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Renovatio 21 recensisce House of Gucci
Era un film atteso, perché della sua produzione si parlava da decenni. Era atteso anche e soprattutto perché era una grande prova hollywoodiana su una vicenda tutta nostrana. Infine, nonostante gli inciampi degli ultimi tempi, non si può non aspettarsi un film rilevante da Ridley Scott.
La pellicola, invece, rivela tantissimo altro: dalla sciatteria all’agenda gender che oramai informano le opere anche dei maestri – quelli che, dall’alto dei loro milioni e delle loro carriere, dovrebbero essere liberi – a considerazioni più oscure riguardo alla distruzione delle imprese famigliari a vantaggio dei grandi fondi allineati, come da verbo del Grande Reset e, soprattutto, a pensieri che facciamo da queste parti riguardo la Cultura della Morte e all’innalzamento dei carnefici.
Andiamo con ordine.
House of Gucci è la storia degli ultimi tre lustri circa della famiglia Gucci, gli imprenditori della pelletteria di superlusso famosi in tutto il mondo. Il film è tratto dal libro omonimo di Sara Gay Forden. Nei 15 e passa anni da quando fu iniziato lo sviluppo, si sono altalenati una serqua di sceneggiatori nonché vari registi (il taiwanese Wong Kar-Wai, la figlia di Scott Jordan) prima che il lavoro tornasse nelle mani di Ridley Scott. Sembrava, ad un certo punto, che i protagonisti dovessero essere Angelina Jolie e Leonardo di Caprio, poi Margot Robbie – che da Lady Gaga è un bel salto.
Lady Gaga, vero nome Stefani Germanotta, è quindi la scelta finale per interpretare Patrizia Reggiani, la donna che per la giustizia italiana è mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci, qui interpretato dalle volto poco comprensibile di Adam Driver, che per qualche motivo è ovunque ad Hollywood.
La figlia Allegra Gucci, che ha pubblicato pochi mesi fa un libro con la sua verità e che per qualche motivo non è presente nel film (dove è mostrata solo la sorella Alessandra: perché? Lettera degli avvocati? Oppure strane necessità morali di sceneggiatura per mostrare un divorzio senza troppi figli?) ha messo in risalto varie incongruenze, inaccettabili per la famiglia: il padre non era un viziato inconsistente, la madre non era una che si imbucava alla feste, era una corteggiata nella Milano di quegli anni.
Noi aggiungiamo: a vedere le foto, non si capisce cosa c’entri la Reggiani con la bruttezza esibita dal personaggio di Lady Gaga.
È omesso pure il fatto che la Reggiani aveva subito un’operazione al cervello pochi anni prima. Una questione non di poco conto se si vuole raccontare una storia, ma forse qui prevalgono altre logiche.
Di nostro, abbiano notato altre cose assurde, davvero di sciatteria impensabile. Le maghe non parlavano in TV a inizio anni Ottanta, perché la diretta per le TV private sarebbe arrivata un decennio dopo. In una scena, Maurizio Gucci legge il giornale nel lussuoso salotto: è Il Foglio, giornale che sarebbe nato un decennio e passa dopo, peraltro mostrato in modo illogico (la prima pagina è una pagina centrale).
Sono quisquilie sì. Tuttavia c’è anche, forse, un accenno ad una piccola storia nella storia che forse in qualche modo si voleva pure significare, visto che è presente nel libro della Sara Gay Forden: il contatto con Delfo Zorzi, l’ex ordinovista lungamente indagato per Piazza Fontana ora assolto da tutte le accuse in via definitiva, poi imprenditore di estremo successo di commercio di Alta Moda in Giappone, Paese di cui è divenuto cittadino. Il Giappone ha un suo ruolo nella pellicola: vediamo Aldo Gucci (Al Pacino) che discute con il fratello Rodolfo Gucci (Jeremy Irons) l’espansione del marchio nel Sol Levante, dove sarebbe pronto ad aprire un negozio in un grande centro commerciale, dice di voler imparare la lingua, nella boutique di Nuova York saluta calorosamente clienti nipponici.
All’epoca dell’omicidio alcuni giornali come L’Unità scrissero che Zorzi, che allora era ancora un babau per la stampa italiana, aveva prestato a Maurizio Gucci 30 miliardi di lire. Tuttavia, nel sommario già dicevano che il PM confermava il prestito ma negava ci fosse «una pista nera nelle indagini sul delitto di via Palestro».
Che vi fosse l’intenzione di andare lì?
