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Economia

Distributisti e capitalisti: la differenza c’è, e si vede

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Peter Kwasniewski, esperto docente statunitense di Dottrina sociale della Chiesa, ha affrontato recentemente anche il tema del disaccordo tra distributisti e capitalisti, offrendo una serie di spunti di riflessione di estremo interesse.

 

Per accostare in modo corretto quanto esposto da Kwasnieswski, ritengo opportuno evidenziare almeno due premesse necessarie: 1) il panorama statunitense, diverso da quello italiano, entro cui collocare il dibattito tra liberal-capitalismo e proposta distributista; 2) la peculiarità del sorgere del distributismo classico (in particolare le opere di Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc e Padre Vincent McNabb) in seno alla società industriale inglese di fine XIX secolo e di inizi ‘900 e la ricezione da parte dei cattolici inglesi dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII del 1891.

 

In Inghilterra e negli Stati Uniti si è accesa una grossa disputa, in quanto si sono riscontrati maggiormente i conflitti e le lacerazioni politico, sociali, morali ed economiche determinati dal capitalismo e dall’ideologia liberal-illuministica di riferimento. Kwasnieswski cita autori contemporanei come Thomas Storck (intervistato e pubblicato dall’Osservatorio Van Thuan nel Bollettino Attualità del distributismo) e John Medaille, docente presso l’Università di Dallas, Stati Uniti e manager di grandi corporation e piccole aziende per più di 30 anni.

 

Le origini del distributismo sono tutt’altro che campate in aria, ma affondano invece nella riscoperta delle radici dell’ordine economico, per renderlo operativo e applicabile anche alle situazioni nuove e reali

In particolare Medaille ha contrastato una delle accuse che il capitalismo ha sempre rivolto ai distributisti, ossia la mancanza di «scienza economica» e la conseguente caduta della proposta distributista nel regno dell’utopia e dell’astrattezza.

 

Accuse rivolte fin dagli albori del distributismo, a cui Medaille ha efficacemente controbattuto, ribadendo come l’ordine economico proposto dal distributismo sia fondato sull’equità e sull’equilibrio, ponendosi come alternativa reale e pratica all’assenza di equità del capitalismo, che ha reso l’equilibrio impossibile e l’inefficienza inevitabile. Pertanto le origini del distributismo sono tutt’altro che campate in aria, ma affondano invece nella riscoperta delle radici dell’ordine economico, per renderlo operativo e applicabile anche alle situazioni nuove e reali. Contrastando il liberismo del laissez-faire come principio autoregolatore del mercato, Medaille ha evidenziato il differente modello economico che vede la famiglia protagonista, che aggiunge veramente ricchezza all’economia.

 

Medaille ha difeso il «capitale» dall’aggressione ideologica capitalistica, dimostrando come, ad esempio, un contadino che desideri avere un raccolto il prossimo anno, abbisogni di salvare qualcosa di quello che ha prodotto (il «capitale»).

 

Questo sano concetto di «capitale» che proviene dal lavoro contrasta con il sistema dell’usura capitalistica moderna che è basato sulla ricchezza senza lavoro.

 

Un sistema bancario che avvantaggi l’avarizia e perda la fonte originaria del lavoro umano, inverte l’ordine naturale producendo quei mostri finanziari che sovvertono a loro volta un proprio ordine, diventando padroni della produzione anziché aiuti all’economia reale

Anche un sistema bancario, ha denunciato Medaille, che avvantaggi l’avarizia e perda la fonte originaria del lavoro umano, inverte l’ordine naturale producendo quei mostri finanziari che sovvertono a loro volta un proprio ordine, diventando padroni della produzione anziché aiuti all’economia reale.

 

Citando il volume di Hilaire Belloc La restaurazione della proprietà, Medaille ha sottolineato gli errori che si possono compiere nel trasferire potere d’acquisto da un gruppo (pochi capitalisti) ad un altro (molti indigenti). Gli sbagli possono essere sintetizzati in tre punti: 1) la carità (soprattutto nella forma assistenzialistica); 2) la spesa statale; 3) il credito al consumatore (o l’usura).

