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Pensiero

Metafisica del «golpe gobbo» wagneriano

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«Putsch dei cretini». Così ha definito il golpe Vitalij Tretjakov, direttore della Nevizimaja Gazeta – decenni fa. Tretjakov infatti non si riferiva al golpe Wagner di ieri, ma al cosiddetto golpe del comitato di emergenza del 19-21 agosto 1991.

 

Non è il primo colpo di Stato vissuto dalla Russia moderna, e questo è chiaro a tutti – così come è stata immediata la lettura storica e metastorica data da Putin nel suo messaggio di ieri, quando si è riferito al putsch bolscevico del 1917 – la Rivoluzione d’Ottobre – come un disastroso evento ingegnerizzato nel pieno di una guerra per indebolire la Russia zarista e spazzarne via lo Stato.

 

Il golpe del 1991 era temuto da anni – e annunziato da mesi. Il 1° luglio di quell’anno una rivista americana, World Monitor, aveva pubblicato l’intervista di un noto «futurologo», Alvin Toffler, a un colonnello dell’URSS, Viktor Alksnis, che dipingeva un programma in cui ai primi punti c’era la detronizzazione di Gorbachev, la creazione del comitato d’emergenza, la soppressione dei partiti – incluso quello comunista. Pochi giorni dopo, il colonnello Alksnis era presentato dalle TV di tutto il globo come portavoce del comitato di emergenza.

 

Alksnis, in realtà, apparteneva al gruppo Soyuz, quindi un conservatore, cosa che lo renderebbe lontano dal giro dei putchisti, la «banda dei quattro» anti-Gorbachev e anti-Eltsin: il primo ministro Valentin Pavlov,
il ministro della Difesa Dimitrij Yazov, il capo del KGB Vladimir Krujckov e il ministro degli Interni Boris Pugo.

 

Nelle stesse ore, Belgrado ribolle: inizia la disgregazione della Yugoslavia, e i fiumi di sangue che se seguiranno – e che ancora non sono finiti.

 

Il politologo Giorgio Galli mette in fila tutti gli eventi di quel breve colpo di Stato: le vacanze di Gorbachev nella sua dacia in Crimea, l’arrivo di un comitato di emergenza, i media che pubblicano sia i decreti del comitato che gli appelli di Eltsin – che rimane, stranissamamente, libero –, la sede del Parlamento che non viene occupata benché indifesa, poi il discorso, a favore di TV nazionali e internazionali, di Eltsin da in cima al carrarmato (un pezzo di storia, sì), le barricate improvvisate di migliaia cittadini davanti a due tank delle centinaia che erano stati mobilitati (due di numero…),

 

«Di fronte a questa serie di fatti incomprensibili, tutti i media del mondo hanno sottolineato i molti misteri del 19-21 agosto, pur accreditando in linea di massima la versione secondo la quale sarebbe stato il popolo russo (o di Mosca e San Pietroburgo, già Leningrado) a sconfiggere i golpisti, mentre un esercito diviso non avrebbe osato aprire il fuoco», scrive il compianto studioso milanese.

 

«In realtà vi è una ipotesi che permetterebbe di spiegare tutti i fatti: quella di aver assistito non a un putsch dei cretini, ma a una giornata degli inganni».

 

La «giornata degli inganni» (Journée des dupes) è il mondo in cui gli storici chiamano le ore dal 10 all’11 novembre 1630, giorno che segna la piena assunzione del potere in Francia da parte del cardinale Richelieu.

 

Durante la «giornata degli ingannati» Luigi XIII, re di Francia, contro ogni previsione, riconfermò il suo ministro cardinale Richelieu, eliminando i suoi avversari politici – che erano stati portati invece a pensare di avere dalla loro parte il re – e costringendo quindi la madre di Luigi, Maria de’ Medici, all’esilio. Un’operazione complicata, politicamente raffinatissima, al limite del comprensibile, che potrebbe avere tanti punti di contatto con il tentato golpe 1991 – e quello del 2023 che ci è appena passato sotto gli occhi.

