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I cattolici e la sottomissione islamica

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La settimana scorsa ci hanno segnalato un articolo apparso su uno dei siti più seguiti, quello di Maurizio Blondet.

 

Leggiamo il titolo: «L’unico rimpianto degli abitanti del Paradiso». Poetico, non sappiamo quanto teologicamente allineato, pensiamo. Poi scopriamo che si tratta di una vera e propria omelia di un religioso islamico.

 

Una predica musulmana allo stato puro, in linguaggio maomettano totale, con tanto di «Profeta» con la maiuscola seguito dalle espressioni obbligatorie («pace e benedizioni su di lui») e Dio chiamato costantemente «Allah». Coloro che muoiono, dice il testo «rimpiangeranno le ore trascorse sulla Terra senza ricordare Allah».

 

«Ricordare Allah significa ricordarLo e riflettere sulla Sua creazione. Tutto ciò che ricorda Allah è necessario e inestimabile per il credente. Ricordare gli Amici di Dio, i Profeti e i Compagni, in questo risiede il beneficio più grande». Notiamo l’ulteriore raffica di maiuscole.

 

Il discorso si fa tecnico, settario, para-esoterico: «quando ascoltate gli Amici di Dio, i Compagni e i credenti sinceri, allora vi ricordate. È proprio per questo che onorarli e rispettarli è uno dei principi (adab) della nostra tariqa. A chiunque rispetti l’etichetta della Via, la Via gli rivelerà la sua bellezza».

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L’autore è segnato come tale «Mawlana Shaykh Muhammed Adil ar-Rabbani», da Costantinopoli (Renovatio 21 si è ripromessa di mai scrivere «Istanbul», nome ufficializzato solo negli anni Trenta del Novecento). Si tratta di qualcuno che, nella nostra crassa ignoranza, mai avevamo sentito prima: se abbiamo capito bene, è l’attuale leader di un ordine sufi, lo sceicco Mehmet ‘Adil, nato nel 1957 (cioè, più giovane di una dozzina d’anni di Blondet) a Damasco dal padre sceicco Muhammad Nazim Adil Al-Qubrusi Al-Haqqani (1922-2014), turco-cipriota leader della tariqa (cioè, «ordine») sufi Naqshbandi. Tanta roba.

 

Quindi: uno dei siti più trafficati d’Italia, specie da cattolici, conservatori e destroidi, si becca così una bella predica islamica, con pedigree annesso.

 

E pazienza per chi, come noi, ogni giorno cerca di servire ai lettori un’omelia di qualche religioso cattolico: da monsignor Viganò a monsignor Strickland, dal cardinale Burke al cardinale Sarah, dallo svizzero monsignor Eleganti alll’argentino monsignor Aguer, dal superiore generale della FSSPX don Pagliarani a monsignor Williamson (pace all’anima sua) a monsignor Schneider, ripescando magari talvolta pure qualche discorso dell’arcivescovo Lefebvre – senza contare la quantità di semplici sacerdoti cui abbiamo dato spazio, per temi che vanno dai vaccini fatti con i feti abortiti alla crisi patente della gerarchia vaticana. Qualsiasi cosa, pur di far arrivare parole sensate, necessarie all’esistenza nell’ora presente, da labbra consacrate. Un lavoro vero e proprio, a volte anche un po’ ingrato.

 

E niente, qui sul pulpito è salito un maomettano. Il discorso, ma è solo un’opinione personale, non ci è sembrato particolarmente profondo – sulla teologia di esso, cioè sulla sua compatibilità con il catechismo, non ci esprimiamo. Il lettore medio del sito, cosa deve pensare? Se viene pubblicato sulle pagine curate dal grande giornalista e scrittore, allora deve essere importante… È un segnale, un bip che appare sul radar: forse è il caso di cominciare a sentire anche le prediche islamiche….?

 

Noi non ci stupiamo più di tanto. Discorsi anfiboli sull’islam avevano cominciato a spuntare anche negli ultimi anni della gloriosa esperienza di Blondet su EFFEDIEFFE, per anni il sito più intenso e importante di tutta la galassia cattolica. All’epoca, quando uscivano negli articoli certi lancetti rispetto al credo musulmano, mi dissero che attorno a lui si erano messe persone convertite all’islam, un’informazione che non ho mai verificato, ma che in fondo non so quanto abbia importanza. Di personaggi che, più o meno sulla scorta di Réné Guénon – il primo grande pensatore della destra europea a convertirsi all’islam – zampettano sempre più lontani dall’ortodossia cattolica il nostro piccolo mondo antico è pienissimo – se poi come i pesci pilota si mettono davanti al pesce grande, mica ci sconvolgiamo.

 

Certo all’epoca era bizzarro vedere cenni filomusulmani su un sito che aveva la Croce di Gerusalemme come simbolo. Un sito creato da un uomo, Fabio De Fina (pace all’anima sua), che in uno dei suoi ultimi articoli aveva buttato lì una tesi estremista, ma non senza ragioni: «chi controlla l’islam e la sua storia?» aveva chiesto in un suo scritto uscito ai tempi in cui l’allarme per il terrorismo jihadista era ancora sui giornali. La risposta la poteva immaginare il lettore.

 

 

Non abbiamo remore a definire Maurizio Blondet il più grande scrittore italiano. Nessuno ha il suo stile, nessuno ha la sua capacità di affabulare, avvincere, gettare il lettore verso conclusioni abissali ed emozionanti. Nel mainstream, il suo talento, il suo genio, sono introvabili: non una «grande penna» dei giornaloni, non un autore da Premio Strega può riuscire ad avvicinarsi.

 

Sì, Blondet è decisamente di un livello letterario superiore, un campione della scrittura senza pari. O almeno, lo è stato fino a quando qualcuno impaginava con decoro suoi pezzi. Nel sito attuale, è difficile capire chi dice cosa, chi è l’autore degli articoli (a volte, nella zuppa finiscono copincollati anche articoli di Renovatio 21, ci dicono), districandosi tra un diluvio di pubblicità insopportabili. Tra tweet e screenshot, titoli grandi e piccoli messi a caso, è difficile orientarsi, affogati da cascate di banner inguardabili.

 

Ciò non cancella il passato dello scrittore, che ha meriti straordinari. Il superpotere letterario di Blondet è arrivato con una super-responsabilità, adempiuta per anni stupendamente: grazie a lui masse enormi di persone si sono avvicinate non solo a temi programmaticamente assenti dall’informazione ufficiale, ma alla spiritualità cristiana tradizionale. Non è possibile calcolare quanti abbiano cominciato a seguire la Messa tridentina grazie a ciò che traspirava dai suoi articoli e dai libri pubblicati da EFFEDIEFFE. Ne conosciamo, tuttavia, diversi.

 

Ora, c’è da comprendere che tale responsabilità metafisica è ancora attiva. E quindi ci chiediamo: lasciare la parola all’islam sui propri spazi, che conseguenze può avere?

 

Se lo possono domandare in tanti, anche fra quelli che senza essere cattolici praticanti hanno con l’invasione musulmana problemi pratici: il quartiere invaso da spacciatori e devastatori maghrebini, la moschea più o meno che fa crollare il valore immobiliare della casa comprata con il mutuo e due vite di sforzi, i trapper che oggi parlano di auto e orologi di lusso ma domani bombarderanno le città convertiti al jihadismo nelle no-go zone, i maranza pronti a bruciarti la macchina o a picchiarti i figli (che, ancora peggio, possono arrivare ad ammirare la loro spavalderia giovanile e finire per emularli), le figlie che potrebbero venire molestate dalle orde stupratrici nella tahurrush gamea – come sotto il Duomo di Colonia, come sotto il Duomo di Milano – o ancora peggio potrebbero sposarsi un arabo che poi, come accade spesso, si porta via i figli (realtà di cui già nel 1989 parlava monsignor Lefebvre).