 

Questi falsi rimedi alle disfunzioni del capitalismo hanno portato ad un’economia di plastica, basata su aperture di credito e sintetizzata dal proliferare delle carte di credito, costituendo un castello di carte instabile e fluttuante.

 

L’instabilità, appunto, e l’iniquità profonda del capitalismo sono sempre stati i bersagli critici da parte dei distributisti, sia quelli classici sia quelli contemporanei. La tutela della piccola proprietà largamente diffusa invitava alla responsabilità e all’assunzione di diritti e di doveri finalizzati al bene comune.

 

Giustamente Kwasniewski ha difeso il sistema delle gilde e delle corporazioni medievali, a cui faceva riferimento il lamento accorato di Leone XIII nell’introduzione alla Rerum novarum o che, come Chesterton, mirabilmente esplicava nel manifesto distributista Il profilo della ragionevolezza del 1926:

Questi falsi rimedi alle disfunzioni del capitalismo hanno portato ad un’economia di plastica, basata su aperture di credito e sintetizzata dal proliferare delle carte di credito, costituendo un castello di carte instabile e fluttuante

 

«Il principio dell’arco è umano, applicabile a tutta l’umanità e da essa utilizzabile. Lo stesso vale per la corretta distribuzione della proprietà privata. Qual è il principio dell’arco? Secondo il principio dell’arco, unendo in un certo modo delle pietre di forma particolare, la loro stessa tendenza a cadere impedirà che cadano. A sorreggere l’arco è l’uguaglianza della pressione che le singole pietre esercitano l’una sull’altra. L’uguaglianza è al tempo stesso mutuo soccorso e mutuo impedimento. Non è difficile dimostrare che in una società sana la pressione morale di diverse proprietà private agisce esattamente allo stesso modo».

 

Quello che l’uomo moderno fatica oggi a capire delle corporazioni di arti e mestieri è il contesto cattolico, eucaristico e mariano menzionato da Kwasniewski, che in una cultura individualistica e liberal-capitalista diventa incomprensibile, tutt’al più da rinchiudersi in categorie denominate «astratte, cripto-socialiste o addirittura stataliste».

 

«Il principio dell’arco è umano, applicabile a tutta l’umanità e da essa utilizzabile. Lo stesso vale per la corretta distribuzione della proprietà privata. Qual è il principio dell’arco? Secondo il principio dell’arco, unendo in un certo modo delle pietre di forma particolare, la loro stessa tendenza a cadere impedirà che cadano»

Pur non idealizzandole o vagheggiandole utopisticamente, le corporazioni medievali erano tuttavia rinvenibili all’interno di una società cristiana, come afferma Kwasnieswski: «erano realtà genuinamente cattoliche, intrinsecamente sociali e di successo modesto…».

 

Quest’ultima considerazione mi ha fatto ricordare una delle frasi paradossali di Chesterton, che contrastava efficacemente il significato della competitività e del successo nel sistema capitalistico:

 

«Non c’è nulla che porti al fallimento come il successo!».

 

I distributisti hanno da sempre visto e proclamato il fallimento del sistema liberal-capitalistico, così come quello social-comunista, come attestano queste parole di Chesterton molto attuali: «E all’ultimo minuto, quando il futuro sarà più cupo e più chiara apparirà la fine, la maggioranza degli uomini forse capirà d’un tratto in che vicolo cieco il vostro progresso li ha condotti”».

 

I distributisti hanno da sempre visto e proclamato il fallimento del sistema liberal-capitalistico, così come quello social-comunista, come attestano queste parole di Chesterton molto attuali: «E all’ultimo minuto, quando il futuro sarà più cupo e più chiara apparirà la fine, la maggioranza degli uomini forse capirà d’un tratto in che vicolo cieco il vostro progresso li ha condotti”»

La parte finale delle riflessioni di Kwasniewski, che riguarda l’opposizione tra l’Amore di Dio e l’amore del mondo, lo spirito di possessività, fino alla proposta di un esame di coscienza fondato sull’elaborazione della prima delle Beatitudini annunciate da Nostro Signore: «Beati i poveri in spirito: perché di essi è il regno dei cieli», si può collegare alla missione evangelico-distributista di Padre McNabb, frate domenicano, padre spirituale degli stessi Belloc e Chesterton.

