Economia
Il profilo della ragionevolezza di Gilbert Keith Chesterton
Il profilo della ragionevolezza, pubblicato da Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) nel 1926, è considerabile un testo-base del distributismo.
Se Lo Stato servile di Belloc offriva una lettura più storico-giuridico-politica e La Chiesa e la terra di Padre McNabb più teologico-esortativa-etica (senza tuttavia dimenticare gli altri aspetti connessi), l’opera di Chesterton offriva un panorama completo della proposta distributista, attraverso metafore e paradossi, di cui lo scrittore inglese era maestro.
Questi tre testi di questi tre autori cattolici sono quindi complementari e vanno, secondo il nostro punto di vista, letti assieme. Del resto, come abbiamo detto, i tre autori si conoscevano e si frequentavano, stimandosi a vicenda.
Il profilo della ragionevolezza è considerabile un testo-base del distributismo.
A dire compiutamente il vero, il distributismo non andrebbe affatto ristretto in loro in queste tre sole opere da noi indicate, ma andrebbe esteso ad altri saggi, romanzi, poesie e quant’altro, da loro pubblicati in precedenza e anche successivamente.
Basti pensare, per esempio, al primo romanzo di Chesterton, il Napoleone di Notting Hill del 1903, laddove il personaggio Adam Wayne insorge, con l’aiuto dei piccoli negozianti del suo quartiere, contro le angherie e i soprusi di una società oligarchica e plutocratica.
Sin dagli inizi del ‘900 e, forse ancor prima, il distributismo era stato visto quindi come possibile soluzione (in sintonia con il magistero di Leone XIII) ai problemi legati alla società capitalista e a quella, eventuale, socialista
Sin dagli inizi del ‘900 e, forse ancor prima, il distributismo era stato visto quindi come possibile soluzione (in sintonia con il magistero di Leone XIII) ai problemi legati alla società capitalista e a quella, eventuale, socialista. Il contesto in cui si trovava la discussione politica e sociale dell’Inghilterra dell’epoca era assai ricco e diversificato, con personaggi politici, letterari, con economisti e giornalisti di rilievo, come ad esempio, solo per fare alcuni nomi, Sidney Webb, George Bernard Shaw, Herbert George Wells, James Henry Thomas, Alfred Richard Orage, William Morris, John Ruskin, Clifford Hugh Douglas, e l’elenco potrebbe continuare.
Le loro posizioni erano quindi ben strutturate, basti pensare, ad esempio, al programma del socialismo moderato della Fabian Society (che confluirà in seguito nel Labour Party), che vedeva fra i suoi membri figure autorevoli come i già citati George Bernard Shaw e Sidney Webb, ma anche, per un certo periodo, Bertrand Russell e John Maynard Keynes.
Il distributismo si confrontava, quindi, con queste vivaci posizioni di assoluto rilievo culturale ed è da sottolineare, per la comprensione dei testi proposti, come i riferimenti dei distributisti fossero a quel contesto e a quelli autori con i quali si confrontavano apertamente non solo in opere scritte, ma anche e, soprattutto, in conferenze, dibattiti e articoli di giornale.
Date queste ulteriori importanti sottolineature, essenziali per l’accostamento alla comprensione dei testi sul distributismo, l’apporto di Chesterton è stato fondamentale, poiché attraverso metafore edificanti, ha fatto scorgere l’importanza della distribuzione responsabile della proprietà privata:
«Il principio dell’arco è umano, applicabile a tutta l’umanità e da essa utilizzabile. Lo stesso vale per la corretta distribuzione della proprietà privata…Qual è il principio dell’arco? Se volete, potete definirlo un affronto alla gravità; ma sarete più nel giusto chiamandolo un appello alla gravità. Secondo il principio dell’arco, unendo in un certo modo delle pietre di forma particolare, la loro stessa tendenza a cadere impedirà che cadano»
«Il principio dell’arco è umano, applicabile a tutta l’umanità e da essa utilizzabile. Lo stesso vale per la corretta distribuzione della proprietà privata…Qual è il principio dell’arco? Se volete, potete definirlo un affronto alla gravità; ma sarete più nel giusto chiamandolo un appello alla gravità. Secondo il principio dell’arco, unendo in un certo modo delle pietre di forma particolare, la loro stessa tendenza a cadere impedirà che cadano. E sebbene la mia immagine sia solo un esempio, in larga misura vale anche per il successo di una più equa distribuzione della proprietà. A sorreggere l’arco è l’uguaglianza della pressione che le singole pietre esercitano l’una sull’altra. L’uguaglianza è al tempo stesso mutuo soccorso e mutuo impedimento. Non è difficile dimostrare che in una società sana la pressione morale di diverse proprietà private agisce esattamente allo stesso modo».