 

Viviamo un mondo che con l’islam – grande strumento dei signori del mondo nel programma calergista di installazione dell’anarco-tirannia in Europa – deve averci a che fare pragmaticamente, e che non ha nemmeno iniziato a pensare a soluzioni, cosa che appunto dovrebbe avvenire grazie allo sforzo degli intellettuali su siti dove si ragiona, senza blocchi politici di sorta, sul presente.

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Mi sono ricordato che questa situazione era già stata descritta con dovizia in un libro di oramai una diecina di anni fa, Sottomissione, del romanziere francese Michel Houellebecq. Lessi la versione francese d’un fiato durante un viaggio aereo, e ne rimasi profondamente scosso. Era appena stato pubblicato: il giorno dell’uscita coincise esattamente con l’attentato a Charlie Hebdo. Mi rendo conto di non averne praticamente scritto mai, e oggi quanto immagina lo scrittore mi sembra più giusto che mai.

 

Storia ucronica, ambientata in un futuro prossimo alternativo al nostro ma con sullo sfondo gli stessi personaggi (Marine Le Pen, François Bayrou Michel Onfray, etc.), nel libro si immagina l’avanzata irresistibile dell’islam in politica, con un partito che riesce a vincere le elezioni grazie all’aiuto della sinistra che di fatto preferisce una teocrazia aliena piuttosto che vedere la destra al potere, e in tutta la società. Il partito islamico è legato ai Fratelli Musulmani, che però ora posano come «moderati», non diversamente da quanto stiamo vedendo ora nella Siria di al-Jolani e dei «jihadisti educati».

 

Il protagonista, un professore di storia della letteratura alla Sorbona, vede il suo ateneo sempre più invaso dai musulmani, con sgherri che si presentano a lezione solo per vedere se viene detto qualcosa che non va o viene fatto qualcosa alle ragazze velate cui è ancora concesso di studiare. Al contempo, viene spiegato come con miliardate di petrodollari le monarchie del Golfo abbiano ingoiato le università e le istituzioni nazionali francesi più prestigiose (il riferimento qui è forse agli accordi come quello del Louvre ad Abu Dhabi o della Sorbona in Qatar).

 

La situazione si fa sempre più insostenibile, al punto che vi è persino un accenno di guerra civile, con morti e feriti, il giorno delle elezioni, mai i media non ne fanno alcun cenno. Poi viene allontanato dall’insegnamento all’università, oramai di fatto totalmente islamizzata. Si chiude in casa, esce solo per andare alla cassetta delle lettere del suo palazzo e ritirare i pacchi che ordina su Amazon. Si rifugia nel consumo, di libri e di sesso, per non pensare al suo vuoto interiore (non ama più insegnare, né ha rapporti con la famiglia di origine) e alla sua impotenza rispetto al processo epocale in corso, cioè a quell’islamizzazione che ha reso instabile, almeno in quella fase transitoria, la società francese.

 

Eppure qualche dubbio lo attanaglia. Houellebecq qui ha una trovata stupenda, che è quella di mettere la parabola del professore a fianco a quella del suo oggetto di studio, lo scrittore decadente francese Joris-Karl Huymans (1948), che, partito con una vita da dandy tra prostitute e frequentazioni artistiche (leggibili nel libro del 1884 À rebours, in italiano Controcorrente), passa per rapporti con le cerchie sataniste parigine (dove troneggiava il satanista ex prete Joseph-Antoine Boullan, i cui misteri e orrori sono descritti nel romanzo del 1891 Là-bas, tradotto in italiano come L’abisso) per poi finire oblato benedettino: una storia di vera conversione, che non può non parlare al cuore del protagonista.

 

Di fatto, Huymans attraversa le fasi di confusione, disincanto e terrore che toccano il nostro professore nell’ora del caos, e se ne esce con questa soluzione pulita, grandiosa, altissima: la conversione. Sono eccezionali le pagine in cui Houellebecq descrive uno degli ultimi viaggi fuori casa del suo personaggio, alla ricerca dei luoghi di Huymans, finendo in un monastero benedettino nella pace della campagna. I frati, che avevano accolto lo scrittore decadente un secolo e mezzo prima, sono ancora lì. Dall’intreccio, apprendiamo che anche i movimenti catto-tradizionisti francesi vi sono ancora, e pur capendo perfettamente la gravità della situazione, non riescono a crescere davvero in una società oramai completamente intossicata.

 

Il protagonista si distacca dall’idea che una conversione al cattolicesimo come quella di Huymans può risolvere qualcosa – tanto più che per essere ri-accettato negli ambienti universitari sarebbe meglio, gli fanno capire, convertirsi all’islam… Qui il romanziere dà pennellate da capolavoro, descrivendo il personaggio del rettore della Sorbona, un uomo in vista per tutta la società francese, celebre e ricco (grazie ai finanziamenti dal Golfo), con più mogli, alcune anche giovani, cosa che genera stupore e forse desiderio nel protagonista, che viene vellicato dal magnifico rettore con riferimenti all’erotismo letterario.

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Il rettore, quest’uomo di successo che sembra aver indovinato la combinazione per prosperare nel disordine cosmico del presente, invita a cena il protagonista, con il chiaro intento di reintegrarlo nell’insegnamento. Gli racconta semplicemente di quando capì che resistere all’ondata dell’islam era futile. Il momento della verità non fu, dice, un momento di estasi filosofica, ma una sensazione che ebbe a Bruxelles, quando vide che tutto un quartiere che amava era divenuto musulmano. Va notato che il rettore aveva, come tanti islamizzanti nostrani, studiato Guénon, facendoci pure una tesi. Apprendiamo inoltre che in gioventù era stato cattolico tradizionalista…

 

Spoiler: il protagonista, infine, capisce cosa deve fare: deve sottomettersi. Islam significa sottomissione. Eccolo quindi che, vestito come di rito, si prepara dinanzi ai testimoni alla shahada, la professione di fede musulmana, primo dei cinque pilastri dell’Islam: «non c’è divinità all’infuori di Allah e Maometto è il suo Profeta» , Ecco, ora è pronto a tornare all’insegnamento universitario e iniziare a progettare matrimoni combinati con plurime studentesse islamiche.

 

Il monito è enorme. Se non resisteremo, se non ritroveremo le vere radici per poi farci crescere, con fatica e sacrificio, un albero, un bosco, la foresta dell’Europa tutta, verrà il deserto arabo dell’islam. Senza Gesù Cristo, diverremo noi stessi agenti della desertificazione, saremo noi stessi ad accettare il deserto, o perfino ad invocarlo.

 

La peer pressure, con tanto di meccanismo non diversi da quelli vissuti nel lockdown, sarà tremenda. Le tentazioni tante. Sì, tanta parte della destra italiana, come della sinistra e soprattutto del centro, può divenire islamica. Senza un fondamento spirituale cristiano puro, il nostro destino è segnato.

 

È spaventoso, ma è la realtà: o cattolici, o sottomessi.

 

Tertium non datur.

 

Roberto Dal Bosco

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Fortunello Trump e l’infantilismo globale

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Ogni giorno, fra una bomba e un’invasione, compare un messaggio di Trump. Ogni volta sembra scritto da un bambino e non si sa mai bene che cosa pensare.    Quelli che la sanno lunga tirano su col naso, pazienti, e spiegano che:   Trump ha ottant’anni ed è rimminchionito.  Trump ha buone intenzioni ma è mal consigliato.  Trump è servo degli ebrei.  Trump si serve degli ebrei.  Trump è un genio che trolla tutti.  Trump è inviso al deep state. Trump è intrinseco al deep state.  Trump è il male assoluto.  Trump rompe tutto.  Trump è psicopatico, sociopatico, ludopatico, antipatico. Trump è sotto scacco. Trump è pazzo. Trump ci salverà.    Viene in mente Petrolini e la macchietta di Fortunello.