 

Come Kwasnieswski ha elaborato otto suggerimenti, alla stregua delle otto beatitudini di Cristo, così Padre McNabb ha enunciato nel suo La Chiesa e la terra del 1925 il Credo distributista cristiano.

 

Kwasnieswki ha citato il Card. Ratzinger, che ne Il sale della terra scriveva: «Noi cristiani dovremmo sforzarci di uscire da questo mondo sovra-arredato e stipato per raggiungere una autentica e vigile libertà interiore».

 

Il distacco dalla possessività dei beni materiali comporta non solo una critica alla società opulenta e consumistica, ma un ordinare lo spirito ai beni interiori e spirituali, alla presenza di Dio anche sociale:

 

Padre McNabb scriveva nel suo Credo: «Credo che nel nostro mondo economico “il desiderio di denaro è la radice di ogni male” e che la vita umana, essendo un dono divino, non è adeguatamente ripagata da nessun dividendo umano, ma solo dalla retribuzione divina»

«Il nostro sforzo dev’essere, costantemente, quello di non addomesticarci, e possiamo far ciò rendendo più semplice l’ambiente che ci circonda, stando sempre attenti a evitare l’accumulo di beni e comfort eccessivi».

 

Allo stesso modo, circa un secolo precedente, Padre McNabb scriveva nel suo Credo: «Credo che nel nostro mondo economico “il desiderio di denaro è la radice di ogni male” e che la vita umana, essendo un dono divino, non è adeguatamente ripagata da nessun dividendo umano, ma solo dalla retribuzione divina».

 

Si può rimanere perplessi sulle indicazioni etico-spirituali rilanciate da Kwasnieswski sulla scia di Padre McNabb, ma esse hanno a che fare, volenti o nolenti, con la proposta distributista, laddove entra in gioco la «povertà in spirito». Kwasnieswski annuncia questo pensiero distributista profondamente cristiano chiamandolo «incarnazionalismo economico» o «economia dell’Incarnazione».

 

Riguardo a questo sano realismo cristiano che si può rilevare nella proposta distributista, così scriveva Chesterton nel saggio Ciò che non va nel mondo del 1910:

 

Nel distributismo quindi sono inseparabili i diversi aspetti della vita dell’uomo e della società, siano essi morali, economici, spirituali. Entrano in gioco le virtù, i beni naturali e soprannaturali, i dogmi (quello del peccato originale adombrato nel abbiamo tutti il mal di mare), il realismo dell’Incarnazione

«Ogni anima umana deve compiere quel gigantesco atto di umiltà che è l’Incarnazione. Ogni uomo deve farsi carne per incontrare i suoi simili…nessun uomo deve essere superiore a ciò che gli uomini hanno in comune. Non soltanto siamo tutti nella stessa barca, ma abbiamo tutti il mal di mare».

 

Nel distributismo quindi sono inseparabili i diversi aspetti della vita dell’uomo e della società, siano essi morali, economici, spirituali. Entrano in gioco le virtù, i beni naturali e soprannaturali, i dogmi (quello del peccato originale adombrato nel abbiamo tutti il mal di mare), il realismo dell’Incarnazione.

 

La proposta distributista riguarda ancora la proprietà e il suo corretto uso, la famiglia e il bene comune. Si tratta di una visione organica, equilibrata e armonica, la cui origine rimane cattolica, centrata sull’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, che Kwanieswski ha ribadito.

 

 

Fabio Trevisan

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni

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Economia

Inflazione, guerra dei numeri: la Turchia vieta l’accesso all’ufficio di statistica

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews.

 

 

La sicurezza vieta l’ingresso nella sede del Tuik a Kemal Kilicdaroglu, fra i principali leader dell’opposizione. I critici accusano l’istituto di scarsa trasparenza e credibilità. A Istanbul l’aumento dei prezzi su base annua è del 50%, l’inflazione colpisce soprattutto beni di prima necessità e carburante. 

