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David Lynch dice ad un falso Zelens’kyj di prendere una birra con Putin e fare la pace

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Il famoso regista intellettuale americano David Lynch è stato oggetto di una burla da parte di qualcuno che fingeva di essere Volodymyr Zelens’kyj.

 

Nella conversazione il creatore di Twin Peaks ha detto allo Zelens’kyj che è giunto il momento di sedersi con la sua controparte russa per un paio di birre per risolvere la sanguinosa crisi in Ucraina.

 

«È un piacere, signor Zelens’kyj. Sono molto felice di parlare con lei», aveva esordito il Lyncho in una videochiamata con cui credeva fosse il presidente ucraino. Si trattava in realtà di Vladimir «Vovan» Kuznetsov e Alexei «Lexus» Stolyarov, un duo di burloni russi che si sono fatti un nome trollando alla grandissima politici e altri personaggi pubblici.

 

In un appassionato appello al falso Zelen’skyj, il leggendario cineasta scapigliato ha affermato che era suo «lavoro» informare il leader ucraino sulle «tecnologie» che esistono per raggiungere una pace duratura nell’interesse dell’Ucraina, aggiungendo che queste erano molto più efficaci di quelle di «guerra e omicidio». Ha quindi fatto riferimento ad alcune lettere che aveva scritto a Zelensky sull’argomento.

 

È probabile che qui il Lynch stesse alludendo alla meditazione trascendentale, di cui egli è affezionato adepto e proselitista da decenni. Il regista gira spesso il mondo con conferenze in cui asserisce che la pace mondiale possa arrivare tramite il suo tipo di meditazione.

 

 


 

Alla domanda del falso Zelens’kj se dovesse parlare direttamente con Putin nell’interesse del raggiungimento della pace, Lynch ha risposto con enfasi: «sì!»

 

Il Lince ha allora sottolineato che ci sarebbero diversi modi per farlo, da una normale conversazione telefonica a una cena virtuale. Alla domanda se la conversazione potesse includere i presidenti che bevono birra, Lynch ha riso e ha risposto di nuovo «sì… e anche un paio di birre».

 

Lynch ha osservato che durante la conversazione, davanti a una birra o a una cena, i due presidenti potevano discutere i problemi tra i due Paesi e arrivare alla reciproca realizzazione che erano entrambi esseri umani.

 

Il regista ha esortato il suo interlocutore a «fermare» la crisi attuale, a parlare con Putin e a «pensare alla pace, pensare all’amicizia» e pensare a come andare d’accordo e «aiutarsi a vicenda».

 

Lynch in precedenza si era pronunciato pubblicamente sulla crisi ucraina a febbraio, rimproverando Vladimir Putin per l’intervento militare russo in Ucraina e dicendo che «non c’è spazio» per l’«assurdità» del conflitto militare nel mondo moderno.

 

La conversazione di Vovan e Lexus con Lynch arriva una settimana dopo la loro intervista con Stephen King, parimenti indotto con l’inganno a pensare di star parlando con il presidente- comico ucraino Volodymyr Zelens’kyj.

 

Il Kingo nella conversazione ha elogiato il collaboratore nazista e criminale di guerra dell’era della Seconda Guerra Mondiale Stepan Bandera definendolo un «grande uomo» e averlo paragonato ai padri fondatori degli Stati Uniti, dicendo agli scrittori russi di «tacere».

 

Come scrive Sputnik, «i burloni russi hanno passato più di un decennio a trollare politici, celebrità, reali e altri personaggi pubblici. Le loro interviste spesso forniscono informazioni su ciò che i funzionari si dicono a porte chiuse e su ciò che le celebrità pensano in privato quando pensano che nessuno stia ascoltando. Vovan e Lexus hanno chiuso il loro canale YouTube a marzo dopo aver pubblicato un paio di interviste sincere con il segretario alla Difesa britannico Ben Wallace e il ministro dell’Interno Priti Patel».

 

Il Lynch nell’episodio 9 dell’ultima stagione di Twin Peaks aveva dato una visionaria e convincente sua visione cosmogonica del Male, che sarebbe entrato nel mondo moderno con gli esperimenti atomici americani degli anni Cinquanta, per poi riprodursi sottoforma di cicale-rane che si infilano nelle bambine nel sonno determinando possessioni demoniache assassine e fatti inspiegabili.

 

Quello che avete appena letto ha molto più senso del consiglio a Zelens’kyj di bersi una birra con Putin.

 

 

 

 

Immagine di Thiago Piccoli via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

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Renovatio 21 recensisce House of Gucci

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Era un film atteso, perché della sua produzione si parlava da decenni. Era atteso anche e soprattutto perché era una grande prova hollywoodiana su una vicenda tutta nostrana. Infine, nonostante gli inciampi degli ultimi tempi, non si può non aspettarsi un film rilevante da Ridley Scott.

 

La pellicola, invece, rivela tantissimo altro: dalla sciatteria all’agenda gender che oramai informano le opere anche dei maestri – quelli che, dall’alto dei loro milioni e delle loro carriere, dovrebbero essere liberi – a considerazioni più oscure riguardo alla distruzione delle imprese famigliari a vantaggio dei grandi fondi allineati, come da verbo del Grande Reset e, soprattutto, a pensieri che facciamo da queste parti riguardo la Cultura della Morte e all’innalzamento dei carnefici.

 

Andiamo con ordine.

