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Renovatio 21 recensisce House of Gucci

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Era un film atteso, perché della sua produzione si parlava da decenni. Era atteso anche e soprattutto perché era una grande prova hollywoodiana su una vicenda tutta nostrana. Infine, nonostante gli inciampi degli ultimi tempi, non si può non aspettarsi un film rilevante da Ridley Scott.

 

La pellicola, invece, rivela tantissimo altro: dalla sciatteria all’agenda gender che oramai informano le opere anche dei maestri – quelli che, dall’alto dei loro milioni e delle loro carriere, dovrebbero essere liberi – a considerazioni più oscure riguardo alla distruzione delle imprese famigliari a vantaggio dei grandi fondi allineati, come da verbo del Grande Reset e, soprattutto, a pensieri che facciamo da queste parti riguardo la Cultura della Morte e all’innalzamento dei carnefici.

 

Andiamo con ordine.

 

House of Gucci è la storia degli ultimi tre lustri circa della famiglia Gucci, gli imprenditori della pelletteria di superlusso famosi in tutto il mondo. Il film è tratto dal libro omonimo di Sara Gay Forden. Nei 15 e passa anni da quando fu iniziato lo sviluppo, si sono altalenati una serqua di sceneggiatori nonché vari registi (il taiwanese Wong Kar-Wai, la figlia di Scott Jordan) prima che il lavoro tornasse nelle mani di Ridley Scott. Sembrava, ad un certo punto, che i protagonisti dovessero essere Angelina Jolie e Leonardo di Caprio, poi Margot Robbie – che da Lady Gaga è un bel salto.

 

Lady Gaga, vero nome Stefani  Germanotta, è quindi la scelta finale per interpretare Patrizia Reggiani, la donna che per la giustizia italiana è mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci, qui interpretato dalle volto poco comprensibile di Adam Driver, che per qualche motivo è ovunque ad Hollywood.

 

La figlia Allegra Gucci, che ha pubblicato pochi mesi fa un libro con la sua verità e che per qualche motivo non è presente nel film (dove è mostrata solo la sorella Alessandra: perché? Lettera degli avvocati? Oppure strane necessità morali di sceneggiatura per mostrare un divorzio senza troppi figli?) ha messo in risalto varie incongruenze, inaccettabili per la famiglia: il padre non era un viziato inconsistente, la madre non era una che si imbucava alla feste, era una corteggiata nella Milano di quegli anni.

 

Noi aggiungiamo: a vedere le foto, non si capisce cosa c’entri la Reggiani con la bruttezza esibita dal personaggio di Lady Gaga.

 

 

È omesso pure il fatto che la Reggiani aveva subito un’operazione al cervello pochi anni prima. Una questione non di poco conto se si vuole raccontare una storia, ma forse qui prevalgono altre logiche.

 

Di nostro, abbiano notato altre cose assurde, davvero di sciatteria impensabile. Le maghe non parlavano in TV a inizio anni Ottanta, perché la diretta per le TV private sarebbe arrivata un decennio dopo. In una scena, Maurizio Gucci legge il giornale nel lussuoso salotto: è Il Foglio, giornale che sarebbe nato un decennio e passa dopo, peraltro mostrato in modo illogico (la prima pagina è una pagina centrale).

 

Sono quisquilie sì. Tuttavia c’è anche, forse, un accenno ad una piccola storia nella storia che forse in qualche modo si voleva pure significare, visto che è presente nel libro della Sara Gay Forden: il contatto con Delfo Zorzi, l’ex ordinovista lungamente indagato per Piazza Fontana ora assolto da tutte le accuse in via definitiva, poi imprenditore di estremo successo di commercio di Alta Moda in Giappone, Paese di cui è divenuto cittadino. Il Giappone ha un suo ruolo nella pellicola: vediamo Aldo Gucci (Al Pacino) che discute con il fratello Rodolfo Gucci (Jeremy Irons) l’espansione del marchio nel Sol Levante, dove sarebbe pronto ad aprire un negozio in un grande centro commerciale, dice di voler imparare la lingua, nella boutique di Nuova York saluta calorosamente clienti nipponici.

