Immigrazione
Remigrazione, fondamento del futuro dell’Europa e della civiltà
Renovatio 21 pubblica la traduzione del discorso tenuto dall’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek alla conferenza Remigration Summit 25, tenutasi a Gallarate lo scorso 17 maggio.
Signore e signori, sono davvero felice di essere qui.
Ho partecipato a molte conferenze politiche nel corso della mia vita, come potete immaginare, e a essere sincero, la maggior parte di esse sono solo eventi di pubbliche relazioni camuffati in cui tutti, sapete, si atteggiano a persone importanti, bevono un bicchiere di vino e ripetono le stesse banalità.
Tuttavia ho la sincera sensazione che questo vertice sia diverso. Credo che questo sia il tipo di incontro che ha il potenziale per finire nei libri di storia: un incontro che verrà descritto come una svolta cruciale per l’Europa, un incontro in cui un gruppo di giovani patrioti determinati si è riunito, ha cambiato le cose e, infine, ha gettato le basi per salvare l’Europa dalla distruzione e dalla guerra.
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Oppure, questo è ovviamente uno scenario molto diverso: il tipo di raduno in cui un gruppo di malvagi fascisti di estrema destra si è radunato e ha cercato di impedire al mondo di progredire verso questo stato senza confini in cui tutti ballano felici sotto arcobaleni gay e vivono felici e contenti.
Perché sappiamo tutti che è così che la storia viene scritta: dai vincitori. E anche se mi rendo conto che è un modo intenso di iniziare un discorso, credo sinceramente che a questa conferenza stiamo discutendo della più grande questione del nostro tempo.
Anche il nostro establishment lo sa chiaramente. Ecco perché, come avete appena sentito, hanno cercato di fare tutto il possibile per impedirci di essere qui oggi. Ma a quanto pare non hanno ancora capito che siamo il tipo di persone che non si arrende. Siamo il tipo di persone che, per quanto cerchino di intimidirci o di fermarci, continueranno a portare avanti la loro missione. Non ci tireremo indietro dal discutere la verità. E oggi, certamente non ci tireremo indietro dal discutere di remigrazione.
Penso sia vero: ogni altro argomento di destra – diciamo il wokeismo, le tasse o il comunismo climatico – può essere discusso in modo significativo, ma passa letteralmente in secondo piano. Se non interveniamo ora per la nostra demografia, tra qualche decennio non ci sarà letteralmente nessuna civiltà da tramandare o da proteggere da queste ideologie sovversive.
Questa è la lotta, signore e signori, che deciderà il nostro destino: il destino del nostro continente, dei nostri paesi e della nostra gente. Sta a noi fare la cosa giusta, e sta a noi assicurarci che la remigrazione avvenga.
Come possiamo farlo? Beh, la finestra di Overton, credo, si stia spostando, ma sappiamo tutti che non è ancora cambiata abbastanza. Ogni volta che parliamo di remigrazione con un NPC [«non-playable character», termine gergale dei videogiochi ora usato in rete per definire l’uomo comune ignaro delle dinamiche profonde, ndt], emergono sempre i soliti vecchi cliché.
O dicono che abbiamo una popolazione che invecchia e che abbiamo bisogno di immigrati perché, cito, «chi altro farà il nostro lavoro di merda al posto nostro?»
Oppure, si scatenano dicendo che la remigrazione è altamente immorale e che sei un nazista anche solo a voler discutere di questo termine. Oppure, se non sono necessariamente contrari ma mancano di spina dorsale, diranno semplicemente che è impossibile e che non riusciremo mai a realizzarla. Nessuna di queste tre affermazioni è vera.
Prima di approfondire ulteriormente l’argomento, discutiamo per un attimo cosa succederà all’Europa se non rendiamo possibile la remigrazione.
Il fatto è – e continuo a trovarlo sconvolgente ogni volta che lo dico – che se nulla cambia, noi europei di etnia europea diventeremo una minoranza nella maggior parte dei nostri Paesi d’origine entro la fine di questo secolo. In alcuni Paesi, come Germania e Svezia, diventeremo una minoranza prima della fine della prima metà di questo secolo. Intendiamoci, in meno di 25 anni.
Con l’attuale tasso di immigrazione, non credo che questo vi sorprenda. Nei Paesi Bassi, abbiamo un governo cosiddetto di destra, eppure ogni settimana entrano nel nostro Paese 1.200 immigrati. In Germania, il saldo migratorio netto è di 1,5 milioni di persone all’anno.
Nel Regno Unito, parliamo di 600.000. In Francia, poco più di mezzo milione. La popolazione svedese cresce dell’1% ogni anno solo grazie all’immigrazione. Quindi, penso si possa affermare con certezza che chiudere le frontiere sia assolutamente fondamentale, ma non è più sufficiente a salvare l’Europa.
