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Bioetica

Il sostituto di Paglia alla Pontificia Accademia per la Vita è tanto meglio?

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L’arcivescovo Vincenzo Paglia è stato sostituito dalla presidenza della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), dopo averne ricoperto la guida per quasi nove anni; il suo ex braccio destro è stato nominato quindi presidente dal Vaticano.

 

L’ex cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Renzo Pegoraro, sostituirà monsignor Paglia, il cui operato su diverse questioni attinenti alla vita e alla famiglia aveva suscitato polemiche, scrive LifeSite.

 

La scorsa settimana, papa Leone XIV ha annunciato che Paglia sarebbe stato sostituito come Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, con il cardinale Baldassarre Reina nominato al suo posto.

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Parlando lunedì al quotidiano italiano La Stampa, l’arcivescovo 80enne ha confermato le sue ulteriori dimissioni dalla Pontificia Accademia per la Vita (PAV), dopo aver guidato entrambe le istituzioni dall’agosto 2016.

 

«È la prassi ordinaria nella curia romana: compiuti gli 80 anni tutti gli incarichi scadono» ha dichiarato il Paglia. «Io li ho compiuti nel giorno in cui è morto papa Francesco e la situazione ha fatto ritardare la notifica. Ovviamente termina anche il mandato come presidente della Pontificia accademia per la vita. In realtà, già alla scadenza dei 75 anni, come tutti avevo presentato le mie dimissioni a papa Francesco il quale mi disse di continuare fino agli 80 anni. Tutto qui».

 

Nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede che annunciava la sua sostituzione presso l’Istituto Giovanni Paolo II non era stato fatto alcun accenno all’uscita di Paglia dal PAV.

 

Nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede del 27 maggio, l’ex cancelliere della PAV è stato annunciato come nuovo presidente. Monsignor Renzo Pegoraro subentrerà ora a Paglia, dopo essere stato nominato alla PAV nel 2011 e quindi suo braccio destro fin dall’inizio della sua guida nel 2016.

 

Commentando la sua nomina, Pegoraro ha elogiato il lavoro del suo predecessore:

 

«Ringrazio Papa Leone XIV per la nomina a presidente della Pontificia Accademia per la Vita – afferma monsignor Pegoraro secondo quanto riferisce un comunicato della Pav – Il lavoro svolto in questi anni a fianco di monsignor Vincenzo Paglia e prima ancora a fianco di monsignor Ignacio Carrasco de Paula, è stato affascinante e stimolante, in linea con le indicazioni operative e tematiche del compianto Papa Francesco».

 

Il Pegoraro ha espresso l’intenzione di «lavorare in continuità con i temi e la metodologia di questi anni, valorizzando le competenze specifiche del nostro ampio e qualificato gruppo internazionale e interreligioso di accademici».

 

Il nuovo vertice PAV ha sottolineato l’attenzione «tematiche della bioetica globale, il dialogo con le discipline scientifiche secondo l’approccio transdisciplinare indicato da papa Francesco, l’intelligenza artificiale e le biotecnologie, la promozione del rispetto e della dignità della vita umana in tutte le sue fasi».

 

 

Nel 2022, ha commentato il sostegno di altri membri del PAV al suicidio assistito e la probabilità, all’epoca, che una legge sul suicidio assistito o una legge sull’eutanasia venissero legalizzate in Francia. Ha ammesso che sembrava scontato che una delle due sarebbe stata legalizzata e che, tra le due, il suicidio assistito offriva maggiori garanzie rispetto alla legge sull’eutanasia.

 

Tuttavia il monsignore sottolineò con fermezza che entrambe le opzioni erano in contrasto con l’insegnamento cattolico.

 

Ma una controversa intervista rilasciata alla fine del 2022 suggeriva che Pegoraro fosse aperto alla possibilità dell’uso di contraccettivi. Parlando con il veterano vaticanista Francis Rocca, Pegoraro viene citato dal Wall Street Journal in questo modo:

 

«La norma contro la contraccezione «segnala valori che devono essere preservati nella vita matrimoniale – in particolare il senso della sessualità e la trasmissione della vita – ma è anche vero che altri valori degni di essere protetti possono essere presenti nella situazione che la famiglia sta vivendo».

 

«Ad esempio, ha affermato mons. Pegoraro, la contraccezione potrebbe essere ammessa “nel caso di un conflitto tra l’esigenza di evitare una gravidanza per ragioni mediche e la salvaguardia della vita sessuale della coppia”».

 

Sotto la guida di papa Francesco, la PAV ha subito una radicale riforma che negli ultimi anni ha portato a numerosi scandali dovuti ai commenti di Paglia e di altri membri che sembravano divergere dall’insegnamento della Chiesa.

 

Nel novembre 2016, Bergoglio ha pubblicato nuovi statuti per la PAV in cui i membri non erano più tenuti a firmare una dichiarazione in cui sostenevano gli insegnamenti pro-life della Chiesa, ampliando al contempo il mandato della PAV per includere un’attenzione all’ambiente.