Questa caratteristica originale e unica con cui Chesterton esponeva il suo pensiero, era dovuta anche alla sua formazione artistica, alla sua capacità di accostare concetto e immagine, come si evince da questo ulteriore passo:
«Un socialista è come un uomo il quale crede che un bastone da passeggio e un ombrello siano la stessa cosa solo perché entrambi vengono riposti nel portaombrelli…Alla base dell’ombrello c’è un’idea di ampiezza e di protezione, mentre alla base del bastone c’è un’idea di snellezza e, in parte, di attacco. Il bastone è la spada, l’ombrello è lo scudo, una protezione contro un altro e più oscuro nemico: l’universo ostile ma anonimo. La differenza sostanziale, tuttavia, è più profonda: essa divide la mente umana in due ambiti separati da un abisso. Il punto è questo: l’ombrello è uno scudo contro un nemico così reale da essere un mero fastidio, mentre il bastone è una spada contro nemici così immaginari da essere un puro piacere».
Considerato da molti un vero e proprio manuale del distributismo, Il profilo della ragionevolezza offriva l’opportunità di cogliere tutti quegli aspetti critici derivati dalla concentrazione della proprietà in poche mani, dall’industrialismo e dal capitalismo, invitando i lettori a comprendere il vero significato di «proprietà privata»:
«A sorreggere l’arco è l’uguaglianza della pressione che le singole pietre esercitano l’una sull’altra. L’uguaglianza è al tempo stesso mutuo soccorso e mutuo impedimento. Non è difficile dimostrare che in una società sana la pressione morale di diverse proprietà private agisce esattamente allo stesso modo»
«È vero che quando il capitalismo supera un certo confine, i frammenti della proprietà sono assai facilmente divorati. In altre parole, è vero quando le piccole proprietà sono proprie, ma è falso quando sono molte…è come usare l’esistenza del Niagara per dimostrare che non esistono laghi. Basta inclinare il lago e tutta l’acqua scorrerà in una direzione, proprio come la tendenza economica rappresentata dalla disuguaglianza capitalista. Lasciamo che il lago rimanga lago, e niente potrà impedirgli di conservarsi tale fino al giorno del Giudizio».
Il vero significato della proprietà era collegato alla natura dell’uomo, anche ai suoi limiti fisici (per questo Chesterton stigmatizzava il latifondismo e la grande proprietà anonima e irresponsabile) e costituiva un punto d’onore imprescindibile per la persona umana.
Egli era avverso a quello che allora veniva chiamato «cosmopolitismo» (oggi potremmo chiamarlo «globalizzazione»), non solo perché insidiava la tradizione locale e l’identità di un popolo, ma perché, attraverso esso, diffondeva il capitalismo su tutta la terra, portando quel “deserto di standardizzazione” che lui tanto temeva. Prima del crollo di Wall Street del 1929, Chesterton ammoniva i fautori del progresso capitalista e liberista in questo modo:
«Non fanno che dirci che questa o quella tradizione è finita per sempre, che questo o quel mestiere è finito per sempre; ma non osano affrontare il fatto che è il loro commercio volgare e aggressivo a essere finito per sempre. Ci definiscono reazionari se parliamo di un Risveglio della Fede o di un Risveglio del Cattolicesimo. Ma sui loro giornali continuano tranquillamente a pubblicare titoli sul Risveglio del Commercio».
«Non affermiamo che in una società sana tutta la terra vada detenuta allo stesso modo; o che tutta la proprietà vada posseduta alle stesse condizioni… il punto su cui insistiamo è che il potere centrale ha bisogno di poteri più piccoli per esercitare una funzione di bilanciamento e di controllo, e che questi poteri devono essere di vario tipo: individuali, collettivi, ufficiali, e così via».
I distributisti chiedevano che si valutasse seriamente la possibilità di allargare il regime della proprietà privata attraverso la tradizione e l’uso della ragione, indicando la possibile ripresa di una vera riforma politica, sociale ed economica da attuare in due fasi: la prima, era quella di arrestare la folle corsa verso un monopolio e una concentrazione di ricchezza in poche mani; la seconda, era quella di far riassaporare alle famiglie l’esperienza concreta e reale della proprietà privata:
«Una grande nazione, e una grande civiltà, ha seguito per cento o più anni una forma di progresso che si considerava indipendente da certi vecchi collegamenti, i quali coincidevano con antiche tradizioni riguardanti la terra, il focolare o l’altare. Quella nazione è progredita sotto la guida di leader che erano sicuri di sé, per non dire arroganti. Erano persuasi che le loro regole economiche fossero immutabili, che la loro teoria politica fosse giusta, che il loro commercio fosse benefico, che i loro parlamenti fossero popolari, che la loro stampa fosse illuminata, che la loro scienza fosse umana. Sulla base di questa certezza…hanno accumulato un gran numero di proprietà private fidandosi dei finanzieri; a eliminare il cibo dal proprio paese per poi ricomprarlo dai confini del mondo; a permettere che i ricchi diventassero ancora più ricchi e meno numerosi, e i poveri ancora più poveri e più numerosi; a consentire che tutto il mondo fosse spaccato in due da una guerra tra servi e padroni; a perdere ogni forma di prosperità moderata e di schietto patriottismo».