Ethnic white Europeans will soon become a minority in their own homelands.
That’s not something we have to accept.
Africans have Africa, Asians have Asia and just like that, Europe belongs to the Europeans.
We need Remigration as the antidote to the Great Replacement.
Watch… pic.twitter.com/dnYbxeVXVH
— Eva Vlaardingerbroek (@EvaVlaar) May 19, 2025
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Ed è qui che entra in gioco il tema dei tassi di natalità. Non solo gli immigrati arrivano in massa in Europa, ma si moltiplicano letteralmente. Per l’immigrato medio di prima generazione in Europa, il tasso di natalità si attesta tra 2,5 e 3,5 figli per donna. La seconda generazione è solo leggermente inferiore, tra 2 e 2,5.
Ora, gli europei di etnia bianca, d’altra parte, non si avvicinano minimamente a quel numero. Infatti, abbiamo costantemente un tasso di fecondità di sostituzione che è inferiore al tasso di sostituzione di 2,1. Nel Regno Unito è a 1,6; in Germania a 1,4; in Svezia a 1,5; e qui in Italia, dove ci troviamo oggi, è al minimo storico di 1,19.
Questi sono i numeri. Questi sono i fatti. Ma non abbiamo bisogno di fare calcoli per sapere che quello che dico è vero. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono i nostri occhi. L’immigrazione di massa da gruppi con alti tassi di natalità, sommata ai bassi tassi di natalità tra gli europei etnici, è ciò che unisce e costituisce la grande sostituzione.
Come alcuni di voi sapranno, ho tenuto un discorso proprio su questo argomento a Budapest l’anno scorso. Quel discorso ha provocato onde d’urto in tutto il mondo – che siano state positive o negative dipende dalla persona a cui si chiede. Ma la cosa più importante è che ha fatto accadere qualcosa. Un argomento proibito è stato improvvisamente discusso, e riconoscere che la grande sostituzione è reale, credo, è il primo passo verso la risoluzione del problema. Ma, come ho detto, chiudere le frontiere da solo non basta a impedire la sostituzione degli europei.
L’antidoto alla grande sostituzione è la remigrazione. E credo che il modo migliore per convincere l’opinione pubblica a condividere questo concetto sia quello di renderla dolorosamente consapevole di cosa succederà se non diamo il via al remigrazione. Tutto ciò che dobbiamo fare per immaginare come sarà l’Europa tra qualche anno è guardare alle aree europee in cui la popolazione immigrata è già maggioritaria o largamente maggioritaria.
Pensate a Rinkeby, Stoccolma; pensate a Saint-Denis, Parigi; pensate a Molenbeek, Bruxelles. Tutti questi luoghi sono diventati letteralmente zone vietate, dove la polizia ha già perso il monopolio della violenza. Signore e signori, credo che ci sia un termine per questo: si chiama «territorio occupato». Siamo stati invasi, e quelle aree sono già state conquistate.
E affinché il resto d’Europa si trasformi in una sorta di zona proibita, tutto ciò di cui abbiamo bisogno è un po’ più di quel tipo di inazione politica che abbiamo visto negli ultimi decenni. Ancora qualche anno e la nostra amata Europa non esisterà più, letteralmente.
E cosa succederà nel frattempo? Beh, posso garantirvi che non sarà bello. Nel prossimo futuro, la violenza contro la popolazione bianca nativa europea aumenterà esponenzialmente. Sentiremo ancora più storie di ragazzi e ragazze bianchi violentati e uccisi dagli immigrati.
Potrei stare qui per un’altra mezz’ora a riassumere o a elencare tutti gli episodi accaduti anche negli ultimi mesi. Ma per una questione di tempo, non lo farò. Tuttavia, è ora che qualcuno dica la verità su quegli stupri. Non sono episodi. La gente deve capire che gli stupri di Rotherham di cui abbiamo sentito parlare su X – grazie a X, in realtà – non sono avvenuti solo a Rotherham [riferimento alla serie infinita di stupri perpetrata da individui di origini pakistana su ragazzine della cittadina inglese, lungo decenni di indifferenza delle autorità, ndt].
Accadono in tutto il continente. Certo, forse non avvengono in modo altrettanto organizzato come a Rotherham, ma sono ugualmente intenzionali, nel senso che hanno le stesse caratteristiche fondamentali: ovvero, un immigrato violenta un ragazzo o una ragazza bianca in uno spazio pubblico dove non avrebbe mai potuto prevederlo o non se lo aspettava.
La vittima è uscita di casa quel giorno, è andata a scuola, è andata a trovare un familiare, ha visitato un parco e semplicemente non è mai tornata a casa. Invece, è stata trovata, lasciata per morta, mezza nuda, da qualche parte tra i cespugli.
