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Immigrazione

Gli immigrati saranno nostri guardiani e persecutori?

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Chi segue Renovatio 21, sa che semel in anno succede che racconti un qualche sogno capitatomi nottetempo. A volte questo sito ha pure scritto di sogni dei lettori stessi. I sogni sono, purtroppo, importanti.

 

Ultimamente odio sognare. Il carattere opaco e incontrollabile delle visioni notturne da qualche anno mi disturba. Nei momenti di cattivo umore finisco a chiedermi, in modo forse non cristiano, se l’esperienza dell’inferno non sia esattamente così: oscuro e irrazionale, illogico, inagibile, uno stato della mente che è una dimensione di punizione. I sogni sono anticipazioni degli inferi?

 

Ma no, a volte succede che si fanno i sogni memorabili, dove il significato è evidente quasi da subito, per poi divenire lampante, a tratti sconvolgente, man mano che si procede ad analizzare, a scendere nei livelli più profondi – inferi – della propria psiche.

 

Come ad esempio, il sogno con Mattarella e gli immigrati africani fatto l’altra sera.

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La trama, per quello che posso ricordare, può sembrare sconclusionata al punto giusto: trovatomi nella pasticceria dove spesso bevo il cappuccino – che per qualche ragione era come un condominio in costruzione, mi dicevano che, non ho capito perché, sarebbe stato il caso che passassi a salutare il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. (Scrivo queste righe sperando che i sogni non infrangano l’art. 278 del Codice Penale, «Offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica»: sappiamo che a difendere questa legge spesso ci vanno giù pesante)

 

Io non ero contrario all’idea, quindi mi portavano giù per una scala, dove c’era un garage – la tipica autorimessa di certe casette piccolo borghesi, una stanza situata appena sottoterra, con oggetti vari (attrezzi, bici) piazzati in qualche ordine alle pareti, scope e secchi in un contesto di pulizia, anche se con quella sensazione di incompiuto che sento tipicamente in certe case di provincia.

 

Nella stanzetta sottoterra che dava verso al garage c’era lui, il Mattarella –anzi, c’era lei: nel mio sogno il presidente aveva le fattezze della senatrice ebrea Liliana Segre, la quale anche nella vita da svegli molti ritengono assomigliare al capo dello Stato di origine sicula.

 

Il Mattarella-Segre, che indossava un grembiule da lavori domestici, salutava rapidamente me e i miei conoscenti ma era indaffarato con qualcosa, forse stava pulendo, ed era come se aspettasse qualcuno, come se non fosse davvero padrone del suo tempo, o dello stesso spazio in cui si trovava. A quel punto, un uomo nel garage diceva di sbrigarsi, perché stavano arrivando «loro» (loro chi?), che dovevano parlare con Mattarella, o fare delle cose nel garage: la differenza tra le due azioni era inesistente, mi rendevo conto.

 

Semplicemente, ci veniva fatto capire che dovevamo uscire dal garage: il saluto al presidente era finito. Così ci ritrovavamo in strada. A quel punto mi diveniva chiaro chi erano «loro».

 

Una macchina, una berlina lunga e scattante (forse una vecchia Alfa, ma tenuta bene) arrivava sgommando davanti a noi, nella corsia sbagliata. Dentro c’era un immigrato africano che dal posto del guidatore ci guardava intensamente. Aveva un basco rosso, e pareva di scorgere una divisa verde militare, ma questo era un dettaglio secondario.

 

Piazzatosi davanti a noi minacciosamente con la sua macchina, l’africano, finestrini abbassati, cominciò a berciare in tono duro. Non parlava l’italiano, ma il pidgin che sentiamo in tanti immigrati da Nigeria et similia, un flusso di fonemi africani dove ogni tanto riesci a captare una parola in inglese.

 

Cosa voleva? Nessuno di noi rispondeva. Non era una conversazione. Nessuno di noi capiva, ma l’incomprensione non lo fermava. Continuava a vomitare la sua parlata africana a tono altissimo, così che realizzavo: l’immigrato ci stava dando ordini. Voleva che ci muovessimo in una certa direzione, andassimo in un certo posto, facessimo qualcosa, forse dovevamo pure salire in macchina, anzi no, perché non eravamo degni, eravamo solo delle persone da comandare e nient’altro.

 

Ero stranito, offeso. Meditavo su cosa dovevo fare per oppormi, ma il sistema sembrava settato così: nessuno di coloro che era con me fiatava. Evidentemente, pensavo, quella era la norma.

 

Capivo, in quel momento, chi stava aspettando il presidente, perché stava pulendo: comandavano, con evidenza, anche lì, nel garage della Repubblica. (Mentre scrivo, mi rendo conto di quanto questo sogno sia chiaro, chiarissimo)

 

Insomma: ho visto in sogno la Repubblica Italiana totalmente sottomessa ad una mafia africana. Ho visto gli africani che ci comandavano, in un contesto in cui non sembra esserci alternativa possibile.

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Ma perché mai devo sognare una cosa del genere? Da dove viene questo film grottesco e distopico che la mia psiche mi ha proiettato di notte? Mi fermo, chiudo gli occhi, respiro, cerco di scendere ai piani inferiori di questo pensiero.