 

House of Gucci è la storia degli ultimi tre lustri circa della famiglia Gucci, gli imprenditori della pelletteria di superlusso famosi in tutto il mondo. Il film è tratto dal libro omonimo di Sara Gay Forden. Nei 15 e passa anni da quando fu iniziato lo sviluppo, si sono altalenati una serqua di sceneggiatori nonché vari registi (il taiwanese Wong Kar-Wai, la figlia di Scott Jordan) prima che il lavoro tornasse nelle mani di Ridley Scott. Sembrava, ad un certo punto, che i protagonisti dovessero essere Angelina Jolie e Leonardo di Caprio, poi Margot Robbie – che da Lady Gaga è un bel salto.

 

Lady Gaga, vero nome Stefani  Germanotta, è quindi la scelta finale per interpretare Patrizia Reggiani, la donna che per la giustizia italiana è mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci, qui interpretato dalle volto poco comprensibile di Adam Driver, che per qualche motivo è ovunque ad Hollywood.

 

La figlia Allegra Gucci, che ha pubblicato pochi mesi fa un libro con la sua verità e che per qualche motivo non è presente nel film (dove è mostrata solo la sorella Alessandra: perché? Lettera degli avvocati? Oppure strane necessità morali di sceneggiatura per mostrare un divorzio senza troppi figli?) ha messo in risalto varie incongruenze, inaccettabili per la famiglia: il padre non era un viziato inconsistente, la madre non era una che si imbucava alla feste, era una corteggiata nella Milano di quegli anni.

 

Noi aggiungiamo: a vedere le foto, non si capisce cosa c’entri la Reggiani con la bruttezza esibita dal personaggio di Lady Gaga.

 

 

È omesso pure il fatto che la Reggiani aveva subito un’operazione al cervello pochi anni prima. Una questione non di poco conto se si vuole raccontare una storia, ma forse qui prevalgono altre logiche.

 

Di nostro, abbiano notato altre cose assurde, davvero di sciatteria impensabile. Le maghe non parlavano in TV a inizio anni Ottanta, perché la diretta per le TV private sarebbe arrivata un decennio dopo. In una scena, Maurizio Gucci legge il giornale nel lussuoso salotto: è Il Foglio, giornale che sarebbe nato un decennio e passa dopo, peraltro mostrato in modo illogico (la prima pagina è una pagina centrale).

 

Sono quisquilie sì. Tuttavia c’è anche, forse, un accenno ad una piccola storia nella storia che forse in qualche modo si voleva pure significare, visto che è presente nel libro della Sara Gay Forden: il contatto con Delfo Zorzi, l’ex ordinovista lungamente indagato per Piazza Fontana ora assolto da tutte le accuse in via definitiva, poi imprenditore di estremo successo di commercio di Alta Moda in Giappone, Paese di cui è divenuto cittadino. Il Giappone ha un suo ruolo nella pellicola: vediamo Aldo Gucci (Al Pacino) che discute con il fratello Rodolfo Gucci (Jeremy Irons) l’espansione del marchio nel Sol Levante, dove sarebbe pronto ad aprire un negozio in un grande centro commerciale, dice di voler imparare la lingua, nella boutique di Nuova York saluta calorosamente clienti nipponici.

 

All’epoca dell’omicidio alcuni giornali come L’Unità scrissero che Zorzi, che allora era ancora un babau per la stampa italiana, aveva prestato a Maurizio Gucci 30 miliardi di lire. Tuttavia, nel sommario già dicevano che il PM confermava il prestito ma negava ci fosse «una pista nera nelle indagini sul delitto di via Palestro».

 

Che vi fosse l’intenzione di andare lì?

 

No. L’idea alla base, che dovrebbe essere altamente offensiva per l’Italia e per la storia stessa, è quella che il cattivo nel film è il patriarcato famigliare italiano stesso. I Gucci, e Gucci come società, nella pellicola sono solo maschi. Secondo il racconto di Scott donne presenti sono o morte, o insignificanti, o sottomesse. La realtà è un’altra: il rilancio di Gucci si deve anche e soprattutto ad una donna, l’americana Dawn Mello, che fece la strategia di rebranding del gruppo.

 

Pazienza: bisogna invece far vedere Lady Gaga-Gucci trattata perennemente a pesci in faccia da questo mondo infame e maschilista (che osa pure giocare a palla in riva al Lago di Como), a suo modo viziato e infantile – perché maschio, finanche perché maschio italiano (Pacino e Jared Leto sono vere macchiette). Gli uomini le ricordano in continuazione che lei non ha voce in capitolo, che deve stare zitta e accettare quello che decidono per lei.

 

 

Non è impossibile, a questo punto, solidarizzare con la protagonista, che ricordiamolo è mandante di un assassinio. Pensiamo alla scena in cui Patrizia, abbandonata dal marito che torna endogamicamente alle amiche d’infanzia di Sankt Moritz, aspetta fuori di casa il marito e lo implora  di tornare, perché la figlia parla solo di lui, il quale risponde che l’ha vista due settimana fa…

 

Ci chiediamo, a questo punto se non fosse questo il fine di tutto: farci avanzare nella parte più oscura….

 

La presenza di Lady Gaga qui non sarebbe quindi  casuale: è la tizia dei video esoterici con sessuomania rituale; è quella che, con endorsement dell’ambasciata USA a Roma, fece, da idolo LGBT, un concertone al Gay Pride in faccia al Vaticano; è quella ripresa con Marina Abramovic in foto inquietanti dove rimira persone immerse come in vasche di sangue.

 

 

Per aver pubblicato questa foto su Facebook (allora non eravamo bannati) fummo ricoperti di insulti da parte di quelli che sembravano proprio utenti con profilo arcobalenato o vacanze a Mykonos, che copincollavano sulla nostra pagina il testo, in tedesco, di una canzone della loro beniamina, Scheise («merda» in tedesco). Con evidenza, la trovavano una cosa giusta ed interessante da fare, soprattutto ci colpì come l’attacco sembrava coordinato. Avevamo toccato la loro divina, quel ciclico simbolo di femminilità estrema (Wanda Osiris, Mina, la Bertè) e talvolta bruttina (la Callas, Madonna, Dalida, Bjork) a cui paiono volersi sottomettere generazione dopo generazione le popolazioni omosessuali.