 

Di conseguenza, la PAV è stata descritta da alcuni osservatori come permeata da «gnosticismo eretico» e la leadership di Paglia ha trascinato l’accademia in continui scandali e in ulteriore discredito, spingendo taluni a chiedere le sue dimissioni.

 

Lo stesso Paglia ha dichiarato in un’intervista del 2022 di «credere che arriverà il giorno» in cui papa Francesco o un suo successore pubblicherà un documento su questioni morali in linea con il libro recentemente pubblicato dal PAV, che ha aperto la strada all’autorizzazione della contraccezione.

 

 

Interrogato direttamente sulle sue osservazioni durante una conferenza stampa del febbraio 2024, Paglia ha dichiarato al corrispondente di non ricordare di aver ripetuto i commenti.

 

I commenti di Paglia nell’intervista del 2022 sono stati rilasciati alla luce del libro altamente controverso e molto contestato Etica teologica della Vita, nato da una precedente assemblea del PAV, che propone sia la contraccezione sia l’inseminazione artificiale come moralmente accettabili.

 

Nel difendere il libro dalle critiche online dei cattolici preoccupati, la PAV ha scritto nel 2022 che la teologia richiede «progresso» come parte di un processo naturale: «attenzione: ciò che oggi è dissenso può cambiare».

 

La promozione di Pegoraro alle redini del PAV arriva dopo una presidenza tumultuosa sotto Paglia e anche dopo un pontificato non estraneo a controversie e confusione.

 

Nel corso degli anni, lo stesso Paglia è diventato sempre più controverso a causa dei suoi commenti su una serie di questioni legate alla vita e alla famiglia. Al momento della sua nomina a capo di entrambe le istituzioni nel 2016, Paglia era già noto come sostenitore del diritto dei divorziati e dei «risposati» a ricevere la Santa Comunione.

 

Da allora ha suscitato ancora più polemiche a causa delle sue dichiarazioni in cui difendeva il suicidio assistito e pubblicando con la PAV un libro a favore della contraccezione. Anche altri membri della PAV hanno reiterato l’idea di un «ripensamento» dell’insegnamento cattolico su omosessualità e contraccezione.

 

Come riportato da Renovatio 21, Paglia è altresì noto per aver dichiarato alla televisione italiana che la infame legge 194 sull’aborto rappresenta «un pilastro della nostra vita sociale».

 

Paglia è altresì noto per essere stato un estremo sostenitore dei vaccini, dapprima invitando nel 2017 i genitori cattolici ad accettare l’obbligo vaccinale – e i sieri con cellule di aborto – varato dal governo, poi divenendo a tal punto ultras dei vaccini genici sperimentali COVID da chiedere a gran voce la quinta dose a pandemia praticamente terminata. Oltre alle cariche vaticane, il vescovo, in una sognante e piuttosto inedita continuità tra Stato italiano e Santa sede, aveva ottenuto dal ministero della Salute il ruolo di presidente della Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria alla popolazione anziana, una commissione istituita da Speranza per decreto dove è stato messo al vertice il prelato dal primo momento.

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In seguito il Paglia è salito agli onori delle cronache teologiche e biotecnologiche perché un documento della Pontificia Accademia per la Vita,, ha cominciato a vagliare i temi della contraccezione e della riproduzione artificiale. Il Paglia avrebbe inoltre detto in TV di ritenere la legge abortista genocida 194/78 un «pilastro della vita sociale». La scorsa estate era emerso il caso di un libro pubblicato dalla PAV, Piccolo lessico del fine vita, ottantotto pagine dove si dichiara la liceità dell’interruzione di pratiche come la ventilazione meccanica, la tracheostomia e la rianimazione. Dulcis in fundo (dulcis mors in fundo), il volumetto contiene anche un modello di DAT, le famose Disposizioni anticipate di trattamento comunemente definite «testamento biologico» o «biotestamento», disciplinate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017 entrata in vigore il 31 gennaio 2018.

 

Renovatio 21 ha riportato in questi anni queste pagine come in realtà la PAV stia sdoganando la riproduzione artificiale; la foto di Bergoglio circondato dai figli di Elon Musk – tutti usciti dalla provetta – è la dimostrazione che la decisione riguarda il papato profondo.

Sebbene Paglia sia stato rimosso dal suo incarico, come presidente dell’Istituto Giovanni Paolo II – che dipende dal Gran Cancelliere – rimane in carica. Dal 2021, tale carica è ricoperta da monsignor Philippe Bordeyne, le cui opinioni sulla morale cattolica tradizionale e sulla difesa dell’omosessualità hanno suscitato non pochi timori.ù

 

Monsignor Pegoraro, che operava nella diocesi di Padova, è da ricordare per una lettera che rassicurava i genitori riguardo l’allarme del gender a scuola.