 

In realtà, ho già visto una cosa del genere, in una serie H+ (2012). Una bizzarra opera fatta di microepisodi visibili online che è oggi importante per vari punti di vista. Era stato fatto come esperimento di Hollywood (l’ideatore è il controverso, e talentuoso, regista Bryan Singer) per distribuire contenuti in rete, quando ancora non c’era del tutto lo streaming.

 

Nella narrazione, l’umanità di un futuro molto prossimo (di fatto identico al presente) si impianta in massa un chip di interfaccia internet-cervello. Un bel giorno, qualcuno manda un virus, che uccide la stragrande parte della popolazione. Un caso di Single Point Failure: se tutto il sistema è collegato ad un unico punto, e quel punto viene attaccato, l’intero sistema cade – cioè muoiono tutti. Tipo, avete presente, se facessero lo stesso vaccino a tutta la popolazione, e poi risultasse che esso ha effetti devastanti… ma questa è un’altra storia.

 

Nella storia di H+ c’era anche una propaggine italiana, dove un prete sopravviveva alla strage globale perché si era rifiutato di farsi impiantare il chip (l’impianto veniva fatto, significativo, con una semplice siringa…), mentre tutti i colleghi sacerdoti erano invece felicemente chippati. Una parte del plot vede il prete vagare per l’Italia meridionale, dove vi sono ovunque posti di blocco di soldataglia africana: scopriamo che masse di africani armati, senza che si tratti esattamente dell’esercito, hanno invaso l’Italia sterminata. Gli africani – esattamente come poi sarebbe avvenuto nella realtà del vaccino COVID – hanno rifiutato l’iniezione del chip.

 

Quindi: immagini hollywoodiane di africani che comandano in Italia. Ma il mio sogno era più preciso di così. Sento che posso scendere ancora di più.

 

Ecco che nella mia mente trovo un ulteriore strato che mi racconta la scena onirica di cui stiamo parlando: è Il mondo senza donne (1936) di Virgilio Martini (1903-1986). Romanzo introvabile, censurato ai tempi dei fascisti e poi ai tempi dei democristiani. L’autore, che poi riparò in Sud America, è considerabile come uno dei pochi veri scrittori di fantascienza italiani.

 

Nel libro di Martini l’umanità viene sterminata in modo molto selettivo: semplicemente, muoiono tutte le donne, a causa di un’arma biologica – una pandemia – lanciata da un gruppo di omosessuali. La sparizione delle femmine porta il collasso delle nazioni e delle società, finite preda di una violenza senza fine da parte dei maschi impazziti. Ad un certo punto, a risolvere tutto è un presidente-dittatore di un improbabile Stato africano – che ai tempi in cui è stato scritto il testo nemmeno esistevano, c’erano le colonie! – che con un messaggio alla radio convince tutti gli uomini a finire di uccidersi, divenendo quindi sul colpo imperatore planetario.

 

La storia va avanti, ma quest’idea – davvero preconizzante, in anticipo di decennio, forse di un secolo – secondo cui il crollo della società occidentale porta ad un dominio africano mi aveva sempre colpito nel romanzo di Martini.

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Scendo ancora più in basso nel cervello, dove riaffiora un ricordo imprevisto: un tizio (un poliziotto, a dire il vero) nero che mi urla ordini da una macchina, prendendomi di sorpresa, l’ho visto. L’ho vissuto. Davvero.

 

Mi capitò in una cittadina sperduta nelle pianure dello Zambia, una dozzina di anni fa, alle sei del mattino di una domenica d’estate: io, pensate un po’, cercavo di ricordare dove fosse la chiesa per andare a messa – ma ammetto che ci andavo anche per comprare la pizza eccezionale che facevano alla forneria della parrocchia, dove gli africani erano stati istruiti da una ridda di panificatori lombardi pensionati andati lì per insegnare il lavoro – la funzione religiosa era spesso incomprensibile, con magari il classico caso di donna africana posseduta, ma oramai il contesto lo conoscevo.

 

E invece: ecco che mi perdo in auto per le larghe, larghissime strade della cittadina nel nulla del bush, praticamente all’alba. Mi fermo col pickup sul ciglio della strada, che è enorme, è un telo di cemento vecchio e crepato senza linee segnaletiche da nessuna parte. Chiedo all’unica persona che vedo – dormivano davvero tutti, si vede – dove si trova la chiesa.

 

A quel punto, nella strada deserta, una macchina si appaia alla mia. Un uomo africano, dalla sua auto senza parabrezza, e con due misteriose donne silenti caricate sul retro, comincia a parlarmi con tono sostenuto, e vedendo che non capivo cosa volesse, si mette in testa un cappello da poliziotto, di modo da rivelare la sua autorità. Mi dice di seguirlo alla centrale di polizia, che è lì davanti, facendomi significativamente passare davanti alla gabbia dove tenevano gli arrestati del sabato sera (quelli ubriachi e facinorosi), i quali c’è da dire che vedendomi arrivare si illuminano di simpatico interesse.