 

Insomma, Lady Gaga è una diva ctonia, una dea della trasgressione che vira però verso il nero. Chi meglio di lei per canalizzare la storia di un’assassina nel bruto mondo patriarcale? Le speculazioni sul fatto che le due dovessero incontrarsi, come si usa tra attore e personaggio reale, furono messe a tacere dalla produzione, specie dopo che la Reggiani stessa aveva detto all’ANSA di essere «infastidita dal fatto che Lady Gaga interpreti me nel nuovo film di Ridley Scott senza aver avuto la considerazione e la sensibilità per venirmi incontro».

 

La possibilità, tuttavia, da qualche parte, pur se evitata, era contemplabile.

 

Il britannico Sunday Mirror riportò una fonte anonima che disse che «questo film è stato il progetto di passione di Gaga per molto tempo. È determinata a perfezionare il ruolo e ha lavorato tutte le ore per interpretare correttamente Patrizia (…) I produttori hanno deciso che non avrebbe incontrato Patrizia».

 

Perché: «I produttori erano molto consapevoli di non voler avallare o sostenere il terribile crimine commesso da Patrizia».

 

Tra Lady Gaga e la Reggiani poteva scattare quindi un qualcosa che, ad esempio, non scatterebbe qualora al posto della Germanotta vi fosse stata Margo Robbie, che di fatto ha interpretato in tranquillità una mandante di violenze nel film sulla pattinatrice olimpica terribile del film Tonya.

 

Questo, forse, per il carattere oscuro del personaggio della Gaga, per le immagini ricoperta di sangue, le accuse di satanismo, tali da cacciare i suoi concerti fuori dall’Indonesia?

 

Non lo sappiamo, ma crediamo con fermezza nella corsa del mondo moderno verso la comprensione, se non l’innalzamento morale, dei carnefici. Tanti segni ce lo fanno credere: l’enfasi assoluta sulla difesa dei condannati a morte (purché non in Arabia Saudita…), la curiosità sempre più morbosa verso i protagonisti di cronaca nera (la Franzoni, Erika e Omar, il caso di Garlasco, Amanda Knox),  le lettere d’amore, con proposta di matrimonio, che i serial killer ricevono in carcere.

 

Essendo convinti che il mondo stai andando incontro al ritorno del sacrificio umano, sappiamo che questa meccanica è inevitabile: nel rovescio della Civiltà cristiana, la vittima, l’Agnello, è dimenticata, mentre il lupo, il carnefice, il latore della morte è esaltato. Solo tramite la pubblicità dell’assassinio, la sua umanizzazione, il mondo arriverà ad uno stadio dove la dignità umana è liquefatta, e quindi l’umanità diventa spendibile, sfruttabile, controllabile e terminabile a piacimento.

 

Questo è uno dei pensieri che possiamo fare vedendo che dobbiamo empatizzare con una Lady Gaga che interpreta una vedova nera. Non possiamo vedervi un ulteriore piccolo passo degli idoli della Necrocultura e dell’insegnamento sanguinario che vogliono trasmetterci, come da ordine del loro maestro.

 

Tuttavia, aggiungiamo una considerazione di storia occulta ulteriore.

 

Il film è leggibile anche come il crepuscolo non solo di una famiglia (e già qui, ci sarebbe da dire quanto il messaggio sia chiaro), ma della stessa industria famigliare manifatturiera. L’entrata del fondo del Bahrein Investcorp, che prima rileva un ramo della famiglia e poi rileva tutto il resto, non è vista nel film come un atto soverchiante che pone fine ad una dinastia, ma come qualcosa di, in fondo, naturale. La finanziarizzazione dell’industria dei gruppi famigliari, sostituiti dal capitale globale, insomma, non è poi una così brutta cosa.

 

Ciò ha un significato preciso. Investcorp nel 1999 vendette Gucci al gruppo Kering, i parigini che hanno in mano, oltre a Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Alexander McQueen, Bottega Veneta, Boucheron, Brioni, Pomellato, Puma.

 

Si tratta, quindi di un’altra Holding internazionale, sia pure verticalizzata sulla moda di lusso.

 

La nuora del capo del gruppo, François Pinault (il magnate che si è impadronito, fra le altre cose, di Punta della Dogana a Venezia), è nel film sui Gucci: l’attrice Salma Hayek interpreta il ruolo di Pina, la maga che avrebbe presentato alla Reggiani i sicari. Non deve sorprendere che, quindi, il film abbia scatenato le reazioni della famiglia, ma non dell’azienda che porta quel nome, la quale anzi avrebbe cooperato con la produzione dando accesso all’archivio di abiti e arredo.

 

Si tratta di quell’allineamento delle grandi aziende verso una grande, unica narrazione, la convergenza che chiamano «Grande Reset». A dispetto degli esseri umani coinvolti, l’ultima parola, grazie al megafono della comunicazione di media, cinema e arte, l’avrà sempre il grande capitale. Gucci, quindi, è la storia secondo il potere economico che detiene il marchio e secondo Hollywood – in un continuum la cui giunzione è la Salma Hayek – non di quello che dicono le famiglie.

 

Tra parentesi, non dovrebbe sorprendere nemmeno che nella pellicola alla 56enne Hayek-Pinault sia consentito di mostrare il sempre abbondante seno svestito, ricoperto appena da un sottile strato di fango.

 

Chiudiamo con un altro pezzo di storia occulta, apparentemente più leggero.