 

Renovatio 21, che ha testimoniato direttamente la vicenda oramai risalente a 8 anni fa, ne parlerà in articoli successivi.

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Bioetica

Cenni di storia della bioetica: le origini

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Con questo articolo Renovatio 21 inizia una serie di approfondimenti su storia, prìncipi, applicazioni e sviluppo della bioetica, disciplina più che mai centrale nei rivolgimenti del mondo moderno, e al contempo così impotente e traditrice rispetto alla Necrocultura che avanza divorando i suoi paletti. Il punto di riferimento, per chi volesse approfondire, è il Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019). Sul porporato che aveva l’appalto vaticano della bioetica stiamo maturando idee piuttosto critiche, tuttavia il suo testo rimane la compilazione più panoramica sul tema. La serie continuerà con uno o più articoli a settimana, così da toccare tutti, o quasi, gli argomenti presenti sul piatto della pensiero bioetico contemporaneo. Prendiamo atto che, tuttavia, tante questioni che potete leggere quotidianamente su Renovatio 21 non dispongono ancora un pensiero bioetico ufficiale cioè sviluppato nei diplomifici universitari o nei sonnecchiosi parcheggi think tank e pubblicato da qualche rivista specialistica che non legge nemmeno chi la manda in stampa. L’invito è quello di seguire, sempre Renovatio 21, perché la traccia che seguiremo domani è quella che, con acume e sacrifizio, stiamo preparando assieme – grazie all’esistenza stessa dei lettori che ci seguono, e si interrogano sul senso profondo di quanto sta accadendo – oggi stesso.   La bioetica, così come oggi la conosciamo, è una disciplina relativamente giovane, nata nel corso degli anni Settanta del Novecento in risposta a una serie di trasformazioni profonde che hanno investito la medicina, la biologia e il rapporto tra scienza e società. Comprendere le sue origini significa ripercorrere il pensiero di alcuni autori chiave, le istituzioni che per primi le hanno dato una casa, i problemi storici che ne hanno reso necessaria la nascita e le diverse interpretazioni che, fin dagli esordi, hanno animato il dibattito su cosa la bioetica sia e debba essere.   Le origini della bioetica non coincidono con un atto di fondazione unico, né con una scoperta isolata. Nascono piuttosto da una convergenza: l’accelerazione delle scienze della vita, l’esperienza traumatica di sperimentazioni sull’uomo, la percezione che la tecnica potesse minacciare non solo singoli pazienti ma la sopravvivenza stessa della specie e della biosfera. Il termine, e soprattutto l’idea di una disciplina nuova, emergono tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in un contesto in cui medicina, filosofia e riflessione pubblica smettono di potersi ignorare.   Prima dello sviluppo della disciplina nella seconda parte del XX secolo, la parola «bioetica» era stata utilizzata da un teologo, filosofo e pastore protestante tedesco chiamato Fritz Jahr (1895-1953). Lo Jahr coniò il termine tedesco «Bio-Ethik» all’interno dell’articolo intitolato «Bio-etica. Una panoramica delle relazioni etiche dell’uomo con animali e piante», pubblicato sulla rivista scientifica tedesca Kosmos. In questo scritto, l’autore proponeva di estendere l’imperativo categorico di Emanuele Kant a tutte le forme di vita, formulando il cosiddetto «imperativo bioetico»: «rispetta ogni essere vivente, in linea di principio, come un fine in se stesso e trattalo di conseguenza, laddove sia possibile».   Dobbiamo tuttavia aspettare mezzo secolo, e spostarci oltre l’Atlantico, per vedere davvero nascere la bioetica.

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Van Rensselaer Potter e la nascita del termine

Il primo a introdurre propriamente il termine «bioetica» fu Van Rensselaer Potter (1911-2001), un oncologo statunitense, che lo utilizzò in due pubblicazioni fondamentali: Bioethics: the science of survival, del 1970, e Bioethics: bridge to the future, del 1971. Per il Potter la bioetica doveva essere una nuova disciplina capace di combinare la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori. Lo studioso dei tumori era convinto che una scienza della sopravvivenza dovesse essere qualcosa di più di una semplice scienza, e per questo propose il termine bioetica proprio per sottolineare i due ingredienti che riteneva più importanti per il raggiungimento di una nuova sapienza: la componente biologica e quella etica insieme.   Nella visione di Potter la bioetica assume un significato molto ampio, ben più esteso rispetto a quello dell’etica medica tradizionale. Essa viene concepita come un ponte tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, chiamate finalmente a dialogare dopo decenni di reciproca estraneità. Ma la bioetica di Potter guarda anche alla biosfera nel suo insieme, non limitandosi ai soli problemi della pratica clinica o della sperimentazione sull’uomo, bensì abbracciando l’intero ecosistema e il destino della vita sulla Terra.   Per il Potter la bioetica rappresenta una sapienza biologicamente fondata, nel senso che i fini morali dell’agire umano vanno individuati a partire dalla conoscenza biologica stessa. Si tratta dunque di una concezione globale, quasi ecologica, della nuova disciplina, che la distingue nettamente dalle interpretazioni più ristrette che si affermeranno successivamente.

