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Bioetica

Vaccini ai sanitari, l’obiezione necessaria

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L’obbligo per gli operatori sanitari di sottoporsi alla cosiddetta vaccinazione contro la COVID-19, corredato da sanzioni che arrivano al licenziamento, è stato dunque stabilito dal decreto ora convertito pedissequamente in legge da un Parlamento ridotto da tempo ad aula sorda e grigia.

 

La conversione del decreto è avvenuta in tutta fretta per arginare l’opposizione crescente ad una normativa draconiana e stupida quanto illegittima. Non si tratta infatti di una opposizione dettata da un qualche pretestuoso antagonismo politico: quel rifiuto è fondato su principi e diritti costituzionalmente garantiti, va anche oltre il conflitto tra norma positiva e fedeltà a convinzioni personali profonde, oltre il nesso sempre pericolante tra legge e giustizia, tra nomos e dike, per investire in pieno il problema dei limiti del potere politico e l’arbitrio delle maggioranze nella cosiddetta democrazia rappresentativa.

 

La conversione del decreto è avvenuta in tutta fretta per arginare l’opposizione crescente ad una normativa draconiana e stupida quanto illegittima

Sappiamo che ogni singola legge dello Stato, per assolvere la propria funzione regolatrice, esige di essere obbedita, e che la sanzione serve a garantirne la osservanza, al di là degli interessi contrapposti.

 

Del resto, l’esistenza di interessi divergenti rispetto alla legge è cosa non solo normale, ma anzi fisiologica, implicita proprio nella necessità che eventuali resistenze siano piegate con l’obbligo di osservanza in nome di un superiore interesse pubblico. Ma tutto questo vale soltanto se il conflitto non coinvolge interessi in sé tanto oggettivamente rilevanti da essere già stati riconosciuti e garantiti dallo stesso ordinamento, o da doverlo essere.

 

La realtà di antinomie interne ad un sistema normativo e legittimate da esso è ben rappresentata in seno al diritto penale dalla previsione delle cause di giustificazione o di non punibilità. Esemplare per tutti il caso della legittima difesa dove, nel bilanciamento di interessi contrapposti, viene riconosciuto come prevalente dallo stesso ordinamento l’interesse alla vita o all’incolumità di chi è nella necessità di difendersi dalla offesa ingiusta e, nel conflitto tra il valore della vita dell’aggressore e quello dell’aggredito, prevale il primo per una esigenza evidente di superiore giustizia.

 

Quel rifiuto è fondato su principi e diritti costituzionalmente garantiti, va anche oltre il conflitto tra norma positiva e fedeltà a convinzioni personali profonde

Ora è anche evidente come le circostanze storiche, gli straordinari sviluppi e le nuove prospettive aperte dalla ricerca scientifica e dall’avanzamento tecnico, persino l’irrompere prepotente di nuove irrazionali sovrastrutture ideologiche e la pervasività di poteri ad esse collegati, abbiano messo sul tappeto nuovi conflitti tra norme preesistenti e nuove situazioni giuridiche, e quindi nuove possibilità di opposizione.

 

Sicché, accanto ai valori che, rispecchiando esigenze profonde e connaturate nell’uomo, scandiscono la storia dell’etica, altri possono essere messi in luce da movimenti di idee, esperienze storiche, maturazioni di ordine filosofico, religioso, politico, economico etc., insomma dall’instancabile divenire della storia umana che dà forma appunto a valori nuovi, o forma nuova a valori noti.

 

In modo speculare, di fronte alle norme nuove con cui il legislatore affronta fenomeni e problemi nuovi, può corrispondere la necessità di tenere fermi i valori assoluti presidiati dalle norme già esistenti che anche la coscienza individuale intende tenere fermi.

 

La realtà di antinomie interne ad un sistema normativo e legittimate da esso è ben rappresentata in seno al diritto penale dalla previsione delle cause di giustificazione o di non punibilità. Esemplare per tutti il caso della legittima difesa

D’altra parte l’umanesimo e quindi la modernità hanno inteso valorizzare con la personalità individuale quella libertà morale rivendicata come il fiore all’occhiello dai lumi, ma che in realtà era stata portata in luce dal cristianesimo insieme alla dignità dell’uomo quale creatura superiore voluta da Dio.