 

Ridley Scott, il regista che è stato quasi due decenni dietro a questo progetto, ha un legame preciso con la Milano di quegli anni: sua moglie, Giannina Facio.

 

Forse la ricordate come moglie del Gladiatore, o presenza in altri film di Scott come Hannibal, Black Hawk Dawn, Un’ottima annata, Prometheus.

 

In verità, i più anziani la possono ricordare come presenza nella TV commerciale italiana di quegli anni, ad esempio nella trasmissione di Italia 1 erede di Drive In chiamata Emilio (1989), dove la Facio conduceva con il commissarrio Zuzzurro e Gaspare ed Enrico Beruschi.

 

La Facio, costaricana, nella Milano dell’esplosione della TV commerciale assumeva, in quel demi-monde di star e starlette, un ruolo centrale. Uno dei suoi amici era il Lele Mora degli esordi, che molto in realtà deve alla Facio.

 

«Come riusciva ad attovagliare così tante vedette?» ha chiesto Stefano Lorenzetto in un’intervista a Mora due anni fa. «Me le portava una cara amica, Giannina Facio, la ex di Julio Iglesias, attuale compagna di Ridley Scott, il regista di Blade Runner e Il gladiatore. Aveva addirittura preso il domicilio fiscale a casa mia».

 

Secondo un libro di Fabrizio Corona, fu Mora in versione «cupido» a fare incontrare il cineasta – tra i massimi viventi – e la Facio, ora produttrice di House of Gucci.

 

Scott, insomma, ha in casa un po’ di Milano di quegli anni, tuttavia  è più vicino alla Milano di Lele Mora che a quella della dinastia Gucci. Non crediamo siano la stessa cosa, anche se una delle cose non espresse bene nel film è che dall’alta società al mondo più basso del crimine le distanze si possono annullare in un baleno.

 

Renovatio 21 dà tutta la sua solidarietà alla famiglia Gucci. La produzione di kolossal per celebrare la fine delle imprese famigliari è un orrore che dovrebbe offendere tutti noi.

 

Come ci offende anche qui la bruttezza cinematica di Lady Gaga, che giustamente ha cantato all’inaugurazione della presidenza Biden, che è la presidenza del mondo della menzogna, della decadenza, della corruzione, della perversione e della demenza.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Immagine promozionale dal sito MGM pubblicata secondo Fair Use.

 

 

 

 

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I 50 anni de «Il Padrino». Renovatio 21 recensisce la serie «The Offer»

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso su Mondoserie.

 

 

Nel cinquantenario de Il padrino (di cui abbiamo scritto qui e parlato qui nel podcast) una serie, The Offer, parla delle incredibili vicende – umane, artistiche, economiche, politiche – dietro al capolavoro di Francis Ford Coppola.

 

La produce la Paramount, vetusta major hollywoodiana. Che così, in una spinta metacinematografica (meta-seriale) inusitata, produce contenuti per il lancio della sua nuova piattaforma di Streaming – Paramount+ – con un racconto di onestà encomiabile. L’azienda non nasconda di essere stata sull’orlo del baratro, ma ciò è funzionale all’apoteosi finale. Quella che vide The Godfather diventare, per qualche anno, il film di maggior incasso della Storia.

 

Per chi scrive, vi avvertiamo, questa è la serie dell’anno. Che abbiamo visto in anteprima per voi: in Italia dovrebbe arrivare in autunno, con il lancio anche qui della piattaforma Paramount+.

 

 

 

Un po’ di contesto storico-cinematografico

Hollywood, alla fine degli anni Sessanta, era in crisi. La formula dei kolossal, come quella dei filmetti leggeri di tutte le specie, aveva stancato il pubblico, con i gusti giovanili che si allontanavano con decisione dal mainstream a causa del successo della cosiddetta controcultura.

 

A salvare Hollywood fu una generazione di nuovi cineasti, i cosiddetti movie-brats (i ragazzacci del cinema), che cambiarono il modo di fare contenuti cinematografici in ogni genere possibile. Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, John Milius, Paul Schrader, William Friedkin, George Lucas – e ovviamente il maggiore del gruppo, quello che aveva già vinto un Oscar (con il film Patton), Francis Ford Coppola.

 

Controintuitivamente, nella serie il Coppola – interpretato piuttosto bene da Dan Fogler – non è il personaggio principale. Il protagonista è l’uomo dietro alle quinte, che lontano dai riflettori ha reso possibile il capolavoro, dall’assicurarsi i talenti (così chiamano gli attori a Hollywood) al fare veri e propri accordi con la mafia: il produttore Albert S. Ruddy.

 

La Paramount era di proprietà della Gulf & Western, un conglomerato che risultava tra le prime 100 società degli USA. E che si occupava, tra le altre cose, delle piantagioni di zucchero a Puerto Rico, di industria di tabacchi nonché di minieri di zinco. La storia di The Offer è anche la storia di come l’azienda sia riuscita a salvare se stessa nonostante disastri e scandali di ogni sorta.

 

Si tratta di pezzi di storia – diciamo pure, storia dell’economia del cinema – da non sottovalutare. La serie mostra che l’idea del block booking (un sistema di vendita alle sale di più film come singole unità, così da intasare il canale con quello che vuole la major), ad esempio, fu inventata proprio da un manager della Gulf & Western, stimolato dal capo della Paramount: l’indimenticato Robert Evans.

 

 

 

Successo e difficoltà

Evans è l’uomo cui dobbiamo, oltre a Il padrinoChinatownCotton ClubIl maratonetaUrban Cowboy e tanti altri filmoni ricoperti di premi e di storia del cinema.