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Hans Jonas e il principio di responsabilità

Accanto ai lavori del Potter, e con una certa analogia di fondo, si colloca la riflessione del filosofo tedesco naturalizzato statunitense di origine ebraica Hans Jonas (1903-1993). Nella sua opera più celebre, ancora molto considerata anche dall’ambiente accademico italiano, Il principio responsabilità (1979), lo Jonas pone l’attenzione sull’accresciuta possibilità che le nuove tecnologie mettono nelle mani dell’uomo, e sulle eventuali minacce che queste rappresentano per la sopravvivenza stessa dell’umanità.   Secondo lo Jonas, il criterio guida per qualsiasi intervento biotecnologico deve essere quello dell’esclusione della catastrofe: prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare, occorre chiedersi che cosa potrebbe compromettere irreparabilmente il futuro della specie umana e del pianeta. Questa impostazione ha dato origine a un filone di pensiero che potremmo definire bioecologico, caratterizzato da un atteggiamento che è stato talvolta descritto come «catastrofista», proprio per l’enfasi posta sui rischi estremi legati al progresso tecnico-scientifico.  

André Hellegers e la dimensione dialogica della bioetica

Un ruolo altrettanto decisivo nella storia della disciplina è quello svolto da André Hellegers (1926-1979(, giovane ostetrico e studioso di fisiologia fetale, che nel 1971 venne chiamato a dirigere il Kennedy Institute for the Study of Human Reproduction and Bioethics, presso la Georgetown University di Washington, prestigioso ed antico ateneo statunitense fondato dai gesuiti.   A differenza del Potter, lo Hellegers propone una concezione più circoscritta della bioetica, intesa come etica applicata alla biomedicina, restringendo così l’ambito rispetto alla visione globale e quasi cosmica del suo predecessore. Egli sostiene però che questo studio diretto dei problemi biologici e clinici avrebbe fatto progredire l’etica stessa, e che il clinico bioeticista, immerso nella pratica quotidiana, sarebbe potuto diventare persino più esperto del moralista puro nell’affrontare le questioni concrete sollevate dalla medicina.   Lo Hellegers propone inoltre una dimensione maieutica della bioetica, che coglie i valori attraverso il confronto e il confronto tra medicina, filosofia ed etica: un metodo squisitamente interdisciplinare, che resterà una delle caratteristiche più riconosciute e condivise della bioetica nel suo complesso. Per lo Hellegers, l’oggetto proprio della bioetica sono gli aspetti etici impliciti nella pratica clinica, un ambito più circoscritto ma non per questo meno ricco di implicazioni filosofiche e antropologiche.

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Dan Callahan e il filone umanistico-sociale

Prima ancora che il termine bioetica si diffondesse ufficialmente, un contributo determinante venne dal filosofo cattolico Dan Callahan (1930-2019), che già nel 1969, pur senza utilizzare ancora esplicitamente la parola «bioetica», fondò insieme allo psichiatra Willard Gaylin l’Hastings Center.   Per Callahan la bioetica si configura come l’intersezione tra l’etica e le scienze della vita, un punto di incontro tra due ambiti del sapere che fino ad allora avevano proceduto separatamente.   Il suo contributo viene generalmente ricondotto a un filone che potremmo definire umanistico-sociale, attento non solo ai singoli casi clinici ma anche alle implicazioni più ampie, sociali e culturali, delle scoperte biomediche.  

Concetto e definizioni della bioetica

Nel corso degli anni, accanto ai fondatori, si sono susseguite numerose definizioni che testimoniano la ricchezza e, insieme, la complessità del dibattito sulla natura della disciplina.   Una delle definizioni più influenti è quella fornita dal bioeticista e teologo statunitense Warren Reich (1931-2023) nella sua Encyclopedia of Bioethics del 1978, che descrive la bioetica come lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della salute, condotta che viene esaminata alla luce di valori e di principi morali. Questa impostazione, spesso definita «bioetica dei principi», o «bioetica principialista», pone l’accento sulla dimensione normativa e sistematica della riflessione bioetica.   Nelle edizioni successive dell’opera, pubblicate nel 1995 e nel 2004, lo stesso Reich recupera in parte la concezione più globale che era stata propria di Potter, definendo la bioetica come lo studio sistematico delle dimensioni morali, inclusa la visione morale, le decisioni, la condotta e le politiche, delle scienze della vita e della salute, utilizzando varie metodologie etiche in un’impostazione interdisciplinare.   Questa seconda definizione apre a una bioetica pluralista, ma che secondo alcuni critici rischia di scivolare verso posizioni relativiste, proprio per l’apertura a metodologie etiche differenti e talvolta tra loro incompatibili.

