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Bioetica

Vaccini ai sanitari, l’obiezione necessaria

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L’obbligo per gli operatori sanitari di sottoporsi alla cosiddetta vaccinazione contro la COVID-19, corredato da sanzioni che arrivano al licenziamento, è stato dunque stabilito dal decreto ora convertito pedissequamente in legge da un Parlamento ridotto da tempo ad aula sorda e grigia.

 

La conversione del decreto è avvenuta in tutta fretta per arginare l’opposizione crescente ad una normativa draconiana e stupida quanto illegittima. Non si tratta infatti di una opposizione dettata da un qualche pretestuoso antagonismo politico: quel rifiuto è fondato su principi e diritti costituzionalmente garantiti, va anche oltre il conflitto tra norma positiva e fedeltà a convinzioni personali profonde, oltre il nesso sempre pericolante tra legge e giustizia, tra nomos e dike, per investire in pieno il problema dei limiti del potere politico e l’arbitrio delle maggioranze nella cosiddetta democrazia rappresentativa.

 

La conversione del decreto è avvenuta in tutta fretta per arginare l’opposizione crescente ad una normativa draconiana e stupida quanto illegittima

Sappiamo che ogni singola legge dello Stato, per assolvere la propria funzione regolatrice, esige di essere obbedita, e che la sanzione serve a garantirne la osservanza, al di là degli interessi contrapposti.

 

Del resto, l’esistenza di interessi divergenti rispetto alla legge è cosa non solo normale, ma anzi fisiologica, implicita proprio nella necessità che eventuali resistenze siano piegate con l’obbligo di osservanza in nome di un superiore interesse pubblico. Ma tutto questo vale soltanto se il conflitto non coinvolge interessi in sé tanto oggettivamente rilevanti da essere già stati riconosciuti e garantiti dallo stesso ordinamento, o da doverlo essere.

 

La realtà di antinomie interne ad un sistema normativo e legittimate da esso è ben rappresentata in seno al diritto penale dalla previsione delle cause di giustificazione o di non punibilità. Esemplare per tutti il caso della legittima difesa dove, nel bilanciamento di interessi contrapposti, viene riconosciuto come prevalente dallo stesso ordinamento l’interesse alla vita o all’incolumità di chi è nella necessità di difendersi dalla offesa ingiusta e, nel conflitto tra il valore della vita dell’aggressore e quello dell’aggredito, prevale il primo per una esigenza evidente di superiore giustizia.

 

Quel rifiuto è fondato su principi e diritti costituzionalmente garantiti, va anche oltre il conflitto tra norma positiva e fedeltà a convinzioni personali profonde

Ora è anche evidente come le circostanze storiche, gli straordinari sviluppi e le nuove prospettive aperte dalla ricerca scientifica e dall’avanzamento tecnico, persino l’irrompere prepotente di nuove irrazionali sovrastrutture ideologiche e la pervasività di poteri ad esse collegati, abbiano messo sul tappeto nuovi conflitti tra norme preesistenti e nuove situazioni giuridiche, e quindi nuove possibilità di opposizione.

 

Sicché, accanto ai valori che, rispecchiando esigenze profonde e connaturate nell’uomo, scandiscono la storia dell’etica, altri possono essere messi in luce da movimenti di idee, esperienze storiche, maturazioni di ordine filosofico, religioso, politico, economico etc., insomma dall’instancabile divenire della storia umana che dà forma appunto a valori nuovi, o forma nuova a valori noti.

 

In modo speculare, di fronte alle norme nuove con cui il legislatore affronta fenomeni e problemi nuovi, può corrispondere la necessità di tenere fermi i valori assoluti presidiati dalle norme già esistenti che anche la coscienza individuale intende tenere fermi.

 

La realtà di antinomie interne ad un sistema normativo e legittimate da esso è ben rappresentata in seno al diritto penale dalla previsione delle cause di giustificazione o di non punibilità. Esemplare per tutti il caso della legittima difesa

D’altra parte l’umanesimo e quindi la modernità hanno inteso valorizzare con la personalità individuale quella libertà morale rivendicata come il fiore all’occhiello dai lumi, ma che in realtà era stata portata in luce dal cristianesimo insieme alla dignità dell’uomo quale creatura superiore voluta da Dio.