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Che dire, avranno ragione tutti. Nei giorni del disfacimento la verità si fa caleidoscopica, ogni frammento ne raccoglie e riflette uno spicchio.    Se il disegno si scompone e si ricompone un giro dopo l’altro, e il senso sfugge di continuo dalle mani, quel che rimane è la prima invincibile impressione: e cioè che questi messaggi sembrano scritti da un bambino. È uno scialo colorato di maiuscole, di esclamazioni, di superlativi, di spropositi. Non mancano le volgarità grosse, di quelle che si credeva di aver dimenticato superata la boa delle scuole medie.   Insomma, accadono cose inaudite, la terra brucia e questo qua, che è il presidente del mondo, ne scrive al modo di Geronimo Stilton o delle barzellette sporche di Pierino.    E fosse il solo. L’infantilismo dilaga nella comunicazione dei cosiddetti potenti.    Si leggano i messaggi della Kallas, di Medvedev; o se si desidera un contegno più rattenuto, quelli di Merz, di Starner, di Macron, della Von der Leyen. Le espressioni sono un poco meno pagliaccesche, d’accordo, in fondo sono bambini pettinati che se la tirano un po’: ma al dunque la sostanza è la stessa. Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Potomac, le classi dirigenti si esprimono come undicenni in crescita che respirano con la bocca, spesso con un pronunciato ritardo cognitivo.    Del resto, a chi si rivolgono questi signori, se non al popolo delle app e dei cellulari? Ai ventenni che scrollano, ai trentenni di facebook, ai quarantenni con la Playstation, ai cinquantenni del buongiornissimo, ai sessantenni delle foto coi gattini, ai settantenni del burraco? A giudicare dalla puerilità dei commenti, al metodo con cui buttano in scemenze e litigi il tempo inesorabile che non torna più, si deve credere che questa gente si trovi nel suo elemento.   Bambini, dunque, che parlano ad altri bambini col linguaggio dei bambini.   A questo punto verrebbe da pensare che nello svilimento, o meglio svelamento di questi anni Dio sta permettendo che ci si veda come ci vede Lui. Con tutti i nostri galloni e divise, i summit, le bandiere e gli inni, le auto elettriche, la supponenza e l’istruzione obbligatoria, restiamo dei bambini col moccio. Il Signore fa sì che i nostri capintesta stiano lì proprio per ricordarcelo.   Fosse solo così, del resto, sarebbe quasi consolante. In fondo, a chi si fa bambino non è mica promesso il Regno dei Cieli?   Ma nel caleidoscopio del nostro tempo questa è ancora una verità parziale, un frammento di specchio pronto a girarsi e a tagliare.   Perché a un linguaggio così smaccatamente puerile corrispondono azioni puerili – ma tragiche e piene di sangue. Senza curarsi delle conseguenze, da veri bambocci, consumano con incoscienza stragi e sopraffazioni. Bombardamenti a tappeto, atti di pirateria, minacce di distruzione e distruzioni, corruzioni e tradimenti; e, a cascata, paure, carestie, povertà, restrizioni fisiche, morte, perdita di libertà. E nessuno si muove: non i ventenni che scrollano, non i trentenni di facebook, non i quarantenni con la Playstation, non i cinquantenni del buongiornissimo, non i sessantenni delle foto coi gattini, figuriamoci i settantenni del burraco.   Ed ecco che allora non siamo affatto i bambini ai quali si spalancano le porte dei Cieli, ma la loro contraffazione, il loro demoniaco rovesciamento. Non purezza di cuore e fiducia, ma malignità, calcolo, egoismo, ignavia; e sangue, e tenebra.    I bambini che ci guidano sono i marmocchi del Signore delle Mosche, termine che non indica solo il romanzo. Noi tutti, nel nostro vaniloquio discorde, andiamo a comporre a nostra volta la figura del Fortunello di Petrolini, di cui si diceva: l’agghiacciante marionetta condannata a ripetere deliri e assurdità, che alla fine non fa neanche ridere.   È forse la scimmia di Dio a guidare la giga, a battere il tempo su cui danziamo.  Trascinati e trascinanti, volenti e nolenti, disperati bambini, volgiamo i passi in un infernale girotondo, cantando come facevamo un tempo, ma oggi con voci stridule e sinistre, che casca il mondo, che casca la terra; strillando a squarciagola che andremo per terra, tutti quanti, giù.   Massimo Zanetti

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«Profanatore della Pasqua» che porta il mondo verso l’uso di armi atomiche: Tucker Carlson contro Trump

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Renovatio 21 pubblica la trascrizione della trasmissione di ieri sera di Tucker Carlson.

 

Milioni di cristiani americani hanno votato per Donald Trump quando si è candidato alla presidenza alle ultime elezioni e milioni di altri cristiani in tutto il mondo hanno fatto il tifo per lui. Molti continuano a sostenerlo. Ora, perché? Per via della sua devozione personale? Beh, certo che no.

 

A suo merito, Trump non ha mai affermato di essere personalmente pio, soprattutto religioso in alcun senso. Lo hanno votato e continuano a sostenerlo perché sembrava un protettore. Sembrava qualcuno che potesse salvarli dal crescente e aggressivo agnosticismo, se non dall’ateismo, di classi tecnologiche o burocratiche, nazioni senza Dio, nazioni di altre religioni che ci si oppongono. Donald Trump sembrava qualcuno che avrebbe protetto i cristiani da tutto ciò, che si impegnava per la libertà di religione in questo paese e che si impegnava anche a porre fine all’aborto. Che lui stesso fosse contrario all’aborto o meno, o che fosse pro-vita in un senso significativo, non sembrava importare.

 

Nominava giudici contrari all’aborto, che ritenevano incostituzionale la sentenza Roe v. Wade. Lo faceva. E che in pratica si sarebbe fatto portavoce delle loro cause e che era solidale con loro. E lo sostengono su questa base. Possono ancora sostenerlo? Questa è la domanda. Ed è una domanda che i cristiani avrebbero dovuto iniziare a porsi il 4 gennaio di quest’anno. Quel giorno il presidente annunciò la cattura, l’arresto del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, che era senza dubbio un leader antiamericano e un socialista, non qualcuno che la maggior parte degli americani apprezzasse o avesse motivo di apprezzare. Quindi il problema non era necessariamente che Trump fosse contro un leader antiamericano. Anzi, questo era un vantaggio agli occhi della maggior parte dei suoi elettori.

 

Il problema era perché lo abbiamo fatto e perché il presidente ci ha detto di averlo fatto. E la risposta era per il petrolio. Nei giorni precedenti a quell’operazione, all’inizio di gennaio, il presidente ha twittato, pubblicato sul suo account Truth Social e anche dichiarato pubblicamente: «Lo facciamo perché vogliamo il petrolio, perché quel petrolio appartiene agli Stati Uniti». Non ha mai spiegato esattamente come gli Stati Uniti avrebbero potuto possedere le risorse naturali di un Paese straniero. A quanto pare le compagnie petrolifere americane hanno aiutato. Hanno sviluppato i giacimenti petroliferi in Venezuela, quindi possediamo il petrolio, questa era l’idea e ce l’hanno rubato. Ma non c’è stato un vero sforzo per spiegare come funziona, come ha un senso. Invece il presidente degli Stati Uniti ha detto che abbiamo bisogno del petrolio, il petrolio è davvero importante, vero e vero. Quindi lo prenderemo. E quindi a quanto pare lo abbiamo fatto.