No. L’idea alla base, che dovrebbe essere altamente offensiva per l’Italia e per la storia stessa, è quella che il cattivo nel film è il patriarcato famigliare italiano stesso. I Gucci, e Gucci come società, nella pellicola sono solo maschi. Secondo il racconto di Scott donne presenti sono o morte, o insignificanti, o sottomesse. La realtà è un’altra: il rilancio di Gucci si deve anche e soprattutto ad una donna, l’americana Dawn Mello, che fece la strategia di rebranding del gruppo.
Pazienza: bisogna invece far vedere Lady Gaga-Gucci trattata perennemente a pesci in faccia da questo mondo infame e maschilista (che osa pure giocare a palla in riva al Lago di Como), a suo modo viziato e infantile – perché maschio, finanche perché maschio italiano (Pacino e Jared Leto sono vere macchiette). Gli uomini le ricordano in continuazione che lei non ha voce in capitolo, che deve stare zitta e accettare quello che decidono per lei.
Non è impossibile, a questo punto, solidarizzare con la protagonista, che ricordiamolo è mandante di un assassinio. Pensiamo alla scena in cui Patrizia, abbandonata dal marito che torna endogamicamente alle amiche d’infanzia di Sankt Moritz, aspetta fuori di casa il marito e lo implora di tornare, perché la figlia parla solo di lui, il quale risponde che l’ha vista due settimana fa…
Ci chiediamo, a questo punto se non fosse questo il fine di tutto: farci avanzare nella parte più oscura….
La presenza di Lady Gaga qui non sarebbe quindi casuale: è la tizia dei video esoterici con sessuomania rituale; è quella che, con endorsement dell’ambasciata USA a Roma, fece, da idolo LGBT, un concertone al Gay Pride in faccia al Vaticano; è quella ripresa con Marina Abramovic in foto inquietanti dove rimira persone immerse come in vasche di sangue.
Lady Gaga and Marina Abramović ????☠????????
Just your average party for the ????️
I’m sure the theme of eating people isn’t really on the menu ???? pic.twitter.com/ji5sykRGdl— ???????????????????? ???????????????????????????????? (@VerumBellator1) January 15, 2022
Per aver pubblicato questa foto su Facebook (allora non eravamo bannati) fummo ricoperti di insulti da parte di quelli che sembravano proprio utenti con profilo arcobalenato o vacanze a Mykonos, che copincollavano sulla nostra pagina il testo, in tedesco, di una canzone della loro beniamina, Scheise («merda» in tedesco). Con evidenza, la trovavano una cosa giusta ed interessante da fare, soprattutto ci colpì come l’attacco sembrava coordinato. Avevamo toccato la loro divina, quel ciclico simbolo di femminilità estrema (Wanda Osiris, Mina, la Bertè) e talvolta bruttina (la Callas, Madonna, Dalida, Bjork) a cui paiono volersi sottomettere generazione dopo generazione le popolazioni omosessuali.
Insomma, Lady Gaga è una diva ctonia, una dea della trasgressione che vira però verso il nero. Chi meglio di lei per canalizzare la storia di un’assassina nel bruto mondo patriarcale? Le speculazioni sul fatto che le due dovessero incontrarsi, come si usa tra attore e personaggio reale, furono messe a tacere dalla produzione, specie dopo che la Reggiani stessa aveva detto all’ANSA di essere «infastidita dal fatto che Lady Gaga interpreti me nel nuovo film di Ridley Scott senza aver avuto la considerazione e la sensibilità per venirmi incontro».
La possibilità, tuttavia, da qualche parte, pur se evitata, era contemplabile.
Il britannico Sunday Mirror riportò una fonte anonima che disse che «questo film è stato il progetto di passione di Gaga per molto tempo. È determinata a perfezionare il ruolo e ha lavorato tutte le ore per interpretare correttamente Patrizia (…) I produttori hanno deciso che non avrebbe incontrato Patrizia».
Perché: «I produttori erano molto consapevoli di non voler avallare o sostenere il terribile crimine commesso da Patrizia».
Tra Lady Gaga e la Reggiani poteva scattare quindi un qualcosa che, ad esempio, non scatterebbe qualora al posto della Germanotta vi fosse stata Margo Robbie, che di fatto ha interpretato in tranquillità una mandante di violenze nel film sulla pattinatrice olimpica terribile del film Tonya.
Questo, forse, per il carattere oscuro del personaggio della Gaga, per le immagini ricoperta di sangue, le accuse di satanismo, tali da cacciare i suoi concerti fuori dall’Indonesia?