 

All’epoca dell’omicidio alcuni giornali come L’Unità scrissero che Zorzi, che allora era ancora un babau per la stampa italiana, aveva prestato a Maurizio Gucci 30 miliardi di lire. Tuttavia, nel sommario già dicevano che il PM confermava il prestito ma negava ci fosse «una pista nera nelle indagini sul delitto di via Palestro».

 

Che vi fosse l’intenzione di andare lì?

 

No. L’idea alla base, che dovrebbe essere altamente offensiva per l’Italia e per la storia stessa, è quella che il cattivo nel film è il patriarcato famigliare italiano stesso. I Gucci, e Gucci come società, nella pellicola sono solo maschi. Secondo il racconto di Scott donne presenti sono o morte, o insignificanti, o sottomesse. La realtà è un’altra: il rilancio di Gucci si deve anche e soprattutto ad una donna, l’americana Dawn Mello, che fece la strategia di rebranding del gruppo.

 

Pazienza: bisogna invece far vedere Lady Gaga-Gucci trattata perennemente a pesci in faccia da questo mondo infame e maschilista (che osa pure giocare a palla in riva al Lago di Como), a suo modo viziato e infantile – perché maschio, finanche perché maschio italiano (Pacino e Jared Leto sono vere macchiette). Gli uomini le ricordano in continuazione che lei non ha voce in capitolo, che deve stare zitta e accettare quello che decidono per lei.

 

 

Non è impossibile, a questo punto, solidarizzare con la protagonista, che ricordiamolo è mandante di un assassinio. Pensiamo alla scena in cui Patrizia, abbandonata dal marito che torna endogamicamente alle amiche d’infanzia di Sankt Moritz, aspetta fuori di casa il marito e lo implora  di tornare, perché la figlia parla solo di lui, il quale risponde che l’ha vista due settimana fa…

 

Ci chiediamo, a questo punto se non fosse questo il fine di tutto: farci avanzare nella parte più oscura….

 

La presenza di Lady Gaga qui non sarebbe quindi  casuale: è la tizia dei video esoterici con sessuomania rituale; è quella che, con endorsement dell’ambasciata USA a Roma, fece, da idolo LGBT, un concertone al Gay Pride in faccia al Vaticano; è quella ripresa con Marina Abramovic in foto inquietanti dove rimira persone immerse come in vasche di sangue.

 

 

Per aver pubblicato questa foto su Facebook (allora non eravamo bannati) fummo ricoperti di insulti da parte di quelli che sembravano proprio utenti con profilo arcobalenato o vacanze a Mykonos, che copincollavano sulla nostra pagina il testo, in tedesco, di una canzone della loro beniamina, Scheise («merda» in tedesco). Con evidenza, la trovavano una cosa giusta ed interessante da fare, soprattutto ci colpì come l’attacco sembrava coordinato. Avevamo toccato la loro divina, quel ciclico simbolo di femminilità estrema (Wanda Osiris, Mina, la Bertè) e talvolta bruttina (la Callas, Madonna, Dalida, Bjork) a cui paiono volersi sottomettere generazione dopo generazione le popolazioni omosessuali.

 

Insomma, Lady Gaga è una diva ctonia, una dea della trasgressione che vira però verso il nero. Chi meglio di lei per canalizzare la storia di un’assassina nel bruto mondo patriarcale? Le speculazioni sul fatto che le due dovessero incontrarsi, come si usa tra attore e personaggio reale, furono messe a tacere dalla produzione, specie dopo che la Reggiani stessa aveva detto all’ANSA di essere «infastidita dal fatto che Lady Gaga interpreti me nel nuovo film di Ridley Scott senza aver avuto la considerazione e la sensibilità per venirmi incontro».

 

La possibilità, tuttavia, da qualche parte, pur se evitata, era contemplabile.