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Diversa è invece la posizione del cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), che nel suo vasto manuale – detto talvolta dai discenti impressionati dalla mole lo Sgreccionedefinisce la bioetica anche in base a cosa non deve essere.   «La nuova disciplina non può essere concepita come un semplice confronto tra le diverse opinioni e le varie posizioni etiche esistenti, ma dovendo suggerire valori di riferimento e linee di scelta operativa, dovrà impegnarsi a fornire risposte obiettive e fondate su criteri razionalmente validi» scrive lo Sgreccia. «Nella ricerca di risposte adeguate subentra la necessità di un approccio interdisciplinare al problema che è una delle caratteristiche peculiari della bioetica».   Lo Sgreccia, introducendo elementi pragmatici e razionali rifugge dunque la deriva relativista. Il cardinale definisce la bioetica come una disciplina dotata di uno statuto epistemologico razionale, ma aperta alla teologia intesa come scienza sovrarazionale, istanza ultima e orizzonte di senso: «la bioetica a partire dalla descrizione del dato scientifico, biologico e medico, la bioetica esamina razionalmente la liceità dell’intervento dell’uomo sull’uomo». Questa impostazione viene generalmente ricondotta al cosiddetto personalismo ontologico, di impronta realista e cognitivista.   Un’altra prospettiva è quella proposta dal professore di filosofia morale brianzolo Adriano Pessina (1953-2020), secondo cui – scrive nel libro Bioetica. L’uomo sperimentale (1999) – la bioetica si configura come un’attività filosofica, indipendentemente da chi di fatto la svolga, poiché le domande che investono le tecnoscienze sono per loro natura di carattere filosofico e riguardano il significato della costruzione dell’identità umana all’interno dell’azione tecnologica. Si tratta di una lettura che colloca la bioetica come una sorta di coscienza critica della civiltà tecnologica contemporanea.   Accanto a queste impostazioni si colloca la cosiddetta bioetica «analitica», rappresentata in Italia soprattutto dal giurista, filosofo, sociologo e magistrato italiano Uberto Scarpelli (1924-1993), secondo cui è impossibile stabilire in senso stretto la verità o la falsità delle proposizioni che esprimono valutazioni morali. Compito della bioetica filosofica sarebbe dunque essenzialmente quello di fare chiarezza concettuale, di indicare i presupposti impliciti in una determinata scelta, configurandosi come una sorta di «metabioetica» interdisciplinare, «un fiume cui siano tributari numerosi affluenti», scrive lo Scarpelli, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica negli anni 1990-1991, nel suo saggio Bioetica: prospettive e principi fondamentali (1991).   Al centro di questa impostazione resta la questione, fondamentale per l’etica contemporanea, del rapporto logico tra le proposizioni descrittive di fatti e le proposizioni normative che determinano doveri e assegnano valori, la celebre is-ought question. Questa posizione viene generalmente collocata nell’ambito del cosiddetto «non cognitivismo etico», una teoria metaetica secondo cui i giudizi morali non descrivono fatti e non possono essere considerati né veri né falsi.   Va a questo punto ricordata la cosiddetta bioetica «laica», che si dichiara fondata sulla ragione e sui valori della coscienza, in esplicita contrapposizione a quella di ispirazione cattolica, ritenuta fondata sui dogmi e sulla fede. Questa posizione trovò espressione pubblica nel Manifesto di bioetica laica, pubblicato il 9 giugno 1996 sul quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore, a firma del ginecologo forlivese pioniere mondiale della gestazione extracorporea, Carlo Flamigni (1933-2020), del docente di filosofia morale discepolo di Scarpelli Maurizio Mori (1951-), dell’epistemologo Angelo Petroni (1956) e altri autori.   Va tuttavia osservato che l’impostazione personalista di matrice cattolica, pur ontologicamente fondata, non si presenta come fideistica né prescinde dalla giustificazione razionale dei valori e delle norme, contrariamente a quanto talvolta viene sostenuto nel dibattito pubblico.

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Le questioni sociali dietro alla storia della bioetica

La nascita della bioetica non fu un evento puramente teorico, ma la risposta a problemi concreti che si erano andati accumulando nel corso del Novecento.   Tra questi vanno ricordati anzitutto la sperimentazione sull’uomo, con tutte le questioni etiche legate al consenso e alla tutela dei soggetti coinvolti; le scoperte della genetica, che aprivano scenari inediti di manipolazione della vita; i trapianti d’organo, che ponevano interrogativi nuovi sulla definizione stessa di morte e sui criteri di allocazione delle risorse; le questioni legate all’inizio della vita e alla procreazione umana, rese particolarmente urgenti dai progressi della fecondazione artificiale; e infine i problemi di fine vita, connessi all’eutanasia e alle cure palliative.   È proprio l’intreccio di questi temi, ciascuno carico di implicazioni scientifiche, giuridiche e morali, a spiegare perché negli anni Sessanta e Settanta si sia avvertita l’esigenza di una disciplina nuova, capace di affrontarli con strumenti concettuali adeguati.  