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Sento che dire questo vi mette a disagio, e tutto quello che posso dirvi è: bene, perché questa è la nostra realtà. E sta accadendo sotto i nostri occhi da troppo tempo.
Questi sono stupri da genocidio, signore e signori. Sono una tattica di guerra usata contro la popolazione nativa d’Europa per destabilizzare e, in definitiva, spezzare la nostra anima, se non il nostro intero essere.
asciatemi chiarire una cosa, a proposito di questi stupri: in nessuno di questi casi, c’è un solo colpevole, ce ne sono almeno due. C’è lo stupratore, ovviamente, e poi ci sono le persone che hanno permesso – anzi, oserei dire, voluto – che tutto ciò accadesse, perché tutto questo è il risultato di persone che vogliono che gli europei diventino una minoranza nelle loro patrie.
E purtroppo, possiamo trovare queste persone in tutti i rami dello Stato, sia nel governo che importa attivamente immigrati, sia nel parlamento che redige le leggi per farlo, sia nel sistema legale che permette che tutto ciò accada e, di fatto, cerca di fermare chiunque tenti di fare qualcosa al riguardo.
Lasciate che vi dipinga un quadro del sistema legale medio del XXI secolo qui in Europa: un immigrato violenta un ragazzo o una ragazza bianca; l’immigrato, anche se potrebbe non essere nemmeno accusato di alcun reato, se riesce ad entrare in tribunale, si scontra con un giudice bianco e riceve una condanna irrisoria perché è minorenne, ha un basso QI o semplicemente non ne sapeva di più perché proviene da un contesto culturale diverso.
E poi un attivista di destra dice qualcosa su tutto ciò che sta accadendo, e quello stesso attivista di destra riceve una condanna più alta rispetto allo stupratore da parte dello stesso giudice bianco per aver detto la verità. In effetti, alcune persone qui oggi sono la prova vivente di questa realtà.
Questa è la realtà dei nostri cittadini nel prossimo futuro. Ma cosa pensate che accadrà a quegli stessi spazi pubblici in cui si verificano questi crimini? Cosa pensate che accadrà a tutto quel meraviglioso patrimonio culturale che abbiamo in Europa?
Le nostre città sono letteralmente opere d’arte, e non c’è da stupirsi che il mondo intero venga a visitarle. «I bianchi non hanno cultura» è la bugia più ridicola che abbia mai visto diffondersi sui social media. È un miracolo ciò che la nostra civiltà ha prodotto, onestamente. Ma soprattutto nelle grandi città, come abbiamo appena discusso, il degrado è estremamente visibile, ancora una volta, naturalmente, a causa dell’attacco attivo al nostro patrimonio sia da parte della sinistra che della popolazione immigrata.
E il punto è che, una volta che se ne va, se ne va, a meno che, signore e signori, non capovolgiamo tutta questa situazione con la remigrazione.
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All’inizio di questo discorso ho menzionato i tre maggiori ostacoli che dobbiamo superare per rendere possibile la remigrazione. Dicono sempre, sapete, queste bugie che dobbiamo sfatare. La prima bugia è quella sull’invecchiamento della popolazione e sull’occupazione. La seconda: è così immorale, così immorale. E tre: è impossibile.
Per quanto riguarda il lavoro, sappiamo tutti che un gran numero – un numero davvero elevato, in realtà – di immigrati che arrivano in Europa non lavora e grava pesantemente sul nostro stato sociale. Ci sono costi enormi per il nostro tesoro. In aggiunta a ciò, in futuro sono sicuro che l’intelligenza artificiale porterà via moltissimi posti di lavoro, e gli stipendi della popolazione autoctona non aumenteranno di certo se continueremo a importare persone che svolgeranno quei lavori a salari molto bassi.
Forse dovremmo invece concentrarci sul fatto che la popolazione autoctona, sapete, magari riceva un piccolo assegno di mantenimento extra quando deciderà di mettere su famiglia.
Ma, cosa ancora più importante, passiamo alla seconda menzogna che dobbiamo sfatare, quella sull’etica della remigrazione. I nostri nemici politici amano associare falsamente la remigrazione alla deportazione degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Amano liquidarci come nazisti violenti che metterebbero le persone sui treni e le deporterebbero nei campi di deportazione solo perché appartengono a una razza diversa dalla nostra.
Non voglio nemmeno perdere tempo, in realtà, a difendere il nostro movimento da questi attacchi in malafede. Ma lasciatemi solo dichiarare, per la cronaca, che chiunque si prenda la briga di leggere la proposta di Martin Sellner su come attuare la remigrazione – chiunque lo faccia – saprà che è una stronzata totale e assoluta.
L’esecuzione della remigrazione non è violenta, e l’ultima volta che ho controllato, era assolutamente giustificato agire contro chi infrange le leggi.