 

Su questo sfondo ha preso forma giuridica l’obiezione di coscienza, quale figura di contraddizione interna all’ordinamento, ma codificata da esso. Non come espressione del conflitto teorico tra legge positiva e legge non scritta naturale o divina superiore. E tanto meno come risoluzione del conflitto tra individuo e Stato a vantaggio del primo, o trionfo cervellotico del ridicolo vietato vietare sessantottardo. Ma quale risultato del bilanciamento tra l’interesse difeso dalla norma positiva e quello anch’esso riconosciuto dall’ordinamento e portato alla luce dalla coscienza individuale. Dove quest’ultima non ha e non deve avere un asfittico respiro individualistico o di parte, ma riflettere un interesse riconoscibile come oggettivo, che non affonda nelle sabbie mobili dell’arbitrio, della ideologia partitica o in miserabile ribellismo di maniera.

 

Anche la legge che Antigone rivendica come superiore per la propria coscienza è in realtà radicata nella coscienza collettiva: Eteocle è stato sepolto «secondo diritto e rito» (dike e nomos), dove il «rito» è la consuetudine morale che si proietta nel gesto eticamente obbligato.

 

Su questo sfondo ha preso forma giuridica l’obiezione di coscienza, quale figura di contraddizione interna all’ordinamento, ma codificata da esso

In altre parole, le ragioni che hanno portato al riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza non investono propriamente l’antico problema del rapporto tra legge positiva e principi appartenenti ad un ideale superiore di giustizia. Quelle ragioni sono invece iscritte nel recinto dei valori già oggettivamente riconosciuti dall’ordinamento, il cui conflitto latente in un determinato momento, per contingenze o coincidenze temporali viene alla luce per essere poi intercettato dalla coscienza individuale che se ne fa portatrice.

 

La legittimazione dell’obiezione di coscienza è riconoscimento del conflitto fisiologico fra norme attive all’interno dell’ordinamento e fra diversi interessi di riferimento, e sta ad indicare anche la vitalità di un sistema giuridico non cristallizzato su una visione monocola della realtà.

 

Già la obiezione di coscienza introdotta per la prima volta in Italia in merito al servizio militare obbligatorio, traeva origine dalle devastanti ricadute anche psicologiche di una mostruosa esperienza bellica e dallo stesso ripudio della guerra quale mezzo di composizione delle controversie internazionali sancito dalla stessa Costituzione. Dunque, ancora una volta, dal conflitto interno tra norme del medesimo ordinamento. Conflitto tra l’altro precario, se quella solenne professione di pacifismo costituzionale non ha impedito all’Italia, in eterno vassallaggio, di entrare nelle guerre scellerate dei compagni di merende democratiche.

 

In altre parole, le ragioni che hanno portato al riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza non investono propriamente l’antico problema del rapporto tra legge positiva e principi appartenenti ad un ideale superiore di giustizia. Quelle ragioni sono invece iscritte nel recinto dei valori già oggettivamente riconosciuti dall’ordinamento

Con la legge 194 la questione della obiezione di coscienza si è ripresentata de plano, perché ancorata ad un principio superiore difficilmente contestabile quale quello della conservazione della vita umana. Ha poi via via interessato altri ambiti, vicini o limitrofi, dalla cosiddetta fecondazione medicalmente assistita, alle pratiche sostanzialmente eutanasiche e da ultimo alla legittimazione delle unioni omosessuali.

 

Fra gli altri, ed è quello che qui ci interessa particolarmente, già dal 1993 è stata riconosciuta la obiezione di coscienza da parte di operatori impegnati nella ricerca per la sperimentazione sugli animali. Dunque di fronte a nuove realtà divenute giuridicamente rilevanti si sono profilate e hanno trovato riconoscimento correlative istanze oppositive.

 

Va in ogni caso ricordato che il bilanciamento degli interessi presuppone e implica anche il riconoscimento di una gerarchia dei valori stravolti. Valga per tutti l’esempio recentissimo della sentenza della Cassazione che ha attribuito alla testimone di Geova, salvata in sala parto grazie ad una trasfusione d’urgenza, il diritto di essere risarcita dal medico che aveva ordinato quella trasfusione per strappare la donna a morte certa.

 

Quando la gerarchia dei valori viene rispettata, si vede come le norme e i principi di superiore civiltà invocati per giustificare l’opposizione acquistino la funzione di katechon di fronte alle derive etiche che irrompono attraverso le derive della politica.

 

La protesta dei sanitari di fronte alla imposizione per decreto dell’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, obbligo assistito da sanzioni che arrivano a travolgere il diritto del lavoro e al lavoro, si iscrive perfettamente nel quadro di una obiezione di coscienza legittima perché coerente con i principi ormai incardinati nell’ordinamento e che non può non essere riconosciuta dal diritto positivo.