 

Nei giorni successivi a quell’operazione, la rimozione del presidente del paese e l’insediamento del suo vicepresidente Dulcy Rodriguez come presidente. Il nostro presidente, Donald Trump, ha tenuto un discorso ampiamente pubblicizzato, incontro televisivo con i vertici delle compagnie petrolifere americane, durante il quale si è discusso di come spartire le risorse nazionali del Venezuela e di come questo sia un bene per l’America.

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Perché, dunque, i cristiani avrebbero dovuto fermarsi proprio in quel momento e chiedersi: «Posso ancora sostenere tutto questo? È per questo che ho votato? È questo che voglio? È accettabile?». La ragione è molto semplice: in quel preciso istante Trump ha rivelato che il suo obiettivo era quello di appropriarsi di qualcosa che noi stessi desideravamo. E questo non è accettabile per i cristiani.

 

Anzi, è inaccettabile per gli americani e per qualsiasi popolo civile, perché appropriarsi con la forza delle cose altrui non è consentito. Prevenire questo è alla base del nostro ordinamento giuridico. Se c’è una cosa che ogni persona sa, in un Paese civile, è che non si può rubare impunemente. Non è permesso. Quella cosa non ti appartiene. Non si può rubare nei negozi, non si possono rapinare banche. Si può appropriarsi indebitamente di beni altrui. Si possono invadere Paesi per rubare le loro cose, perché sono tutte varianti dello stesso tema: il furto. E il furto è sbagliato.

 

È sbagliato secondo il codice legale americano, ma è sbagliato anche secondo il codice legale cristiano. Espresso in modo molto chiaro, è anche intuitivo. E qui c’era il presidente che diceva: «Stiamo rubando tutto perché possiamo». Beh, in pratica, è una cosa piuttosto azzardata da dire ad alta voce, dato che la storia ci insegna che ciò che fai ti verrà fatto. Una volta stabilito uno standard, dovrai vivere secondo quello standard.

 

Scrivi una legge, sarai giudicato secondo quella legge. Quindi, se la nuova legge è: «posso prendermelo perché lo voglio e ho più potere di te», a un certo punto, possiamo star certi che la situazione si ribalterà. E le cose che desideriamo, a cui teniamo, che abbiamo guadagnato e che possediamo ci saranno portate via con la forza. Nel momento in cui un altro potere ha più forza di noi.

 

È molto semplice, a volte viene chiamata la legge della giungla. E può anche essere la legge della natura, ma le persone non vogliono vivere sotto quella legge perché è una legge brutale e spietata. Quindi creano leggi più elevate o si appellano alla legge suprema di tutte, che è la legge di Dio, che lo proibisce. Questo è stato un momento cruciale nella storia americana, probabilmente nella storia del mondo moderno, in cui la nazione più potente ha detto: se lo vogliamo, ce lo prendiamo.

 

Nessuno l’aveva mai detto prima. Ora lo hanno fatto sotto la maschera dell’ideologia. Si sono inventati storie per nascondere il fatto che lo stanno facendo, ma ammetterlo implica tutti gli altri nel crimine. Non puoi dire di non saperlo. Il tuo presidente ti ha appena detto in televisione: abbiamo eliminato il loro presidente perché vogliamo il suo petrolio. Punto, sei complice del crimine, che tu lo voglia o no. Ed è a quel punto che molte persone avrebbero dovuto parlare e dire: io me ne vado. Non che io odi Trump o non mi piaccia tutto il suo programma, ci sono molte cose che mi piacciono. Sono grato. Forse lo voterei di nuovo, ma non posso sostenerlo. Perché è immorale, ma non l’hanno fatto. Forse qualcuno sì, ma certamente i leader delle chiese cristiane americane, in generale, non hanno detto assolutamente nulla. E forse proprio perché non hanno detto nulla, la situazione è precipitata.

 

Sono le stesse persone che, in qualche modo, non si sono accorte che il giorno dell’insediamento il presidente non ha prestato giuramento con la mano sulla Bibbia. Sua moglie gli stava accanto tenendola in mano. Io ero a circa 4-5 metri di distanza e l’ho visto, ma lui non ha messo la mano sulla Bibbia. E questo avrebbe dovuto essere un segnale, un invito a fermarci e riflettere. Perché non mettere la mano sulla Bibbia? Se non credi nella Bibbia, se pensi che sia solo un libro, non c’è alcun costo nel mettere la mano su di essa, è solo una questione di seguire il protocollo, di assecondare la tradizione, tutti i presidenti lo fanno. Perché non lo fai? E non lo fai intenzionalmente.

 

Hai scelto di non mettere la mano sulla Bibbia quando hai prestato giuramento. Questo non significa che tu non creda che sia reale, perché se non ci credessi, perché te ne importerebbe? Ti metteresti il ​​costume e poi te lo toglieresti. Non ha importanza. Significa che sai che è reale e che la stai rifiutando intenzionalmente. Sai cosa stai facendo e lo fai comunque. Ma nessuno ha fatto domande a riguardo. Sembrava piuttosto inappropriato. Vista la celebrazione in corso, chiedere: «perché non metti la mano sulla Bibbia quando presti giuramento per guidare la nostra nazione?». Ma praticamente nessuno l’ha fatto.

 

Io non l’ho fatto, lo ammetto. L’ho visto e non ho detto una parola. Mi ha dato fastidio da allora. Ma intorno al 4 gennaio, è diventato chiaro che forse non ha messo la mano sulla Bibbia perché rifiuta esplicitamente ciò che è contenuto in quel libro. E ciò che è contenuto in quel libro sono i limiti del comportamento umano. Perché se c’è un tema che attraversa tutti i 66 libri della Bibbia cristiana, è che tu non sei Dio. E non puoi assumere i suoi poteri, perché non li possiedi. Puoi convincerti di averli, puoi desiderarli, puoi persino prometterli, ma alla fine non ti appartengono, e non li avrai mai, e puoi solo distruggere te stesso e le persone intorno a te fingendo di averli. Questo è il messaggio costante che va dalla Genesi all’Apocalisse. E chi ignora questa legge viene punito. Proprio come chi ignora la gravità o le temperature sotto zero viene punito, perché queste sono leggi che non sono state create dall’uomo. Sono al di sopra dell’uomo.

 

Ma il 4 gennaio, quando il Presidente degli Stati Uniti ci ha detto che stava rubando, che il nostro Paese stava rubando qualcosa che non ci apparteneva, la gente avrebbe dovuto alzare la voce e dire qualcosa, ma non l’ha fatto. E questo ci ha portato fino a ieri, che era la domenica di Pasqua.

 

La domenica di Pasqua non è solo una festività nel calendario cristiano, è il centro del calendario cristiano, è il giorno più sacro nella vita dei cristiani. Perché è il giorno in cui i cristiani ricordano il vero significato della loro religione, che non è la morte di Gesù, ma la sua risurrezione, la sua vittoria sulla morte, un evento unico nella storia. Ed è il giorno in cui i cristiani celebrano la sua risurrezione.

 

E in questo Paese, questa celebrazione è stata di fatto annacquata a dolci e coniglietti pasquali, ma a livello globale e certamente storicamente, la Pasqua è il fulcro. È preceduta dalla Settimana Santa e dalla Quaresima, 40 giorni di abnegazione e preghiera, che culminano in ieri, la mattina di Pasqua. E per i cristiani fedeli, è ancora il giorno più importante dell’anno. Ed è un giorno di gioia.