 

Su questo sfondo ha preso forma giuridica l’obiezione di coscienza, quale figura di contraddizione interna all’ordinamento, ma codificata da esso. Non come espressione del conflitto teorico tra legge positiva e legge non scritta naturale o divina superiore. E tanto meno come risoluzione del conflitto tra individuo e Stato a vantaggio del primo, o trionfo cervellotico del ridicolo vietato vietare sessantottardo. Ma quale risultato del bilanciamento tra l’interesse difeso dalla norma positiva e quello anch’esso riconosciuto dall’ordinamento e portato alla luce dalla coscienza individuale. Dove quest’ultima non ha e non deve avere un asfittico respiro individualistico o di parte, ma riflettere un interesse riconoscibile come oggettivo, che non affonda nelle sabbie mobili dell’arbitrio, della ideologia partitica o in miserabile ribellismo di maniera.

 

Anche la legge che Antigone rivendica come superiore per la propria coscienza è in realtà radicata nella coscienza collettiva: Eteocle è stato sepolto «secondo diritto e rito» (dike e nomos), dove il «rito» è la consuetudine morale che si proietta nel gesto eticamente obbligato.

 

Su questo sfondo ha preso forma giuridica l’obiezione di coscienza, quale figura di contraddizione interna all’ordinamento, ma codificata da esso

In altre parole, le ragioni che hanno portato al riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza non investono propriamente l’antico problema del rapporto tra legge positiva e principi appartenenti ad un ideale superiore di giustizia. Quelle ragioni sono invece iscritte nel recinto dei valori già oggettivamente riconosciuti dall’ordinamento, il cui conflitto latente in un determinato momento, per contingenze o coincidenze temporali viene alla luce per essere poi intercettato dalla coscienza individuale che se ne fa portatrice.

 

La legittimazione dell’obiezione di coscienza è riconoscimento del conflitto fisiologico fra norme attive all’interno dell’ordinamento e fra diversi interessi di riferimento, e sta ad indicare anche la vitalità di un sistema giuridico non cristallizzato su una visione monocola della realtà.

 

Già la obiezione di coscienza introdotta per la prima volta in Italia in merito al servizio militare obbligatorio, traeva origine dalle devastanti ricadute anche psicologiche di una mostruosa esperienza bellica e dallo stesso ripudio della guerra quale mezzo di composizione delle controversie internazionali sancito dalla stessa Costituzione. Dunque, ancora una volta, dal conflitto interno tra norme del medesimo ordinamento. Conflitto tra l’altro precario, se quella solenne professione di pacifismo costituzionale non ha impedito all’Italia, in eterno vassallaggio, di entrare nelle guerre scellerate dei compagni di merende democratiche.

 

In altre parole, le ragioni che hanno portato al riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza non investono propriamente l’antico problema del rapporto tra legge positiva e principi appartenenti ad un ideale superiore di giustizia. Quelle ragioni sono invece iscritte nel recinto dei valori già oggettivamente riconosciuti dall’ordinamento

Con la legge 194 la questione della obiezione di coscienza si è ripresentata de plano, perché ancorata ad un principio superiore difficilmente contestabile quale quello della conservazione della vita umana. Ha poi via via interessato altri ambiti, vicini o limitrofi, dalla cosiddetta fecondazione medicalmente assistita, alle pratiche sostanzialmente eutanasiche e da ultimo alla legittimazione delle unioni omosessuali.

 

Fra gli altri, ed è quello che qui ci interessa particolarmente, già dal 1993 è stata riconosciuta la obiezione di coscienza da parte di operatori impegnati nella ricerca per la sperimentazione sugli animali. Dunque di fronte a nuove realtà divenute giuridicamente rilevanti si sono profilate e hanno trovato riconoscimento correlative istanze oppositive.