 

Segue, nell’ufficio di polizia, quello che ritengo essere una richiesta di pagamento per una multa improbabile – vogliamo dire un tentativo di estorsione o giù di lì? Difficile capire la gente, in Africa: me lo hanno spiegato perfino i missionari, e lo ho imparato. Alla fine, pago nulla, ed esco dalla situazione – cioè, dalla galera zambiano – usando una parola magica che mia sorella, telefonata quando è ancora profondamente addormentata in una casa a chilometri di campi di canna da zuccherò più in là, mi suggerisce di proferire. Come dico la parola, il problema magicamente scompare. Però questa è un’altra storia, che racconterò solo qualora i lettori lo chiedessero.

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Insomma: mi trovo a ricordare che il mio sogno mattarelliano con i neri che dettano ordini può perfino avere radici autobiografiche. Tuttavia, se faccio un altro respiro profondo, l’anamnesi mica finisce.

 

Se riemergo ad un livello di superficie, mi accorgo che c’è dell’altro: un’immagine più recente, e concreta. Eccomi, pochi giorni fa, ad una domenica senz’auto. Sì, l’idiozia che prima o poi sparirà speriamo: anche perché obbligare le donne a camminare al buio delle città divenute pericolose per loro — divenute pericolose chissà perché – non è una politica tollerabile, in teoria nemmeno per chi ha in casa l’altare con il feticcio del cambiamento climatico (e in tasca la tessera del PD).

 

Ho in macchina le due donne più importanti della mia vita, siamo al limite della città pedonalizzata per diktat ecofascista: mi fermo ad una transenna che hanno piazzato a sbarrare la via proprio sotto quella che è un’antica porta nelle mura medievali. Il portone non c’è, il Medio Evo neppure (in teoria), eppure non posso passare.

 

A controllare gli accessi, c’è, abbacchiato su un paracarro, un ragazzo africano con giubbino fluorescente da collaboratore pubblico – come i netturbini, gli «assistenti» della sosta, talvolta vigili etc. Osservo che sul bavero il ragazzotto nero ha stampato una mostrina: «volontario». Mi guarda, mi squadra. Sento che ha voglia di dirmi qualcosa, del resto ho fermato la macchina, per far scendere le ragazze, a pochi metri dal «suo» confine. Scendo per aprire le portiere. Vedo che desiste dal dirmi qualcosa, ficcando le mani ancora più a fondo nelle tasche.

 

Risalgo in macchina e parto: al varco successivo c’è un altro nero in uniforme arancione fluo. Così anche a quello dopo. Di lì capisco il pattern: l’autorità ha messo neri in uniforme a comandare sui cittadini.

 

Qualcuno lo può trovare come un livello umoristico della sostituzione etnica: stiamo importando non chi lavorerà con noi, ma chi ci comanderà, chi ci sorveglierà. Non stiamo facendo entrare, lo sappiamo bene, ingegneri e medici, ma nemmeno operai ed infermieri – stiamo importando chi in futuro servirà a dominarci e a reprimerci. Dietro l’immigrato dell’Africa nera, quindi, più che il netturbino o il lavoratore della conceria (i celeberrimi «lavori che gli italiani non vogliono più fare», come no), il poliziotto?

 

Se ci pensiamo, la meccanica sociale del fenomeno è pienamente comprensibile: è la realizzazione tecnica di uno stadio dell’anarco-tirannia, dell’inclusione del caos etnico e civile come strumento di potere verticale. Il potere stesso coopta elementi estranei – che, si suppone, potrebbero essere arrivati qui in maniera illegale – provenienti da contesti di civiltà implosa o mai esistita (è la scusa per dire che scappano, no?) per controllare, un domani reprimere, la popolazione, con la ferocia necessaria. Una ferocia di fatto difficilmente trovabili nei contesti dei Paesi occidentali, dove la società non è ancora del tutto collassata.

 

Gli immigrati diverranno nostri guardiani, nostri carcerieri: l’idea è stata lanciata da qualcuno negli ultimi anni di ondata migratoria. In Inghilterra qualcuno si è spinto a dire che vi sarebbe un programma, con addestramenti già effettuati, per far diventare le masse immigrate come le unità di repressione nel futuro lockdown.

 

John O’Looney, un uomo delle pompe funebri che rimase sconvolto dallo scoprire quei coaguli tentacolari, filamenti fibrosi simili ad un calamaro, che hanno preso ad ostruire il sistema circolatorio dei defunti da imbalsamare, lo ha detto all’imprenditore ed attivista Brexit Jim Ferguson: «posso dirti che questi sono soldati delle Nazioni Unite e saranno schierati dall’OMS quando annunciano il prossimo lockdown pandemico».

 

L’O’Looney, da quando ha lanciato l’allarme per i «calamari» comparsi improvvisamente nei cadaveri, raccoglie ogni sorta di confidenze. Qualcuno con entrature nelle cose dell’esercito gli ha raccontato in dettaglio questo piano allucinante: «questo è ciò che accadrà. Sono stati addestrati da soldati britannici. Sono stati addestrati dal reggimento Black Watch. Sono stati addestrati ad Adalia, in Turchia e nell’Ucraina orientale. Sono prevalentemente scesi al grado di sergente. Vengono poi spediti in Francia. Hanno firmato tutti l’Official Secrets Act, poi sono stati traghettati».

 

L’uomo parla di masse di immigrati che sarebbero stati di fatto militarizzati. Per essere schierati contro la popolazione autoctona.