 

La cosa che ogni persona teme di più è la morte. Nasciamo temendola perché nasciamo sapendo che arriverà. E il cristianesimo, unico tra le religioni, promette la vittoria su di essa. E la risurrezione di Gesù è la prova che Dio può sconfiggere la morte perché solo Dio crea la vita. E così la mattina di Pasqua è un momento di gioia e pace uniche. Eppure quella pace ieri è stata infranta, e non è un’esagerazione, è stata infranta per molti cristiani praticanti da una dichiarazione che il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alle 8:03 del mattino, ora della costa orientale, la mattina di Pasqua, che diceva questo, e lo leggeremo per intero, non con indignazione o presunzione, ma onestamente con orrore. «Martedì sarà il giorno della centrale elettrica e del ponte, tutto in uno in Iran. Non ci sarà niente di simile! Aprite quel cazzo di ponte, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno. Guardate. Sia lode ad Allah, Presidente Donald J. Trump».

 

Molte persone che leggevano questo hanno immaginato, ovviamente, che non potesse essere vero. Il presidente degli Stati Uniti ha davvero scritto questo? Ed è vero. È forse la cosa più vera che questo presidente abbia mai fatto. E anche la più rivelatrice. A tutti i livelli. È vile a tutti i livelli. Inizia con la promessa di usare l’esercito americano, il nostro esercito. Per distruggere le infrastrutture civili in un altro Paese, il che significa commettere un crimine di guerra, un crimine morale contro la popolazione di quel Paese, il cui benessere, tra l’altro, era uno dei motivi per cui presumibilmente siamo entrati in questa guerra. Vengono uccisi dal loro governo. Dobbiamo salvarli. E ora ecco il nostro presidente, a meno di un mese e mezzo dall’inizio del conflitto, che tra l’altro non stiamo vincendo, perché gli stretti per le mosse non sono aperti. C’è un modo per tenere il conto. Questa è la misura.

 

Dice che useremo il nostro esercito per uccidere i civili di questo paese che non hanno scelto. Perché non c’entrano niente? Sono come i civili ovunque. Far saltare in aria i loro ponti? Ponti nelle basi militari? No, no, no. Solo ponti. Ponti che le persone attraversano ogni giorno per andare a scuola, al lavoro e per pregare. E sì, la chiesa,perché in Iran ci sono oltre un milione di cristiani. Anche per loro questa è la Pasqua. E le centrali elettriche. Non le centrali elettriche collegate alle fabbriche di missili. OK, ma le centrali elettriche civili in un paese di quasi cento milioni di persone, cosa succede quando un Paese moderno, e un paese che ha un programma nucleare come un paese moderno, scusate, l’Iran è un paese moderno, cosa succede quando perde la corrente? Beh, la gente muore.

 

Muoiono i neonati attaccati alle incubatrici. Muoiono le persone negli ospedali. E questi sono gli effetti di primo livello. E poi la gente inizia a morire di fame. E poi ci sono crisi di rifugiati. La gente lascia le città in cerca di cibo. E poi sì, si spostano in altri paesi della regione, in Europa, negli Stati Uniti. Quando fai questo, causi caos e morte, sofferenza e morte di massa. E noi l’abbiamo fatto. Abbiamo bombardato intenzionalmente infrastrutture civili in Iran. È totalmente inaccettabile. Non si tratta di leggi fasulle di qualche organismo internazionale, ma della legge morale, della legge di Dio, che uccide i non combattenti, persone che non hanno fatto nulla di male, che non hanno scelto questa guerra, che sono semplicemente esseri umani creati da Dio.

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Questo è immorale. Questo non sarà mai morale. Questo non può mai essere giustificato. Questo è sempre sbagliato. Può essere conveniente. Dobbiamo farlo. Non significa che sia giusto, è la cosa più sbagliata. E dovremmo sempre ricordare che ciò che facciamo ci verrà fatto. Vivete distruggendo infrastrutture civili, vivete uccidendo bambini, bombardando scuole elementari e università, e morirete, e i vostri figli moriranno per le stesse cose. Questo è un dato di fatto. Non è mai stato falso. Non vogliamo che sia vero. È l’ultima cosa che vorremmo fosse vera, ma è comunque vera. E tutti sanno che a livello animale, si può sentire che è vero. Oh, non dovremmo farlo. Ne pagherete le conseguenze in questa vita o nella prossima, o forse in entrambe.

 

Il fatto che il presidente abbia detto una cosa del genere, senza nemmeno preoccuparsi di dirci che si è trattato di un incidente, beh, innanzitutto, ci fa riconsiderare il bombardamento della scuola femminile annessa alla base navale delle Guardie Rivoluzionarie. Dove i figli degli ufficiali militari iraniani sono stati inceneriti da un bombardamento, non uno, ma due, un doppio colpo. Tutti hanno dato per scontato che si sia trattato di un errore.

 

Nessun americano potrebbe mai credere che il governo degli Stati Uniti lo farebbe di proposito. Io ancora non ci credo. Ma dopo questo, bisogna chiedersi: com’è potuto succedere? Coordinate di puntamento errate forniteci, si spera, da Israele, o da un altro Paese? Forse no. Chi lo sa a questo punto? Il fatto che il presidente abbia chiesto una cosa del genere, merita una riflessione e un «no, questo non è accettabile in nessuna circostanza. Non l’avete giustificato. Non potreste giustificarlo. E non può essere fatto in nostro nome». E l’obiettivo, ovviamente, è quello di convincere gli iraniani ad aprire lo Stretto di Hormuz. Beh, nessuna persona sana di mente pensa che funzionerà. A questo punto bisogna chiedersi: perché dovremmo farlo comunque?

 

Beh, ci sono un sacco di… Possibili ragioni, ma la più oscura di tutte è il puro gusto di farlo. Il gusto di uccidere, il gusto di esercitare la forma più ovvia di potere, che è l’estinzione della vita. Ecco perché lo facciamo. Il brivido sta nell’uccidere, il potere sta nell’uccidere, nell’esercizio della forza. Non vorresti pensarci. Ma dopo un messaggio come questo, quale potrebbe mai essere la ragione? Non c’è nessuno che pensi che se lo facciamo e preghiamo di non farlo per il nostro bene, così come per il bene dei civili iraniani innocenti, nessuno pensa che funzionerà. Ma poi il tweet continua…. Non ci sarà niente di simile. Usi la parola con la F… Come osi parlare in questo modo al Paese la mattina di Pasqua? Chi credi di essere? Stai twittando la parola con la F la mattina di Pasqua? Vivrai all’inferno, come se l’inferno fosse un luogo. L’inferno è una condizione, e questo è un esempio di quella condizione. Guarda e vedrai, lode ad Allah. Quindi, ovviamente, stai prendendo in giro la religione. Se cerchi una guerra di religione, è una buona idea. Ma, tra l’altro, nessuna persona perbene si prende gioco delle religioni altrui. Potresti avere un problema con la teologia, presumibilmente ce l’hai se non è la tua religione, e puoi spiegare qual è. Ma prendersi gioco della fede altrui significa prendersi gioco dell’idea stessa di fede. E non dovremmo mai farlo, perché alla sua base c’è il riconoscimento che non siamo noi a governare l’universo. Non l’abbiamo creato noi. Non saremo qui alla fine. Possiamo distruggere la vita. Non possiamo crearla perché non siamo Dio.

