anima, per lui, è l’entelechia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza, e l’uomo è un «sinolo» di corpo e anima; ma, legata al corpo, ne condivide il destino di corruzione.
Tommaso d’Aquino vuole salvare l’unità dell’essere umano, compromessa dal dualismo platonico, senza escludere, come in Aristotele, l’immortalità dell’anima. L’anima è forma sostanziale e, insieme, sostanza piena e realtà sussistente solo come forma di un corpo; corpo e anima non sono due sostanze esistenti in atto, ma da essi risulta un’unica sostanza in atto, la persona. Questa intuizione impedisce anche la considerazione strumentale del corpo, condizione della storicità e della personalità stessa dell’uomo.
Con Cartesio (1596-1650) il quadro si spezza: il corpo è res extensa, sostanza estesa e priva di coscienza, perfettamente organizzata «come un orologio», e l’anima è res cogitans, la cui unica funzione è il pensiero. Con Leibniz (1646-1716), al corpo vengono riconosciute leggi di sviluppo intrinseche, ma il legame con l’anima diventa problematico e può essere garantito solo da Dio, attraverso una sorta di armonia prestabilita.
Salute e malattia
La questione del corpo ha una conseguenza immediata sul modo di intendere la salute. Nella cultura greca la salute è il giusto equilibrio delle forze dell’organismo, la misura conveniente: lo afferma l’Antica medicina ippocratica, e Platone la lega a un criterio non quantitativo ma qualitativo, di valore. Creare condizioni di salute significa far sì che le parti del corpo dominino o siano dominate in conformità alla natura; la parte non si cura senza il tutto, e il corpo non si cura senza l’anima. Da qui la proposta terapeutica platonica: chi esercita molto l’attività razionale procuri anche al corpo il suo movimento, e chi plasma il corpo si dedichi alla musica e alla filosofia.
La modernità ha elaborato diversi paradigmi. Il paradigma positivista, nato con la clinica, considera la medicina una scienza della natura e la malattia un’alterazione quantitativa rispetto a una norma, da ricondurre a una disfunzione fisiologica. Il paradigma struttural-funzionalista del primo Novecento vi aggiunge il sistema sociale: la malattia minaccia la stabilità di un sistema in cui ciascuno ha un ruolo, e la medicina diventa attività di controllo sociale. Il modello nominalista-radicale ribalta tutto, e fa della malattia una costruzione arbitraria dipendente da criteri sociali o culturali. Il paradigma fenomenologico guarda invece al vissuto, al significato che il soggetto dà alla propria situazione.
Il più recente, bio-psico-sociale, intende la salute come condizione vitale complessa del soggetto in relazione al suo ambiente, e la medicina non più solo come cure ma come care: relazione curativa, alleanza terapeutica tra il malato e chi lo cura.
La postmodernità, infine, ha liquefatto la nozione di salute, oscillante tra lo star-bene e il ben-essere. La «salute» fa riferimento a una norma stabilita in base a parametri misurabili; l’«essere in forma», il fitness, invece, è una nozione liquida, che non è né precisa né misurabile dall’esterno, proiettata nel futuro e mai pienamente realizzabile: una salute per tutti e per nessuno, che alimenta una costante sensazione di inadeguatezza. Anche la «qualità della vita» è un codice inventato dalla sensibilità postmoderna: rischia di mettere in dubbio che un’esistenza segnata da un handicap o da una malattia cronica valga la pena di essere vissuta.
La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946, secondo cui la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la sola assenza di malattia, è da considerarsi utopistica. Si è tentato di correggerla, opponendo alla nozione di salute come stato quella di processo dinamico o equilibrio, e a quella di completo benessere quella di capacità relativa: la Carta di Ottawa (1986) precisa che per raggiungere il benessere l’individuo o il gruppo deve poter identificare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i bisogni, modificare l’ambiente o adattarvisi.
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La definizione personalista di salute
Per il personalismo la salute riguarda l’equilibrio dell’intera persona, e non è una proprietà dell’organismo. Va distinta una salute perfetta, concetto-limite cui ci si può soltanto approssimare, da una salute relativa, che consiste, nella formula di Pedro Laín Entralgo (1908-2001), nella capacità fisica di realizzare con il minimo fastidio e il minimo danno i propri progetti vitali.
Richard Siebeck (1883-1965) ne coglie il punto: la salute non è un fine ultimo, perché si è sani per vivere e per agire, e il senso della salute si trova nel progetto di vita buona che ciascuno si propone di realizzare. Platone affermava che prima viene la virtù, poi seguono la salute e la saggezza, come un dio è seguito dal suo corteo.
In questa luce la salute è un bene penultimo, cioè relativo, e perciò la scoperta che anche nella limitazione della malattia si è capaci di, si conserva cioè la possibilità di volere e di amare, può aiutare a non cadere nella disperazione davanti a una malattia cronica o mortale. È un equilibrio che riguarda tutta la persona, «il ritmo della vita, un processo incessante in cui l’equilibrio si ristabilizza sempre», scrive Hans-Georg Gadamer (1900-2002). Quattro sono dunque le dimensioni della salute, che si intersecano e si compenetrano: quella organica, quella psichica e mentale, quella ecologico-sociale e quella etica.
Quale bioetica per quale persona
Se la persona è sostanza e non semplice funzione, se è unità di corpo e spirito e non somma di meccanismi, e se il suo corpo non è un oggetto da possedere né un nemico da sorvegliare ma la sua stessa epifania, ne discende che la bioetica non può misurare la dignità sul grado di esercizio delle facoltà, né ridurre la salute a prestazione o a benessere percepito.
Il criterio resta quello dell’origine: l’essere umano è persona perché nasce da altri esseri umani, e lo è per tutto il tempo in cui il suo organismo vive.
Su questo fondamento, come mostra la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia, si regge la tutela di chi non può far valere le proprie ragioni: il nascituro, il malato cronico, il morente.
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Bioetica
Attivista antiabortista britannica si dichiara non colpevole di aver pregato in silenzio in una «zona cuscinetto»
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