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Le morti infantili sono aumentate per la prima volta in 20 anni negli USA. Dottori, giornalisti, politici brancolano nel buio

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Il numero di bambini americani morti prima del loro primo compleanno è aumentato lo scorso anno, aumentando significativamente il tasso di mortalità infantile negli Stati Uniti per la prima volta in due decenni, secondo i dati provvisori pubblicati mercoledì dal National Center for Health Statistics. Lo riporta il New York Times, che fa l’esempio di questo dramma raccontando una storia accaduta ad una coppia californiana.

 

La bambina di Erika Nolting Young, consulente di strategia aziendale californiana di 37 anni, è morta meno di due ore dopo la nascita. La donna aveva vissuto una gravidanza normale e sana, senza alcun segno che qualcosa non andasse. Si aspettava di partorire il 17 agosto 2022 e, quando il travaglio non è iniziato spontaneamente, ha pianificato l’induzione una settimana dopo. Ma poche ore prima che la signora Young e suo marito Kris dovessero andare in ospedale, hanno ricevuto una chiamata che diceva che il reparto maternità era pieno e non c’erano abbastanza infermieri, quindi avrebbe dovuto aspettare.

 

L’ospedale l’ha chiamata il giorno successivo, ed hanno iniziato l’induzione con un farmaco che ha causato un travaglio intenso ed una rapida progressione verso la dilatazione completa. Nella fase finale del travaglio, i monitor hanno rilevato una decelerazione della frequenza cardiaca della bambina – e poi un’ulteriore decelerazione improvvisa.

 

La bimba è nata «davvero grigia e floscia», ricorda la signora Young. «L’hanno gettata sul mio petto per una frazione di secondo e i suoi occhi erano chiusi. Ho capito subito che qualcosa non andava». I medici hanno cercato di salvare la neonata, una bambina di nome Sommer, ma è morta poco dopo, la Young ha detto: «Siamo tornati a casa in una casa con una stanza per bambini e nessun bambino».

 

«Gli Young non sanno ancora cosa abbia causato la morte di Sommer» scrive il New York Times.

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Circa 20.538 bambini come Sommer sono morti nel 2022, con un aumento del 3% rispetto ai 19.928 bambini morti nel 2021. Anche il tasso di mortalità infantile – definito come il numero di bambini che muoiono prima di compiere un anno per ogni 1.000 nati vivi – è aumentato. di un 3% statisticamente significativo lo scorso anno, a 5,6 morti infantili ogni 1.000 nati vivi, rispetto a 5,44 morti ogni 1.000 nati vivi nel 2021, secondo il nuovo rapporto.

 

Il tasso di mortalità dei bambini di età compresa tra 4 settimane e un anno è aumentato del 4%, mentre il tasso di mortalità neonatale – quello dei bambini di età inferiore a un mese – è aumentato del 3%.

 

Il picco è una triste manifestazione dello stato della salute materna e infantile negli Stati Uniti. La mortalità infantile e materna, indissolubilmente legate, sono ampiamente considerate indicatori della salute generale di una società, e i tassi americani sono più alti di quelli di altri paesi industrializzati.

 

I tassi sono particolarmente bassi tra le madri nere e native americane, che hanno circa tre volte più probabilità di morire durante e dopo la gravidanza, rispetto alle madri bianche e ispaniche. I loro bambini corrono un rischio doppio di morire rispetto ai bambini bianchi e ispanici.

 

«Negli ultimi anni l’aspettativa di vita complessiva è diminuita anche negli Stati Uniti, colpendo sia gli americani bianchi che le persone di colore», scrive il NYT.

 

L’aumento della mortalità infantile arriva dopo un secolo di miglioramenti nella sanità pubblica, in cui i tassi sono costantemente e gradualmente diminuiti quasi ogni anno con poche eccezioni, ha affermato Danielle M. Ely, statistica sanitaria dell’NCHS e autrice principale del rapporto.

