Sorveglianza
L’Australia abbandona i piani per leggi che multano la «disinformazione»
Il governo australiano ha scartato i piani per introdurre multe per le piattaforme di social media che non riescono a fermare la diffusione online di «disinformazione e informazioni errate gravemente dannose».
Il partito laburista al governo ha riconosciuto che il suo Communications Legislation Amendment (Combatting Misinformation and Disinformation) Bill («Progetto di legge di modifica della legislazione sulle comunicazioni (lotta alla disinformazione e alla cattiva informazione)» non aveva alcuna possibilità di ottenere abbastanza sostegno in Parlamento.
Come riportato da Renovatio 21, si sarebbe trattato di una legge che di fatto avrebbe reso il governo come unico arbitro della verità, una prospettiva orwelliana che non sorprende, dopo il biennio pandemico, nel contesto degli antipodi.
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In una dichiarazione di domenica, il ministro delle Comunicazioni Michelle Rowland ha scritto che «sulla base di dichiarazioni pubbliche e impegni con i senatori, è chiaro che non esiste un percorso per legiferare questa proposta attraverso il Senato», accusando gli oppositori del disegno di legge di porre «lo spirito di parte al di sopra di qualsiasi tentativo di navigare nell’interesse pubblico».
Secondo Sky News, la coalizione conservatrice Liberal-National, così come i Verdi australiani e un certo numero di senatori trasversali si sono rifiutati di sostenere la legislazione proposta. L’opposizione ha criticato il disegno di legge come un tentativo di sopprimere la libertà di parola.
La Rowland ha esortato quei partiti e legislatori a sostenere altre iniziative presentate dal governo con l’obiettivo dichiarato di «rafforzare le istituzioni democratiche e mantenere gli australiani al sicuro online». Il funzionario ha continuato affermando che «l’80% degli australiani vuole un’azione» per affrontare «la disinformazione e la cattiva informazione gravemente dannose che rappresentano una minaccia per la sicurezza, l’integrità delle elezioni, la democrazia e la sicurezza nazionale».
Il ministro delle comunicazioni ha aggiunto che il disegno di legge silurato «avrebbe inaugurato un livello di trasparenza senza precedenti, tenendo le grandi aziende tecnologiche responsabili dei loro sistemi e processi per prevenire e ridurre al minimo la diffusione di informazioni errate e disinformazione dannose online». La legislazione si sarebbe concentrata in particolare su aspetti come bot, account falsi, deep fake, pubblicità e monetizzazione.
Il disegno di legge prevedeva multe fino al 5% del fatturato globale di una piattaforma di social media in caso di inadempienza. In base a tale legge, le aziende sarebbero state obbligate dalle autorità australiane a presentare codici di condotta, con l’autorità di regolamentazione che avrebbe stabilito i propri standard nel caso in cui una piattaforma di social media avesse trascurato di farlo.
Di recente il governo australiano ha avviato una campagna normativa per limitare i giganti della tecnologia con sede all’estero.
Giovedì, la Rowland aveva presentato in parlamento un emendamento all’Online Safety Act che obbligherebbe le piattaforme di social media ad adottare misure ragionevoli per garantire efficaci protezioni di verifica dell’età. Se approvata, la legge impedirebbe ai bambini di età inferiore ai 16 anni di accedere ai social media, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani (circa 30,8 milioni di euro) per le aziende che violano le norme.
Si trattava, con ogni evidenza di una legge in pieno stile orwelliano, in grado di superare financo il totalitarismo della Repubblica Popolare Cinese, avversario «caldo» da cui Canberra, dopo screzi anche significativi, progetta di difendersi in ogni modo.
«Lo scopo principale della legislazione è quello di mettere a tacere i critici della risposta del governo australiano alla crisi del COVID-19. L’obiettivo è garantire che in futuro le autorità sanitarie e la classe politica siano immuni da controlli e critiche» continua LifeSite. «È improbabile che sia efficace. Ciò che hanno fatto invece è dimostrare che l’Australia non ha un’adeguata protezione per la libertà di parola, né è una vera democrazia».
L’Australia, come noto, divenne durante la pandemia COVID il Paese capofila dell’incubo distopico-pandemico.
Come ha già avuto modo di scrivere Renovatio 21, l’Australia raggiunse livelli mostruosità durante il biennio pandemico, quando lo Stato praticò una repressione ferale contro la sua popolazione, con la violenza delle forze dell’ordine portata – e autorizzata – fin dentro le automobili e persino le case delle famiglie, e ordini che proibivano baci e abbracci a capodanno, i regali di Natale, e perfino le conversazioni, nonché gli abbracci tra nonni e nipoti, con i non vaccinati definiti dalle autorità sanitarie come «infelici» e «soli» per tutta la loro vita, e bambini che venivano aggrediti dalla polizia.