 


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Non c’è modo di pensare che programmi simili, se esistono, siano pensati solo per la Gran Bretagna. E del resto, guardiamo in casa, e vediamo che immigrazione e forze militari non sembrano delle realtà incompatibili. Abbiamo in testa le camionette verdi, con dentro e fuori soldati armati, nei dintorni delle stazioni ferroviarie italiane: gli immigrati le considerano un deterrente? Smettono, in quell’area, di rubare, spacciare, picchiarsi? No: evidentemente non ne hanno paura.

 

Gli stranieri – e attendiamo chi ci può smentire – non hanno più paura di polizia e carabinieri. Un tempo forse quando vedevano una voltante si nascondevano, avessero o no i documenti. Ora invece vediamo le questure semplicemente invase da extracomunitari: sono gli immigrati, di fatto, il principale cliente di tanti uffici pubblici.

 

L’immigrato afro-islamico… come alleato delle forze dell’ordine? Possibile: ripetiamo, la formula nel Nuovo Ordine prevede la fusione di legge e caos – ordo ab chao. Quanti, in questi anni, hanno a loro volta notato che, più che donne, vecchi e bambini (quelli che di solito «scappano dalle guerre»), abbiamo importato giovani maschi atletici in età militare? Tutti.

 

Di qui può sorgere l’illuminazione: ecco perché le questure ad alcuni possono sembrare oramai istituti per l’accoglienza degli immigrati, più che per i servizi ai cittadini. Se dovete fare una denuncia, potreste aspettare sei, sette ore. Gli extracomunitari, invece, in questi anni hanno visto moltiplicarsi gli uffici a loro dedicati.

 

E quindi, quando in qualche servizio TV la borseggiatrice dell’autobus dice «lasciatemi stare, se rubo non interessa nemmeno alla polizia», cosa significa davvero?

 

E quando sentiamo storie di ragazzini immigrati bulli che spadroneggiano, contro compagni e pure insegnanti, alle elementari, medie, superiori? Che significato ha questo fenomeno?

 

Quando minorenni «etnici» creano rivolte violente (o anche solo festeggiamenti per il calcio o il nuovo anno), attaccando la polizia, minacciando i cittadini, quando invadono intere località turistiche di fatto cancellando il potere dello Stato italiano, abbiamo capito cosa sta succedendo?

 

Sta succedendo che, con ogni probabilità stiamo diventando persone senza diritti, senza rispetto, a cui poter urlare ordini incomprensibili: in una parola, schiavi. Il ribaltamento tanto agognato è servito: europei schiavi degli africani.

 

Quindi quanto manca alla nostra sottomissione definitiva?

 

Lasceremo che questo accada?

 

Lasceremo ai nostri figli questo osceno futuro di schiavitù e persecuzione?

 

Lasceremo ai nostri figli, più che i nostri sogni, un Paese da incubo?

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

La violenza studentesca contagia anche il Belgio

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Le proteste studentesche si sono estese dalla Francia al Belgio. Lunedì, nella regione di Liegi, le sedicenti manifestazioni sulle condizioni dell’istruzione sono state funestate da vandalismo, incendi e arresti.   È chiaro agli osservatori che si tratta in realtà di una rivolta creata da giovani immigrati di seconda generazione.   I disordini seguono settimane di violenze in Francia. Esattamente come accaduto con la rivolta delle banlieue tre anni fa, il contagio si estende ai Paesi francofoni limitrofi come il Belgio – a riprova che si tratta non di critica delle istituzioni, che sono diverse nei due Paesi, ma del medesimo sostrato sociale dei due Paesi invasi da decenni immigrazione.   Centinaia di persone si sono radunate davanti alle scuole di Liegi, bloccando gli ingressi e sfilando per la città. I negozi del centro sono stati chiusi per precauzione, mentre i manifestanti hanno tentato di danneggiare le serrande dell’Istituto Saint-Michel. I vigili del fuoco hanno segnalato anche incendi di scooter nelle vicine Herstal e Chenee.   Secondo i media locali, lunedì la polizia ha effettuato 16 arresti. Gli agenti hanno trovato bottiglie di vetro e pezzi di stoffa nelle borse di alcuni manifestanti, materiale che a loro avviso avrebbe potuto servire a fabbricare bombe molotov, anche se non sono state rinvenute sostanze infiammabili.    

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In Francia, giovedì scorso, sono state arrestate quasi 2.000 persone e oltre 300 agenti sono rimasti feriti. Anche personale scolastico e studenti hanno riportato ferite, e gli organi di controllo della polizia hanno avviato indagini. Le proteste sono proseguite lunedì: il Ministero dell’Istruzione ha segnalato manifestazioni in 413 scuole secondarie.   I disordini hanno aperto anche una polemica politica in Francia. Il governo accusa il partito di sinistra France Insoumise di aver orchestrato le proteste dopo che alcuni parlamentari hanno visitato i blocchi scolastici. Il partito respinge l’accusa e attribuisce la rabbia degli studenti alla negligenza del governo. Il leader Jean-Luc Mélenchon ha lanciato un appello alla nonviolenza.   Le violenze si sovrappongono a proteste più ampie nel settore pubblico contro i tagli alla spesa, che coinvolgono insegnanti, operatori sanitari, vigili del fuoco e personale dei trasporti. I movimenti hanno aumentato la pressione sul presidente Emmanuel Macron, il cui indice di gradimento è sceso al 16-18% negli ultimi sondaggi.   Come riportato da Renovatio 21, i giovani immigrati avevano dato vita ad una «jihad stradale» a Brusselle, città dove sono presenti quartieri definiti come no-go zone.   Non pare dissimile la situazione vista a Vicenza la scorsa settimana, invasa da vandali maranza per un raduno indetto da un TikToker maghrebino.