 

Il rapporto non approfondisce le cause dell’aumento, ma la maggior parte dei bambini nati nel 2022 sono stati concepiti nel 2021. «Vedere un aumento che raggiunge il livello di significatività statistica indica che si è trattato di un salto più grande di quello che abbiamo avuto negli ultimi 20 anni, e questo è qualcosa che dobbiamo tenere d’occhio per vedere se si tratta solo di un’anomalia di un anno o l’inizio dell’aumento dei tassi», ha detto la dottoressa Ely.

 

Uno dei risultati più inquietanti del nuovo rapporto è stato l’aumento della mortalità infantile tra i bambini nati da donne di età compresa tra 25 e 29 anni. Il tasso è aumentato a 5,37 per 1.000 nati vivi lo scorso anno, rispetto a 5,15 decessi per 1.000 nati vivi nel 2021. «La causa non è nota» scrive lapidario il New York Times, che non fa nemmeno uno sforzo di immaginazione.

 

I tassi non sono cambiati per le donne di altri gruppi di età, anche quelle che generalmente sperimentano tassi di mortalità infantile più elevati, come le donne di età inferiore ai 20 anni, quelle tra i 20 e i 24 anni e le donne di età pari o superiore a 40 anni.

 

Brancola nel buio anche la dottoressa Elizabeth Cherot, ginecologa e presidentessa e amministratore delegato di March of Dimes, che al giornale neoeboraceno si è detta sorpresa e delusa dai nuovi dati sulla mortalità infantile e ha chiesto di dare uno sguardo più attento ai dati per cercare di identificare il le sottostanti al problema. «Stavamo facendo passi da gigante, ma queste tendenze stanno chiaramente andando nella direzione sbagliata”, ha detto.

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L’aumento si è verificato alla fine della pandemia, dopo un anno che ha avuto un forte aumento della mortalità materna e delle malattie materne, ha aggiunto la dottoressa. Anche le complicazioni gravi che rappresentano un rischio sia per la madre che per il bambino, come la preeclampsia, sono diventate più comuni, dice l’esperta, ma sottolinea come sia difficile attribuire l’aumento della mortalità infantile a un fattore specifico.

 

Insomma, un grande mistero. Non passa nemmeno per la testa, di giornalisti, esperti e politici, di interrogarsi sul più grande evento sanitario del biennio, quello che ha accomunato tutta la popolazione.

 

«Stavamo appena uscendo dal COVID», dice sconsolata al NYT la dottoressa Cherot. «Stavamo facendo molta telemedicina. Questo ha cambiato qualcosa? I protocolli stavano cambiando? L’accesso era un problema più grande? Sappiamo che anche la salute mentale può avere un impatto. Molte cose sono cambiate negli ultimi tre anni».

 

Tra le ipotesi fatte in lacrime, il siero genico sperimentale innestato massivamente a tutti non si trova.

 

Però, attenzione: la colpa, dice il massimo quotidiano globale, potrebbe essere delle leggi contro l’aborto appena varate negli USA.

 

«Il Texas ha vietato gli aborti dopo le sei settimane di gravidanza nel 2021, il primo dei quattro stati a farlo» scrive il NYT. «Tuttavia nelle interviste di mercoledì, gli esperti hanno affermato che i dati non erano chiari su se, o in quale misura, ciò potrebbe aver avuto un ruolo nelle morti infantili dell’anno successivo. Gli altri stati hanno implementato i divieti nel 2022, dopo che la Corte Suprema ha annullato Roe v. Wade».

 

Quindi forse no, le restrizioni all’aborto non c’entrano nulla, ma vale la pena, in un articolone sulla mortalità infantile che ci piazzino la mancanza di feticidio come possibile causa: meno bambini uccisi in grembo materno, più bambini nati morti. La logica è questa? A questo punto ammettiamo di non capire, perché la meccanica di pensiero qui necessaria è orwelliana e contorta al punto da lasciarci senza fiato.

 

Mentre il mainstream vive di menzogne e allucinazioni, da queste parti da tempo vediamo come potrebbero essere le cose. E non solo per i vaccini COVID.