 

La Paramount veniva da un successo clamoroso, Love Story. Dove Evans, la quintessenza del produttore hollywoodiano, aveva piazzato la sua giovanissima moglie dell’epoca, Ali McGraw. Nonostante il film raggiunga incassi astronomici, la situazione della Paramount traballa. Come, parallelamente la love story tra l’ineffabile produttore geniale e cocainomane e la sua invidiatissima moglie. Che finirà tra le braccia di Steve McQueen ma realizzerà il sogno di Evans di arrivare alla prima de Il Padrino tenendo il braccio da una parte la McGraw e dall’altra Henry Kissinger («i russi possono aspettare…»).

 

Il padrino era l’all in di Evans e della major, che avevano per forza bisogno di un altro grande successo per rimanere a galla. Colpisce come tutto il retrobottega della Mecca del cinema dell’epoca – che in The Offer è riprodotto con perizia antropologica e scenografica di livello altissimo – fosse sinceramente interessato alla questione «artistica» del film. Riponendo fiducia nelle scelte estetiche dei registi e nelle performance degli attori di talento. Non sappiamo se oggi, tra algoritmi, ricerche marketing, social media e influencer, il cinema si faccia ancora così.

 

La scelta di Evans di affidare tutto ad uno sconosciuto, un tizio che faceva il programmatore di computer per la Rand Corporation (il grande think tank che analizza e forse decide le guerre degli USA), si rivela un’altra di quelle intuizioni umane che, a guardarle, ora ci sembrano impossibili in un mondo dominato dalle statistiche, dai curriculum, dall’Intelligenza Artificiale che corre tra Linkedin e i programmi di gestione economica delle aziende.

 

 

Ruddy e Puzo

Al Ruddy – l’effettivo produttore incaricato di portare a casa Il padrino, sul cui libro di memorie è costruita la serie (di fatto è produttore anche qui…) –  è un personaggione mica male. Abbandona i segreti militari per la TV. Dove crea la serie Gli eroi di Hogan (la serie vista anche nelle reti Fininvest negli anni Ottanta, cui dicono Silvio Berlusconi si riferisse quando a Bruxelles diede del kapò al socialdemocratico tedesco Martin Schulz) grazie ad un pitch spettacolare.

 

La TV non gli basta, perché – come vediamo in una scena esplicativa – egli comprende la superiorità del film visto in sala come comunicazione che unisce ritualmente la collettività.

 

Il suo primo film, con Robert Redford, va così così. Evans lo mette sul Padrino sin dal principio. È lui che vola a Nuova York per la firma del contratto dell’autore del romanzo Mario Puzo, del quale, nei dieci episodi, viene raccontata lateralmente la parabola artistica. Puzo si mise a scrivere di mafia, senza saperne nulla, perché la sua carriera di scrittore era praticamente fallita, e aveva debiti di giuoco con dei tipacci (epperò meno problematici del suo diabete).

 

Dopo essere stato definito «traditore» dall’intera comunità italoamericana, il successo del film di Coppola – un successo permesso dal patto tra Ruddy e un boss della mafia della Grande Mela – lo porta alle stelle. «Mi hanno dato un milione di dollari per il trattamento di una pagina di Superman» lo si vede dire alla première, «volevano scritto “dall’autore de Il Padrino».

 

Risolto il lato artistico – con Coppola e Puzo che lavorano assieme alla sceneggiatura chiusi da Ruddy in una villa che comincia a puzzare  – il problema con la produzione del film diventa essenzialmente di tipo politico. E criminale.

 

 

Un pezzo di storia della mafia

È stato giudicato non vero il passaggio della serie in cui Ruddy e la sua segretaria Betty McCartt (interpretata da Juno Temple, la figlia di Julian Temple) subiscono un attentato da Mickey Cohen, famigerato mafioso ebreo della Los Angeles dell’epoca. Cohen agisce in realtà per conto della mafia di Nuova York. Che in nessun modo vuole che esca un film che la riguarda in dettaglio.

 

I vecchi gangster-movie, con per lo più attori protagonisti ebrei, non preoccupano quanto questo romanzo di successo. Pieno di dettagli non divulgabili al pubblico dei cinema.

 

La mafia, racconta The Offer, continuerà la campagna di pressione per impedire che si giri il film, facendo trovare un topo morto nella suite dell’albergo di Evans (anche questa, scena contestata dai mafiologi di YouTube come Robert Franzese). Dietro a tutto questo, sembra significare con forza la serie, c’è Frank Sinatra. Il quale è qui dipinto con grande libertà come un uomo totalmente connivente con i boss. Noi aspettiamo il momento quando, con la stessa libertà, mostreranno che era uomo del possibile collegamento tra i Kennedy e la mafia, e di chissà cos’altro.

 

Perfino i politici italoamericani di Nuova York, che pare di capire hanno i loro rapporti oscuri con Cosa Nostra, si oppongono apertamente al film.

 

Qui Ruddy risolve tutto, affrontando, tremante, il boss incaricato di distruggere la produzione del padrino, Joe Colombo (interpretato da un sudaticcio, gonfio Giovanni Ribisi), tirandolo dalla propria parte, con la promessa che dal film sarebbe stata espunta la parola «mafia», che peraltro compariva una sola volta nel copione originale.

 

 

Le feroci guerre delle famiglie newyorchesi 

Di qui parte l’integrazione, rappresentata in The Offer in termini piuttosto bonari, della mafia nell’economia realizzativa del film. Al punto che uno dei bodyguard di Colombo, Lenny Montana (interpretato dal grande fenomeno del culturismo Lou Ferrigno, indimenticato Incredibile Hulko della serie antica) diverrà attore con il ruolo di Luca Brasi.