 

Va in ogni caso ricordato che il bilanciamento degli interessi presuppone e implica anche il riconoscimento di una gerarchia dei valori stravolti. Valga per tutti l’esempio recentissimo della sentenza della Cassazione che ha attribuito alla testimone di Geova, salvata in sala parto grazie ad una trasfusione d’urgenza, il diritto di essere risarcita dal medico che aveva ordinato quella trasfusione per strappare la donna a morte certa.

 

Quando la gerarchia dei valori viene rispettata, si vede come le norme e i principi di superiore civiltà invocati per giustificare l’opposizione acquistino la funzione di katechon di fronte alle derive etiche che irrompono attraverso le derive della politica.

 

La protesta dei sanitari di fronte alla imposizione per decreto dell’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, obbligo assistito da sanzioni che arrivano a travolgere il diritto del lavoro e al lavoro, si iscrive perfettamente nel quadro di una obiezione di coscienza legittima perché coerente con i principi ormai incardinati nell’ordinamento e che non può non essere riconosciuta dal diritto positivo.

Fra gli altri, ed è quello che qui ci interessa particolarmente, già dal 1993 è stata riconosciuta la obiezione di coscienza da parte di operatori impegnati nella ricerca per la sperimentazione sugli animali. Dunque di fronte a nuove realtà divenute giuridicamente rilevanti si sono profilate e hanno trovato riconoscimento correlative istanze oppositive

 

Le ragioni di ordine morale o filosofico che legittimano il diritto di sottrarsi a questo comando vessatorio, e sostanzialmente incostituzionale, sono chiare e inconfutabili, perché attingono ad una pluralità di principi già incardinati nell’ordinamento.

 

Ora la politica ha avvolto tutta la vicenda cosiddetta pandemica nell’unica idea dominante della inoculazione a tappeto di vaccini, che sotto un nome suggestivo e rassicurante raccolgono farmaci della cui efficacia e innocuità le case produttrici non garantiscono un bel nulla, essendo stata saltata la sperimentazione che, di conseguenza, viene fatta direttamente sui beneficiari.  In un circolo vizioso della cui spregiudicatezza e della cui irresponsabilità la politica sembra non avere neppure sentore, o, peggio, di esserne sfacciatamente la promotrice. Ormai tanto convinta che il suddito, mentalmente depresso e assuefatto, sia incapace di qualunque valutazione critica, e di qualunque reazione significativa.

 

Cosa che ha permesso al presidente del Consiglio di affermare senza remore e in spregio ad ogni logica che i vaccinati saranno in ogni caso ancora contagiabili data l’efficacia temporale limitata dei «vaccini» e le nuove ineludibili varianti che li renderanno praticamente inutili. Insomma pare proprio che si sia aperta la strada della infinita vaccinazione perpetua. Dove il confine tra l’impostura, la malafede e il tragicomico è difficile da misurare.

 

Se l’uomo della provvidenza con tanta nonchalance non si cura del senso del proprio discorso o è perché non se ne rende conto, il che sarebbe molto preoccupante, o perché quello che dice rispecchia sinceramente un piano di sottomissione che niente ha a che fare con un qualche obiettivo veramente sanitario, il che è ovviamente ancora più preoccupante.

 

La protesta dei sanitari di fronte alla imposizione per decreto dell’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, obbligo assistito da sanzioni che arrivano a travolgere il diritto del lavoro e al lavoro, si iscrive perfettamente nel quadro di una obiezione di coscienza legittima perché coerente con i principi ormai incardinati nell’ordinamento e che non può non essere riconosciuta dal diritto positivo

In questo quadro il rifiuto degli operatori sanitari di sottoporsi alla vaccinazione obbligatoria risponde ad una esigenza di difesa rispetto ad una norma vessatoria e cervellotica. Difesa che è a vantaggio di tutti e che si fonda su principi giuridici di rango e di contenuto superiore.