 

 

 

I dati forniti dal governo turco sull’inflazione – che assieme al crollo della lira hanno innescato proteste di piazza – sono diventati elemento di tensione, con le opposizioni sugli scudi a lamentare scarsa trasparenza nei numeri ufficiali che definiscono «poco credibili».

 

Ad alimentare lo scontro, la decisione delle autorità di impedire l’accesso nella sede dell’Ufficio nazionale di statistica (TUIK) al parlamentare Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito repubblicano (CHP) e fra i più autorevoli esponenti dell’opposizione.

 

La vicenda si è verificata il 3 dicembre scorso, ma in queste ultime ore ha innescato nuove proteste con il fronte anti-governativo che attacca la leadership di Ankara, accusandola di manipolazione e scarsa credibilità.

 

Ad alimentare lo scontro, la decisione delle autorità di impedire l’accesso nella sede dell’Ufficio nazionale di statistica (TUIK) al parlamentare Kemal Kilicdaroglu, leader del Partito repubblicano (CHP) e fra i più autorevoli esponenti dell’opposizione

Secondo alcuni testimoni, le guardie di sicurezza da dietro le sbarre dell’edificio hanno invitato l’esponente dell’opposizione ad allontanarsi, aggiungendo che il divieto di accesso era stato emanato dal capo dell’istituto il quale risponde al presidente Recep Tayyip Erdogan.

 

Il crollo drammatico della lira turca (meno 45% rispetto al dollaro) ha determinato una rapida impennata dei prezzi e alimentato i sospetti di manipolazioni dei numeri da parte del TUIK, per coprire i dati reali. Erdogan ostenta sicurezza nonostante i numeri e difende una politica economica tutt’altro che ortodossa, che vuole mantenere bassi i tassi di interesse per stimolare crescita ed esportazioni grazie a una valuta competitiva.

 

Per gli economisti il controllo dell’inflazione viene attuato mediante aumento dei tassi di interesse, una politica che il presidente turco considera «un male che rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri».

 

Nel frattempo, un gruppo di economisti indipendenti, uniti nell’Inflation Research Group (denunciati in sede penale nei mesi scorsi proprio dal Tuik per le critiche espresse), ha elencato dati che smentiscono – di molto – quelli ufficiali.

 

Una questione controversa e non di poco conto, perché sul dato relativo all’inflazione si giocano gli aumenti salariali, le pensioni, oltre agli affitti e alle tasse.

 

L’aumento dell’inflazione ha eroso il potere di acquisto di una larga parte dei lavoratori: circa 20,5 milioni di persone vivono grazie a uno stipendio fisso, mentre altri 10 milioni fra i quali vedove, anziani e orfani si affidano alle pensioni o ai sussidi forniti dallo Stato

L’aumento dell’inflazione ha eroso il potere di acquisto di una larga parte dei lavoratori: circa 20,5 milioni di persone vivono grazie a uno stipendio fisso, mentre altri 10 milioni fra i quali vedove, anziani e orfani si affidano alle pensioni o ai sussidi forniti dallo Stato.

 

Commentando il divieto di ingresso alla sede dell’ufficio di statistica, Kilicdaroglu ha definito del tutto «inaffidabili» i dati forniti e denunciato l’istituto per un episodio «senza precedenti nella storia repubblicana».

 

Immediata, e furiosa, la replica del governo per bocca del ministro degli Interni Suleyman Soylu che accusa il leader dell’opposizione di «emulare» terroristi e teppisti con la mancata «irruzione» nella sede del TUIK, difeso dallo stesso Erdogan secondo cui i vertici dell’istituto devono rendere conto solo «al presidente e ai ministri competenti».

 

Intanto non accenna a fermarsi la corsa dei prezzi, come emerge dai numeri forniti in queste ore e relativi a Istanbul, capitale economica e commerciale del Paese: il costo della vita è cresciuto del 50,18% su base annua, con il solo dato relativo agli affitti che fa registrare un più 71,43%.