 

«Si può pensare a un accordo tra Gorbaciov e il “comitato d’emergenza” (sospetto avanzato da molti, a partire da Shevardnadze) per una stretta di freni, ma con l’intento di ciascuno dei due contraenti di giocare in qualche modo l’altro» scrive Galli parlando del colpo di Stato del 1991 «e si può ritenere che Eltsin, perfettamente informato, abbia preparato il vero “golpe bianco” (come qualche media l’ha definito), avendo già dalla sua il nerbo delle forze armate e del KGB, forse lasciando credere al “comitato” che si sarebbe limitato a una protesta verbale, attendendo lo svolgersi degli eventi».

 

Una partita articolatissima, che più che i golpisti, riguarda Eltsin e Gorbachev, che vengono considerati entrambi degli agenti della liberalizzazione della Russia, ma avevano differenze ideologiche e di agenda sostanziali.

 

«L’inganno reciproco o il gioco delle parti è tale che Gorbaciov il 22 agosto nomina ministro della Difesa, al posto del golpista Yazov, il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Michail Moiseevic, senza gli ordini del quale è difficile pensare che i carri armati potessero muoversi e che appena il giorno prima era stato dato come nuovo membro del comitato d’emergenza al posto dello stesso Yazov, supposto malato (come altri componenti del suddetto comitato). Subito dopo Moiseevic viene sostituito dal generale Evgenij Shaposhnikov, legato a Eltsin».

 

Inganni, giochi di specchi, manovre occulte coperte da sceneggiate immense, più o meno concordate. È la Russia – che, come diceva Winston Churchill, «è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma».

 

Quindi diciamo subito che anche il golpe wagneriano del 24 giugno 2023 noi lo affrontiamo con lo stesso senso di stupore misterico che merita la grande storia della Russia e dell’Europa.

 

Se qualcuno ci ha capito qualcosa, alzi la mano – ma gliela mozzeremo al volo.

 

Che cosa è successo davvero?

 

Quali motivazioni avevano i golpisti? Chi c’era dietro di loro?

 

Cosa volevano fare arrivati a Mosca? Come pensavano di sopravvivere con 25.000 combattenti dichiarati dal boss (cifra che secondo alcuni andava dimezzata) quando sarebbe intervenuta una mobilitazione militare da milioni di uomini?

 

Perché Prigozhin ha cambiato idea? Cosa gli è stato offerto?

 

Ne stiamo sentendo di ogni tipo. Dietro Prigozhin, come no, ci sarebbero gli oligarchi russi che hanno perso soldi con le sanzioni. Ma davvero? E Prigozhin, che di suo è l’oligarca adibito direttamente dal Cremlino a portare a casa, per dirne una, l’oro del Sudan, prenderebbe ordini da loro.

 

Aspetta, aspetta: ecco i soloni, magari quelli propinatici dall’establishment dell’editoria: eddai, Prigozhin lo ha fatto per soldi, perché Shoigu non lo pagava. Eccallà, il complotto del danaro, dietro ad ogni grande avvenimento storico ci stanno i soldi. Insomma: il golpe in realtà un recupero crediti: eccerto.

 

Un attimo, non è finita: ecco che gira il messaggio Telegram: il Pentagono cinque giorni fa ammette di aver fatto un errore nei conti, in realtà a budget gli crescono 6,2 miliardi di dollari, e poco dopo, taac, scatta il golpazzo del Prigozhin. Ovvio: quei 6,2 miliardi sono stati bonificati direttamente al boss Wagner, magari via PayPal. Ed è bello sapere che lo stesso spericolato «cuoco di Putin» avrebbe messo un prezzo sulla sua vita e quella dei suoi uomini. Come se 6, 10, 100, 1000 miliardi potessero pagare la sua sicurezza in caso di ritorsione di Mosca.

 

No, davvero: da spiegare, e ancora prima da capire, è difficile. Prigozhin vivrà in esilio in Bielorussia – e si sprecano le battute sul fatto che sia più una condanna peggiore del carcere.

 

Non abbiamo gli strumenti per capire cosa è successo, tuttavia ricordiamo un paio di cose, che buttiamo lì.

