Economia
I parlamentari olandesi lanciano l’allarme per l’aumento delle importazioni di gas russo
I membri del parlamento olandese si sono rivolti al ministro degli affari esteri per esprimere preoccupazione per la crescente dipendenza dell’UE dal gas russo.
In una lettera presentata all’inizio di questa settimana, i parlamentari hanno affermato che il gas naturale russo trasportato tramite gasdotto è più economico del gas naturale liquefatto, che viene trasportato nell’UE dagli Stati Uniti e da altri paesi, aggiungendo che ciò ostacola i progressi verso investimenti stabili in opzioni e infrastrutture più sostenibili come alternative al gas russo.
Prima dell’escalation del conflitto in Ucraina, le forniture annuali della Russia all’UE ammontavano a circa 155 miliardi di metri cubi (bcm), principalmente tramite gasdotti.
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Gazprom, un tempo il principale fornitore di gas dell’UE, ha ridotto drasticamente le sue esportazioni verso il blocco nel 2022, in seguito al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream. Il gasdotto Nord Stream 1, che scorre sotto il Mar Baltico e trasportava gas naturale dalla Russia all’UE, insieme al nuovo Nord Stream 2, sono stati rotti da esplosioni sottomarine nel settembre 2022, rendendoli inutilizzabili.
Le sanzioni relative all’Ucraina introdotte da Bruxelles contro la Russia non hanno finora preso di mira le forniture di gas tramite gasdotto, ma molti membri, tra cui Polonia, Bulgaria, Finlandia, Paesi Bassi e Danimarca, hanno interrotto volontariamente le loro importazioni. Tuttavia, diverse nazioni dell’UE, tra cui Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Italia, stanno ancora importando gas tramite gasdotto russo.
Mosca ha dirottato la maggior parte delle esportazioni di gas verso est, incrementando notevolmente le vendite alla Cina, che ha aumentato i suoi acquisti di gas dalla Russia tramite il gasdotto Power of Siberia a 22,7 miliardi di metri cubi, rispetto ai 15,4 miliardi di metri cubi del 2022.
Il rimanente transito di gas russo attraverso l’Ucraina e la Turchia ammonta attualmente a circa 15 miliardi di metri cubi all’anno.
L’accordo quinquennale tra Gazprom e un operatore ucraino scade alla fine del 2024. L’UE sta pianificando di eliminare completamente le importazioni di energia dal Paese entro il 2027.
La scorsa settimana, Reuters ha riferito, citando i dati del Gas Exporting Countries Forum, che le esportazioni di gas russo tramite gasdotto verso i Paesi dell’UE sono aumentate del 24% nella prima metà dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2023. Aumenti si erano registrati anche l’anno passato.
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All’inizio di questo mese, l’agenzia ha affermato che le forniture a giugno sono aumentate di quasi il 23% rispetto all’anno precedente.
Come riportato da Renovatio 21, l’UE il mese scorso ha approvato sanzioni sul GNL di Mosca. Mentre l’Europa va in difficoltà, la Cina completa gasdotti che portano la rotta delle materie prime verso Est e la Turchia si sta posizionando per divenire un hub degli idrocarburi dalla Federazione Russa.
La Spagna rimane attualmente uno dei principali importatori di gas russo.
Per costo e facilità di trasporto, per Paesi come l’Italia il gas russo rimane una risorsa insostituibile, checché ne dicano i politici asserviti alla sovrastruttura atlantico-americana.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa Bill Gates disse che l’Europa senza il gas russo rappresentava «un bene».
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Immagine da Envato
Economia
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
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