 

Come riportato da Renovatio 21, a inizio 2023 uno studio peer-reviewed ha trovato una correlazione statistica positiva tra i tassi di mortalità infantile e il numero di dosi di vaccino ricevute dai bambini, confermando le scoperte fatte dagli stessi ricercatori dieci anni fa. Nel 2021 documento di ricerca pubblicato sulla rivista Toxicology Reports si era scoperto che su un totale di 2.605 decessi infantili segnalati al VAERS tra il 1990 e il 2019, il 58% si è verificato entro tre giorni dalla vaccinazione e il 78% si è verificato entro sette giorni di vaccinazione.

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Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.   La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.   Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente  prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.   Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.  

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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.   I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.   I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta  intervenire la polizia.   A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.     A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.   Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019,  un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.   A Padova,  nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.   Nel 2023  a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.   A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.   A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.   Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.   Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.   Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.   Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.   Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005  in un episodio  (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analis, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.      

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Bambina traumatizzata si butta dalla finestra. L’assistente sociale ha tatuaggi sul viso e corna da diavolo

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Una bambina traumatizzata in Austria si è buttata da una finestra dopo essere stata prelevata da un assistente sociale dal look inquietante. Lo riporta LifeSite.

 

La precedente casa famiglia per bambini con problemi comportamentali, dove viveva la dodicenne, è stata chiusa dall’Agenzia per la tutela dell’infanzia e della gioventù di Vienna (MA 11) a seguito di alcune segnalazioni. I bambini di questa struttura avrebbero dovuto essere trasferiti in una nuova casa famiglia gestita da un organizzazione privata senza scopo di lucro il cui direttore era uno degli assistenti sociali che sono andati a prendere la ragazza.

 

Il caso si è trasformato in uno scandalo politico quando la ragazza è saltata da una finestra e si è rotta diverse ossa poco dopo aver incontrato l’uomo. La dodicenne tirolese è considerata traumatizzata a causa di sospetti gravi abusi. Secondo Pro Child Vienna, l’organizzazione che gestiva la sua precedente casa famiglia, la ragazza reagisce in modo molto negativo agli uomini e pertanto non dovrebbe essere affidata alle cure di assistenti sociali di sesso maschile.

 

Tuttavia, le linee guida non sono state rispettate quando la ragazza doveva essere prelevata da lì e portata in una nuova sistemazione condivisa, ha criticato Sabine Keri, portavoce dei giovani del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) a Vienna. Alla Keri è stato fornito un resoconto scritto dell’incidente e ha affermato: «Era stato chiarito in modo inequivocabile che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. E poi si presenta un uomo che esercita pressioni».

 

 

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I giornali viennesi sostengono che l’aspetto fisico dell’assistente sociale abbia spaventato la ragazza, poiché ha diversi tatuaggi sul viso, tra cui un pentagramma sulla fronte. L’uomo indosserebbe anche spesso delle piccole corna nere sulla testa che si possono avvitare e svitare, come si può vedere nel suo ritratto sul sito web ufficiale dell’organizzazione.

 

«Per me, quello è uno sguardo satanico. E non posso certo permettere a una persona con quell’aspetto di lavorare con bambini gravemente traumatizzati», ha detto la Keri.

 

L’uomo ha risposto alle accuse definendole diffamatorie e insistendo sul fatto di non essere un satanista, affermando di non indossare le piccole corna sulla testa quando è andato a prendere i bambini.

 

La dodicenne è saltata fuori dalla finestra non chiusa a chiave quando nessuno la guardava. La consigliera comunale Bettina Emmerling ha avviato un’indagine sull’accaduto. Tuttavia, sostiene che finora non ci siano prove che la ragazza si sia buttata per paura dell’assistente sociale. Secondo la Emmerling, l’uomo dall’aspetto satanico e la badante donna avevano già parlato con la bambina il giorno prima dell’incidente. La consigliera ha sostenuto che la paura per il suo aspetto non fosse la ragione del gesto, bensì la riluttanza della bambina a cambiare residenza o la persona a cui era affidata. Inoltre, ha affermato Emmerling in un’intervista, la bambina era stata anche con un badante uomo nell’appartamento condiviso prima dell’incidente.