 

I dati IPA (İstanbul Planning Agency) si basano su un paniere di 321 prodotti analizzati in 3mila diversi punti della metropoli: l’olio di semi di girasole registra una crescita del 137,59%, la farina di grano +109,14%, il carburante +102,72%, lo zucchero 90,71% e le uova del 40,21%.

 

Il settore che ha fatto registrare la maggiore tendenza al rialzo è quello dello «svago e cultura» con il 21,11%; per Veysel Ulusoy, membro esecutivo dell’Inflation Research Group (ENAG), l’inflazione «sta raggiungendo dei livelli incontrollabili».

 

 

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Economia

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

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Facciamola breve: il Trattato del Quirinale, la poco spiegabile creazione di un direttorato franco-italiano per l’Europa, ci tenevano a non farvelo vedere.

 

Con la nobile eccezzione de La Verità, nelle settimane precedenti nessun giornale ve ne ha parlato. Hanno preferito farlo solo a fatto compiuto – anzi, usiamo l’espressione napoleonica, fait accompli.

 

Il Trattato non è passato per il Parlamento. Punto. A questo punto potremmo anche chiudere l’articolo, il lettore magari ha già capito molto. Ma vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare.

 

Vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare

Non solo è stata versata una lacrima d’inchiostro per raccontare come stesse avvenendo la firma epocale tra le due «potenze» latine – alcune storie che paiono aleggiare attorno a questo storico Trattato non sono neanche ora chiare. Anzi, non è chiaro nulla: l’unica cosa limpida è la presenza, da Gentiloni in giù, di sciami di papaveri piddini muniti di Légion d’Honneur. Non sono pochi, i politici nostrani finiti in qualche modo fra le braccia dei francesi.

 

Ricordate Letta depresso quando, con un colpo di palazzo non ancora spiegato, Renzi gli soffiò il posto di primo ministro. Se lo accollarono i francesi, gli diedero un ruolo prestigioso all’Institut d’Etudes politiques de Paris, lui si riebbe, lo fotografarono che faceva balletti coreografati, è tornato in patria magrissimo e intriso di idealismo zelotesco (transessuali, ius soli, etc.).

 

Poi vi è il caso di Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi e Gentiloni, poi consulente agli Affari Europei ma nel governo francese (!), infine eurodeputato eletto in una lista sostenuta da Macron. La Meloni arrivò a parlare di tradimento e di revoca di cittadinanza. Il problema è però più vasto di così.

 

Ricordiamo bene il Trattato di Caen, anche quello non esattamente trasparentissimo, con il quale il governo Gentiloni sembrava cedere acque territoriali italiane alla Francia. Ricordiamo anche la missione italiana in Mali, un pantano tutto francese, sul quale – pure lì – c’è una bella spirale del silenzio.

 

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti.

 

Il balletto a cui stiamo assistendo in questo momento è senza precedenti. Tutto si muove, nella finanza e nell’industria, in chiave di questo momento francese. Un mega-fondo americano, dove lavora l’ex numero 1 della CIA generale David H. Petraeus, vuole rilevare tutta TIM, mettendo fuori gioco per sempre i francesi presenti in CDA, cioè Bolloré.

 

La cosa potrebbe far parte di una manovra più grande: Bolloré è il primo sostenitore del candidato presidenziale, non si sa ancora quanto serio o quanto pagliaccio, della destra-destra più a destra della Le Pen, Eric Zemmour (che in un’intervista ha inneggiato ad una nuova conquista francese del Nord Italia), di cui il network di Bolloré Cnews non fa che parlare tutto il giorno. Al contempo, Vivendi-Bolloré, che ha litigato con la famiglia di Berlusconi in Mediaset – è socio anche lì – ora pare andare d”accordissimo con Silvio.

 

E poi ancora: ci sono pezzi di Fimeccanica-Leonardo che vanno ai francesi, in modo apparentemente indolore per gli italiani. Ballano lo storico produttore di cannoni Oto Melara e il produttore di siluri Wass. Qualcuno parla di una complicata partita di equilibri per il nuovo caccia europeo.