I primi passi della bioetica istituzionale

Le prime istituzioni dedicate alla bioetica sorsero proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Nel 1968 Dan Callahan e Willard Gaylin fondarono l’Hastings Center, con sede a Hastings on Hudson, mentre nel 1969 André Hellegers, insieme a studiosi come Warren Reich, Robert Veatch e Richard McCormick, diede vita al Kennedy Institute of Ethics presso la Georgetown University di Washington. Queste due istituzioni rappresentano i primi centri di ricerca e riflessione sistematica sui temi della bioetica, e costituirono un modello che sarebbe stato in seguito replicato in molti altri Paesi.   Le prime istituzioni accademiche e ufficiali specificamente dedicate alla bioetica cattolica sono state create a partire dalla metà degli anni Ottanta, in parallelo con l’esplosione della disciplina a livello globale. Nel 1985 viene istituita la prima cattedra di Bioetica in Italia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», e parallelamente nasce il Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore guidato da Monsignor Elio Sgreccia. Questa è considerata la struttura pionieristica istituzionale per lo studio e la diffusione della bioetica personalista di matrice cattolica.   Nel 1994 in Vaticano viene creata la Pontificia Accademia per la Vita, istituita da Papa Giovanni Paolo II con il motu proprio Vitae Mysterium, pur non essendo un centro universitario di ricerca medica in senso stretto, rappresenta la massima istituzione intellettuale e di studio della Chiesa Cattolica dedicata specificamente alla bioetica e alla difesa della vita.   Nel 2001, sempre a Roma si ha prima Facoltà di Bioetica al mondo: nasce l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, istituzione universitaria cattolica che ha offerto per la prima volta un intero corso di studi teologico-scientifico interamente strutturato come facoltà autonoma di bioetica. L’università era stata eretta nel 1993 canonicamente dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica su iniziativa dei Legionari di Cristo, nel 1998 Wojtyla concesse ufficialmente all’ateneo il titolo di Università Pontificia

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Quali sono le competenze della bioetica?

Un momento importante per definire l’ambito di competenza della disciplina fu il Documento di Erice del 1991, che si rifà ai contenuti della Encyclopedia of Bioethics del 1978 e riconosce alla bioetica una competenza estesa a quattro ambiti principali: i problemi etici delle professioni sanitarie, i problemi etici emergenti nell’ambito delle ricerche sull’uomo anche quando non direttamente terapeutiche, i problemi sociali connessi alle politiche sanitarie nazionali e internazionali, alla medicina occupazionale e alle politiche di pianificazione familiare e controllo demografico, e infine i problemi relativi all’intervento sulla vita degli altri esseri viventi, comprese piante e microrganismi, e più in generale tutto ciò che riguarda l’equilibrio dell’ecosistema.   Accanto a questa definizione delle competenze si è sviluppata anche una classificazione interna alla disciplina, che distingue generalmente tra una bioetica generale, che si occupa della fondazione etica, del discorso sui valori e sui principi originari nonché delle fonti documentarie della materia, una bioetica speciale, che analizza i grandi problemi sotto un profilo generale, tanto nel campo medico quanto in quello più propriamente biologico, includendo temi come l’ingegneria genetica, l’aborto, l’eutanasia e la clonazione, e infine una bioetica clinica, intesa come applicazione delle teorie etiche e dei principi generali adottati ai casi clinici concreti, alla ricerca di indicazioni operative per l’azione.  