 

Tra Ruddy e il boss Colombo – a capo della famiglia Colombo, ex Profaci –  si apre un’amicizia nemmeno scalfita dal coma. Colombo infatti subirà un attentato devastante, secondo la vulgata maggioritaria orchestrato dal mafioso Crazy Joe Gallo, che verrà di conseguenza punito. Una scena vista, con sicari diversi, anche in The Irishman.

 

La serie ha il pregio di farci vedere piuttosto bene la dimensione storica in cui si sviluppò l’attentato, con Colombo che aveva iniziato un grande movimento chiamato  Italian-American Civil Rights League. Tale esposizione – Colombo è ucciso sul palco di uno dei suoi comizi affollatissimi – non piaceva ai membri delle altre famiglie del crimine.

 

Non è sbagliato pensare che lo squilibrio portato da Gallo – esecutore della decisione di eliminare Colombo da parte degli altri boss – abbia portato a quella situazione di sospetto e instabilità che degenerò nella guerra di mafia negli anni Ottanta.

 

Si tratta di una dinamica di equilibrio criminale perduto che possiamo dire contenuta, se non preconizzata, proprio ne Il padrino.

 

 

Personaggi eccezionali

Bisogna dire che si guarda Matthew Goode (che avete visto nel film di Watchmen, in Match Point di Woody Allen, o negli spot dei Ferrero Rocher) con estrema voluttà. Vederlo incedere con passo felpato e occhiale da sole nei party a bordo piscina come nel bar dello Chateau Marmont (l’hotel dei divi) è fantastico.

 

La frase «let’s fuck this city in half», rende bene l’idea degli ardori di Evans, il cui vizio nasale non è nascosto dalla serie. Anche se (come per il crimine organizzato…) non se ne fa un dramma. Il suo monologo sulla necessità del cinema nella vita della società della Nazione è da applausi.

 

Evans, belloccio e lucidissimo, è un personaggio a cui si sono ispirati tutti: con la sua sicurezza di sé (relativa, come si vede qui) e i suoi modi precisi e persuasivi. Da Dustin Hoffman in Wag the Dog al Saul Goodman di Breaking Bad.

 

Miles Teller, protagonista di The Offer nel ruolo di Ruddy, rimane un grande mistero. Il suo volto inespressivo – forse per via, oltre che dell’occhietto fessurato, di ferite le cui cicatrici sono ancora ben visibili –  non promette mai nulla di buono. E invece gliela fa sempre. Non c’è una performance di Teller (che, va detto, si fa trovare sempre in opere di spessore) che riusciamo a scartare. Non in Whiplash, non in Too Old to Die Young, nemmeno in War Dogs. Nel ruolo di Ruddy, macinatore di difficoltà produttive e personali, è perfetto.

 

Vogliamo ricordare qui come la serie mostri anche sua moglie, Francoise Glazer.

 

Padrona, grazie ad un divorzio precedente (beccò il marito con Tura Satana, popputissima attrice nippoamericana di Russ Meyer), proprio dello Chateau Marmont dove incontrerà Ruddy. Anche questa, figura fuori dagli schemi: parigina sopravvissuta all’Olocausto, separatasi dal marito produttore, diverrà Ma Prem Hasya, una dei capi del movimento di Osho visibile nella serie documentaria Wild Wild Country.

 

In The Offer, la Glazer-Ruddy è interpretata con eleganza e beltà consistenti dalla cantante ed attrice francese Nora Arnezeder.

 

 

Perché The Offer è la serie dell’anno

Questa per chi scrive è la serie dell’anno. Affermazione impegnativa. Ma che mi sento di fare, e provare a spiegare.

 

Questa serie non assomiglia a quelle che vediamo ora. Non c’è sofisticazione nella trama, né nelle immagini, negli effetti visivi, etc. Detta in maniera semplice, non c’è lavoro per il cervello guardando questa serie. Abbiamo scoperto che questa è una feature potentissima, rarissima: il nostro cerebro, sfinito da ore di lavoro ed esistenze quotidiane assortite, ringrazia.

 

Sappiamo già come andrà a finire: con un successo senza precedenti. I personaggi sono abbastanza monodimensionali, come in quei filmetti anni Sessanta che alla fine proprio Il Padrino contribuì a spazzare via.

 

Attenzione: non stiamo dicendo che si tratta di un contenuto piatto, stupido. Al contrario: abbiamo dimostrato quale profondità storica e microstorica esso sottenda. La facilità con cui si consumano gli episodi è piuttosto dovuta ad un’altra cosa: una regolarità assoluta di tutto l’impianto.

 

In The Offer uomini sono uomini. In quegli anni, facevano cose, risolvevano problemi, passavano meno tempo possibile dentro ai loro dolori (che pure, c’erano). Perché assorbiti in un disegno più grande.

 

In The Offer, gli italiani sono italiani. Gli ebrei sono ebrei. I mafiosi sono mafiosi. I cinematografari sono i cinematografari (e tutti gli altri sono «civili», come dice in una tirata notevole la direttrice casting). La storia è una storia, che va raccontata, tutta dritta, tutta di fila. Senza buchi neri narrativi e artifici da spacciatori di dopamina (i cliffhanger, che magari pure ci sono, non danno effetti disforici).

 

Credetemi, realizzare questa cosa, nell’Anno del Signore MMXII, ha qualcosa di straniante, ma che ha reso la serie l’opera che con più gusto ho veduto nel 2022, e forse nel 2021.

 

 

Abbiamo scoperto che, arrivati dove siamo, questa sorta di  «regressione» intellettuale – pure nel mantenimento di un alto livello cine-estetico – ci dà tanta lietitudine, tanta. Fino alle capriole ad ogni episodio. Sì, è possibile fare intrattenimento senza stressare lo spettatore, consegnando visioni eccezionali.