Non lo sappiamo, ma crediamo con fermezza nella corsa del mondo moderno verso la comprensione, se non l’innalzamento morale, dei carnefici. Tanti segni ce lo fanno credere: l’enfasi assoluta sulla difesa dei condannati a morte (purché non in Arabia Saudita…), la curiosità sempre più morbosa verso i protagonisti di cronaca nera (la Franzoni, Erika e Omar, il caso di Garlasco, Amanda Knox), le lettere d’amore, con proposta di matrimonio, che i serial killer ricevono in carcere.
Essendo convinti che il mondo stai andando incontro al ritorno del sacrificio umano, sappiamo che questa meccanica è inevitabile: nel rovescio della Civiltà cristiana, la vittima, l’Agnello, è dimenticata, mentre il lupo, il carnefice, il latore della morte è esaltato. Solo tramite la pubblicità dell’assassinio, la sua umanizzazione, il mondo arriverà ad uno stadio dove la dignità umana è liquefatta, e quindi l’umanità diventa spendibile, sfruttabile, controllabile e terminabile a piacimento.
Questo è uno dei pensieri che possiamo fare vedendo che dobbiamo empatizzare con una Lady Gaga che interpreta una vedova nera. Non possiamo vedervi un ulteriore piccolo passo degli idoli della Necrocultura e dell’insegnamento sanguinario che vogliono trasmetterci, come da ordine del loro maestro.
Tuttavia, aggiungiamo una considerazione di storia occulta ulteriore.
Il film è leggibile anche come il crepuscolo non solo di una famiglia (e già qui, ci sarebbe da dire quanto il messaggio sia chiaro), ma della stessa industria famigliare manifatturiera. L’entrata del fondo del Bahrein Investcorp, che prima rileva un ramo della famiglia e poi rileva tutto il resto, non è vista nel film come un atto soverchiante che pone fine ad una dinastia, ma come qualcosa di, in fondo, naturale. La finanziarizzazione dell’industria dei gruppi famigliari, sostituiti dal capitale globale, insomma, non è poi una così brutta cosa.
Ciò ha un significato preciso. Investcorp nel 1999 vendette Gucci al gruppo Kering, i parigini che hanno in mano, oltre a Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Alexander McQueen, Bottega Veneta, Boucheron, Brioni, Pomellato, Puma.
Si tratta, quindi di un’altra Holding internazionale, sia pure verticalizzata sulla moda di lusso.
La nuora del capo del gruppo, François Pinault (il magnate che si è impadronito, fra le altre cose, di Punta della Dogana a Venezia), è nel film sui Gucci: l’attrice Salma Hayek interpreta il ruolo di Pina, la maga che avrebbe presentato alla Reggiani i sicari. Non deve sorprendere che, quindi, il film abbia scatenato le reazioni della famiglia, ma non dell’azienda che porta quel nome, la quale anzi avrebbe cooperato con la produzione dando accesso all’archivio di abiti e arredo.
Si tratta di quell’allineamento delle grandi aziende verso una grande, unica narrazione, la convergenza che chiamano «Grande Reset». A dispetto degli esseri umani coinvolti, l’ultima parola, grazie al megafono della comunicazione di media, cinema e arte, l’avrà sempre il grande capitale. Gucci, quindi, è la storia secondo il potere economico che detiene il marchio e secondo Hollywood – in un continuum la cui giunzione è la Salma Hayek – non di quello che dicono le famiglie.
Tra parentesi, non dovrebbe sorprendere nemmeno che nella pellicola alla 56enne Hayek-Pinault sia consentito di mostrare il sempre abbondante seno svestito, ricoperto appena da un sottile strato di fango.
Chiudiamo con un altro pezzo di storia occulta, apparentemente più leggero.
Ridley Scott, il regista che è stato quasi due decenni dietro a questo progetto, ha un legame preciso con la Milano di quegli anni: sua moglie, Giannina Facio.
Forse la ricordate come moglie del Gladiatore, o presenza in altri film di Scott come Hannibal, Black Hawk Dawn, Un’ottima annata, Prometheus.
In verità, i più anziani la possono ricordare come presenza nella TV commerciale italiana di quegli anni, ad esempio nella trasmissione di Italia 1 erede di Drive In chiamata Emilio (1989), dove la Facio conduceva con il commissarrio Zuzzurro e Gaspare ed Enrico Beruschi.
La Facio, costaricana, nella Milano dell’esplosione della TV commerciale assumeva, in quel demi-monde di star e starlette, un ruolo centrale. Uno dei suoi amici era il Lele Mora degli esordi, che molto in realtà deve alla Facio.