 

Il messaggio di tutte le fedi, nel quadro generale, è il messaggio della nostra Bibbia, che è: tu non sei Dio. E solo se pensi di esserlo, parli in questo modo. Ma non si tratta solo di prendersi gioco dell’Islam. E nessun presidente dovrebbe prendersi gioco dell’Islam. Non è il tuo compito. Questa non è una teocrazia. Non andiamo in guerra con altre teocrazie per scoprire quale sia più efficace. Non siamo una teocrazia. E, a Dio piacendo, non lo saremo mai, perché le teocrazie corrompono la religione. No, questa è una presa in giro, non solo dell’Islam. È una presa in giro del Cristianesimo.

 

Mandare un tweet con la parolaccia la mattina di Pasqua, promettendo l’uccisione di civili e poi dicendo «lode ad Allah», senza spiegare nulla, significa prendersi gioco di me e di ogni altro cristiano, perché siamo cristiani. Oh, ho capito. Non possiamo sostenerlo. In nessuna circostanza possiamo sostenerlo, il che non significa che dobbiate odiare Trump o prendere la posizione opposta a quella di Trump su ogni questione. Non dovreste. Molte delle sue posizioni sono giuste, ma non potete sostenere che questo sia malvagio. Questa è una profanazione intenzionale della bellezza e della verità, che è la definizione di male. E dovete chiedervi: dove porta il male? Se il punto centrale del male è distruggere, il che è vero,

 

Dio crea, Satana distrugge, è dualismo. Quando vedi qualcosa di bello che viene creato, quando sentite pronunciare la verità, state assistendo a una manifestazione del potere di Dio. E quando vedete il contrario, state assistendo al contrario. Quindi, dove porta tutto questo? Beh, a livello pratico e a livello spirituale, convergono nello stesso punto, ovvero l’uso di armi di distruzione di massa.

 

A livello pratico, a livello strategico, se foste al Pentagono a fare delle simulazioni, tipo: come funziona? Il Presidente degli Stati Uniti continua a mettere dei segnali, non si può andare oltre martedì prossimo alle 14:00, o qualcosa del genere, bisogna aprire lo stretto altrimenti si vivrà all’inferno, come se non ci fossimo già. A un certo punto, quello che stiamo facendo è rivelare di aver esaurito il potere convenzionale. Se ci fosse un modo ingegnoso per aprire lo stretto di Hormuz per via aerea, probabilmente lo avremmo già fatto, perché siamo sulla strada per far precipitare il mondo in una depressione e carestia globale. E questo non è panico da eccesso di zelo. Questa è matematica.

 

Il 30% dei fertilizzanti mondiali, il 20% della sua energia, sì, questo significa depressione globale e carestia. Cosa succederà all’Africa? Un miliardo e mezzo di africani subsahariani senza abbastanza fertilizzanti? Beh, molti di loro vivranno negli Stati Uniti. Accadrà e basta. È proprio dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Guardate una cartina. Quindi, aprire lo stretto è l’essenza della missione. È l’obiettivo strategico. A proposito, senza voler essere amareggiato, era aperto il 27 febbraio ed era stato aperto da quando i pirati solcavano lo stretto. Per la storia moderna, è stato aperto, ora è chiuso a causa di questa guerra, OK, quindi c’è anche questo. Ma lasciamo perdere, ok, quello era allora. Come possiamo aprirlo?

 

Gli attacchi aerei convenzionali non apriranno lo stretto per ovvie ragioni. Si può chiudere con le mine. Quindi, se si esaurisce la potenza convenzionale, dove si rimane? Oh, con la potenza non convenzionale. Qual è l’eufemismo per «armi nucleari». E gli effetti di queste armi non hanno certo bisogno di spiegazioni. Beh, non possono essere del tutto noti perché le armi nucleari moderne non sono mai state usate. Traiamo conclusioni ovvie, come la vita in Iran: impossibile. Quindi, si rade al suolo un Paese di 92 milioni di persone. E che dire di quelli che si trovano dall’altra parte del Golfo Persico?

 

E degli altri sette Paesi, tutti alleati degli Stati Uniti, i maggiori produttori di petrolio al mondo? Si potrebbe vivere lì con circa 100 milioni di persone che vivono in quei Paesi? Forse nemmeno per loro sarebbe possibile. Un attacco nucleare porterebbe alla pace? Probabilmente no. Gli Stati Uniti non sono l’unico paese al mondo a possedere armi nucleari. Si potrebbe scatenare una guerra nucleare globale. Ecco perché non usiamo armi nucleari da 80 anni. Nessuno le ha usate. Perché non si sa dove si andrebbe a finire.

 

Una follia, capito? È… È difficile credere che sia necessario dirlo ad alta voce. Oh, ma è necessario. Perché, a parità di condizioni, è lì che stiamo andando. E come lo sappiamo? Beh, ci sono un milione di segnali, ma il più ovvio è che i neoconservatori più stupidi nell’orbita di Trump lo dicono apertamente. In alcuni casi, è meglio non menzionare nemmeno i loro nomi perché non sono loro a prendere le decisioni. Queste persone sono molto simili a Jeffrey Epstein. Non sono loro le menti criminali.

 

Jeffrey Epstein è una specie di idiota. È un dipendente, ovviamente. È un centro di comunicazione. È disposto a diffondere il messaggio. Alla tua gente. E lo stesso vale per i neoconservatori più in vista d’America. Non elaborano le politiche. Non capiscono niente. Non hanno un vasto pubblico. Non hanno alcun potere organico. Sono messaggeri e portavoce. Sono quelli che subiscono le critiche per le politiche altrui. Mettete un pazzo in TV. Tutti possono odiarlo. Ma è lui che elabora il piano? No, certo che no. Ha un programma nel fine settimana su Fox. Ma è utile guardare quello che dice.

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In effetti, lo ha detto lo stesso presidente degli Stati Uniti. Guardate Mark Levin sabato sera. Pensate che Trump sia stupido? Pensate che lo stia facendo per aumentare gli ascolti di Mark Levin? No. Non è possibile aumentare gli ascolti di qualcuno che nessuno vuole guardare. Il punto è mandare un messaggio. Non è una teoria del complotto, è la verità. Il programma di Levin, scritto probabilmente non da Levin, che ha pochissimi spettatori, è stato un luogo in cui il futuro viene svelato nelle sue linee generali. È un luogo per mettere alla prova le idee. È un luogo per annunciare indirettamente cosa accadrà.

 

La sua ultima puntata dovrebbe farvi sobbalzare sulla sedia. E sì, è andata in onda questo fine settimana, il fine settimana di Pasqua, come se la profanazione della bellezza non potesse essere più evidente. Settimana di Pasqua, potevate scegliere un altro fine settimana per mandare al diavolo il cristianesimo se non quello di Pasqua? A quanto pare no.

 

A quanto pare no. Anzi, ovviamente non si potrebbe. È proprio questo il punto. Fatelo a Pasqua. Chiunque accetterà questo accetterà qualsiasi umiliazione. In ogni caso, ecco cosa ha detto Mark Levin nel suo programma del fine settimana di Pasqua su cosa dovremmo fare ora in Iran.

 

(…)

 

È un argomento che è in fase di sperimentazione. E poiché, a nostra conoscenza, nessuno si è opposto, forse è già pienamente operativo, è un argomento a favore delle armi nucleari contro l’Iran. Ecco, per ribadirlo nel caso non fossi riuscito a capire a causa dell’accento, ecco cosa ha detto: Quasi il 10% di tutte le vittime della Seconda Guerra Mondiale si sono registrate nella Battaglia delle Ardenne, che ovviamente, alla fine della guerra, nella battaglia di Okinawa, con 50.000 vittime, quasi 13.000 morti su quell’isola, è ciò che ha convinto Truman, Harry Truman, l’allora presidente nel 1945, che avremmo perso un milione di uomini se non avessimo sganciato le bombe atomiche che abbiamo sganciato. Hai sentito? Questo è il consiglio che Mark Levin sta dando al nostro presidente in carica, Donald Trump, proprio ora.