Tuttavia, questo complesso di colpa legato alla Seconda Guerra Mondiale è ancora molto presente ed è qualcosa che impedisce a noi europei – soprattutto noi europei – di discutere proprio di questo argomento, perché chiaramente gli americani non soffrono dello stesso complesso.
Guardate Trump: ha apertamente condotto una campagna, sostenuto e ora sta attuando deportazioni di massa. Credo che sia il termine più forte, giusto, di «remigrazione». Tuttavia, capisco, naturalmente, che ci siano differenze storiche tra America ed Europa. Infatti, l’Europa storicamente è sempre stata un continente bianco – non a maggioranza bianca, ma essenzialmente interamente bianco.
Quindi, che la popolazione etnica europea diventi improvvisamente una minoranza nel giro di una sola generazione perché un’élite ce lo ha imposto non è qualcosa che dobbiamo accettare. Non è immorale volere che l’Europa rimanga europea. Gli africani hanno l’Africa, gli asiatici hanno l’Asia: l’Europa appartiene agli europei.
Se non è immorale per altri gruppi culturali o etnici avere una propria patria, perché dovrebbe essere controverso per noi? Vorrei porre una domanda: quanto può cambiare qualcosa finché quella stessa cosa non cessa di essere ciò che era?
Credo che questa sia la domanda che dobbiamo porci quando si parla di Europa. L’Europa è ancora europea se la popolazione bianca, la popolazione etnica d’Europa, diventa una minoranza nel suo stesso continente. La Cina sarebbe ancora la Cina se, diciamo, la stragrande maggioranza della popolazione fosse improvvisamente composta da neri africani? Credo che tutti noi risponderemmo a questa domanda: no.
Non volere che ciò accada non è immorale, soprattutto se consideriamo le conseguenze delle migrazioni di massa. I frutti delle migrazioni di massa dal Terzo Mondo verso l’Europa sono stati insicurezza, impoverimento e decadimento culturale. Non volere che ciò accada a casa propria non è solo giusto: è, in effetti, un dovere impedirlo.
Pertanto, credo che dobbiamo essere realisti. Il nazionalismo civico non funziona, non a questo ritmo di immigrazione. Ciò non significa che non possiamo avere un piccolo numero di immigrati nel nostro Paese – immigrati ben integrati – ma non milioni di persone che vengono qui con il solo obiettivo di vivere una vita migliore, perché vivere una vita migliore per loro non significa vivere una vita migliore per noi.
Quindi, avere discussioni, sapete, che si concentrano esclusivamente sul concetto di integrazione mi dà davvero fastidio a questo punto. Avremmo potuto avere quelle discussioni prima di decidere – o, diciamo, che qualcuno decidesse per noi – di aprire le frontiere e far entrare milioni di persone. Al momento, non è altro che un mezzo per bloccare il vero progresso quando si tratta di porre fine a tutta questa situazione e salvare la nostra civiltà.
Quindi, cosa facciamo? È possibile – la terza domanda – avviare la remigrazione? La mia risposta è molto semplice: sì. Volere è potere. Non fatevi ingannare: i nostri politici sono assolutamente in grado di farlo. Semplicemente, al momento non lo vogliono.
E così, per nascondere la loro riluttanza, si nascondono dietro i trattati internazionali. Si nascondono dietro i diritti umani. Ma questi trattati non sono il riflesso del diritto naturale. Non sono una fonte infallibile di superiorità morale. In realtà, quei trattati sono stati redatti meno di un secolo fa, credo, per rendere davvero superfluo l’intero concetto di Stato-nazione e per abolire principi cristiani come la sacralità della vita, della libertà e della proprietà.
Ciò che dobbiamo fare è riappropriarci delle nostre definizioni di buon senso di quali siano i nostri diritti come popolazione nativa di un continente, in linea con la legge naturale, perché la tua nazione, la tua patria, è un’estensione di te e della tua famiglia, ed è tuo dovere proteggerla.
Quindi, perdonate il mio francesismo, ma sinceramente, non me ne frega niente di quello che dice l’ONU. L’immigrazione verso il mondo occidentale non è un diritto umano. Dobbiamo abbandonare la menzogna secondo cui tutti hanno il diritto di venire a vivere una vita migliore in Europa solo per stare meglio economicamente. L’immigrazione economica è qualcosa che dovrebbe andare a vantaggio del paese ospitante, non degli ospiti. È così semplice.
E sì, certo, essere caritatevoli, aiutare chi è veramente nel bisogno, è qualcosa che noi, come cristiani, faremo, ma lo faremo per il periodo limitato in cui queste persone hanno effettivamente bisogno di protezione. E penso che dovrebbe essere fatto nel paese più sicuro e vicino a casa. E l’ultima volta che ho controllato, il paese più sicuro più vicino alla Siria, ad esempio, non erano i Paesi Bassi, né la Germania, né la Svezia.