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Gender

Migranti LGBT deportati da Trump in Paesi «ostili»

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I migranti LGBT sono stati deportati dall’amministrazione Trump verso Paesi terzi «ostili». Lo riporta l’agenzia Reuters.

 

Almeno 40 migranti LGBT sono stati rimandati in Paesi africani che criminalizzano le relazioni omosessuali o che il Dipartimento di Stato americano ha definito «ostili» a tali relazioni.

 

«Reuters ha seguito il destino di tutte e 40 le persone, provenienti da tutta l’Africa, nonché da Iraq, Giamaica e Russia, intervistando una dozzina di deportati e avvocati specializzati in immigrazione e analizzando centinaia di pagine di documenti legali», riporta l’agenzia.

 

«Sedici di loro si trovano ancora nei paesi in cui sono stati deportati e alcuni sono tuttora detenuti. Altri sedici (…) sono stati rimpatriati nei loro Paesi d’origine contro la loro volontà. Nove si nascondono in Paesi terzi. Un uomo ghanese non è più in contatto con i suoi avvocati o parenti», hanno affermato.

 

I Paesi indicati come ostili sono la Sierra Leone, la Guinea Equatoriale, il Camerun, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo e l’Eswatini, in precedenza Swaziland.

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Le espulsioni verso Paesi terzi, cioè i casi in cui una persona viene rimpatriata in un Paese diverso da quello di residenza, erano rare durante la prima amministrazione Trump, ma sono diventate una delle politiche migratorie centrali della seconda. La misura, adottata dal Dipartimento per la Sicurezza Interna nel marzo 2025, consente ai funzionari di espellere cittadini stranieri in sole sei ore.

 

L’amministrazione Trump ha accordi con diverse decine di Paesi per accogliere deportati che non sono loro cittadini. In Africa figurano Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Swaziland, Guinea Equatoriale, Ghana, Ruanda e Uganda. In America Latina hanno accettato di accogliere migranti di Paesi terzi anche Costa Rica, Guatemala, El Salvador e Honduras.

 

Reuters afferma che almeno 40.000 persone sono state deportate in Paesi terzi, di cui circa 900 in Africa.

 

A metà settembre una corte d’appello ha bloccato la politica, sostenendo che l’amministrazione non permetteva ai migranti di esprimere le proprie preoccupazioni sui maltrattamenti prima di essere deportati.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Immigrazione

Catastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città

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L’anarco-tirannia immigrata ha dato una prova ulteriore di forza, conquistando di fatto un’altra città italiana. Il significato epocale dell’accaduto, tuttavia, sembra non essere chiaro a tutti i politici che, da destra o sinistra, ora lamentano l’accaduto. Né ai giornali dell’establishment, che non riescono nemmeno a parlare di quanto successo come di una questione legata all’immigrazione.   In verità siamo dinanzi ad un momento storico, il cui senso, per il destino delle nostre città e della società stesso, va compreso fino in fondo.   I fatti: sabato pomeriggio a Vicenza, Campo Marzo, l’area verde davanti alla stazione. Un migliaio di giovani immigrati hanno risposto all’appello social di Hamza Messaf, influencer noto come «Ilvucumprà», che, con barbetta che può ricordare altri tipi di predicatori, su Instagram e TikTok aveva convocato i suoi follower per il «battle aura tour»: nel gergo delle nuove generazioni, avere aura significa avere carisma. Si tratta di una disfida di pose, balletti a favore di smartphone la cui cifra narcisistica è autoevidente.   Secondo quanto riportato, l’«evento» vedeva in palio vestiti da distribuire gratis ai partecipanti. Si è presentata una marea di immigrati tra i 15 e i 18 anni, ma anche, dicono le cronache, di 10-11, alcuni con i genitori (che immaginiamo siano immigrati che approvano l’ambiente). In pratica, un’immane orda maranza radunatasi a viale Roma, il tratto di strada costeggiato dal verde di Campo Marzo che congiunge la stazione ferroviara al centro storico palladiano.