Fra gli altri, ed è quello che qui ci interessa particolarmente, già dal 1993 è stata riconosciuta la obiezione di coscienza da parte di operatori impegnati nella ricerca per la sperimentazione sugli animali. Dunque di fronte a nuove realtà divenute giuridicamente rilevanti si sono profilate e hanno trovato riconoscimento correlative istanze oppositive

 

Le ragioni di ordine morale o filosofico che legittimano il diritto di sottrarsi a questo comando vessatorio, e sostanzialmente incostituzionale, sono chiare e inconfutabili, perché attingono ad una pluralità di principi già incardinati nell’ordinamento.

 

Ora la politica ha avvolto tutta la vicenda cosiddetta pandemica nell’unica idea dominante della inoculazione a tappeto di vaccini, che sotto un nome suggestivo e rassicurante raccolgono farmaci della cui efficacia e innocuità le case produttrici non garantiscono un bel nulla, essendo stata saltata la sperimentazione che, di conseguenza, viene fatta direttamente sui beneficiari.  In un circolo vizioso della cui spregiudicatezza e della cui irresponsabilità la politica sembra non avere neppure sentore, o, peggio, di esserne sfacciatamente la promotrice. Ormai tanto convinta che il suddito, mentalmente depresso e assuefatto, sia incapace di qualunque valutazione critica, e di qualunque reazione significativa.

 

Cosa che ha permesso al presidente del Consiglio di affermare senza remore e in spregio ad ogni logica che i vaccinati saranno in ogni caso ancora contagiabili data l’efficacia temporale limitata dei «vaccini» e le nuove ineludibili varianti che li renderanno praticamente inutili. Insomma pare proprio che si sia aperta la strada della infinita vaccinazione perpetua. Dove il confine tra l’impostura, la malafede e il tragicomico è difficile da misurare.

 

Se l’uomo della provvidenza con tanta nonchalance non si cura del senso del proprio discorso o è perché non se ne rende conto, il che sarebbe molto preoccupante, o perché quello che dice rispecchia sinceramente un piano di sottomissione che niente ha a che fare con un qualche obiettivo veramente sanitario, il che è ovviamente ancora più preoccupante.

 

La protesta dei sanitari di fronte alla imposizione per decreto dell’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, obbligo assistito da sanzioni che arrivano a travolgere il diritto del lavoro e al lavoro, si iscrive perfettamente nel quadro di una obiezione di coscienza legittima perché coerente con i principi ormai incardinati nell’ordinamento e che non può non essere riconosciuta dal diritto positivo

In questo quadro il rifiuto degli operatori sanitari di sottoporsi alla vaccinazione obbligatoria risponde ad una esigenza di difesa rispetto ad una norma vessatoria e cervellotica. Difesa che è a vantaggio di tutti e che si fonda su principi giuridici di rango e di contenuto superiore.

 

Come abbiamo visto, fin dal 1993 la legge 772 consente ai ricercatori di sottrarsi materialmente ad ogni forma di sperimentazione sugli animali, in quanto offensiva della dignità che va riconosciuta ad ogni essere vivente. Un principio che non può non valere a maggior ragione per la sperimentazione sull’uomo. Quella appunto che viene realizzata nell’acquiescenza generale con la inoculazione su larga scala di un farmaco detto vaccino anti COVID-19, e che le stesse case produttrici ammettono essere in via di sperimentazione appunto attraverso la campagna vaccinale. Il problema della dignità dell’uomo non viene evidentemente in discussione, anche perché nell’ecologismo d’accatto dei darwiniani più evoluti anche di rango accademico, l’uomo occupa il primo posto fra gli animali più dannosi per la natura, e dunque è imparagonabile all’animale vero e proprio, soggetto usuale delle relative malfamate sperimentazioni scientifiche.

 

Questo l’approdo culturale del progressismo scientista e positivista ora percorso dal fuoco ecologista ma disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara.

 

Dopo secoli in cui è stata fatta sventolare la bandiera della dignità umana che non può essere profanata in alcun modo, dopo che l’imperativo kantiano che impone di fare dell’uomo un fine e non un mezzo, l’opposizione degli operatori sanitari ha un valore che travalica la richiesta di categoria, perché ci riguarda tutti. Noi che avevamo scoperto con orrore cosa avesse potuto significare la sperimentazione nel tempo in cui la praticava, con il consenso politico, un certo dottor Mengele di cui ultimamente si sente parlare sempre meno.