«Come riusciva ad attovagliare così tante vedette?» ha chiesto Stefano Lorenzetto in un’intervista a Mora due anni fa. «Me le portava una cara amica, Giannina Facio, la ex di Julio Iglesias, attuale compagna di Ridley Scott, il regista di Blade Runner e Il gladiatore. Aveva addirittura preso il domicilio fiscale a casa mia».
Secondo un libro di Fabrizio Corona, fu Mora in versione «cupido» a fare incontrare il cineasta – tra i massimi viventi – e la Facio, ora produttrice di House of Gucci.
Scott, insomma, ha in casa un po’ di Milano di quegli anni, tuttavia è più vicino alla Milano di Lele Mora che a quella della dinastia Gucci. Non crediamo siano la stessa cosa, anche se una delle cose non espresse bene nel film è che dall’alta società al mondo più basso del crimine le distanze si possono annullare in un baleno.
Renovatio 21 dà tutta la sua solidarietà alla famiglia Gucci. La produzione di kolossal per celebrare la fine delle imprese famigliari è un orrore che dovrebbe offendere tutti noi.
Come ci offende anche qui la bruttezza cinematica di Lady Gaga, che giustamente ha cantato all’inaugurazione della presidenza Biden, che è la presidenza del mondo della menzogna, della decadenza, della corruzione, della perversione e della demenza.
Roberto Dal Bosco
Immagine promozionale dal sito MGM pubblicata secondo Fair Use.
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Elon Musk è disposto a finanziare con 100 milioni di dollari Mel Gibson per un adattamento storicamente accurato dell’Odissea
Elon Musk ha dichiarato di essere disposto a finanziare Mel Gibson con 100 milioni di dollari per realizzare un adattamento storicamente accurato dell’Odissea di Omero.
Il 22 luglio, Musk ha risposto a un post dell’utente X John Carter, il quale aveva scritto: «Voglio che Elon Musk dia a Mel Gibson 100 milioni di dollari per girare un adattamento dell’Odissea con navi, armature, armi e cast meticolosamente accurati dal punto di vista storico, con tutti i dialoghi tratti direttamente dal poema originale e recitati in greco omerico».
Musk ha risposto dicendo: «Ci sto».
Nel frattempo, il magnate aveva anche approvato il tentativo fatto di qualcuno in rete di fare un’Odissea storicamente accurata usando i video generati dall’Intelligenza artificiale di Musk, Grok.
Before this year ends, Grok Imagine will make a full-length movie of The Odyssey that is historically accurate and true to the art of Homer https://t.co/bVHzUmY9WN
— Elon Musk (@elonmusk) July 22, 2026
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L’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan è stato duramente criticato, soprattutto per la scelta di un cast «woke» incentrato su diversità, equità e inclusione (DEI), che include un ruolo per Ellen Page, un tempo celebre attrice giovane che ora sostiene di essere un uomo di nome Elliot, che interpreta per qualche ragione il ruolo di Sinone, che nel poema omerico nemmeno appare, essendo invece un personaggio dell’Eneide di Virgilio. Il film è stato inoltre oggetto di critiche per numerose inesattezze storiche, come l’utilizzo di armature non adatte al periodo in cui è ambientata la storia.
Al centro delle critiche vi è pure la scelta di casting che vede l’attrice nerissima Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia (definita da Omero «dalle bianche braccia»). Vi sono state inoltre critiche per i costumi e le armature, attaccati per scarsa accuratezza storica rispetto all’età del bronzo.
Elon Musk, che ha definito Nolan un «razzista anti-bianco». Nolan ha liquidato le polemiche definendole «irrilevanti», sottolineando che nascono prima che il pubblico veda il film e ricordando le critiche già affrontate con il suo Batman. Nonostante le discussioni online, il film ha comunque ottenuto un discreto di pubblico.
Alcuni sostengono che il Nolan abbia piazzato attori di colore e transessuali solo per ottenere i punteggi necessari per ottenere dei premi Oscar.
Non è chiaro se la promessa di Musk costituisca un’offerta definitiva a Mel Gibson. Tuttavia i film di Gibson, d’altro canto, sono lodati per la loro accuratezza storica, come La Passione di Cristo, in cui gli attori parlano in aramaico e latino, secondo la pratica in uso nella Terra Santa nel I secolo. Nel kolossal Apocalypto, diretto da Mel Gibson e ambientato nel 1511 in America Latina, tutti gli attori sono nativi americani che parlano solo la lingua maya.