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Il Messaf vucumprà (nome che ascoltiamo perfino con una certa nostalgia) aveva avvisato le forze dell’ordine, e il viale era presidiato da questura, carabinieri e polizia locale. Alla notizia del suo arrivo la folla si è spostata in viale Roma, all’ex Caffè Moresco (un locale bello e antico, costruito nel 1838 in stile neomoresco, ma che non trova pace: continua a cambiare gestione senza trovare stabilità a causa della percezione del degrado circostante) e infine al Park Verdi, inseguendo l’influencer assediato dai fan.   I giornali scrivono che quindi la situazione sarebbe «degenerata». Si parla di un’aggressione all’influencer, non confermata dalla questura. Nel parcheggio sono state divelte una sbarra e la porta dell’ascensore per l’interrato, mentre il furgone di Messaf ha perso un finestrino nell’allontanarsi. Qualcuno è rimasto ferito, con sangue sul marciapiede.   Attenzione: il Park Verdi, cosa che non sembra interessare le testate che ne parlano, è un parcheggio sotterraneo. Non è chiaro se l’intenzione sia stata quella di spostare il tutto sottoterra, ma vi sono immagini circolanti della massa che sale dall’uscita (dove sono state distrutte le sbarre), più ci sono le voci dell’ascensore danneggiato. Il Park Verdi è il luogo dove, avendoci i soldi – perché è ovviamente caro – uno mette la macchina per averla comoda e custodita in sicurezza. Anche questa piccola certezza svanisce grazie all’invasione maranza: in un’ulteriore infrazione della logica pubblica e civile, chi ha sborsato di più si è ritrovato con il bene dell’auto esposto alla barbarie.   I disordini anche in piazzale Giusti (che, con una genialata dell’assessorato, è stato reso a senso unico, intasando il traffico dell’area), corso San Felice (dove è stato messo il traffico a due sensi, contestatissimo dai locali), via Napoli (sede di call-center e delle attività delo sottobosco immigrato) e viale Milano, vera casbah cittadina dove in molti hanno paura a camminare anche di giorno, di notte nemmeno a parlarne.   Secondo quanto riportato, alcune ragazze avrebbero riferito di molestie: immancabili in queste occasioni, dove certamente non si può fare a meno della grande tradizione della taharrush gamea, la molestia di massa araba.   La zona è da anni al centro delle polemiche cittadine. Il Campo Marzo è luogo non solo di bivacco di balordi immigrati, ma anche di spaccio all’aperto (fenomeno impensabile in città solo pochi decenni fa) e pure di accoltellamenti. Chi scrive può testimoniare che, provando ad attraversarlo di sera per puro esperimento, il luogo si è trasformato chiaramente in una no-go zone.   Una cancellata eretta per escludere una parte del parco ha avuto esiti tristi e grotteschi, come l’imprigionamento della statua di Antonio Pigafetta, il letterato vicentino diarista di Magellano. Ne avevamo scritto in un articolo su Renovatio 21: nel tratto di strada dove vi era un grande cinema, un eccezionale negozio di musica, una banca, un rinomato commercio di giocattoli, una libreria tramite la quale lo scrivente da giovanissimo aveva potuto leggersi Shakespeare, Nietzsche, Proust, Schopenhauer a 1000 lire al colpo, tutto è stato sostituito da molteplici kebab e, novità che fa comprendere la portata dell’immigrazione dell’Africa nera, rivendite di pollo fritto, tutte l’una accanto all’altra.   Lo avevamo definito come il fenomeno delle nostre città ridisegnate dagli immigrati. I sonori schiamazzi maranza udibili in piazza De Gasperi, l’esedra con cui termina viale Roma, dimostrano che il dominio immigrato del territorio è incontrastato. Tali osservazioni, tuttavia, paiono sfuggire del tutto al potere costituito.   In un’ulteriore mossa urbanistica che ha dell’incredibile, il comune ha di fatto ristretto enormemente le carreggiate in viale Roma per ampliare parossisticamente il marciapiede – cioè dove stanno gli immigrati – disassando al contempo la prospettiva di chi arriva verso la città, che si trova ridicolmente fuori asse rispetto alla porta del Giardino Salvi che si scorge alla fine del viale.

