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Cardinale marocchino afferma che la Chiesa deve «abbandonare« l’idea di «vera religione, falsa religione»
In un saggio apparso la scorsa settimana sul sito web ufficiale del Vaticano, il cardinale marocchino Cristóbal López Romero, SDB, ha ripetuto un’affermazione scandalosa, avanzata per la prima volta da Papa Leone XIV la scorsa settimana, secondo cui la religione cattolica non possiede la pienezza della verità.
«Le religioni, da parte loro, hanno la responsabilità di offrire percorsi di significato e verità, non di dominio», ha suggerito Romero. «Nessuna religione può appropriarsi della verità, come se ne fosse l’unica proprietaria. Nessuno possiede la verità; semmai, è la verità che possiede tutti noi, e in ogni religione ci sono barlumi di verità».
Le osservazioni di Romero riecheggiano quelle pronunciate da Papa Leone XIII durante l’omelia pronunciata nella Basilica di San Pietro il 26 ottobre, durante la Messa di chiusura del Giubileo delle Equipe Sinodali e degli Organismi Partecipativi. L’evento si è tenuto nell’Aula Paolo VI dal 24 al 26 ottobre e ha previsto workshop su temi quali il ruolo delle donne nella Chiesa, i giovani e la sinodalità, e il dialogo interreligioso.
Durante la sua omelia, Leone ha affermato che «essere una Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede ma si cerca insieme, lasciandoci guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’amore», sostenendo che «ognuno dovrebbe imporre le proprie idee; dobbiamo ascoltarci a vicenda» prima di affermare che «nessuno è escluso [dalla Chiesa]; siamo tutti chiamati a partecipare. Nessuno possiede tutta la verità; dobbiamo tutti cercarla umilmente e cercarla insieme».
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Le osservazioni di Leone scatenarono immediatamente un’ondata di proteste tra i cattolici ortodossi di tutto il mondo, principalmente perché la Chiesa cattolica, in quanto Corpo mistico di Cristo, ha sempre insegnato di essere l’unica custode della verità rivelata da Dio.
«La Chiesa del Dio vivente» è «colonna e baluardo della verità», scrive San Paolo in (1Tim 3, 15). «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», dice Nostro Signore (Gv 14,6).
I commenti di Leone furono visti da molti come un rifiuto delle precedenti dichiarazioni inequivocabili e infallibili della Chiesa sull’argomento. Altri sostengono, tuttavia, che egli abbia semplicemente omesso di distinguere tra la fallibilità dei singoli membri della Chiesa nella loro comprensione della verità e la Chiesa stessa che custodisce e proclama l’unica vera fede, promessa fattale da Nostro Signore stesso.
Le osservazioni di Romero sono state pubblicate due giorni dopo il sermone di Leone del 28 ottobre. Romero ribadì la natura sincretistica ed ecumenica dei commenti di Leone.
Dopo aver elogiato il teologo dissidente del XX secolo Hans Küng e aver definito Nostra Aetate un «documento rivoluzionario» che «ha cambiato completamente» il modo in cui la Chiesa cattolica considera i non cristiani, Romero ha ribadito l’affermazione di Nostra Aetate secondo cui Dio può essere trovato al di fuori della Chiesa cattolica. Ha inoltre elogiato Nostra Aetate per aver incoraggiato il «dialogo» con i non credenti, uno sviluppo che, a suo dire, ha contribuito a realizzare una «fraternità universale» tra gli uomini.
«Dobbiamo abbandonare il falso paradigma di “vera religione, falsa religione”», ha poi affermato in modo scioccante.
Romero è arcivescovo di Rabat, in Marocco, un Paese musulmano al 99%. Salesiano, nato nella vicina Spagna nel 1952, Romero è stato nominato cardinale da Papa Francesco nel 2019, dopo essere stato nominato arcivescovo di Rabat da lui stesso nel dicembre 2017.
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Immagine di Romanuspontifex via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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