Anche se Musk avesse offerto di finanziare la versione di «L’Odissea» diretta da Gibson, non è ancora chiaro se il regista accetterebbe il progetto. Ha infatti recentemente terminato le riprese di La Resurrezione di Cristo, l’attesissimo sequel di La Passione di Cristo, la cui uscita è prevista in due parti, il 6 maggio 2027 e il 25 maggio 2028. Era stato detto due anni fa che stesse pure preparando un film sull’assedio ottomano di Malta e l’eroica resistenza dei cavalieri.
Constatando incontrovertibilmente la purezza dell’intento artistico e spirituale dei suoi lavori, Renovatio 21 definisce da tempo Mel Gibson come il più grande artista vivente.
Due anni fa Gibson aveva scritto a monsignor Viganò attaccando la cerimonia di apertura delle Olimpiadi parigine: «hanno deriso la mia Fede», scrisse l’attore e regista. Quando arrivò la scomunica a Sua Eccellenza, Gibson scrisse ancora una volta a Viganò dicendo: «spero che Bergoglio scomunichi anche me dalla sua falsa chiesa».
Mel Gibson è figlio di Hutton Gibson, personaggio noto sia nella storia dei Quiz TV che del sedevacantismo cattolico: dotato di intelligenza e memoria prodigiosa, Gibson padre, un ferroviere che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico e testimoniato come la guerra renda gli uomini orrendi, partecipò al notorio quiz televisivo americano Jeopardy!, divenendo uno dei più grandi campioni di sempre e racimolando così il danaro necessario per emigrare con tutti gli 11 figli (tra cui Mel) in Australia, così evitando ai maschi la leva militare per il Vietnam, guerra che riteneva ingiusta.
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Hutton Gibson creebbe i figli nel tradizionalismo cattolico più rigoroso. Divenne quindi uno dei pensatore sedevacantisti più conosciuti nel mondo pre-internet.
Mel, divenuto divo di Hollywood, mai ha deviato dal solco paterno, nonostante tutti le tentazioni e i peccati in cui incorse.
L’uscita nel 2004 della Passione, film autofinanziato, costò a Gibson l’immediata accusa di antisemitismo: fu detto che il film descriveva i giudei come autore dell’assassinio di Cristo, cioè, in una parola, deicidi.
Non è sbagliato pensare che la guerra fatta da varie figure ed istituzioni ebraiche contro Mel Gibson e la sua Passione nascondesse un attacco a Hutton Gibson, che rappresentava la Chiesa preconciliare, e quindi la Chiesa che, rifiutando il documento del Concilio Nostra Aetate, respingeva l’idea di un accordo con il mondo ebraico, mantenendo viva l’accusa di deicidio nei confronti di nostro signore e la preghiera per la conversione dei «perfidi» (cioè, dall’etimo latino per fides, «dalla fede deviata») ebrei.
Hutton Gibson è morto nel 2020, sostenuto ed aiutato fino all’ultimo da Mel e dagli altri dieci figli. Aveva più di 50 nipoti.
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Addio a Corrado Solari, star del cinema poliziottesco
È da poco scomparso l’attore Corrado Solari, che ha caratterizzato il nostro cinema di genere degli anni Settanta, in specie il poliziesco all’italiana che tanto ha appassionato gli spettatori dell’epoca e non solo, e che si chiama oramai con il termine coniato dal critico Giovanni Buttafava: poliziottesco.
Tale filone ha saputo, col tempo, diventare transgenerazionale, contando appassionati fin dentro la Generazione Z. Si tratta di pellicole da botteghino che hanno al loro interno un profondo racconto socio-antropologico: la narrazione di un malessere sociale, di un’insicurezza e di una violenza percepita nelle nostre piccole metropoli, a cui si rispondeva con l’eroe-commissario. Quest’ultimo incarnava i sentimenti degli oppressi, dei vessati, dei feriti e di chi subiva angherie e soprusi senza sentirsi protetto dallo Stato. Lo sbirro dai metodi rudi e diretti proteggeva da par suo il comune cittadino, anche a costo di sfidare la legge stessa.
Pellicole incastonate nella storia della nostra cinematografia quali Roma a mano armata, Napoli violenta, La polizia ringrazia, Roma violenta, Il cinico, l’infame, il violento e molte altre ancora.