 

Perché è eccezionale vedere le cose che faceva – e non faceva – Marlon Brando. È eccezionale vedere il disprezzo iniziale che gli studios avevano per Al Pacino. Che a teatro, però, esaltava chiunque. È sempre bello vedere qualche mafioso non capire nulla ma poi picchiare come un fabbro gente a caso. O premere grilletti con allegria contagiosa. Tutto questo secondo verità, e senza i carichi mentali che gli sceneggiatori di oggi mettono in ogni secondo filmato.

 

Ebbasta. Lasciateci vivere, mostrateci piuttosto le grandezze di cui erano capaci gli uomini (assai meno chiusi nella loro mente) del passato recente.

 

Ecco, questa sarebbe un’offerta che non potremmo rifiutare.

 

 

Giudizio: limpido, lineare, irresistibile. Rilassante.

 

 

 

Articolo previamente apparso su Mondoserie.it

 

 

 

Immagine di alexcherrypicks via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

 

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Percy Shelley, il volto dietro la maschera di Frankenstein

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Nel bicentenario della morte del poeta, Renovatio 21 pubblica questo articolo del dottor Paolo Gulisano apparso su Ricognizioni. Di Percy Bysshe Shelley (1792-1822), morto a Viareggio duecento anni fa in circostanze misteriose, Renovatio 21 ha parlato di recente più volte. La sua poesia, a quanto pare, ha ancora molto da dire agli uomini anche nell’ora presente.

 

 

 

8 Luglio 1822: un naufragio durante una burrasca al largo di Lerici metteva fine alla vita di uno dei grandi protagonisti della prima stagione del Romanticismo: Percy Bysshe Shelley.

 

Il trentenne intellettuale e nobile inglese aveva scelto come sua patria d’adozione l’Italia, e in particolare la Toscana. Si era poi stabilito in Liguria, a Lerici, insieme alla moglie Mary, nata Godwin, figlia di uno dei più importanti esponenti dell’Illuminismo inglese, e autrice del capolavoro Frankenstein, scritto a soli 21 anni.

 

Anche Shelley era stato un talento precocissimo, un poeta già celebrato a vent’anni, mentre era studente universitario a Oxford, ateneo dal quale venne espulso per aver scritto un pamphlet dal titolo «Sulla necessità dell’ateismo»; era una provocazione inaccettabile per il tempio massimo della cultura anglicana.

 

Shelley fu nel suo tempo – e anche a venire – descritto come il prototipo del ribelle romantico, anticonformista.

 

Persino il suocero William Godwin, esponente di punta del «progressismo» dell’epoca, si era scandalizzato della disinvoltura con cui Shelley si era separato e aveva poi preso a frequentare sua figlia Mary, poco più che adolescente. In seguito Percy era rimasto vedovo (per il suicidio della prima moglie) e aveva reso Mary una donna rispettabile col matrimonio.

 

La vita dei due Shelley non fu facile, anzi la tragicità degli avvenimenti che seguiranno concederanno periodi brevi di felicità, che serviranno solo a rendere ancora più tragica lo loro stessa esistenza, quasi una maledizione per le scelte fatte: per aver disobbedito al padre, per essersi ribellata alle convenzioni sociali, seppur influenzate da un clima di idee liberali, nelle quali era stata cresciuta.

 

Così il senso di colpa provato da Mary aumenterà insieme al disagio della sua nuova, misera condizione. Mary avrà quattro figli, dei quali tre morti ancora bambini.

 

Eppure all’origine di quel libro straordinario che è il Frankenstein, c’era proprio il suo amato Percy, insieme al quale – all’inizio della loro storia d’amore – compiva affascinanti viaggi. Proprio in uno di questi viaggi, in cui essi – completamente senza soldi – venivano ospitati dagli amici, vennero scritte le prime pagine del Frankenstein.

 

La composizione del romanzo avvenne per un avvenimento casuale. In un pomeriggio d’estate piovoso e freddo, nella Villa Diodati, situata nei pressi del lago di Ginevra a Chapuis, in Svizzera, presa in affitto da Byron per le vacanze estive, nel giugno del 1816 un gruppo di giovani intellettuali formato da George Gordon Byron, John Polidori, l’autore de Il Vampiro, Percy Shelley e Mary, si sfidarono a creare delle storie gotiche.

 

Ogni giorno a Mary veniva chiesto se avesse pensato a qualcosa e ogni giorno la sua risposta negativa aveva un tono mortificato. E Mary rimaneva ore ed ore in silenzio ad ascoltare le conversazioni di Lord Byron e P.B. Shelley sulla filosofia e sul principio della vita umana.

 

Proprio lei, cresciuta ed educata dal padre come una vera filosofa, una «cinica», che sapesse dissertare sui campi del sapere, della storia e della politica; lei che aveva viaggiato tanto, lei che aveva sentito declamare dallo stesso Coleridge i versi de The Rime of the Ancient Mariner, lei che aveva passato la sua giovinezza nel confortevole mondo della scrittura, consapevole che l’invenzione non nascesse dal vuoto, ma fosse il continuo formarsi e trasformarsi della materia, adesso sembrava ammutolita.

 

O forse non era proprio così.

 

Forse Mary era all’inizio di una comprensione, in attesa di quell’input, di quell’ispirazione, di quel gesto iniziale che le permettesse di cominciare a plasmare la sua materia.

 

Così Byron e Shelley parlavano dello scienziato italiano Luigi Galvani, del suo De viribus electricitatis in motu musculari commentarius a proposito dei suoi esperimenti sull’applicazione di scariche elettriche sulle rane e delle sue scoperte sul potere dell’elettricità sui corpi inanimati; sulla possibilità, come conseguenza, di mettere insieme organi di cadaveri e conferire loro una nuova energia vitale.