 

Ti trovi di fronte a una scelta tra la catastrofica perdita delle tue truppe in una guerra di terra o l’uso di armi nucleari, che in un certo senso, se ci pensi bene, solo per un secondo, è in realtà un atto di pace, un atto per la pace. La cosa più umana che potresti fare è porre fine a tutto questo ora con le armi nucleari. Questa è la tesi che Mark Levin sta portando avanti davanti al presidente che proprio la settimana scorsa ha raccomandato a tutti gli americani di guardare il suo programma. Bene. Non si tratta di un’interpretazione fantasiosa. È un collegamento diretto.

 

È davvero ovvio dove stiamo andando e, ripeto, ci stiamo muovendo verso l’uso di armi di distruzione di massa indiscriminate, forse armi nucleari, ma armi non convenzionali, non bombe sganciate dall’aria, missili lanciati da rampe, ma l’uso di armi che non sono mai state usate in guerra. E l’argomentazione è la stessa che hai sentito nel 1945, o che non hai sentito. A proposito, se sei un civile americano, nessuno ti mette mai al corrente di tutto questo. Meno male che Mark Levin l’ha detto ad alta voce, così almeno noi altri possiamo capire cosa ci aspetta e in cosa siamo coinvolti. Ma l’argomentazione è che in realtà è molto più umano uccidere decine, centinaia di migliaia, milioni di civili piuttosto che combattere contro i Marines sulle coste rocciose dell’Iran continentale. Questa è l’argomentazione. Ma non è solo l’argomentazione di un tizio in una trasmissione televisiva via cavo.

 

È la logica dell’escalation in questa guerra perché, in un certo senso, Mark Levin ha ragione. Non apriremo lo stretto con i Marines degli Stati Uniti, l’82ª Divisione Aviotrasportata o gli operatori di primo livello di cui tutti in televisione sembrano sapere così tanto, operatori di primo livello, di primo livello. Ragazzi, alcuni dei migliori uomini d’America potrebbero morire in questo. Questo è un modo migliore per dirlo. Un modo più realistico? Non apriremo lo stretto. E quindi, a meno che qualcuno non metta subito i freni, finiremo in un posto che non possiamo nemmeno immaginare. Non solo l’Iran, ma noi e il resto del mondo. E questo significa, perché è ovvio per chiunque presti un minimo di attenzione, che se lavorate alla Casa Bianca, se siete nelle Forze Armate statunitensi, ora è il momento di dire no, assolutamente no, e dirlo direttamente al presidente, no.

 

Nel caso in cui stiate pensando di usare qualche arma di distruzione di massa contro la popolazione iraniana, in nome della quale abbiamo liberato l’Iran, abbiamo ucciso il loro leader religioso per il loro bene. Ve lo ricordate? È successo il mese scorso. Quelle persone che sono in contatto diretto con il presidente devono dire no, mi dimetto. Farò tutto ciò che è legalmente possibile per fermare tutto questo perché è una follia. E se mi viene dato l’ordine, non lo eseguirò. Decifrati tu i codici sul pallone da football [la valigetta contenente i codici di lancio per le atomiche, ndr] perché in questo momento tutto è in bilico. Non è isteria, è reale al 100%. La maggior parte delle persone in questo paese sta dormendo. Il futuro sarà più o meno come oggi, forse un po’ diverso. Ma questa non è la lezione della storia. Le cose cambiano in fretta e per sempre. Ci sono punti di svolta in cui niente è più come prima e a volte è meglio, ma il più delle volte no. E questo è uno di quei casi in cui potrebbe non esserlo affatto. Ma c’è qualcos’altro su cui riflettere, qualcosa di forse ancora più importante di una guerra nucleare. Cosa potrebbe esserci di più importante?

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Beh, la nostra anima, il modo in cui adoriamo Dio, se lo riconosciamo o meno, questo è in definitiva più importante di qualsiasi altra cosa. E bisogna chiedersi: potrebbe esserci una componente spirituale in quello a cui stiamo assistendo? Si tratta solo di una convenzionale escalation in una guerra mal concepita con obiettivi mal definiti e ci siamo ritrovati in questa situazione davvero difficile in cui affrontiamo l’umiliazione da una parte o il lancio di una bomba nucleare dall’altra? Sì, questo è in parte vero, ma potrebbe esserci qualcosa di più grande? È possibile che ciò a cui stiamo assistendo sia un attacco subdolo ma incredibilmente efficace a quella che, dal punto di vista cristiano, è la vera fede in Gesù? È questo che viene realmente attaccato? È forse questo che è sotto attacco da molto tempo? Forse da tutta la nostra vita. Forse quasi tutto ciò che vediamo è un attacco a quella fede. L’unica fede che è sempre stata attaccata, sempre e ovunque, per 2000 anni. Molte fedi sono state attaccate. Molte persone religiose di diverse religioni sono state uccise negli ultimi 2000 anni. Ma c’è stato un solo tentativo sistematico di sterminare una fede, ed è la fede cristiana.

 

Potrebbe essere questo il punto? Ed è possibile che il presidente non ci veda solo in termini geostrategici, militari ed economici, ma in modo aperto e diretto? È possibile che il presidente ci veda in un’ottica più ampia? Che ci veda come il compimento di qualcosa o come l’elevazione a una carica superiore a quella di presidente degli Stati Uniti? È del tutto possibile. E non è un attacco, ma non è nemmeno un’ipotesi, perché fin dall’insediamento dello scorso gennaio, ci sono stati leader religiosi che ce lo hanno detto, ce lo hanno detto ad alta voce. La maggior parte di noi l’ha ignorato perché siamo così laici. Semplicemente lo ignoriamo. C’è qualche losco predicatore battista del Sud che dice qualsiasi cosa per soldi. Ok, capito. Abbiamo ignorato il fatto che questo potrebbe essere reale. C’è qualcosa che sta succedendo qui. E non dovremmo ignorarlo.

 

Dobbiamo sempre ricordare che il fatto che siamo una nazione laica – e lo siamo stati in larga parte, forse non a caso da quando abbiamo sganciato le bombe atomiche 80 anni fa – non significa che viviamo in un mondo in cui tutti gli altri sono laici. E certamente non significa che la sfera spirituale sia stata eliminata, che non sia reale, che le uniche cose che contano siano quelle che possiamo vedere, sentire, percepire, gustare e misurare. Parliamo di falsità, parliamo di una religione sciocca. Questa è la religione sciocca nella vita reale, nella vita che ogni persona vive, a prescindere dalla propria religione o dalla sua assenza: c’è un’esperienza quotidiana e ricorrente di cose trascendenti che non si possono spiegare, vedere, toccare, sentire, gustare o misurare. Questa è altrettanto reale, anzi, forse determinante, forse le cose più importanti nella nostra vita sono quelle che non comprendiamo appieno. Lo sappiamo tutti

 

Quindi, quando le persone iniziano a fare riferimento a principi religiosi mistici che non comprendiamo, non significa che siano falsi. Potrebbero sbagliarsi, ma questo non significa che non ci sia qualcosa di reale al centro di tutto ciò. Certo che c’è. E solo una civiltà priva di linguaggio spirituale come la nostra non lo capirebbe immediatamente. Cosa intendi con «lode ad Allah»? Cosa significa? Perché lo stai proponendo la mattina di Pasqua? Voglio dire, ovviamente è pensato per offendere. E degradare e contaminare. Ma c’è qualcos’altro in ballo?