«Confesso infatti di conoscere solo una cosa che può dare a una nuova terra la santità di ciò che è già vecchio e pieno di mistici affetti e cioè un santuario: la vera presenza di una religione sacramentale…è innegabile che la nostra posizione politica riposi su una dottrina. Tale dottrina deve avere almeno qualche rapporto con una visione ultima dell’universo e soprattutto della natura umana»
I distributisti erano consapevoli di non poter offrire una soluzione completa e perfetta ai gravi problemi sociali in cui vivevano, in quanto non erano né idealisti utopici né romantici sentimentali di un mondo vagheggiato e idealizzato.
Desideravano innanzitutto primariamente, come spiegò lo stesso Chesterton, correggere le proporzioni dello Stato moderno:
«Non affermiamo che in una società sana tutta la terra vada detenuta allo stesso modo; o che tutta la proprietà vada posseduta alle stesse condizioni… il punto su cui insistiamo è che il potere centrale ha bisogno di poteri più piccoli per esercitare una funzione di bilanciamento e di controllo, e che questi poteri devono essere di vario tipo: individuali, collettivi, ufficiali, e così via».
I distributisti indicavano quindi nei principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa, ossia nella salvaguardia della dignità trascendente della persona umana, della complementarietà della solidarietà con la sussidiarietà, della finalità del bene comune, le àncore cui aggrapparsi e in cui confidare, con l’aiuto di Dio.
In questa loro insistenza e convinzione profonda, da cattolici distributisti quali erano, invitavano a comprendere il significato di una vecchia espressione come «la sacralità della proprietà privata»:
«Confesso infatti di conoscere solo una cosa che può dare a una nuova terra la santità di ciò che è già vecchio e pieno di mistici affetti e cioè un santuario: la vera presenza di una religione sacramentale…è innegabile che la nostra posizione politica riposi su una dottrina. Tale dottrina deve avere almeno qualche rapporto con una visione ultima dell’universo e soprattutto della natura umana. Coloro che sono disposti ad accettare l’atrofia della proprietà, alla fine saranno disposti a vedersi amputare gambe e braccia».
«Coloro che sono disposti ad accettare l’atrofia della proprietà, alla fine saranno disposti a vedersi amputare gambe e braccia»
Se nella triste vicenda di Hudge, socialista iperattivo, che di fronte agli squallidi slum del proletariato contrappose i condomini alti e spogli, e di Gudge, destinato a divenire un vecchio Tory corrotto e rancoroso, Chesterton rilevava le due ideologie che sostenevano, pur apparentemente contrapponendosi, la società capitalista, così esemplificava mirabilmente il destino del loro percorso:
«Questa è la triste storia di Hudge e Gudge, che io ho semplicemente narrato come esempio di un infinito ed esasperato equivoco onnipresente nell’Inghilterra di oggi. Per toglierle dalle catapecchie, le persone sono messe in condomini, e un’anima sana detesta sia le baraccopoli sia gli alveari… né Hudge né Gudge si sono mai chiesti, nemmeno per un momento, in che tipo di casa avrebbe voluto vivere un uomo».
Al contrario di Hudge e Gudge, presi ad esempio a sostegno delle ideologie che rappresentavano, i distributisti non solo si chiedevano che tipo di casa fosse confacente alla famiglia, magari con tanti figli, ma anche quale tipo di lavoro, quali sane relazioni con il prossimo e con le cose e quale atteggiamento nei confronti dello Stato e, soprattutto, quale rapporto con Dio creatore era possibile loro presentare.
«Abbiamo il dovere cristiano di usare bene la nostra ricchezza, di ricordare che la proprietà è un deposito affidatoci dalla Provvidenza per il bene degli altri oltre che per il nostro, e persino di non dimenticare che un giorno potremmo dover rendere conto dell’uso che abbiamo fatto di questo deposito»
Nonostante fossero tacciati, di volta in volta, di pseudo o cripto-socialismo o di astratto nostalgismo medievale, o di altre accuse più o meno dirette, essi proponevano misure concrete e realisticamente realizzabili, come ad esempio la tassazione dei contratti per scoraggiare le vendite di piccole proprietà a grandi proprietari, oppure l’assistenza legale gratuita per i poveri a difesa della piccola proprietà, oppure ancora sovvenzioni e istituzioni per promuovere la destinazione a uso pubblico della proprietà.