 

«Il fatto che questa finestra non fosse chiusa a chiave non è consentito in un alloggio condiviso», ha affermato. «La finestra può essere lasciata leggermente aperta, ma in linea di principio, quando un bambino è solo in una stanza», le finestre devono essere chiuse a chiave.

 

Secondo Emmerling, la consigliera comunale non ha ancora ben chiaro se – e con quanta chiarezza – sia stato effettivamente comunicato che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. Secondo quanto riferito, la ragazza si è ripresa dalla caduta e ora si trova in una nuova casa famiglia a Vienna. Le notizie non specificano se si tratti di una struttura della precedente organizzazione o di un’altra.

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Un altro elemento di dibattito politico in questo caso è il fatto che il responsabile dell’azienda che ha prelevato la ragazza, sia il figlio di un alto funzionario del MA 11. L’ÖVP e il FPO hanno criticato aspramente la cosa. La consigliera Emmerlinga ha difeso l’accordo: «il fatto che esistesse questo legame familiare è stato reso noto fin dall’inizio», ha dichiarato in un’intervista. Il padre del direttore (…) non aveva alcuna autorità né alcun ruolo nel processo decisionale relativo all’assegnazione degli appalti da parte dell’agenzia, ha aggiunto.

 

Anche il pubblico italiano ricorda prelievi traumatici eseguiti da assistenti sociali e forze istituzionali ai danni di famiglie, con azioni stile commando che tagliano la luce e ingannano i genitori per procedere al prelievo del minore. Il caso più noto degli ultimi anni, quello di un paesino emiliano, è finito con l’assoluzione dei principali accusati.

 

Nella dinamica di questi eventi è evidente come entri in giuoco uno scontro – metapolitico, metafisico – tra la sovranità della famiglia e la volontà dello Stato, con immani conseguenze filosofiche ed antropologiche: da una parte chi considera la famiglia come l’unita primigenia ed indivisibile del consorzio umano, dall’altra chi crede che lo Stato rappresenti una forza superiore che possa permettersi di scinderla e riformularla.

 

Da un punto di vista di filosofia del diritto, si deve parlare della primazia del diritto positivo dello Stato moderno contro la legge naturale che è base dell’esistenza della famiglia: da una parte chi crede che oltre lo Stato non vi sia nulla, e quindi che esso goda di un potere assoluto, dall’altra chi crede che lo Stato sia invece un’entità inferiore che si deve conformare a qualcosa di superiore – appunto, la legge naturale, o Dio… – e che non possa quindi infrangerne i principi.

 

In teoria, la Costituzione repubblicana italiana considera la famiglia come il nucleo fondamentale della società, definendola espressamente una «società naturale fondata sul matrimonio». I principi costituzionali che regolano la famiglia sono contenuti principalmente negli articoli 29, 30 e 31.

 

All’articolo 29, che tratta della società naturale, lo Stato riconosce la famiglia come un’istituzione che esiste prima dello Stato stesso, dotata di propri diritti originari che la legge non crea, ma si limita a proteggere.

 

All’articolo 31 è detto che la La Repubblica deve agevolare la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con misure economiche, con particolare riguardo alle famiglie numerose, e proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù.

 

Quanto la Costituzione Italiana che pure non riteniamo proprio essere un documento perfetto, sia presa sul serio dallo Stato repubblicano (con la Corte Costizionale che per allargare le maglie della morte parla di «Costituzione materiale»), lo lasciamo decidere al lettore di Renovatio 21 che ci segue sin da prima della devastazione pandemica.

 

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Epidemie

I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio

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Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.   La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.   Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.

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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.   Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.   Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.   Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.   Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.   Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».   La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.   Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.   La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».   Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.

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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.   Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.   Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.   Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.   Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.   In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.  

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