Radici antiche e ramificazioni recenti

Se le origini istituzionali della bioetica risalgono agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, le sue radici più remote affondano ben più indietro nel tempo. Il Corpus Hippocraticum e il celebre Giuramento di Ippocrate rappresentano una prima, fondamentale eredità, incentrata sui principi della beneficialità e del paternalismo medico, e su una fondazione della medicina basata su criteri ritenuti non soggettivi.   Anche il cristianesimo ha lasciato un’impronta profonda su ciò che sarebbe poi diventata la bioetica, contribuendo in particolare alla fondazione del concetto stesso di persona e a un significato teologico dell’assistenza al malato, sintetizzato nella formula latina Christus medicus et patiens, che identifica Cristo insieme come medico e come paziente sofferente.   Le radici più recenti della disciplina sono invece legate a eventi storici drammatici che hanno segnato in modo indelebile la coscienza collettiva. Il Codice di Norimberga del 1947 condannò senza appello ogni sperimentazione sull’uomo condotta senza il suo consenso, in risposta agli abusi commessi durante il nazionalsocialismo.   Tuttavia, anche nei democratici Stati Uniti d’America, si registrarono episodi che suscitarono un forte allarme pubblico: tra gli anni Trenta e Quaranta lo studio di Tuskegee, in Alabama, mise a confronto un farmaco con un placebo su una popolazione afroamericana senza che i partecipanti fossero informati; nel 1962, presso lo Swedish Hospital di Seattle, fu istituito un comitato incaricato di decidere le procedure di accesso alla dialisi, sollevando questioni di giustizia distributiva; nel 1963, al Jewish Chronic Disease Hospital di Brooklyn, furono iniettate cellule tumorali in pazienti anziani senza il loro consenso; e tra il 1967 e il 1971, al Willowbrook State Hospital di New York, fu inoculato il virus dell’epatite in bambini con disabilità, forzando il consenso dei genitori.   A questi episodi si affiancò l’elaborazione, da parte della World Medical Association, della Dichiarazione di Helsinki sulla sperimentazione clinica, adottata nel 1964 e più volte aggiornata fino al 2000, che ancora oggi costituisce un riferimento fondamentale per l’etica della ricerca biomedica.

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Bioetica magistero della Chiesa cattolica

Parallelamente allo sviluppo della bioetica come disciplina accademica, la Chiesa cattolica ha prodotto nel corso del Novecento una serie di documenti destinati ad avere un peso rilevante nel dibattito. Si possono ricordare, tra gli altri, il discorso di Pio XII ai partecipanti al Simposio internazionale su Anestesia e persona umana del 1957, l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI del 1968 sul tema della procreazione responsabile, la dichiarazione sull’aborto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1974, e successivamente, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la dichiarazione sull’eutanasia del 1980, la lettera apostolica Familiaris consortio del 1981, l’istruzione Donum vitae del 1987 e l’enciclica Evangelium vitae del 1995. Questi testi costituiscono un corpus dottrinale organico che ha profondamente influenzato lo sviluppo della bioetica personalista di ispirazione cattolica.  

I presupposti della bioetica personalista ontologicamente fondata

Proprio a questa impostazione, spesso definita come bioetica personalista ontologicamente fondata, o di dimensione sapienziale, si può ricondurre un insieme coerente di presupposti teorici, scrive il cardinale Sgreccia.   Il primo riguarda la dignità della persona umana, colta nella sua unitotalità di corpo e spirito e, in un’ottica di fede, come immagine di Dio.   Il secondo presupposto è quello del realismo-cognitivismo, secondo cui la persona possiede la capacità razionale di conoscere la realtà e la struttura oggettiva dei valori, negando così ogni deriva relativista o nichilista.   Il terzo presupposto è uno sguardo propriamente metafisico sulla realtà, per cui l’Intelligenza Umana è capace di risalire dal fenomeno al fondamento e di cogliere, a partire dall’essere, il dover essere: come si legge nell’enciclica Fides et ratio, occorre «rivendicare la capacità che l’uomo possiede di conoscere questa dimensione trascendente e metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto e analogico» (Fides et ratio, n. 83).   Ripercorrere le origini della bioetica significa dunque osservare l’intreccio tra biografie individuali, come quelle di Potter, Jonas, Hellegers e Callahan, istituzioni nascenti, drammatici episodi storici che hanno reso urgente una riflessione etica sulla sperimentazione e sulla pratica medica, e infine grandi correnti di pensiero, laiche e religiose, che ancora oggi continuano a confrontarsi sul senso e sui limiti dell’intervento dell’uomo sulla vita e sulla salute.  

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Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.

 

Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?

 

La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.

 

Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.

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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.

 

In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.

 

Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.

 

Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.

 

Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.

 

Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino

 

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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.

 

La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.

 

Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.

 

Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.

 

«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.

 

La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!

 

Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?

 

«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.

 

Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.

 

Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.

 

Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.

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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.

 

Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.

 

È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.

 

Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.

 

Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.

 

Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.

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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.

 

Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.

 

«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.

 

La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.

 

Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.

 

Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.

 

Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.

 

Viva San Marco. Viva.

 

Roberto Dal Bosco

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Bioetica

Gruppo satanico pubblica video di un rituale abortivo in bagno

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Satanic Planet, una «band» del co-fondatore del Tempio Satanico, ha diffuso mercoledì un video «musicale» in cui una donna compie un aborto rituale satanico nel bagno di un negozio . Lo riporta LifeSite.   Il filmato mostra una donna tatuata, Martina Rinaldi, che entra in un Hobby Lobby – una catena americana di negozi di articoli per l’artigianato nota per una causa intentata da un dipendente trans che voleva utilizzare il bagno delle donne–, con immagini alternate di articoli del punto vendita che richiamano Gesù, per un effetto drammatizzato. In sottofondo si sentono urla sataniche della band di Lucien Greaves, co-fondatore del The Satanic Temple (conosciuto con l’acronimo TST).   Entrata in bagno, Rinaldi esegue il «rituale di distruzione» dell’aborto del Tempio Satanico, che prevede la recitazione dei principi del Tempio Satanico e di «affermazioni» prima e dopo l’aborto. Il video sostiene che il rito «serve come rito protettivo» e che il suo scopo è «liberarsi dal senso di colpa quando si sceglie di abortire».   «Serve a dare forza al paziente contro coloro che nutrono convinzioni religiose teocratiche. Il rituale allontana gli effetti di persecuzioni ingiuste, che possono indurre ad allontanarsi dal percorso del ragionamento scientifico», si legge nella spiegazione del Tempio Satanico.  