Erano consapevoli dell’importanza della posta in gioco e premevano affinché i temi legati alla distribuzione della proprietà privata fossero conosciuti, nella prospettiva, da cattolici, della salvezza della propria anima:
«Abbiamo il dovere cristiano di usare bene la nostra ricchezza, di ricordare che la proprietà è un deposito affidatoci dalla Provvidenza per il bene degli altri oltre che per il nostro, e persino di non dimenticare che un giorno potremmo dover rendere conto dell’uso che abbiamo fatto di questo deposito».
Fabio Trevisan
Articolo previamente apparso su «Atualità del distributismo. Famiglia, proprietà e corpi intermedi». Anno XVI (2020), numero 3, luglio-settembre; pubblicato su gentile concessione dell’Osservatorio Van Thuan.
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Economia
Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»
Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.
Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.
«Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.
«Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».
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Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».
«Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.
«Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.
Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.
Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.
Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.
L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.
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Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.
L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.
Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.
Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.
Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».
Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.
A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».
Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.
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Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.
Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.
Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.
Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.
L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.
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Immagine di Eurasia Group via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Economia
Washington lancia un’offensiva economica contro l’Iran
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Economia
L’UE sblocca 90 miliardi di euro all’Ucraina per l’acquisto di armi
La Commissione europea ha dato il via libera all’acquisto di nuove armi per l’Ucraina per un importo di 6,1 miliardi di euro, come annunciato dalla Commissione lunedì. Questa tranche rientra in un prestito di 90 miliardi di euro concesso da Bruxelles a Kiev all’inizio di quest’anno a titolo di aiuti finanziari e militari.
Di fronte alla crescente pressione sul campo di battaglia, Kiev sta intensificando le richieste di un’erogazione più rapida degli aiuti, poiché dipende in misura rilevante dai finanziamenti esteri per colmare un deficit di bilancio sempre più ampio e sostenere il proprio sforzo bellico contro la Russia. Mosca sostiene che gli aiuti militari occidentali all’Ucraina, che gravano sui contribuenti, non fanno altro che prolungare il conflitto.
Ad aprile, l’UE ha approvato un prestito di emergenza di 90 miliardi di euro per l’Ucraina, di cui 30 miliardi destinati al sostegno del bilancio e 60 miliardi agli aiuti militari per il biennio 2026-2027. Il prestito, garantito da un debito comune dell’UE e rimborsabile solo qualora Kiev riceva riparazioni di guerra dalla Russia, è stato approvato dopo il fallimento dei piani per il sequestro dei beni sovrani russi congelati in Occidente. Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno ottenuto l’esenzione dal programma.
Questa nuova tranche si aggiunge ai 16 miliardi di euro già stanziati per gli appalti, di cui 8,35 miliardi sono già stati trasferiti a Kiev. Secondo la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, i 6,1 miliardi di euro stanziati serviranno a finanziare sistemi di difesa aerea e missilistica, missili, munizioni e radar.
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A febbraio, il Consiglio Europeo ha imposto «condizioni rigorose» all’Ucraina per l’ottenimento dei fondi, precisando che Kiev è tenuta ad acquistare armi e attrezzature militari esclusivamente da aziende con sede nell’UE, in Ucraina, nello Spazio economico europeo e nell’Associazione europea di libero scambio. Gli acquisti da paesi terzi sono ammessi in caso di necessità urgente, ad esempio quando un prodotto per la difesa non risulta disponibile nell’UE.
Secondo l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, l’Unione Europea ha destinato 195 miliardi di euro all’Ucraina dall’escalation del conflitto con la Russia, avvenuta quattro anni fa. La cifra aggiornata è stata resa nota in un momento di crescente malcontento e divisioni tra gli Stati membri riguardo al protrarsi degli aiuti militari e finanziari di Bruxelles a Kiev.
Gli aiuti finanziari e militari dell’UE all’Ucraina hanno suscitato critiche da parte di funzionari, sia in carica sia in pensione, all’interno e all’esterno del blocco. All’inizio di questo mese, l’ex primo ministro ucraino Nikolay Azarov ha affermato che l’Occidente non recupererà mai i prestiti concessi a Kiev.
L’eurodeputato tedesco Fabio De Masi del partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) ha avvertito che i fondi arricchiranno «oligarchi corrotti».
Come riportato da Renovatio 21, il partito tedesco AfD chiede che l’Ucraina paghi riparazioni di guerra.
Nel frattempo, il premier slovacco Robert Fico ha promesso di opporsi al prestito di armi per Kiev. Notizie recenti sostengono che pure la mafia italiana starebbe comprando armi «scomparse» dall’Ucraina.
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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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