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Il commissario per eccellenza, l’icona divenuta più riconoscibile e identificativa del genere, era senza dubbio Maurizio Merli, che interpreta perfettamente il ruolo dello sbirro tutto d’un pezzo, integerrimo e senza paura. Proprio nell’ambito di una mia ricerca sull’interprete romano risalente a diversi anni fa, ebbi il piacere di intervistare il suddetto attore che ha recitato al suo fianco.
Solari è un interprete caratterista, data anche la sua fisicità e il suo volto che non nasconde rudezza ed espressività, al fianco di protagonisti assoluti quali lo stesso Merli e Tomas Milian. Non c’è solo il poliziottesco nella carriera di Solari; recita assieme a Rod Steiger in uno dei capolavori senza tempo del Maestro Sergio Leone, Giù la testa, e ne La classe operaia va in paradiso di Elio Petri.
Un attore versatile che ha visto interrompersi bruscamente la carriera alla fine di quel fortunato decennio. Ha ripreso l’attività negli anni Duemila, ma senza incidere come all’inizio, nonostante lo si veda lavorare al fianco di registi del calibro di Carlo Verdone e Pupi Avati.
In questa intervista – in gran parte inedita – rilasciatami un pomeriggio di mezza estate del 2012 in una Roma calda e afosa, Solari ci racconta, in maniera simpatica e scanzonata, una parte della sua vita professionale.
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Nel 1976 prendi parte a Roma a mano armata con la regia di Umberto Lenzi. Che ricordi hai di Maurizio Merli?
Maurizio Merli era un signore molto gentile, un bel ragazzo che attirava molte attenzioni femminili. Le scene che girammo assieme non erano molte. Era un buono, non era affatto un duro e neanche un cinico. Da fuori ciò si percepiva; poteva anche atteggiarsi da cattivo, ma era un buono. Anch’io lo sono, ma se voglio fare il cattivo ci riesco [ride].
A volte soffriva nel suo essere caratterialmente una brava persona e non avere quel piglio di cattiveria per essere all’altezza della situazione, quando questa lo richiedeva. Parlo della durezza, del confronto, al di là della battuta che poi sei tu che la devi interpretare come attore. Mi ricordo che ebbe una crisi proprio in Roma a mano armata, quando girammo la scena finale nel magazzino di stracci che poi ho scoperto essere un deposito della Croce Rossa.
In quella location si consuma l’incontro finale tra Merli e Milian; si dice che ci furono attriti tra i due.
Mi ricordo bene. Fu anche imbarazzante assistere a questo diverbio tra i due. Ci furono delle crisi da parte di Merli che poi è stato anche consolato. Una sorta di impotenza rispetto al ruolo che doveva tenere in quella circostanza e con cui non riusciva ad armonizzarsi, a calarcisi. Questa cosa mi dispiacque moltissimo, ma al contempo mise in evidenza quella che era la sua bontà, la sua quasi ingenuità nel sostenere scene troppo violente e di mandarsi anche affanculo.
Era un attore molto impiegato, lui. Era perfetto nel ruolo di Garibaldi che interpretò nell’omonimo sceneggiato Rai diretto da Franco Rosi; era il suo ruolo, perfetto per lui. Ognuno di noi attori è protetto dal copione, ma noi non siamo quello che recitiamo: il canovaccio è una sorta di protezione dove l’attore si sente tutelato. Al di là di questa protezione, ci deve essere la tua disponibilità a fare il cattivo, chiamiamola così, che devi sostenere perché sennò non sei credibile.
Ho fatto un ruolo nel film di Gianluca Petrazzi [Roma criminale – 2013, ndr] e lui mi ha detto: «Ti ho ritrovato dopo tanti anni e in questo ruolo che avrai te le devi giocare un po’ come ti pare». Io avevo delle battute che mi sembravano scialbe. Ho fatto solo quattro pose con un’inquadratura dall’alto molto bella. È geniale Petrazzi dietro la macchina da presa, anche se lo criticano per essere tornato troppo indietro nel tempo e perché non c’è nulla di intellettuale nei suoi film. Ci siamo messi a studiare le battute, io le mie e Luca Lionello le sue. Mi son preso delle iniziative e Lionello mi voleva ammazzare perché gli fregavo la parte [ride]. Alla fine questi miei suggerimenti sono stati accettati e ci siamo divertiti nel girarlo.