Quindi, è ora di ripristinare quelle definizioni di buon senso, smantellare le ONG che ci prendono costantemente in giro e aiutano gli immigrati ad abusare dei nostri sistemi, e dobbiamo smettere di farci sfruttare.
Dobbiamo proteggere prima ciò che è nostro e prima chi amiamo. E possiamo farlo subito se iniziamo con la remigrazione.
Grazie mille.
Eva Vlaardingerbroek
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Immigrazione
La Francia sconvolta dall’anarcotirannia scolastica
🇫🇷 High-school students across France are blockading lycées over teacher shortages, overcrowded classes and crumbling buildings. What started in the Paris region has spread nationwide and turned violent: school fires, burning bins, clashes with police, teachers attacked. On… pic.twitter.com/RpmNyj7hj3
— DBS Morocco (@dbsmorocco) October 2, 2026
Young second and third -generation migrant students attacking their teacher in Annecy after she told them to stop rioting
🇫🇷 pic.twitter.com/pA4PTflkjq — Visegrád 24 (@visegrad24) October 2, 2026
French students? No, they are North African. France has clearly shown us that multiculturalism is hell. pic.twitter.com/BdVzzfGCSB
— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 2, 2026
1/4 FRANCE PROTEST : 356 SCHOOLS HIT
Student protests have spread from Île-de-France to Saint-Denis, Lille, Lyon, Bordeaux, Rennes & Marseille. Students demanded more teachers, better resources & improved school conditions#perşembe #xenoblade #BTSEnBogotá ヴァンビ pic.twitter.com/E1eXgVqyFK — The Wonk (@thewonkin) October 1, 2026
Apocalypse in France. Numerous schools—and more—are on fire. African and Arab students—also first and second generation ones—incited by far-left criminals, are setting everything on fire. pic.twitter.com/R7RYbbk6Gm
— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 1, 2026
War-zone-like from France: on Thursday, over 1,000 high schools were affected, 222 were blockaded, 2,000 students were detained, and 305 police officers were injured. On Friday, around 400 schools were closed and—by midday—564 were still facing disruptions, with approximately 600… pic.twitter.com/pjykNeAs5m
— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 2, 2026
Barbarians in action in France. These are not French students. Multicultural France is a hell. pic.twitter.com/LPSpg3AVOo
— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 1, 2026
They are not students; they are criminals. Diversity was not, is not, and will never be our strength. https://t.co/SSJVQ9JGSv pic.twitter.com/MvuflWJVyy
— RadioGenoa (@RadioGenoa) October 2, 2026
🇫🇷 Police in Lyon, France, are targeted with mortar fire by high school students during clashes outside a school.
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Immigrazione
L’ascesa del problema bengalese in Italia
Un amico, un signore che viaggia ben oltre gli ottant’anni e a cui voglio tutto il bene possibile, mi racconta questa scena dolorosa. Venezia, sta scendendo dal vaporetto per andare a trovare i famigliari. Scivola. È una brutta caduta davvero, lì per lì non riesce ad alzarsi. Lo soccorrono dei passanti che sono, più o meno, coetanei. Ad assistere a tutta la scena, impassibili, ci sono dei ragazzi bengalesi. Non muovono un dito: questo signore elegante, in evidente stato di difficoltà, non smuove nessun sentimento: né pietà, né senso di gratitudine per l’anziano che è, a rigor di logica umana, loro ospite.
Il problema bengalese a Venezia, e nel veneziano, è ben noto. Alcuni sostengono che il centrosinistra le elezioni le ha perse lì, nel Bangladesh lagunare, dove vivono, si dice, qualcosa come 20.000 bengalesi. Il candidato centrosinistro Andrea Martella, che sulla carta era dato per vincitore netto, aveva inserito sei o sette candidati bengalesi nelle proprie liste. Solo due correvano per il consiglio comunale, gli altri erano candidati alle municipalità.
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I giornali di centrodestra attaccarono subito: i bengalesi, che sono musulmani, chiedevano perentoriamente la costruzione di una moschea a Mestre. Il Giornale, aveva parlato di una campagna elettorale parallela, condotta nella lingua dei candidati – il bangla – e rivolta ai circa 15.000 bengalesi con diritto di voto. Nelle comunicazioni elettorali diffuse sulle piattaforme online e nei volantini si sarebbe fatto esplicito riferimento a invocazioni religiose (come «Che Allah ci protegga tutti e ci dia la capacità di prendere la decisione giusta», «Nel nome di Allah il misericordioso, il compassionevole, alle prossime elezioni metti una croce sul simbolo PD»). Il PD si imbarazzò un pochino, ma, come sempre, non troppo.