 

C’è la questione, quella sì in teoria ancora dolorosa, dell’acquisto da parte di Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique per fare sommergibili; l’affare è sfumato catastroficamente (per gli italiani) anni fa, con lo Stato francese a mettersi di mezzo. La consulenza era dei Rothschild, gli antichi datori di lavoro del presidente Macron. Advisor dei Rothschild, fedelissimi del giovane presidente con moglie anziana, sono in circolazione anche in queste ore.

 

Tutto è piuttosto insensato, ma non gliene frega niente a nessuno. Il COPASIR, l’organo di controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – cioè il massimo ente di Intelligence della Nazione, è stato sentito a posteriori. Fait accompli.

 

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente

L’Eliseo ad una certa si era pure incazzato con quei pochissimi giornali (La Verità, pochissimi altri) che avevano osato pubblicare qualche indiscrezione e magari pure qualche domanda sul Trattato nelle settimane precedenti. Niente, ci hanno tenuto a rassicurarci: faremo come con Stellantis… Cioè, l’inghiottimento francese definitivo di FIAT da parte dei francesi. Ci prendono in giro? Non lo sappiamo: guardiamo Macron, sua moglie, il bodyguard, e non sappiamo se intorno ci siano persone con senso dell’umorismo.

 

Ma tutto questo, perché?

 

L’idea, sussurrata a denti stretti, è che si imporrebbe così una nuova centralità latina in Europa. La Germania, il vero nucleo di potere europeo, dovrebbe quindi essere messa fuori gioco: il Trattato del Quirinale sostituisce il Trattato dell’Eliseo, il patto tra Berlino e Parigi che ha dominato l’Europa sino ad oggi. (Fateci caso: anche lì, la stipula avviene nel palazzo presidenziale della parte più debole).

 

Perché fare fuori la Germania? Perché, uno pensa, forse il nuovo cancelliere, Olaf Scholz detto Scholzomat, non ha il peso politico e geopolitico della Merkel, o forse non ha – ancora – i fili giusti, i contatti, la fiducia di qualcuno, forse, ma ammettiamo di non sapere chi possa essere.

 

I sudditi del Dragone sono in solluchero: ora che sparisce l’Angelona, a comandare in Europa sarà, per tramite del Trattato del Quirinale, il prestigioso Mario ex BCE, il quale magari poi al Quirinale ci trasloca proprio.

 

Ma sarà proprio così?

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente. Un’altra presa per il culo? Il parait. Sembra.

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi. Sono quegli stessi francesi i cui poliziotti, ogni tanto, sconfinano in Italia – inaudito e un po’ grave, molto eloquente in fatto di rispetto – per riportare nel nostro territorio africani che non vogliono o per fare irruzioni vere e proprie su suolo italiano.

 

Cosa vi aspettavate? Simmetria e rispetto da parte di un Paese che è potenza nucleare?

 

Di fare affari con qualcuno che ha una parola dispregiativa per voi – Rital – mentre noi per i francesi non ne abbiamo? («Mangiarane» non è un peggiorativo serio)

 

Pensavate di essere riamati da coloro che, secondo una diffusa battuta europea, sono «italiani di cattivo umore»?

 

Quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

Ma quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

 

Non sappiamo. Guardiamo la foto della sera dell’elezione di Macron all’Eliseo, davanti alla piramide del Louvre, le braccia alzate come a produrre un grande compasso. La squadra ora si allarga a tanti elementi italiani.

 

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

 

Mah. Boh. Je ne sais pas.

 

 

 

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Civiltà

Giorgetti parla di Blackout

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Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha apertamente parlato di possibili interruzioni della corrente elettrica nei prossimi tempi.

 

«Anche nei prossimi giorni lo sforzo che dobbiamo fare è come cercare di sterilizzare nel modo più equo possibile questo tipo di impatto sulle nostre famiglie, al netto dellʼesigenza che a livello europeo si definisca un piano per evitare cose anche peggiori, e cioè la possibilità di andare in black-out, cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico».