 

Come abbiamo visto, fin dal 1993 la legge 772 consente ai ricercatori di sottrarsi materialmente ad ogni forma di sperimentazione sugli animali, in quanto offensiva della dignità che va riconosciuta ad ogni essere vivente. Un principio che non può non valere a maggior ragione per la sperimentazione sull’uomo. Quella appunto che viene realizzata nell’acquiescenza generale con la inoculazione su larga scala di un farmaco detto vaccino anti COVID-19, e che le stesse case produttrici ammettono essere in via di sperimentazione appunto attraverso la campagna vaccinale. Il problema della dignità dell’uomo non viene evidentemente in discussione, anche perché nell’ecologismo d’accatto dei darwiniani più evoluti anche di rango accademico, l’uomo occupa il primo posto fra gli animali più dannosi per la natura, e dunque è imparagonabile all’animale vero e proprio, soggetto usuale delle relative malfamate sperimentazioni scientifiche.

 

Questo l’approdo culturale del progressismo scientista e positivista ora percorso dal fuoco ecologista ma disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara.

 

Dopo secoli in cui è stata fatta sventolare la bandiera della dignità umana che non può essere profanata in alcun modo, dopo che l’imperativo kantiano che impone di fare dell’uomo un fine e non un mezzo, l’opposizione degli operatori sanitari ha un valore che travalica la richiesta di categoria, perché ci riguarda tutti. Noi che avevamo scoperto con orrore cosa avesse potuto significare la sperimentazione nel tempo in cui la praticava, con il consenso politico, un certo dottor Mengele di cui ultimamente si sente parlare sempre meno.

 

Dunque la protesta e il rifiuto degli operatori sanitari torna a vantaggio di chiunque, attraverso i noti raggiri mediatici, è indotto ad assumere il ruolo di cavia inconsapevole in questa triste quanto oscura vicenda.

 

Le ragioni di ordine morale o filosofico che legittimano il diritto di sottrarsi a questo comando vessatorio, e sostanzialmente incostituzionale, sono chiare e inconfutabili, perché attingono ad una pluralità di principi già incardinati nell’ordinamento

A questo motivo fondamentale, che da solo giustifica il rifiuto di sottoporsi alla inoculazione del farmaco, si aggiungono molti altri motivi altrettanto forti e non meno legittimi. Anzitutto quello che riguarda la sua possibile pericolosità, tema che viene eluso o liquidato da produttori e promotori politici con la favola bella del bilancio costi benefici. Dove i costi non vengono per nulla indicati, e i benefici sono quelli che dovremmo ricavare dalla stringente logica draghiana di cui sopra.

 

Sul piano etico più generale, aleggia sempre inquietante lo spettro di una pratica di ricerca tutta fondata sull’utilizzo dei feti vivi abortiti e che alimenta sinistramente la macabra filiera corrispondente.

 

Infine la vaccinazione obbligatoria non manca di contraddire platealmente la Costituzione, che vieta qualsiasi trattamento sanitario senza il previo consenso informato del soggetto interessato.

 

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di come la degenerazione della politica, in mano ad avventurieri senza scrupoli che sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità di maggioranze parlamentari ottuse o ottusamente conniventi, stia producendo la distruzione inesorabile di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati

Questo è stato paradossalmente l’argomento impugnato da chi, a partire dal caso Englaro, ha preteso che anche la somministrazione di cibo e acqua necessari per assicurare la sopravvivenza di un disabile, sia da considerare trattamento sanitario e come tale condizionato al consenso vero o presunto del paziente. Tesi farisaica che stravolge il senso di una norma costituzionale nata per salvare le vite da trattamenti invasivi arbitrari, e non per garantire la morte di un congiunto diventato scomodo. Eppure essa è stata accolta, grazie alla solita maggioranza illuminata, nella normativa sul cosiddetto «testamento biologico».

 

Ora la stessa maggioranza illuminata stabilisce la somministrazione obbligatoria di un farmaco più o meno sconosciuto la cui inefficacia è implicitamente ammessa dai suoi massimo propagandisti, e sulla cui innocuità è steso il più assoluto complice silenzio. Insomma viene imposto un trattamento sanitario che la Costituzione dichiara inammissibile.