Tornando a Maurizio Merli, questo tipo di iniziative non le aveva. Invece Tomas Milian prendeva il copione e diceva: «Io c’ho ‘ste battute, ma le cambiamo tutte!». Si metteva da una parte, le correggeva, ci metteva parolacce con una tonalità di romanesco molto forte chiedendo suggerimenti alle maestranze sul set. Se le imparava bene – aveva una memoria incredibile – e poi se la giocava recitando in maniera completamente diversa da quelle che erano le indicazioni del copione. I registi andavano in sollucchero, perché la sceneggiatura veniva cucita addosso alla persona.
Con un personaggio così creativo, così mattacchione, ci puoi fare un serio affidamento. Ho visto la soddisfazione di certa gente dire a Tomas: «Fai un po’ te…». A volte esagerava pure, ma fa parte del personaggio.
Pure altri colleghi si creavano delle cose fuori dal testo che veniva loro consegnato. Te ne cito un altro bravo: Biagio Pelligra. Lui è un creativo, si inventava un sacco di cose e così facendo i registi li sorprendi, perché gli piace vedere che tu fai di più. Per diminuire c’è sempre tempo, ma aumentare non puoi più. Concludo dicendoti che Maurizio Merli era una bellissima persona, ma era un attore impiegato. Se io avessi dovuto fare una cosa in teatro con lui non so se l’avrei fatta. Il fatto che non sia un grande creativo non va assolutamente a inficiare la sua immagine umana.
In Roma a mano armata fai uno scagnozzo di Tomas Milian che interpreta il ruolo del Gobbo, e ne La banda del Trucido di Stelvio Massi interpreti un ladro che collabora sempre con Milian.
Con Tomas avevo un bellissimo rapporto, ma anche una certa soggezione perché ero molto giovane al tempo, mentre lui era un attore affermato. Ci tenevo a fare bene. Avevo fatto molto teatro e si percepiva sul set questa mia esperienza recitativa. Ero molto spontaneo e parecchie volte rompevo i coglioni [ride]. Tomas andava da Stelvio Massi, il regista, e gli diceva: «Senti, Corrado è troppo bravo e non voglio lavorare molto con lui». «Ma mi stai prendendo per il culo?», gli rispondeva. Tomas mi diceva spesso che per lui ero «pericoloso»; non so se ‘sta cosa mi ha portato sfiga [ride], perché poi ho smesso di colpo di fare cinema.
La tua carriera a fine anni Settanta s’interrompe, per poi riprendere diversi anni dopo.
Dovevo fare Napoli violenta [regia di Umberto Lenzi – 1976, ndr] come protagonista. Sarebbe stato il massimo! Invece ho avuto dei problemi familiari che non mi hanno permesso di continuare e per vent’anni non ho più lavorato nel cinema. Troppi! Pensa che iniziai la carriera assieme a Michele Placido; lui non ricorda, ma con suo fratello facevo una cosa per la televisione a Napoli e mi disse: «Sai cosa dice mio fratello di te?». Io avevo fatto La classe operaia va in paradiso, Sbatti il mostro in prima pagina, Giù la testa… «In Italia dopo di te, c’è lui». In quel momento sarebbe stato fondamentale che io andassi avanti e piano piano avrei lavorato costantemente. Al tempo mi ricordo anche Flavio Bucci, che poi è finito male; era una bellissima persona e con lui avevo fatto La classe operaia va in paradiso.
Hai un ruolo anche ne La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, che è considerato il capostipite del poliziesco all’italiana.
Una piccola parte. Ma ti ricordi tutto! Ho fatto tante cose che non ricordo neanche. Lavorai con Pietro Germi ne Le castagne sono buone, film che uscì nel 1970. C’era Gianni Morandi, Stefania Casini e Nicoletta Machiavelli, che è stata la prima tettona del cinema italiano. L’anno successivo ho fatto L’istruttoria è chiusa: dimentichi di Damiano Damiani con Franco Nero. Girai una scena in un carcere.
Vinsi anche il provino di Girolimoni, il mostro di Roma, un film su un personaggio romano che violentava le ragazzine in uno stranissimo modo, un vero mostro. Io avrei dovuto interpretare lui; vista la mia faccia dovevo fare il perverso [ride]! Eravamo in sette a quel provino; c’era Gabriele Lavia, c’era quello di Jesus Christ Superstar… vinsi nettamente io quella parte, però non mi presero. Mi comunicarono a malincuore, per una questione di produzione, che scelsero un altro.
C’è una tua battuta cruda, ma iconica in Roma a mano armata che fai a Vincenzo Moretto detto il Gobbo, ossia Tomas Milian: «Perché non l’hai fatto fuori quel figlio di mignotta di uno sbirro?», riferendoti al commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli).