 

Dunque la protesta e il rifiuto degli operatori sanitari torna a vantaggio di chiunque, attraverso i noti raggiri mediatici, è indotto ad assumere il ruolo di cavia inconsapevole in questa triste quanto oscura vicenda.

 

Le ragioni di ordine morale o filosofico che legittimano il diritto di sottrarsi a questo comando vessatorio, e sostanzialmente incostituzionale, sono chiare e inconfutabili, perché attingono ad una pluralità di principi già incardinati nell’ordinamento

A questo motivo fondamentale, che da solo giustifica il rifiuto di sottoporsi alla inoculazione del farmaco, si aggiungono molti altri motivi altrettanto forti e non meno legittimi. Anzitutto quello che riguarda la sua possibile pericolosità, tema che viene eluso o liquidato da produttori e promotori politici con la favola bella del bilancio costi benefici. Dove i costi non vengono per nulla indicati, e i benefici sono quelli che dovremmo ricavare dalla stringente logica draghiana di cui sopra.

 

Sul piano etico più generale, aleggia sempre inquietante lo spettro di una pratica di ricerca tutta fondata sull’utilizzo dei feti vivi abortiti e che alimenta sinistramente la macabra filiera corrispondente.

 

Infine la vaccinazione obbligatoria non manca di contraddire platealmente la Costituzione, che vieta qualsiasi trattamento sanitario senza il previo consenso informato del soggetto interessato.

 

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di come la degenerazione della politica, in mano ad avventurieri senza scrupoli che sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità di maggioranze parlamentari ottuse o ottusamente conniventi, stia producendo la distruzione inesorabile di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati

Questo è stato paradossalmente l’argomento impugnato da chi, a partire dal caso Englaro, ha preteso che anche la somministrazione di cibo e acqua necessari per assicurare la sopravvivenza di un disabile, sia da considerare trattamento sanitario e come tale condizionato al consenso vero o presunto del paziente. Tesi farisaica che stravolge il senso di una norma costituzionale nata per salvare le vite da trattamenti invasivi arbitrari, e non per garantire la morte di un congiunto diventato scomodo. Eppure essa è stata accolta, grazie alla solita maggioranza illuminata, nella normativa sul cosiddetto «testamento biologico».

 

Ora la stessa maggioranza illuminata stabilisce la somministrazione obbligatoria di un farmaco più o meno sconosciuto la cui inefficacia è implicitamente ammessa dai suoi massimo propagandisti, e sulla cui innocuità è steso il più assoluto complice silenzio. Insomma viene imposto un trattamento sanitario che la Costituzione dichiara inammissibile.

 

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di come la degenerazione della politica, in mano ad avventurieri senza scrupoli che sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità di maggioranze parlamentari ottuse o ottusamente conniventi, stia producendo la distruzione inesorabile di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati.

 

Se tante ombre sono stese su tutta questa vicenda cosiddetta pandemica, sulle cause e sugli effetti, sugli sviluppi e sulle aspettative, sulle finalità che vi si sono connesse, sempre più chiaro emerge dalle incongruenze, illogicità, manipolazioni, omissioni, che la volontà politica punta ad obbiettivi che nulla sembrano avere a che fare con il bene comune, e tanto meno, appunto, con le conquiste di Civiltà.

 

Ogni opposizione a quest’ultima trovata dei nuovi tiranni in giacca e cravatta significherà che quella volontà di emancipazione non è ancora morta.

Ogni opposizione a quest’ultima trovata dei nuovi tiranni in giacca e cravatta significherà che quella volontà di emancipazione non è ancora morta

 

La causa degli operatori sanitari minacciati da una legge forcaiola e pericolosa è la causa di tutti, perché tutti siamo davanti alla medesima minaccia.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni.

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La Corte Suprema indiana estende l’aborto fino a 24 settimane di gravidanza

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La Corte Suprema indiana ha stabilito che tutte le donne, indipendentemente dallo stato marziale, potranno ora abortire legalmente fino alla settimana 24 di gravidanza.

 

«La decisione di abortire o meno è motivata da complicate circostanze della vita, che solo la donna può scegliere alle sue condizioni senza interferenze o influenze esterne», ha affermato la Corte Suprema della nazione nella sua sentenza, secondo l’Associated Press.