 

Il britannico Sunday Mirror riportò una fonte anonima che disse che «questo film è stato il progetto di passione di Gaga per molto tempo. È determinata a perfezionare il ruolo e ha lavorato tutte le ore per interpretare correttamente Patrizia (…) I produttori hanno deciso che non avrebbe incontrato Patrizia».

 

Perché: «I produttori erano molto consapevoli di non voler avallare o sostenere il terribile crimine commesso da Patrizia».

 

Tra Lady Gaga e la Reggiani poteva scattare quindi un qualcosa che, ad esempio, non scatterebbe qualora al posto della Germanotta vi fosse stata Margo Robbie, che di fatto ha interpretato in tranquillità una mandante di violenze nel film sulla pattinatrice olimpica terribile del film Tonya.

 

Questo, forse, per il carattere oscuro del personaggio della Gaga, per le immagini ricoperta di sangue, le accuse di satanismo, tali da cacciare i suoi concerti fuori dall’Indonesia?

 

Non lo sappiamo, ma crediamo con fermezza nella corsa del mondo moderno verso la comprensione, se non l’innalzamento morale, dei carnefici. Tanti segni ce lo fanno credere: l’enfasi assoluta sulla difesa dei condannati a morte (purché non in Arabia Saudita…), la curiosità sempre più morbosa verso i protagonisti di cronaca nera (la Franzoni, Erika e Omar, il caso di Garlasco, Amanda Knox),  le lettere d’amore, con proposta di matrimonio, che i serial killer ricevono in carcere.

 

Essendo convinti che il mondo stai andando incontro al ritorno del sacrificio umano, sappiamo che questa meccanica è inevitabile: nel rovescio della Civiltà cristiana, la vittima, l’Agnello, è dimenticata, mentre il lupo, il carnefice, il latore della morte è esaltato. Solo tramite la pubblicità dell’assassinio, la sua umanizzazione, il mondo arriverà ad uno stadio dove la dignità umana è liquefatta, e quindi l’umanità diventa spendibile, sfruttabile, controllabile e terminabile a piacimento.

 

Questo è uno dei pensieri che possiamo fare vedendo che dobbiamo empatizzare con una Lady Gaga che interpreta una vedova nera. Non possiamo vedervi un ulteriore piccolo passo degli idoli della Necrocultura e dell’insegnamento sanguinario che vogliono trasmetterci, come da ordine del loro maestro.

 

Tuttavia, aggiungiamo una considerazione di storia occulta ulteriore.

 

Il film è leggibile anche come il crepuscolo non solo di una famiglia (e già qui, ci sarebbe da dire quanto il messaggio sia chiaro), ma della stessa industria famigliare manifatturiera. L’entrata del fondo del Bahrein Investcorp, che prima rileva un ramo della famiglia e poi rileva tutto il resto, non è vista nel film come un atto soverchiante che pone fine ad una dinastia, ma come qualcosa di, in fondo, naturale. La finanziarizzazione dell’industria dei gruppi famigliari, sostituiti dal capitale globale, insomma, non è poi una così brutta cosa.

 

Ciò ha un significato preciso. Investcorp nel 1999 vendette Gucci al gruppo Kering, i parigini che hanno in mano, oltre a Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Alexander McQueen, Bottega Veneta, Boucheron, Brioni, Pomellato, Puma.

 

Si tratta, quindi di un’altra Holding internazionale, sia pure verticalizzata sulla moda di lusso.

 

La nuora del capo del gruppo, François Pinault (il magnate che si è impadronito, fra le altre cose, di Punta della Dogana a Venezia), è nel film sui Gucci: l’attrice Salma Hayek interpreta il ruolo di Pina, la maga che avrebbe presentato alla Reggiani i sicari. Non deve sorprendere che, quindi, il film abbia scatenato le reazioni della famiglia, ma non dell’azienda che porta quel nome, la quale anzi avrebbe cooperato con la produzione dando accesso all’archivio di abiti e arredo.