 

Il ministro lo ha dichiarato nel corso dell’assemblea di Confartigianato, dove ha parlato apertamente «dei settori che scompariranno letteralmente dal dato economico, altri che ne beneficeranno». Si tratta della vera «transizione» a cui andiamo incontro, ossia l’olocausto di attività economiche (soprattutto quelle piccole e medie) entrato nella fase di soluzione finale grazie alla pandemia.

 

«La possibilità di andare in black-out… cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico»

Tuttavia vogliamo concentrarci sulla notizia: anche noi abbiamo finalmente l’establishment che parla improvvisamente di possibile sospensione dell’elettricità nel Paese.

 

Il black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per l’Italia.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale.

 

A inizio stagione ha cominciato a girare in Germania (per poi divenire virale in tutta europa)uno spot realizzato dalla Bundesamt für Bevölkerungsschutz und Katastrophenhilfe (BBK – l’ufficio federale della protezione civile e dell’assistenza in caso di catastrofi, una sorta di Protezione Civile tedesca) che preparava i cittadini alla possibilità di un inverno senza riscaldamento.

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale

 

 

A metà ottobre il ministero della Difesa dell’Austria – Paese che ci ha anticipato nel nuovo lockdown  draconiano – ha lanciato la campagna di affissioni in tutta l’Austria («Blackout – Cosa fare quando tutto è a posto?»), dove si iniziava a parlare di interruzioni di corrente su larga scala.

 

Anche in Romania da giorni si respira l’aria di blackout.

 

Il canale TV nazionale Antena 3, un canale di notizie 24 ore che trasmette anche nella vicina Serbia, ha mandato in onda programmi con grafiche che guidavano lo spettatore nel fare scorte (batterie, radio, candele, acqua, cibo in scatoletta) in vista di «pană de curent de o săptămână în Europa»: un «blackout di una settimana in Europa».

 

 

La Cina sta già da mesi sperimentando blackout che stanno mettendo in dubbio la tenuta economica e produttiva del colosso asiatico. L’amministrazione del Partito Comunista Cinese sta già trasmettendo comunicazioni di tenore emergenziale per i cittadini, invitandoli per esempio a fare scorte per l’inverno.

 

Due parole anche sull’autorevole fonte dell’allarme.

 

Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

L’onorevole Giancarlo Giorgetti è da sempre percepito come l’uomo dell’establishment dentro alla Lega. È cugino del banchiere e grand commis di Stato Massimo Ponzellini , a sua volta figlio d’arte (il padre era membro del consiglio della Banca d’Italia e abbiente sostenitore della nascita dell’editore bolognese Il Mulino) e allievo di Romano Prodi, con cui fonda la società Nomisma e con il quale lavora all’IRI dal 1983 al 1990. Ponzellini è stato presidente della grande società di appalti Impregilo nonché, nel 2009, della Banca Popolare di Milano.

 

Nell’estate 2018, durante il governo gialloverde del Conte 1, i giornali parlarono di uno scontro tra Giorgetti e il collega deputato leghista Claudio Borghi, da sempre su posizioni anti-euro assai contrarie allo status quo.  Il tema era quello dei cosiddetti minibot.

 

«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» virgolettò Repubblica. Giorgetti e Borghi smentirono screzi, si disse che i giornalisti non avevano capito il tono.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad inizio autunno alcuni analisti si sono spinti a dire che con Draghi al colle la manovra potrebbe essere quella di portare Giorgetti al ruolo di primo ministro.

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato» scrisse La Stampa lo scorso 30 settembre.

 

Più che dei veleni nel Palazzo, l’onesto cittadino vorrebbe sapere della corrente elettrica a casa sua. Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

 

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

 

Dopo il lockdown, il blackout: il processo verso l’azzeramento di ogni attività umana sembra inarrestabile. Niente lavoro, niente consumi, fors’anche niente sostentamento biologico.

 

La Civiltà pare essere impegnata in una regressione verso la barbarie, o ancora meglio, in una corsa verso l’entropia, verso la morte termica.

 

Questo, il nostro lettore lo sa, altro non è se non il copione della Necrocultura: annientare l’essere umano e le sue attività, la sua prosperità, la sua vita.

 

 

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