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Qui è sensibile tutta l’insipienza dello Stato moderno: i grandi viali non solo danno il giusto respiro di bellezza e di potenza di una città, ma consentono alle autorità di portare rapidamente truppe per sedare disordini. È la lezione del barone Georges-Eugène Barone Haussmann, che abbattendo edifizi a favore di grandi boulevard trasformò radicalmente il volto di Parigi tra il 1852 e il 1870, su incarico di Napoleone III. Poco dopo anche la Roma post-papalina decide di hausmanizzare l’urbe creando via Nazionale, Corso Vittorio Emanuele II, via Cavour.   Ora, nel momento del caos maranza, si può capire quanto tale semplice principio urbanistico sia attuale – oltre che esteticamente giusto.   Parliamo proprio di Hausmann perché la realtà della situazione, a quanto pare ancora non compresa dal potere cittadino né da quello romano, è quella di un problema militare. Non si tratta di una questione sociale, o addirittura educativa, come ha pazzescamente dichiarato il sindaco di sinistra.   E non si tratta nemmeno di ordine pubblico: no, quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, un’invasione del territorio nazionale. Non stiamo parlando in linguaggio figurato. La volontà stessa della massa immigrata è annunciata da essa apertis verbis. Non solo nei video circolanti sui social giovanili, ma pure in slogan scanditi al momento della conquista: i giornali, per pudore da Carta di Roma immaginiamo, non riportano alcun virgolettato di quanto cantato dagli stranieri a Vicenza sabato scorso. Arriva solo una parafrasi: dicono che inneggiavano al cambiamento del Paese.   Sui social invece qualcuno insinua che sarebbe stato detto «Avete visto cosa è successo in Francia? Questi vogliono cambiare questo fottuto Paese» oppure «bruciamo l’Italia come la Francia», con riferimento ai belluini fatti d’Oltralpe di questi giorni.   In pratica, non solo un chiaro intento eversivo (per il quale vi è nel Codice Penale l’intera categoria dei delitti contro la personalità dello Stato, oltre ai più generici delitti contro l’ordine pubblico), ma il tentativo riuscito di espugnare una parte del territorio italiano per farne qualcos’altro – forse quella cosa che nei centri sociali degli anni Novanta si chiamava T.A.Z., zona temporaneamente autonoma, come nell’idea del teorico anarco-pedofilo Hakim Bey.   Erano T.A.Z. la Genova devastata durante il G8 del 2001, dove i manifestanti «aprivano» negozi e pompe di benzina abolendo le leggi sociali. Sono T.A.Z. i rave illegali dove, con l’occupazione non autorizzata di suolo pubblico o privato, i raver possono riempirsi di droghe sintetiche e fare qualsiasi cosa vogliano. Sono T.A.Z., ma questo è più difficile ammetterlo, anche perché il carattere di temporaneità si perde, le no-go zone islamiche di Finsbury Park a Londra, Saint–Denis a Parigi, Molenbeek a Bruxelles, Malmö in Svezia e in Italia, con episodi di disordine assicurato a capodanno, San Siro a Milano. È solo una manciatina di esempi eclatanti: un report recente stima che esistano tra le 900 e le 1.000 aree urbane con caratteristiche riconducibili a no-go zone.   Per il lettore di Renovatio 21 si tratta di un déjà vu. Questo fenomeno lo avevamo visto, e analizzato in tutta la sua portata epocale, ancora quattro anni fa, quando un’intera cittadina fu di fatto sottratta al controllo dello Stato italiano: Peschiera del Garda, quando una torma di ragazzini africani – forse duemila elementi – si impossessò degli spazi urbani, urlando e vandalizzando con il fine, esplicitato in vari messaggi sui social, di rendere il paese lacustre non più Italia, ma Africa.   In pratica, non si trattava di una festa – o di un rave, come aveva scritto qualche giornalista eunuco – ma di una vera, enorme manifestazione identitaria: individui nati e cresciuti in Italia ma che si sentono parte di una supposta identità pan-africana (dove i maghrebini possono convivere con i subsahariani: nell’Africa vera non è così facile….). Tale sentimento rappresenta una lieve foglia di fico per l’odio che essi nutrono verso il Paese dove stanno. Un disprezzo che è slatentizzato, disinibito, tracotante – e impunito.   Il lettore di Renovatio 21 può vedere la continuità totale fra i due eventi: come a Peschiera, anche a Vicenza il raduno è lanciato sui social, i ragazzini immigrati si riprendono con il telefonino in danze ebeti e pose di narcisismo imbecille, gli slogan si basano sull’antinazionalismo sfrontato, i danni alle proprietà vengono inflitti automaticamente.   In ambo le situazioni il cittadino assiste all’impotenza delle forze dell’ordine. Erano semplicemente allucinanti le scene di Peschiera dove la carica dei celerini veniva derisa dagli astanti, perché colpiva, se riusciva ad acchiapparli, solo pochi ragazzini immigrati, con gli altri che sghizzavano e riprendevano tutt’intorno, magari saliti sopra il tetto di un’automobile. È la rappresentazione plastica dell’impotenza dello Stato, della vittoria del programma di conquista immigrato, che i giovani hanno l’impudenza di dichiararci in faccia, e per questo bisogna esser loro grati.

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Infine osserviamo come in questi accadimenti arrivano sempre le storie di molestie alle donne, rammentando che per le ragazzine italiane aggredite sul treno che da Peschiera andava a Milano (erano state a Gardaland, sul vagone prima degli abusi è stato detto loro che quel vagone non era per le italiane) l’inchiesta è stata archiviata, perché le telecamere dei treni non erano in funzione. Del significato sociopolitico e strategico dello stupro sistemico, nel contesto di invasione in corso, abbiamo parlato in un altro articolo. Dobbiamo comprendere che queste scene, questi delitti diffusi, sono solo l’anteprima di ciò che ci aspetta – e non solo nelle banlieues alla parigina, ma, come visibile, nel cuore storico stesso delle nostre città. Una società riformulata secondo la barbarie continua, un mondo dove ogni logica umana di sicurezza, e di giustizia, viene cancellato.   Abbiamo usato per questa situazione il termine coniato negli anni Novanta dallo scrittore «paleoconservatore» Samuel T. Francis (1947-2005), «anarco-tirannia». L’anarco-tirannia descrive uno Stato che resta potente e funzionante in molti ambiti, come tasse, burocrazia e regolamentazione, ma che non svolge o rifiuta di svolgere le sue funzioni protettive fondamentali. Il risultato è una combinazione di due cose: L’anarchia, perché i criminali veri non vengono perseguiti o vengono tollerati; la tirannia, perché il potere dello Stato si abbatte invece sui cittadini onesti e rispettosi della legge.   Chi ricorda l’epoca COVID ha potuto testimoniare con quale pugno di ferro lo Stato moderno distruggeva i diritti fondamentali, persino i suoi stessi principi costituzionali, per reprimere il cittadino: al contempo, in lockdown era possibile vedere sgherri immigrati continuare nel loro bivacco pubblico, che proseguiva beato in assenza di green pass. Scendendo più nel quotidiano, lo stesso può dirsi delle multe, del bollo alto, e via dicendo: ambiti dove lo Stato moderno mostra, solo col cittadino autoctono contribuente, un’inflessibilità assoluta.   «Questa condizione, che in alcuni dei miei articoli ho definito “anarco-tirannia”, è essenzialmente una sorta di sintesi hegeliana di quelli che sembrano essere opposti dialettici: la combinazione di un potere governativo oppressivo contro gli innocenti e i cittadini rispettosi della legge e, simultaneamente, una grottesca paralisi della capacità o della volontà di usare tale potere per svolgere doveri pubblici fondamentali come la protezione o la sicurezza pubblica» scriveva Francis nel saggio Anarcho-Tyranny, U.S.A. (una conferenza del 1993, il cui testo è stato pubblicato su Chronicles nel luglio 1994). «Ed è caratteristico dell’anarco-tirannia non solo non punire i criminali e non far rispettare l’ordine legittimo, ma anche criminalizzare gli innocenti».  