 

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di come la degenerazione della politica, in mano ad avventurieri senza scrupoli che sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità di maggioranze parlamentari ottuse o ottusamente conniventi, stia producendo la distruzione inesorabile di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati.

 

Se tante ombre sono stese su tutta questa vicenda cosiddetta pandemica, sulle cause e sugli effetti, sugli sviluppi e sulle aspettative, sulle finalità che vi si sono connesse, sempre più chiaro emerge dalle incongruenze, illogicità, manipolazioni, omissioni, che la volontà politica punta ad obbiettivi che nulla sembrano avere a che fare con il bene comune, e tanto meno, appunto, con le conquiste di Civiltà.

 

Ogni opposizione a quest’ultima trovata dei nuovi tiranni in giacca e cravatta significherà che quella volontà di emancipazione non è ancora morta.

Ogni opposizione a quest’ultima trovata dei nuovi tiranni in giacca e cravatta significherà che quella volontà di emancipazione non è ancora morta

 

La causa degli operatori sanitari minacciati da una legge forcaiola e pericolosa è la causa di tutti, perché tutti siamo davanti alla medesima minaccia.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni.

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Bioetica

Bioeticista rifiuta l’obbligo vaccinale

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

Non tutti i medici – o i bioeticisti – supportano gli obblighi vaccinali.

 

A livello internazionale , la prevalenza dell’esitazione al vaccino contro il COVID-19 negli operatori sanitari varia dal 4,3 al 72%. La media è del 23%. Uno studio in Italia che ha rilevato che il 33% degli operatori sanitari non era sicuro o non aveva intenzione di vaccinarsi.

 

Il mese scorso l’associazione australiana dei medici generici (RACGP) ha emesso una presa di posizione a favore della vaccinazione obbligatoria. Come esempio dello scetticismo con cui alcuni dei suoi membri considerano l’idea, leggetei commenti sotto un articolo nella rivista di notizie RACGP. Un medico ha riassunto le preoccupazioni dei suoi colleghi: «Il RACGP ha improvvisamente buttato nel water la pietra angolare di tutti i principi etici AUTONOMIA».

 

Un bioeticista la pensa più o meno allo stesso modo. All’Università della California Irvine (UCI), Aaron Kheriaty, psichiatra e esperto di etica medica, è stato dimesso dopo essersi rifiutato di farsi vaccinare e aver citato in giudizio l’UCI.

 

Sta documentando il suo caso in un blog Substack, Human Flourishing. L’UCI gli ha vietato di lavorare nel campus o di lavorare da casa.

 

Kheriaty non si oppone alla vaccinazione. Tuttavia, lui e la sua famiglia hanno avuto il COVID e afferma di avere l’immunità naturale. Il suo argomento è che è già immune e che la vaccinazione comporta un piccolo rischio.

 

Scrive: «Come posso continuare a definirmi un esperto di etica medica se non riesco a fare ciò che sono convinto sia moralmente giusto sotto pressione?»

 

 

Michael Cook

Direttore di Bioedge

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

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Bioetica

India, legale l’aborto per povertà

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Con un verdetto controverso i giudici hanno autorizzato l’interruzione di gravidanza alla 26ma settimana per una diciottenne non sposata il cui feto è sano e non presenta rischi fisici per la salute fisica della donna. L’appello: anziché abortire questi bambini siano affidati alle Missionarie della Carità, come chiedeva Madre Teresa.

 

 

Una gravidanza in un contesto sociale difficile può essere considerata «un rischio per la salute mentale di una donna». E dunque è ammissibile un aborto terapeutico anche oltre il limite della 20ma settimana, previsto dalla legge. Lo ha stabilito qualche giorno fa l’Alta Corte di Mumbai con una sentenza controversa che dice quanto anche in India il tema della difesa della vita nascente sia una questione aperta.

 

I giudici si sono pronunciati sul caso di una diciottenne non sposata che vuole abortire alla 26ma settimana di gravidanza, nonostante il feto risulti sano e non vi siano rischi per la salute fisica della donna.