 

Per esempio, il fatto che il canovaccio del tizio che si stacca dal padrone, magari ubriacandosi, è tipico del mondo dei servizi, da cui, come sappiamo tutti, deriva Putin.

 

Chi ha letto il capolavoro di letteratura di spionaggio La spia che venne dal freddo, il primo romanzo del compianto John Le Carré, conosce lo schema: un agente finge di non andar più d’accordo con i suoi capi, si fa vedere spesso al parco, magari arruffato, magari ubriaco. Ecco che di colpo cominciano ad apparire vari personaggi, che attaccano bottone, danno pacche sulle spalle, lo invitano da qualche parte: sono i servizi dell’altra parte, che credono così di farsi, grazie al supposto astio del personaggio verso i suoi superiori, un agente doppio. Mentre magari è tutta una finta per avere un agente triplo, uno che finge di far il doppiogioco per sondare piani e figure chiave dell’avversario.

 

Per alcuni è da mal di testa, per gente come Putin e i siloviki, è normale amministrazione – e ci sono le barzellette di Putin (forse, anche in questo contaminato da Silvio Berlusconi) raccontate sull’argomento: «c’è un agente della CIA che va alla Lubjanka…»

 

Considerate poi che Prigozhin era ritenuto essere in realtà un volto visibile del GRU, il servizio segreto militare russo, da sempre in concorrenza con il KGB. E allora? Ha agito per conto dei servizi militari, contro lo stesso ministero che li comanda?  Questo rientra nella teoria secondo la quale la libertà del personaggio si spiegava con il desiderio di Putin di utilizzarlo per pungolare le forze armate?

 

E quindi? Un teatro immenso? Una piazzata per far uscire qualche talpa, per far piazza pulita dei nemici interni, come fece Richelieu con la sua fronda nella «giornata degli inganni»?

 

Le voci sul fatto che il ministro della difesa Shoigu e il capo di Stato maggiore Gerasimov, non pervenuti durante la crisi, si dimetteranno a breve corre sui canali Telegram russi.

 

Si trattava di proiettare debolezza, per ringalluzzire i NATO-Kiev ad affondare un colpo che si può trasformare in una trappola come lo è stato «mattatoio di Bakhmut» creato per gli ucraini dal generale russo Surovikin detto «generale Armageddon»?

 

Oppure è una questione, davvero russa, di uomini ed emozioni? Può darsi: e anche qui guardate la differenza con il resto del mondo, per esempio negli USA dove è oramai invocata – da tutte e due le parti! – la guerra civile, che tutti dicono inevitabile (e pare proprio lo sia) ma nessuno muove un dito. In una maschia dimostrazione del fare sul serio, eccoti un putsch con marcia sulla capitale e abbattimento di elicotteri vari: solo per una questione di rispetto personale. No?

 

Chi lo sa. Prigozhin conosce Putin dai tempi in cui questi era il vice del sindaco Sobchak, mentre lui era solo un ristoratore con un passato torbido: tutta l’ascesa di Prigozhin la si deve solo al contatto personale con Putin.

 

Prigozhin, figlio di un padre ebreo e figliastro di un patrigno ebreo, viene dai bassifondi, dal mondo degli hot dog, non può appartenere all’élite, non ha fatto le accademie militare, non può essere accettato nel giro dei diplomatici (considerato, in Russia, rivale di quello dei siloviki ex KGB, chiamati talvolta con disprezzo «cekisti»), non ha insegnato l’Università di Mosca: invece, è stato in galera dieci anni.

 

Ecco, la piccola dimenticanza dei giornaloni di queste ore: in pochi hanno voluto parlare dei trascorsi carcerari del boss della Wagner, a differenza di quanto è accaduto mesi fa con Vladen Tatarskij, il blogger russo assassinato con una bomba a San Pietroburgo: i giornali italiani pubblicarono la sua fedina penale già nel titolo del pezzo. Qui nessuno che abbia anche solo sottolineato la condanna per furto e poi i nove anni in gattabuia per rapina.