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Il rito inizia con la contemplazione del proprio riflesso nello specchio per «concentrarsi sulla propria individualità», poi con la lettura ad alta voce del principio: «Il proprio corpo è inviolabile, soggetto unicamente alla propria volontà».   Dopo questi passaggi la Rinaldi assume una pillola abortiva e recita, secondo le indicazioni del TST: «Le convinzioni dovrebbero essere conformi alla migliore comprensione scientifica del mondo. Bisogna fare attenzione a non distorcere mai i fatti scientifici per adattarli alle proprie convinzioni».   Poi finge di «espellere» l’embrione sorridendo (nella maggior parte dei casi l’espulsione del feto avviene circa quattro o cinque ore dopo la seconda pillola abortiva). Subito dopo, in modo spezzato, compaiono immagini religiose tratte da Hobby Lobby, quasi a sottolineare la sfida del rito a Gesù Cristo.   Rinaldi torna davanti a uno specchio per pronunciare l’affermazione finale da dire dopo l’aborto: «Nel mio corpo, nel mio sangue, nella mia volontà, così è fatto», un’apparente derisione della Messa e della Santa Comunione.   Mentre esce da Hobby Lobby, gli articoli religiosi del negozio — croci, versetti biblici e un’immagine con la scritta «Gesù mi ama, questo lo so» — vengono avvolti dalle fiamme.   «La tua possibilità di scegliere di interrompere una gravidanza è coerente con gli ideali di libertà. Sii orgogliosa di perseguire ciò che desideri per la tua vita nonostante l’opposizione», afferma il video.   Il filmato si chiude con un insulto al giudice della Corte Suprema Samuel Alito ed è intitolato «La mamma di Samuel Alito», in riferimento al ruolo di Alito nella stesura dell’opinione di maggioranza in Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, che ha ribaltato Roe contro Wade e ha suscitato la reazione dell’industria dell’aborto e dei suoi sostenitori.   Il gruppo è ben noto al lettore di Renovatio 21. Qualche tempo fa ha fatto notizia per aver allestito per Natale, nel Campidoglio dell’Iowa un altarino satanico con una testa di capra montata sopra vesti rosso sangue – una rappresentazione del demonio-Bafometto che ha condiviso lo spazio con un’esposizione natalizia finché non è stata decapitata da un veterano dell’esercito USA, ora accusato di crimine d’odio. Tre mesi fa il governatore della Florida Ron DeSantis ha fermato l’istituzione, progettata dal Satanic Temple, di un’ora di religione satanica nelle scuole elementari.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa fa il Tempio Satanico ha aperto in Virginia un centro per rituali di «aborto religioso», sostenendo che il feticidio fa parte della loro religione, legittimamente ammessa dallo Stato moderno. È emerso pure che un numero verde per le donne incinte indirizzava le chiamanti alla clinica per l’aborto satanico, con una filiale annunciata due anni fa anche in Nuovo Messico.   Nel 2021, i templosatanisti hanno fatto erigere cartelloni pubblicitari nello Stato del Texas che scrivevano «L’aborto salva vite». L’anno scorso era emerso che che il numero verde per le donne incinte nel Nuovo Messico rimandava direttamente alla clinica feticida satanista.

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L’attivismo satanista, oramai indistinguibile da quello progressista, ha trovato il plauso di diversi giornali dell’establishment, con un articolo entusiasta pubblicato l’anno passato dal magazine femminile Cosmopolitan.   Il Tempio Satanico, fondato nel 2013 e riconosciuto come «chiesa» dall’IRS (il fisco americano)nel 2019, è nato come organizzazione politica con l’obiettivo di ridurre la presenza della religione nella sfera pubblica.   Non stupisce davvero il lettore di Renovatio 21 apprendere che gli incontri del Tempio Satanico si entra solo se plurivaccinati, mascherinati e greenpassati: è ci mancherebbe che non fosse così.   Il 17 maggio 2022, ben 140 organizzazioni ebraiche, inclusa la famosa Anti-Defamation League (ADL), hanno sponsorizzato quella che hanno chiamato una «Marcia ebraica per la giustizia sull’aborto» affermando che «l’accesso all’aborto è un valore ebraico» e «vietare gli aborti è un questione della libertà religiosa».

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