 

La sentenza di giovedì era di garantire che tutte le donne potessero abortire, indipendentemente dal loro status nella società. La legge precedente limitava l’accesso all’aborto alle donne single alla settimana 20 di gravidanza, mentre le donne sposate potevano uccidere i loro bambini non ancora nati fino alla 24 ªsettimana.

 

«La distinzione artificiale tra donne sposate e non sposate non può essere sostenuta», ha affermato il giudice Dhananjaya Y. Chandrachud. «Le donne devono avere autonomia per poter esercitare liberamente questi diritti».

 

La sentenza di giovedì è stata richiesta in risposta a una madre single incinta a cui è stato negato l’aborto a luglio perché non era sposata e aveva superato il limite di 20 settimane per le donne single. La corte ha successivamente ritirato questa decisione e ha permesso alla madre di abortire il suo bambino non ancora nato fino al punto di 24 settimane. Questa decisione ha stabilito un precedente che ha indotto il tribunale a consentire a tutte le donne di abortire i propri figli durante questa fase successiva della gravidanza.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso un altro verdetto della giustizia indiana aveva reso legale l’«aborto per povertà».

 

L’India è inoltre una delle principali patrie dell’aborto sesso-selettivo, che ogni anno uccide milioni di bambine, cosa che dovrebbe mandare in cortocircuito le femministe, ma non è chiaro se ci arrivino davvero a capirlo.

 

È possibile dire che quindi l’India è uno Stato femminicida?

 

Di certo, oltre alla diffusa pratica dell’utero in affitto, è emersa in India anche l’inquietante tendenza all’asporto dell’utero delle braccianti, che vengono portate a farsi asportare l’organo riproduttivo così da aumentare la loro produttività nei campi.

 

 

 

Immagine di Pinakpani via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Bangkok legalizza l’aborto fino a 20 settimane

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il nuovo provvedimento che entrerà in vigore il 26 ottobre aggiorna il precedente, che solo lo scorso anno e dopo una sentenza della Corte suprema aveva introdotto la possibilità dell’interruzione di gravidanza per un periodo più ristretto. Evidente la spinta alla liberalizzazione. La contrarietà della Conferenza episcopale thailandese ma anche di molte organizzazioni buddhiste.

 

 

La Thailandia si avvia a legalizzare l’aborto fino a 20 settimane, estendendo il precedente termine di 12 indicato nella modifica al Codice penale e in vigore soltanto dal 7 febbraio 2021. Una decisione che – allora – era stata sollecitata da una sentenza della Corte costituzionale, contraria alla criminalizzazione dell’interruzione di gravidanza.

 

Dal 26 ottobre, data in cui entreranno in vigore le nuove norme, saranno ancora meno rigidi i vincoli per accedervi: sono previsti solo l’informazione per le donne che vogliano ricorrere all’aborto e un parere medico su eventuali rischi.

 

Di fatto si tratta di una sostanziale depenalizzazione, confermata dal governo in una dichiarazione diffusa ieri dopo la pubblicazione della legge sulla Gazzetta Reale del 26 settembre.

 

La posizione ufficiale rispetto all’aborto è, dunque, passata in poco più di venti mesi dalla proibizione più rigida – con esclusione delle gravidanze a seguito di violenza o di grave pericolo per la salute della madre, e multe per i trasgressori che arrivavano fino a 10mila baht (circa 280 euro) accompagnate da pene detentive fino a sei mesi – a una liberalizzazione con pochissimi vincoli.

 

Questo non significa tuttavia che la pratica, comunque diffusa, sia socialmente accettata e il percorso precedente l’approvazione dell’aborto lo scorso anno (come pure il dibattito successivo) hanno mostrato una forte contrarietà (…)

 

L’organizzazione buddhista nazionale non si era apertamente espressa sulla questione. Tuttavia molti cittadini avevano mantenuto un’opposizione di carattere morale contro l’aborto, sostenuta anche dalle altre organizzazioni religiose ammesse nel Paese, tra cui la Chiesa cattolica, che si era opposta con impegno alla nuova legge pur rappresentando meno dell’1% della popolazione thailandese.

 

Lo scorso anno, davanti alla prospettiva della legalizzazione, ai sostenitori dell’aborto che ponevano l’accento sulla necessità di un provvedimento che meglio tutelasse sul piano legale e medico le donne in caso di gravidanza indesiderata, la Chiesa thailandese aveva risposto sottolineando i diritti dei bambini non nati e il sostegno alle madri.