 

Il dibattito etico che era derivato da questa straordinaria scoperta aveva suscitato molte domande: con non poca ansia e preoccupazione gli intellettuali e gli scienziati del tempo avevano cominciato a chiedersi quale futuro ci sarebbe potuto essere se i morti avessero avuto davvero la possibilità di ritornare in vita, come avrebbero vissuto e quali sarebbero state le conseguenze morali e psicologiche, nel momento in cui si fosse stato messo in pericolo il confine tra la vita e la morte.

 

Inoltre il potere che lo scienziato avrebbe ottenuto da questi esperimenti sembrava farlo diventare sempre più sicuro di sé fino al punto di pensare di poter davvero avere un potere sulla vita e sulla morte.

 

Siamo di fronte a un passo importante nelle relazioni tra medicina, anatomia e scienze. Le dissertazioni che ne seguirono, che si basavano sulla possibilità reale di poter dare nuova vita ai cadaveri, suscitarono grande impressione su Mary Shelley e influenzarono notevolmente la narrazione del momento della creazione del mostro.

 

Quella notte non riuscì a dormire, la sua immaginazione le riempì la mente di incubi: si svegliò terrorizzata, talmente vicino alla realtà gli era apparso quell’incubo. Ma finalmente aveva trovato il protagonista della sua storia .

 

Nella costruzione del personaggio dello scienziato Victor Frankenstein, la Shelley potrebbe essersi ispirata proprio al marito. La caratterizzazione prometeica di Frankenstein è quella più evidente, già dal sottotitolo del romanzo (il nuovo Prometeo) , ma ci sono altri elementi che conferiscono a questo personaggio le caratteristiche di un eroe degno di essere contemplato tra i personaggi romantici di quel periodo: il suo isolamento, la sua sofferenza, una sorta di autopunizione per poter giustificare le proprie azioni ed elevare la propria anima al di sopra di una natura umana, che comunque non potrebbe capire la grandezza della sua ambizioni.

 

Mary, infatti, condanna Frankenstein come Eschilo condannò Prometeo. Egli è condannato per un atto di hybris, termine che deriva dalla lingua greca, il cui significato richiama ad azioni eccessive, di prevaricazione.

 

La hybris di Frankenstein è quella dello scienziato, il quale, trascinato dal suo «delirio di onnipotenza» non sa più fermarsi e si lascia consumare fisicamente e psicologicamente dall’ansia del compimento della sua stessa opera.

 

Il delirio della sua gioia e del suo orgoglio, oggi diremmo esaltazione, forse anche euforia, indebolirono la resistenza di fronte alla tentazione di concepire l’idea di «creare» un essere animato e spazzarono via ogni dubbio di fronte a questa scelta, lasciando spazio solo all’incoscienza e all’ardore. Victor stesso affermava, come il più concreto scienziato illuminista, che superstizioni e credenze non lo toccavano minimante, che il buio non aveva effetto su di lui e che considerava i cimiteri, che a quel tempo non occupavano più necessariamente il suolo delle chiese, semplicemente come luoghi dove i corpi erano diventati solo pasto per i vermi.

 

Egli dunque si era concentrato sull’azione corruttrice della morte sui cadaveri e si diede totalmente allo studio e alla ricerca di una strada che conducesse alla scoperta del principio della vita.

 

Forse è questa l’origine e al tempo stesso la causa del playing God, il giocare a fare Dio. Victor come ogni scienziato voleva colmare le presunte lacune di Dio. La più grande di essa è la morte e tutto il mistero di lutto e di dolore che la circonda. Lo scienziato può svelare questo mistero e sconfiggere la morte completando, così, la grandezza della creazione. In fondo la sua intenzione è il cosiddetto bene dell’umanità.

 

Qui risiede, come abbiamo già detto, il significato profondo della figura di un Prometeo moderno, la cui ambizione e, allo stesso tempo presunzione è quella di voler acquisire la suprema conoscenza e impiegarla per il bene e il progresso dell’umanità. Questa era la sua unica ambizione, ma al tempo stesso questa era l’origine della sua tracotanza, dell’overreaching, del suo andare oltre i limiti, recando a se stesso e a tutti coloro che amava dolore e disperazione invece di prosperità e progresso.

 

Mary Shelley voleva forse mettere in guardia Percy, e ogni lettore, dai rischi di questa sfida al limite presentato dalla natura. Quando Frankenstein fu pubblicato, anonimo, tutti i lettori inglesi erano convinti che fosse opera di Shelley, e grande fu lo stupore quando ci si rese conto che era opera della giovane moglie. Evidentemente si sentiva molto dell’animo e del carattere di Percy.

 

Poco dopo la pubblicazione del libro iniziò l’esilio italiano degli Shelley, che doveva culminare nella tragedia accaduta duecento anni fa. Il corpo dell’annegato fu bruciato su una pira sulla spiaggia di Viareggio, secondo la volontà degli amici. Era una sorta di rito pagano, per un uomo che si era allontanato da quel Cristianesimo formale e parruccone della Chiesa Anglicana, e che sfortunatamente non aveva mai incontrato il Cristo autentico.

 

Aveva dunque vissuto come un pagano, ossia un uomo alla ricerca. Quel rogo su una pira dal sapore antico, aveva determinato un fenomeno curioso: tra le sue ceneri, venne ritrovato il suo cuore, intatto. Un fenomeno inspiegabile. Mary volle tenerlo per sé, conservandolo in uno scrigno che riportò in Inghilterra. Era ciò che restava dell’uomo che aveva ispirato Frankenstein, il moderno Prometeo, e il più grande dei Romantici.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

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