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Immagine di DO’Neil via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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Internet
Facebook ha ingannato gli utenti sulla privacy dei dati: sentenza
Una giuria del Nuovo Mexico ha ritenuto Meta Platforms responsabile di aver ingannato intenzionalmente gli utenti di Facebook su privacy e politiche della piattaforma, infliggendo al gigante dei social un’altra pesante sconfitta legale quest’anno.
Il caso nasce dallo scandalo Cambridge Analytica, emerso nel 2018 dopo la denuncia di una gola profonda: la società di consulenza politica britannica avrebbe ottenuto dati di decine di milioni di utenti Facebook senza consenso tramite un’app di terze parti.
Quei dati furono usati per profilare gli elettori e per il targeting politico, anche nella campagna presidenziale di Donald Trump del 2016, conclusa con la sua vittoria. Cambridge Analytica fallì nel giro di pochi mesi, mentre Facebook subì multe e risarcimenti per miliardi di dollari per la gestione dei dati degli utenti.
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Il Nuovo Messico ha presentato denuncia nel 2021, unendosi a una serie di azioni legate allo scandalo. Lo Stato ha accusato Meta di aver dato informazioni fuorvianti sull’accesso di terzi ai dati e ha richiamato le indagini di Facebook sui data broker dopo le rivelazioni su Cambridge Analytica.
Dopo un processo di due settimane, venerdì la giuria ha stabilito che Meta ha ingannato intenzionalmente i consumatori, commettendo oltre 43 milioni di violazioni che hanno riguardato l’intera popolazione dello Stato, oltre 2 milioni di persone. Un giudice dovrà ora fissare la sanzione: lo Stato chiede fino a 5.000 dollari per violazione, con un massimo teorico di 219 miliardi di dollari.
Meta ha respinto ogni accusa e ha sostenuto di essere stata trasparente sulle lacune nella gestione della privacy e della disinformazione. Un portavoce ha detto che l’azienda non condivide il verdetto e continuerà a difendersi «dai tentativi di distorcere la nostra versione dei fatti».
Il procuratore generale del Nuovo Mexico, Raul Torrez, ha affermato che il processo ha mostrato «in modo lampante il modo in cui questa azienda non rispetta le regole», definendo l’esito una «sentenza storica» negli sforzi per chiamare a responsabilità le grandi aziende tecnologiche.
La sentenza è l’ennesima grave sconfitta per Meta in Nuovo Mexico. A marzo un’altra giuria di Santa Fe l’aveva ritenuta responsabile di 75.000 violazioni sulla sicurezza dei minori, con sanzioni da 375 milioni di dollari. In seguito un giudice locale aveva definito le piattaforme di Meta una « fonte di disturbo pubblico » e disposto ulteriori risarcimenti per 567 milioni. Meta ha annunciato il ricorso.
Le vicende giudiziarie di Meta non si fermano al Nuovo Messico. Il mese scorso la società ha accettato di pagare circa 17 miliardi di dollari per chiudere le controversie con decine di Stati e territori statunitensi, secondo cui avrebbe progettato di proposito Facebook e Instagram per creare dipendenza nei minori e avrebbe ingannato il pubblico sui rischi. L’accordo comprendeva anche una transazione sulle accuse legate a Cambridge Analytica, ma il Nuovo Messico non ha aderito e il suo caso è andato a processo.
Meta non è l’unica a fronteggiare un controllo crescente sulle pratiche di gestione dei dati delle big tech. Il mese scorso TikTok e la controllante ByteDance hanno accettato di pagare 400 milioni di dollari per chiudere le accuse statunitensi di raccolta illecita di dati personali dei minori senza il consenso dei genitori. Anche Google, Apple, Netflix e altri giganti della tecnologia sono coinvolti in contenziosi sulla privacy.
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Come riportato da Renovatio 21, a marzo Meta , è stata condannata nello Stato del Nuovo Messico a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media.
Un altro processo di grande risonanza è quello di Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale.
Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.
Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.
Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no,
Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social. Lo Stato del Nuovo Messico ha fatto causa a Meta allo Zuckerberg per aver facilitato il traffico sessuale minorile.
L’ultima tornata di documenti del tribunale aveva mostrato anche che Meta avrebbe insabbiato le ricerche sulla salute mentale degli utenti Facebook.
Sulla caduta del colosso social per mano dei tribunali starebbe per uscire un film hollywoodiano, The Social Reckoning.
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Sorveglianza
Rapporto DSA della UE: le aziende Big Tech complici della censura
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