Queste battute, come ti dicevo, a volte venivano al momento. Tomas generava molta spontaneità e io credo che tutti quelli che hanno recitato con lui si siano sentiti spontanei. Rompeva la prassi, rompeva lo stile, rompeva il modo; è un suo metodo di fatto. A volte caricava molto il personaggio al limite della credibilità, però er Monnezza può pure fare questo!
Nel film La banda del Trucido vediamo un Milian che in quanto a parolacce non si risparmia, caratterizzando oltremodo il suo variopinto personaggio.
Al tempo non ti veniva di dire: «Ah che volgare! Che schifo!». Erano battute passabili, goliardiche, che nessuno aveva mai pensato di tirar fuori con questa spontaneità romana tipicamente di strada.
Milian per le sue battute prendeva ispirazione dalla gente comune, in particolare dalle maestranze che lavoravano sul set cinematografico con lui.
Esatto.
Tornando a Maurizio Merli, ricordo che alcune attrici che hanno lavorato con lui hanno avuto solo un rapporto freddamente professionale.
Era impacciato a volte, e rischiava di risultare dall’esterno molto freddo e distaccato. Magari era solo intimidito da un confronto o dalla semplice battuta, perché non era molto estroverso e spiritoso. Manteneva una certa distanza nei rapporti con le altre persone. Questo è quello che percepivo io. Tutto quello che era legato al copione lui lo faceva benissimo.
Una tua riflessione su quel cinema anni Settanta dove sei stato tra i protagonisti e quello di oggi.
È una bella domandina questa. Cosa c’era di diverso? Intanto in quegli anni si lavorava molto di più e c’erano più possibilità di lavoro. Oggi è difficile lavorare se non per vie traverse, o perché sei affermato e non hai bisogno di presentazioni, oppure perché hai bisogno del politico o del prete. La Lux Vide è un’emanazione del Vaticano. Se sei amico di qualcuno al Vaticano, lui fa la sua telefonata a chi di dovere ed ecco che puoi ottenere una parte [ride]. Questa è meglio se la cancelliamo [ride]!
C’è anche da dire che non sopporto la gente che dice «Era meglio dieci anni fa». È una sorta di nostalgia che è insita nell’essere umano, non solo negli attori, ma anche nella gente comune. Se potessi tornare indietro col senno di adesso, sarebbe tutto differente, mi pare ovvio. Una volta il cinema era più costituito da rapporti umani mentre adesso, per fare un film, la produzione demanda all’organizzatore, che a sua volta demanda al casting director. A queste figure vengono imposti alcuni attori già stabiliti dalla produzione, e il resto li devono trovare loro. Fanno il bello e il cattivo tempo. Questo meccanismo che ti ho appena citato è diventato una tortura. Se non sei amico di qualche responsabile dei casting, stai pur tranquillo che non fai una mazza! Hanno un potere extra.
Al tempo potevi entrare in una produzione perché piacevi al regista. Una volta mi è capitato di essere scelto dal regista, ma poi la produzione bloccò tutto. A tutt’oggi sono nella condizione – essendo stato fuori dal giro per troppi anni – di dover rincorrere per avere una parte, anche piccola. Non è facile, te l’assicuro.
Tempo fa ho intervistato il regista Tonino Ricci, che mi disse esplicitamente che al tempo gli attori li sceglieva lui.
Oggi ci sono dei giri strani, perversi… ci sono delle caste… Oggi i direttori dei casting chiamano gli agenti che sono amici loro, e la scelta di un agente, per noi attori, è importante.
Sarebbe bello rivederti oggi di nuovo al fianco di Tomas Milian.
Basterebbe che Milian facesse una partecipazione straordinaria. Sarebbe bellissimo! Pensa che ancora oggi per strada mi riconoscono. Giorni fa ero in ospedale e un portantino mi guardava fisso: «Ma che sei te?!». «Sì, sono io!», «Grandissimo! Mitico!» [ride]. Quei film degli anni Settanta la gente se li vede e se li rivede, cosicché anche un attore come me – che non ha avuto un ruolo da protagonista – è ricordato e riconosciuto. Sono film che hanno avuto e che hanno una grande popolarità. La mia brutta faccia ha bucato lo schermo!
Pensa se veramente Milian tornasse a fare un film oggi in Italia. Lo fanno Papa! Gianluca Petrazzi potrebbe farcela e poi lui come regista è molto veloce a girare, un po’ come Umberto Lenzi. Lenzi aveva la mentalità del montatore e girava le scene già con l’idea di come montarle.
Francesco Rondolini
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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