Libero scrive che il sito internet di una candidata in hijab avrebbe «in fondo alla pagina (…) una partita IVA di fantasia, numero 12345678901, che non risulta attiva. Un numero irreale per una attività reale con tanto di foto e filmati anche sulle piattaforme social». Un’altra candidata bengalo-piddina vanta sui social «decine di migliaia di follower» per «un’attività molto ampia tra consulenza in materia di immigrazione». Tuttavia, scrive il giornale milanese, «non esiste una ragione sociale verificabile pubblicamente, i contatti sono esclusivamente su Gmail e WhatsApp».
Non bastasse, ecco che arriva la tegola ulteriore: a meno di due settimane dal voto, un uomo bengalese di 36 anni viene arrestato a maggio 2026 a Mestre con l’accusa di aver violentato una connazionale di 17 anni, che peraltro è già madre.
Il risultato è stata la catastrofe elettorale per il Partito Democratico, che pensava di riprendersi la Serenissima, ridottasi nelle ultime decadi a bastione della sinistra italiana. E invece…
La percezione da parte dei veneziani, pure quelli radical-chic che possono permettersi di vivere in laguna, della questione bengalese è stata ampiamente sottovalutata – da tutti. Bisogna pensare a Jesolo: la principale sala giochi su spiaggia sabbiosa del veneziano, costruita attorno ad un lunghissimo viale (ben 13 chilometri), via Bafile, dove i negozietti dove un tempo una gentile signora vendeva creme da sole e giornali tedeschi, le boutique di bei costumi e i negozi di articoli nautici sono stati per lunghi tratti totalmente sostituiti da commerci di cianfrusaglie bengalesi, con merce – cinese – tutta uguale, tutta scadente, e nessuna capacità dei venditori, che se entri nel loro negozio ti guardano senza muoversi, e forse non solo perché molti di loro non parlano l’italiano.
Un’invasione vera e propria, la «grande sostituzione» migratoria in versione bottegaro-balneare. Un fenomeno che colpisce al cuore chi ha conosciuto la località turistica negli anni belli, quelli del benessere diffuso anche e soprattutto per le classi operaie. Uno spettacolo indecente che non può non aver ferito la sensibilità veneziana.
E ancora: davvero, costruire una moschea a Venezia, la potenza storica che più di chiunque fece contro i turchi e l’islamizzazione dell’Europa e delle sue coste? La città di Lepanto e di Marcantonio Bragadin (1523-1571), scuoiato vivo dai musulmani? Dove per dire che qualcuno ci mette troppo tempo di dice che «va mecando» (cioè, «va a la Mecca»), dal verbo mecar, perdere tempo, indugiare? (In effetti, verbo perfetto per discutere l’indolenza dei personaggi bengalesi di cui stiamo parlando: vanno alla Mecca, ma stando a Venezia)
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Il voto veneziano, quindi, può essere visto come un referendum sui bangla, popolazione di cui fino a pochi anni fa l’opinione pubblica ignorava l’esistenza. Ma che ora si trova sotto i riflettori per la sua capacità coriacea di chiudere la comunità – ed infiltrare la politica, parrebbe – e per certi reati che finiscono nelle cronache.
Tuttavia, siccome i bengalesi non sono i filippini, né i cinesi, davanti a tanta pubblicità negativa e perfino al respingimento elettorale di chi voleva avallarli mica hanno abbassato la cresta. Macché: eccoti che a fine agosto la comunità minaccia uno sciopero se non verrà costruita la moschea. «Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea siamo pronti a scendere in piazza» dice un leaderino di una sigla bangla, ricordando che i suoi conterranei lavorano nel turismo e nell’ospitalità.
Pochi giorni dopo, arriva un altro fatto di cronaca clamoroso, inedito per la città che ospita la Biennale e il Festival cinematografico più antico. Lunedì 7 settembre, durante la Mostra del Cinema, l’attrice bengalese Azmeri Haque Badhon, a Venezia con la pellicola The Difficult Bride, viene aggredita a Mestre da alcuni connazionali: insulti sessisti, telefono sottratto, colpi – e la sensazione che potessero ucciderla, racconta la vittima. «Ho avuto la sensazione che potessero uccidermi» ha dichiarato, descrivendo l’aggressione appena fuori dal suo albergo con il nipote bambino.
I facinorosi le hanno urlato «combattente di luglio». Si tratta di un riferimento preciso alla rivolta del 2024 che ha portato alle dimissioni di Sheikh Hasina, primo ministro del Bangladesh dal 2009 al 2024 nonché figlia del primo presidente e padre fondatore del Bangladesh, Sheikh Mujibur Rahman, considerata una delle donne più potenti al mondo, in esilio in India dal 5 agosto 2024, dopo essere fuggita dal Paese a seguito della violenta rivolta studentesca (1.400 morti). La Hasina, nel novembre 2025, è stata condannata a morte in contumacia – sotto il governo ad interim di Muhammad Yunus, il tanto celebrato economista del microcredito – con accuse di crimini contro l’umanità.