 

Il responsabile per l’assistenza pastorale della Conferenza episcopale thailandese, padre Pairat Sriprasert, allora aveva dichiarato che la contrarietà dei cattolici riguardava un provvedimento che «aggira il problema ma non lo risolve».

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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La sorella conferma: «non è vero che Giorgia Meloni è contro l’aborto»

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Il quotidiano agnelliano La Stampa ha intervistato ieri Arianna Meloni, 47enne sorella della vincitrice delle elezioni Giorgia.

 

Le domande spaziavano dalla «difesa dell’Europa e della NATO («Certamente, lo ha spiegato molte volte e lo proverà con i fatti»), alla lista dei ministri, ai rapporti con la leadership di centrodestra, agli strilli dei giornali per il paventato «ritorno del fascismo».

 

«Chi l’ha attaccata durante la campagna elettorale dovrà ricredersi» ha detto la sorella della possibile futura presidente del Consiglio.

 

«Hanno detto che Giorgia è contro la legge 194 sull’aborto, ma non è vero. Lei è dalla parte delle donne e dei diritti acquisiti. Chi l’ha accusata lo ha fatto per renderla ridicola ma ha perso perché mia sorella dimostrerà il suo valore e i suoi principi».

 

Questa ci sembra la parte più rilevante dell’intervista. Come si possa essere di destra, o anche solo conservatori, e magari poi professarsi pure cattolici (non abbiamo mai capito se sia il suo caso) e poi negare di essere contro l’aborto è certamente posizione nuovo, o almeno lo è il parlarne così apertamente.

 

È un segno dei tempi: la destra è divenuta non solo abortista, ma anche timorosa di sembrare antiabortista. Non si tratta di un cambiamento di poco conto.

 

Esso riflette uno smottamento più generale: è di pochi giorni fa la dichiarazione del Paglia che parla della legge assassina genocida 194/78 come di un «pilastro della società». Eccerto: milioni di sacrifici umani senza i quali il nostro Paese, che ora è in inverno demografico e che importa gommonauti africani a bizzeffe, non poteva proprio esistere.

 

Così è: l’aborto di destra è realtà. Perché ricordiamoci che la destra mica deve essere per forza cattolica: l’ateismo non è che facesse difetto anche a certi esponenti storici innominabili.

 

Il controverso pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira parlava di «trasbordo ideologico inavvertito», noi più semplicemente pensiamo alla rana bollita. La rana della destra è oramai stata completamente bollita nel pentolone dell’abortismo del Mondo moderno, diktat irrinunziabile dell’establishment di ogni angolo della Terra.

 

Per i lettori di Renovatio 21, tuttavia, questa rivelazione del famiglio della Meloni non è una novità.

 

Alla pubblicazione di Dobbs, la rivoluzionaria sentenza della Corte Suprema USA che nega l’aborto come diritto federale americano, la  Meloni aveva dichiarato la sua posizione sul libero aborto: «“Vaneggia” chi, pur di attaccarla, pensa che il suo partito lavori all’abolizione della legge» 194, scriveva l’ANSA riportando il suo pensiero. La Meloni non voleva paragoni con quanto accaduto  con il pronunciamento della Supreme Court: «chi lo fa, probabilmente, è in malafede o ha obiettivi ideologici».

 

Anche i candidati eletti sembrano rispecchiare la linea dell’«abortismo conservatore», con la 194 che non va toccata in alcun modo.

 

La candidata Eugenia Roccella, già parlamentare per il PDL e poi per il partito scissionista biodegradabile para-cattolico NCD, è stata rieletta in Calabria per Fratelli d’Italia. A inizio settembre aveva rilasciato una intervista a Il Giornale titolata dalla testata «La 194 non si tocca. Ma si fa ancora troppo poco per la maternità».

 

Concetto ribadito da Maria Rachele Ruiu, altra candidata appena eletta tra le file di FdI, che ha ripetuto il concetto in una intervista sempre a Il Giornale: una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».

 

Colpisce che entrambe le candidate sono considerate esponenti del mondo cattolico e pro-life.

 

Ma abbiamo capito cosa è successo: siamo passati di fase, come nella più classica Finestra di Overton, l’aborto da «impensabile» e «radicale» è divenuta «accettabile» e «razionale». Non c’è bisogno, in realtà, del passaggio a «popolare», perché siamo già, da 44 anni, alla fase successiva: la legalizzazione – che, ricordiamolo, fu fatta da un governo democristiano…

 

 

 

 

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