 

«Come diceva Madre Teresa: “Non uccidete il bambino, datelo a noi”. Ci sono migliaia di storie di bambini salvati così e che oggi hanno una vita piena di amore e di gioia»

I medici le avevano riscontrato una forma non grave di depressione, che se adeguatamente curata non avrebbe creato gravi problemi. Ma i giudici hanno obiettato che per una diciottenne di una famiglia povera che sopravvive vendendo verdura e conducendo un rickshaw e in cui sono presenti anche altri figli, la gravidanza potrebbe avere un serio impatto sulla sua futura salute mentale. Per questo la Corte ha autorizzato l’aborto presso il JJ Hospital, un ospedale pubblico della città.

 

Va aggiunto che appena qualche settimana fa l’Alta Corte del Kerala si era espressa in maniera opposta su una petizione per molti versi simile presentata da una donna alla 31ma settimana di gravidanza.

 

La decisione è stata accolta con sconcerto da chi si batte per il diritto alla vita.

 

«La legge sull’aborto – commenta ad AsiaNews il dr. Pascoal Carvalho, membro della Pontificia Accademia per la Vita – fa sembrare ormai che un feto non sia un bambino fino al momento della nascita. Nessuna si preoccupa dei suoi diritti. La colpa è di una società che pretende di risolvere in questo modo la propria incapacità di assistere le madri non sposate. Le Missionarie della Carità, a Mumbai e in tutto il mondo, invece accolgono i bambini e combattono il male dell’aborto con le adozioni. Come diceva Madre Teresa: “Non uccidete il bambino, datelo a noi”. Ci sono migliaia di storie di bambini salvati così e che oggi hanno una vita piena di amore e di gioia».

 

 

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Immagine di Philippe Put via Flickr pubblica su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0); immagine tagliata.

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Bioetica

La bioetica rottama i suoi princìpi

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

Secondo un editoriale dell’American Journal of Bioethics, per soddisfare le esigenze delle comunità degli indiani d’America e dei nativi dell’Alaska (AI/AN), i principi di autonomia, beneficenza, non maleficenza e giustizia dovrebbero essere eliminati.

 

Questi principi sono stati creati per le persone orientate all’Occidente senza un forte senso di comunità. Ma le persone di AI/AN sono molto più orientate al processo decisionale comunitario e i principi di Belmont basati sull’autonomia si stanno rivelando inadeguati.

 

Un esempio a cui gli osservatori bioetici tornano più volte è l’abuso di campioni di sangue appartenenti alla tribù Havasupai, in Arizona, da parte di ricercatori dell’Arizona State University nel 1990.

 

I soggetti della ricerca pensavano di donare il sangue per la ricerca sul diabete, ma gli scienziati li hanno usati per studiare la schizofrenia. (I fatti di questa storia sono, tra l’altro, contestati)

 

«Mentre la mancanza di attenzione dedicata alla sovranità tribale o all’oppressione delle persone indigene nel Rapporto Belmont può non sorprendere dato il suo contesto storico, è forse l’attenzione del documento sulle tradizioni morali occidentali e gli impegni per la conservazione dei diritti individuali che è forse più a contrasto con le prospettive indigene sulla ricerca biomedica».

 

«Affermando l’importanza della conoscenza scientifica e della scelta individuale, il Rapporto Belmont rifiuta implicitamente le tradizioni morali non occidentali che celebrano i valori comunitari legati alla solidarietà, alla fratellanza e al beneficio della comunità».

 

«Rottamato» è la parola giusta. Secondo l’editoriale, «è solo attraverso un approccio completamente nuovo che i residui delle tradizioni morali occidentali e delle epistemologie scientifiche possono essere lavati dalla guida e dai regolamenti bioetici che attualmente modellano l’impegno dei ricercatori con le comunità tribali».

 

Ciò che emergerà non è noto, ma gli autori sperano che «si possa sviluppare una serie di linee guida etiche più utili e culturalmente appropriate per quanto riguarda la conduzione della ricerca biomedica che coinvolga le comunità AI/AN».

 

Michael Cook

Direttore di Bioedge

 

 

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