 

Tucker Carlson

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Pensiero

La guerra in Iran è un progetto politico della Torah

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Renovatio 21 ripubblica un articolo dello scrittore francese Matthieu Buge apparso su Russia Today. Buge è un analista politico e geopolitico che ha studiato all’Università della Sorbona e all’Istituto di Studi Politici di Parigi. È l’autore del libro Le Cauchemar Russe («L’incubo russo»), un pamphlet sui cliché e le fantasie occidentali riguardanti il ​​mondo russo e le sue culture. Originario di Parigi, si è trasferito in Russia nel 2012 e ha ottenuto la cittadinanza russa.   L’attuale conflitto tra Iran e Israele non è una guerra classica motivata da stretti interessi geopolitici. Certo, la rivalità tra i due Paesi è ben nota e tutti si concentrano sullo Stretto di Hormuz e sulle drammatiche conseguenze economiche della sua interruzione. Naturalmente, molti hanno giustamente osservato la tempistica: questa improvvisa svolta degli eventi è stata perfetta per seppellire lo scandalo Epstein sotto le macerie palestinesi, libanesi e iraniane (e persino israeliane). Ma queste considerazioni non sono forse puramente temporanee?   Il conflitto iniziato da Israele (e nel quale ha trascinato gli Stati Uniti, come ha spiegato Joe Kent rassegnando le dimissioni da direttore dell’antiterrorismo statunitense) può essere visto come un’avventura religiosa ed escatologica del tutto irrazionale, guidata dalla mitologia ebraica. Proviamo ad analizzare tre dei suoi pilastri principali.

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Amalek

Nel Libro dell’Esodo, Amalek è il nome del fondatore di una nazione omonima, che attacca i figli d’Israele dopo la loro uscita dall’Egitto, apparentemente senza una ragione specifica. Di conseguenza, gli Amaleciti sono considerati i nemici più acerrimi e persistenti di Israele, e Geova diede un ordine preciso.   Deuteronomio 25:17-19: «Non dimenticate ciò che Amalek vi ha fatto lungo il cammino dopo la vostra uscita dall’Egitto: come vi ha attaccato quando eravate stanchi, a malapena in grado di muovere un passo, come ha stroncato senza pietà i vostri ritardatari e non ha avuto alcun riguardo per Dio. Quando il Dio, il vostro Dio, vi darà riposo da tutti i nemici che vi circondano nella terra che il Dio, il vostro Dio, vi dà in possesso, allora cancellerete il nome di Amalek dalla terra. Non dimenticatelo!»   Samuele 15:3: «Ora va’, attacca gli Amaleciti e distruggi completamente tutto ciò che appartiene loro. Non risparmiarli; metti a morte uomini e donne, bambini e lattanti, bovini e ovini, cammelli e asini».   A questo punto, si va persino oltre il genocidio. Si potrebbe dire che si tratta solo di mitologia biblica. Ma nell’ottobre del 2023 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha invocato la storia di Amalek quando le Forze di Difesa Israeliane sono entrate a Gaza, e ancora una volta nel marzo del 2026 riguardo all’Iran: «Nella porzione della Torah di questa settimana leggiamo: “Ricordate ciò che Amalek vi ha fatto”. Noi ricordiamo e agiamo». Nulla potrebbe essere più chiaro.  

Ester

Dobbiamo quindi passare al Libro di Ester.   Il fatto è che gli Israeliti sterminarono gli Amaleciti, tranne uno. E il suo discendente, Haman, divenne gran visir alla corte dell’Impero persiano (situato sull’altopiano iranico). Ester è un’orfana ebrea adottata da suo cugino Mardocheo, che ricopre anch’egli una carica a corte. Diventa la nuova regina del re. Ed ecco che ricomincia la storia: Haman (cioè Amalek) vuole sbarazzarsi degli ebrei. Sterminarli tutti. Senza altra ragione apparente se non perché Mardocheo si è rifiutato di inchinarsi a lui. Mardocheo esorta Ester a convincere il re a sventare il complotto di Haman. Il re si infuria con Haman, e alla fine il corso degli eventi si ribalta e la popolazione ebraica riesce a sterminare i suoi nemici nell’Impero persiano. Questo è ciò che gli ebrei celebrano ogni anno durante la festa di Purim.   Non si può fare a meno di riflettere sul livello di infiltrazione dei servizi segreti israeliani nell’Iran contemporaneo. Altrimenti, Israele non sarebbe stato in grado di agire con tanta efficacia contro Teheran.  

Gog e Magog

Poi, il Libro di Ezechiele.   Il profeta Ezechiele ebbe alcune visioni. Una di queste riguardava l’attacco di Gog e Magog al ricostruito Stato di Israele, da parte di quest’ultimo, che alla fine sarebbe stato distrutto da Geova. Di conseguenza, come sappiamo, sarebbe stato costruito un nuovo tempio, sarebbe apparso il Messia e Israele avrebbe regnato sovrano. Quanto a cosa fossero esattamente Gog e Magog, le interpretazioni sono praticamente infinite. Ma secondo il Libro dell’Apocalisse, si tratterebbe di una coalizione di nazioni pagane ostili contro gli Israeliti.   Ora, se guardiamo al conflitto attuale, abbiamo da una parte Israele, sostenuto dai sionisti cristiani, e dall’altra l’Iran, appoggiato principalmente, seppur silenziosamente, da Russia e Cina. La Russia è uno stato multiconfessionale in cui il cristianesimo ortodosso è la maggioranza. In Cina, il sistema di credenze predominante è il buddismo. L’Iran è una repubblica islamica, certo, ma essendo una delle culle più antiche della civiltà, ha conservato elementi della sua antica religione, lo zoroastrismo. Ad esempio, Nowruz, il Capodanno iraniano, è una tradizione zoroastriana, e lo Stretto di Hormuz prende il nome da Hormuz, il dio zoroastriano della saggezza, della luce e dell’ordine cosmico.   Qui si delinea lo schema biblico: una coalizione di Paesi con credenze diverse in una lotta esistenziale contro Israele. Si tratta, ovviamente, di una concezione estremamente semplicistica: una battaglia finale tra Gog e Magog (ovvero Iran, Cina e Russia) e l’Israele biblico (ovvero israeliani sionisti e americani). Tuttavia, i cinesi sono molto pragmatici e molti ebrei russi vivono in Israele, quindi Pechino e Mosca non agiranno direttamente contro Israele.

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Ma gli israeliani e i sionisti americani sembrano essere convinti da questa interpretazione mitologica. Basti pensare a Pete Hegseth, l’attuale Segretario alla Guerra americano, che ha definito ogni fase della creazione dello Stato di Israele un «miracolo». O si pensi a Mike Huckabee, ambasciatore statunitense in Israele, che in un’intervista con Tucker Carlson, a proposito degli israeliani e del Medio Oriente, ha affermato: «andrebbe bene se si prendessero tutto».   I principali media occidentali definiscono costantemente l’Iran una «teocrazia» e Israele «l’unica democrazia in Medio Oriente». Ma, come dimostrano gli attuali eventi geopolitici che rispecchiano le storie bibliche, la posizione di Stati Uniti e Israele è guidata da una visione religiosa con tre obiettivi: la fondazione del Grande Israele (dal Nilo all’Eufrate), la ricostruzione del Tempio e la venuta del Messia.   Perché, anche se una parte consistente della Torah (per non parlare del Talmud) sembra più un progetto politico che un testo religioso, Israele è di fatto una teocrazia mascherata. Pertanto, anche se l’Iran dovesse prevalere nell’attuale conflitto, gli israeliani continueranno a considerare le nazioni che non li sostengono pienamente come Gog e Magog.

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Immagine di Chajm Guski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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