Nel 2005, nell’articolo Synthesizing Tyranny, Francis ribadiva: «Ciò che abbiamo oggi in questo paese, dunque, è sia anarchia (l’incapacità dello Stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato a fini oppressivi; la criminalizzazione dei cittadini onesti e innocenti attraverso una tassazione esorbitante, una regolamentazione burocratica, l’invasione della privacy e la manipolazione delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso “corsi di sensibilizzazione” e programmi di studio multiculturali, leggi sui “crimini d’odio”, leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge, ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente, e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarchia-tirannia».

  La questione è, come sempre, che se il sistema produce l’anarco-tirannia, allora significa che quello è lo scopo: secondo la celebre definizione, il punto di ogni sistema è ciò che fa. Secondo Francis, «lo Stato non “omette” di far rispettare le altre leggi; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo. L’anarchia-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato, da uno Stato impegnato a proteggere i cittadini rispettosi della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nella migliore delle ipotesi, una patologia sociale e, nella peggiore, un nemico».

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Francis considerava il concetto di anarco-tirannia come un addendo alla critica dello «Stato manageriale» del filosofo e politologo conservatore James Burnham (1905-1987), che aveva previsto che l’oligarcato avrebbe sostituito i grandi capitalisti con una classe di tecnocrati. Secondo Francis il fenomeno del disordine è incorporato nel sistema stesso e non si risolve combattendo la corruzione o cambiando i governanti. Citava l’esempio dei commercianti coreani arrestati o ostacolati durante i disordini di Los Angeles del 1992, dove avevano costituito un formidabile servizio d’ordine armato per difendere le loro proprietà ed attività dalle razzie della comunità nera in rivolta per l’assoluzione dei poliziotti che avevano pestato il tale Rodney King.   «In un regime anarchico, il crimine è permesso e i criminali non vengono arrestati né puniti. Sotto una tirannia, i cittadini innocenti vengono puniti. La maggior parte delle società del passato ha ceduto all’una o all’altra, ma per quanto ne so mai a entrambe contemporaneamente» scriveva Francis. «Il risultato dell’anarchia-tirannia è che il governo accresce il proprio potere, i criminali non vengono controllati e i cittadini rispettosi della legge finiscono per essere repressi dallo stato e attaccati da teppisti».   Se vi chiedete perché il potere stia attivando un tale programma, rispondetevi guardando le vostre vite: una volta impauriti, spinti alla base della piramide di Maslow (in cerca di sicurezza, e forse più avanti, di cibo) dai branchi barbari, avrete ancora voglia di chiedere che i vostri diritti, le vostre esistenza, siano rispettate?   Una volta schiacciati dalla paura della jungla urbana, avrete ancora l’energia per chiedere dignità per il lavoro, un futuro per i figli, il rispetto della vostra vita biologica?   La risposta è, chiaramente, sempre no. Traiamo, quindi, le vere conseguenze. Quello che abbiamo visto a Vicenza (e Peschiera, e in Francia, e ovunque) non è un incidente. È un atto deliberato di ingegneria sociale.   Le nostre città, le nostre società, stanno venendo trasformate sotto i nostri occhi – ci stanno venendo sottratte, assieme ai nostri diritti fondamentali, perfino il diritto di esistere.   Quello che succederà non lo sappiamo: crediamo però che se prima del collasso un reazione vi sarà, essa si manifesterà in una terrificante, infausta «purga» che assumere tutti i crismi di una guerra civile, o meglio, di una guerra internazionale però combattuta dentro il cuore stesso dei Paesi europei.   Quale di questi Paesi europei partirà per primo a reagire non sappiamo dirlo. Tanto è insostenibile la situazione quanto è imprevedibile l’esito – che sarà, giocoforza, una riprogettazione sistemica, con la defenestrazione dell’élite al potere.   L’alternativa, e le immagini sono sempre più chiare, sarà l’inferno sulla nostra terra.   Roberto Dal Bosco  

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