 

Si tratta di quell’allineamento delle grandi aziende verso una grande, unica narrazione, la convergenza che chiamano «Grande Reset». A dispetto degli esseri umani coinvolti, l’ultima parola, grazie al megafono della comunicazione di media, cinema e arte, l’avrà sempre il grande capitale. Gucci, quindi, è la storia secondo il potere economico che detiene il marchio e secondo Hollywood – in un continuum la cui giunzione è la Salma Hayek – non di quello che dicono le famiglie.

 

Tra parentesi, non dovrebbe sorprendere nemmeno che nella pellicola alla 56enne Hayek-Pinault sia consentito di mostrare il sempre abbondante seno svestito, ricoperto appena da un sottile strato di fango.

 

Chiudiamo con un altro pezzo di storia occulta, apparentemente più leggero.

 

Ridley Scott, il regista che è stato quasi due decenni dietro a questo progetto, ha un legame preciso con la Milano di quegli anni: sua moglie, Giannina Facio.

 

Forse la ricordate come moglie del Gladiatore, o presenza in altri film di Scott come Hannibal, Black Hawk Dawn, Un’ottima annata, Prometheus.

 

In verità, i più anziani la possono ricordare come presenza nella TV commerciale italiana di quegli anni, ad esempio nella trasmissione di Italia 1 erede di Drive In chiamata Emilio (1989), dove la Facio conduceva con il commissarrio Zuzzurro e Gaspare ed Enrico Beruschi.

 

La Facio, costaricana, nella Milano dell’esplosione della TV commerciale assumeva, in quel demi-monde di star e starlette, un ruolo centrale. Uno dei suoi amici era il Lele Mora degli esordi, che molto in realtà deve alla Facio.

 

«Come riusciva ad attovagliare così tante vedette?» ha chiesto Stefano Lorenzetto in un’intervista a Mora due anni fa. «Me le portava una cara amica, Giannina Facio, la ex di Julio Iglesias, attuale compagna di Ridley Scott, il regista di Blade Runner e Il gladiatore. Aveva addirittura preso il domicilio fiscale a casa mia».

 

Secondo un libro di Fabrizio Corona, fu Mora in versione «cupido» a fare incontrare il cineasta – tra i massimi viventi – e la Facio, ora produttrice di House of Gucci.

 

Scott, insomma, ha in casa un po’ di Milano di quegli anni, tuttavia  è più vicino alla Milano di Lele Mora che a quella della dinastia Gucci. Non crediamo siano la stessa cosa, anche se una delle cose non espresse bene nel film è che dall’alta società al mondo più basso del crimine le distanze si possono annullare in un baleno.

 

Renovatio 21 dà tutta la sua solidarietà alla famiglia Gucci. La produzione di kolossal per celebrare la fine delle imprese famigliari è un orrore che dovrebbe offendere tutti noi.

 

Come ci offende anche qui la bruttezza cinematica di Lady Gaga, che giustamente ha cantato all’inaugurazione della presidenza Biden, che è la presidenza del mondo della menzogna, della decadenza, della corruzione, della perversione e della demenza.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Immagine promozionale dal sito MGM pubblicata secondo Fair Use.

 

 

 

 

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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave

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Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.

 

Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.

 

Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust  ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.

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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.

 

Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.

 

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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».

 

 

Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.

 

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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.

 

Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.

 

Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.

 

La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.

 

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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.

 

Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).

 

Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.

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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi  Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).

 

 

Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.

 

Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.

 

Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.

 

 

Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.

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 Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.   Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.   Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.   Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…   Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?   Andate a vedere.   Shalom.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata  
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.

 

Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.

 

In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?

 

Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.

 

Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.

 

Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).

 

Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).

 

Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.

 

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini

 

Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.

 

Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.

 

Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.

 

Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.

 

Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.

 

Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.

 

E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.

 

Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.

 

La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).

 

L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.

 

Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.

 

Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.

 

E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.

 

Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.

 

E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.

 

Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.

 

Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.

 

Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).

 

Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.

 

Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».

 

È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.

 

Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)

 

Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?

 

La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.

 

Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.

 

Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.

 

Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.

 

Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?

 

Roberto Dal Bosco

 

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