I bengalesi mestrini avrebbero costretto la diva loro connazionale a gridare «Joy Bangla, Joy Bangabandhu», slogan legato a Mujibur Rahman, padre dell’indipendenza e dell’Hasina. I giornali locali riportano che tra il gruppetto vi sarebbe stato pure un candidato PD alle comunali di primavera in un comune della città metropolitana. Lui nega, i connazionali più addentro al partito si indignano.
Resta, per menti semplici come la nostra, una dissonanza significativa: perché questi, se vogliono vivere in Italia e integrarsi, pensano ancora alle questioni politiche del loro Paese? Non è che intendono l’Italia come pura piattaforma per estrarre danaro – in qualsiasi modo – e rimandarlo a casa, nella loro vera patria? Non è che tutta la questione dell’immigrato che cerca l’integrazione è una balla? Non è che con gli immigrati, specie nell’impunità dei loro comportamenti giocoforza sempre più impudenti, arrivano pericoli di cui non immaginavamo l’esistenza?
Sì. Stiamo importando, con le comunità bengalesi, non solo l’islamismo (ne scriviamo poco più sotto), ma anche beghe politiche cruente, che gli immigrati non hanno nessuna intenzione di dimenticare. Anzi.
Che qualcosa non sia completamente a posto con i bengalesi lo ha percepito – incredibile dictu – persino il fumettista idolo della sinistra Zerocalcare, che nel suo ultimo cartone Netflix mostra, en passant, un bengalese incapace di parlare l’italiano che sembra indicare che dietro i negozietti di alimentari (quelli spesso lerci, oramai onnipresenti nelle città italiane, con succhi e prodotti mai visti prima che non si sa come siano arrivati lì) ci potrebbero essere trame di riciclaggio della malavita.
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Vorrei, tuttavia, andare più a fondo di queste cronache locali e nazionali, e ricordare ai lettori un’altra vicenda, forse dimenticata. Un fatto che lega l’Italia e il lontano Bangladesh nel sangue: la strage di Dacca. Vi morirono quasi una decina di cittadini italiani.
Il primo luglio 2016 un commando jihadista assalta l’Holey Artisan Bakery, locale frequentato da stranieri nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, capitale del Bangladesh. Si tratta del classico bel posto dove è possibile incontrare gli expat, cittadini espatriati, e i loro simpatizzanti: tra le vittime, anche asiatici studenti in Occidente. Gli assalitori, giovani bangladesi armati di fucili d’assalto e machete, presero in ostaggio gli avventori. Furono risparmiati, dicono le cronache, soprattutto quelli che sapevano recitare versetti del Corano.
Al termine dell’assedio si contano 22 morti: nove italiani, sette giapponesi, un indiano, un americano, due bangladesi e due agenti di polizia. Gli italiani, che quindi costituiscono la maggioranza nell’orrido computo delle vittime, erano giovani in gran parte imprenditori del settore tessile.
Fu l’attacco più sanguinoso nella storia del Paese. Nel 2019 un tribunale antiterrorismo di Dacca condannò a morte sette imputati e ne assolse uno. Nel decennale, il 1° luglio 2026, il presidente Mattarella ha rinnovato il cordoglio alle famiglie e chiesto rigore nel contrasto al terrorismo.
Anche per l’Italia, si tratta del più grave attacco terroristico subito da anni. L’11 settembre morirono nelle Torri Gemelle 10 italiani, a Nassiriya il 12 novembre 2003 furono trucidati 19 italiani, di cui 17 militari – tuttavia, trattandosi di una base militare nell’Iraq appena «liberato» dai baathisti, definirlo come puramente un massacro jihadista è difficile.
La strage di Dacca è diversa: i terroristi – o giovani di famiglie benestanti, con studi in costose scuole private – formalmente appartenevano a Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), un gruppo jihadista locale messo fuori legge dal governo bengalese (che con ostinazione nega altre piste…) nel 2005, tuttavia arrivò subito la rivendicazione dell’ISIS, che pure diffuse anche le foto dei commando. Le due cose non si escludono, perché il JMB aveva giurato fedeltà allo Stato Islamico.
Non è stato, insomma, un massacro appetitivo, ma un’operazione con una programmazione minuziosa, pure internazionale – perché vai a capire dove i fili che tiravano, e tirano, l’ISIS vanno a finire.
E quindi ci si chiede se, colpendo la Holey Artisan Bakery, non si volesse, per qualche ragione, colpire l’Italia stessa. Il locale si trovava a circa 200 metri dall’ambasciata d’Italia. Un italiano vi lavorava. Nella pasticceria c’erano al momento dell’attentato 11 cittadini italiani. Altri casi del passato permettono di capire la logica del bersaglio: la strage di Bali, rivendicata da una sigla di al-Qaeda nel 2002, con 202 morti, trucidò persone da 21 Paesi diversi, la stragrande maggioranza giovani turisti stranieri in vacanza: 88 australiani, 28 britannici, 7 americani, 6 tedeschi, 5 svedesi, 4 olandesi, 4 francesi e pure un italiano.
Se quindi la mente del terrore avesse scelto di colpire l’Italia, c’è da domandarsi se fosse un lucido segnale riguardo alla fine del «Lodo Moro» in una sua versione più estesa, e segreta, che riguardava in genere il terrorismo islamista.
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Il «lodo Moro» è il presunto accordo segreto, verbale, stretto all’inizio degli anni Settanta (di solito si indica il 1973) tra l’Italia e i gruppi palestinesi, in particolare il Fronte Popolare, stipulato da Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, e il garante era il colonnello capocentro dei servizi segreti italiani a Beirut. Secondo la versione più diffusa, l’Italia tollerava il transito di armi e militanti palestinesi e in cambio il Paese restava fuori dagli attentati. Altri ricostruiscono un patto più limitato, di semplice «neutralizzazione» del territorio, senza immunità.
L’intesa sarebbe entrata in crisi nel 1979 con i lanciamissili sequestrati a Ortona e l’arresto del palestinese Abu Anzeh Saleh. Da qui la «pista palestinese» sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti), sostenuta anche da Cossiga nel 2008, poi archiviata dai magistrati bolognesi nel 2015, dopo le condanne definitive degli esponenti neofascisti.
L’esistenza del patto resta però uno dei nodi più discussi della storia repubblicana: c’è da domandarsi se, forse non Moro ma altre figure filo-islamiche (come Andreotti, che fa costruire la più grande moschea fuori dall’Islam a Roma…) non siano riusciti, riuscendo pure a mantenere tutto riservatissimo, ad allargare la protezione degli italiani contro gli attentati di matrice islamista, magari proprio grazie alla capacità di parlare con i veri pupari dietro ISIS, al-Qaeda, etc. In cambio di cosa, abbiamo paura anche solo a pensarlo.
È solo un’ipotesi, che potrebbe spiegare perché in tanti anni, nonostante l’attiva partecipazione delle nostre truppe in Afghanistan e in Iraq (e in Libano…) non abbiamo visto eccidi terroristici di connazionali come invece è capitato ad altri, americani, britannici (come il massacro del 7 luglio 2005, 52 morti) e perfino spagnoli (strage di Atocha, 2004, 192 morti).
Tuttavia il punto qui è un altro: la violenza jihadista si è abbattuta sugli italiani, in modo netto e tutto sommato inaspettato, per mano bengalese. È un nodo ulteriore, dimenticato, che l’immigrazione massiva, partiticamente garantita, dall’ex Pakistan orientale potrebbe far rispuntare. Del resto, la globalizzazione terzomondiale, cioè l’invasione massiva programmata, cioè la costruzione di un sistema di anarco-tirannia in Occidente, questo fa: non integra, ma disintegra. I problemi, anche politici, anche terroristici, degli immigrati divengono i nostri.
Quello del jihadismo bengalese non è un problema di cui attualmente si discute. Non siamo sicuri che non se ne discuterà. Intanto, erigete loro pure una moschea.
Roberto Dal Bosco
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Immagine generata artificialmente
Immigrazione
Scene di caos e violenza nella Ceuta invasa dagli immigrati
🇪🇸 Spanish authorities have begun relocating thousands of migrants from makeshift beach tent camps in the North African exclave of Ceuta to a newly constructed temporary center at the city’s port
The new port camp, the fifth temporary reception center set up in Ceuta, can… pic.twitter.com/XAeEIhsMqI — Visegrád 24 (@visegrad24) September 18, 2026
WARNING: GRAPHIC CONTENT Spanish police began moving hundreds of migrants from beaches in Spain’s North African enclave of Ceuta to temporary facilities at the city’s port, sparking tension as migrants vied for limited spots at the new location https://t.co/uSGcXe6m7M pic.twitter.com/TWI01CwIG6
— Reuters (@Reuters) September 18, 2026
🇪🇸 En Ceuta, los Policias TOTALMENTE HARTOS de soportar a los invasores marroquís, r3ventaron a palazos a varios que querían escapar durante el operativo de traslado al puerto, mientras que la Cruz Roja les repartía víveres. ¿A cual de los grupos apoyas en esto, a los Policias, o… pic.twitter.com/G8sxoXyfDf
— Carlo Martin (@Liberfach0) September 18, 2026
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