 

E quindi, si è trattato di un impulso criminale che torna a galla? Il tentativo di rapina del secolo della prima superpotenza atomica mondiale? Il golpe era in realtà una «rapa» in scala bicontinentale? Il golpe era in realtà un colpo gobbo, un «golpe gobbo» per mettersi in saccoccia Mosca e la Siberia e tutto quello che contengono?

 

I giornali bizzarramente non lo hanno ipotizzato – hanno fatto migliaia di sedute psicanalitiche a distanza a Trump e Putin (ricordate: la mitica «rabbia di Roid»…) – ma di entrare in quella che potrebbe essere la  psicologia di Prigozhin, nonostante il materiale bello ricco (con nuove cose indecenti che escono ogni ora in rete), no grazie, meglio di no: magari gliela fa pure e ci toglie Putin di torno, così come vuole chi ci paga lo stipendio, e pure il suo padrone.

 

Anche se, come per il 1991, non sapremo mai bene cosa è successo, dobbiamo cercare di capire che questo spettacolo – perché, come sottolineano vari meme irresistibili, compresi quelli degli ucraini che mangiano i popcorn, di questo si tratta, comunque: di un grande show che ci ha tenuti con il fiato sospeso – si inserisce in un circo più grande: quello del mutamento dell’assetto planetario, la fine del mondo unipolare, la de-dollarizzazione, l’ascesa dei Paesi BRICS contro il blocco NATO-G7 e l’arrivo magari di valute di commercio internazionale alternative, come forse verrà annunziato al summit BRICS di agosto in Sudafrica.

 

Un golpe riuscito in Russia non abbatterebbe solo Putin, ma cambierebbe un film ben più grande.

 

Si può tuttavia andare oltre, e allargare il campo.

 

Giorgio Galli parlava del golpe 1991 in relazione alla Journéee de Dupes di Richelieu in un vecchio libro chiamato La Russia da Fatima al riarmo atomico. Ne abbiamo già parlato, di recente, così come tante, tante volte abbiamo scritto della questione di Fatima e la Russia, e di come questa potrebbe essere stata accennata apertamente in discussioni tra Bergoglio e Putin.

 

«Oggi la Russia si sta rafforzando “sullo scacchiere euro-atlantico”, denuncia gli accordi per limitare gli armamenti, accresce il suo potenziale atomico» scriveva Galli nel 2009, in un periodo dove molti invece non vedevano nella Russia un attore significativo, né un pericolo. «La situazione economica è migliorata dopo il 2004, la Russia si presenta come più forte anche per il riarmo atomico; e questo assicura a Putin un consenso, sia pure manipolato…»

 

Quante cose sono cambiate. La Russia è divenuta Paese – più ancora che ai tempi dell’Impero zarista o sovietico – protagonista delle vicende mondiali. L’assenza del suo gas scatena crisi economiche, senza i suoi fertilizzanti si creano carestie. Resiste a round continui di sanzioni, e al congelamento (quella sì è una rapina) di un terzo di trilione di dollari di fondi di Stato depositati nelle Banche Centrali straniere. Ha un esercito pronto a combattere nella guerra vera, quella con un altro Paese avanzato. Dispone di armi mai viste, missili non intercettabili, testate sottomarine in grado di sommergere interi Paesi con tsunami radioattivi alti centinaia di metri – o almeno così dicono. Le testate atomiche, di cui ha il primato per la quantità, le sta spostando in giro, e comincia a parlarne senza più tanti tabù.

 

La Russia è il Paese che troviamo a fianco a noi sul precipizio della distruzione totale. Può buttarci giù, magari facendosi pure trascinare con noi nell’abisso. Oppure può non farlo, può tenderci la mano, o stringere la nostra se gliela tendiamo noi. E finisce lì.

 

Il lettore capisca che in Russia un golpe, un mezzo golpe, un «golpe gobbo», cambia un quadro che non riguarda solo Mosca, ma riguarda tutti noi: un quadro al di là della storia e della politica, al di là dell’esistenza, perfino: metastorico, metapolitico, metafisico.

 

Il golpe gobbo di Prigozhin e il suo esiziale significato metafisico: adesso che tutti sospirano e ridacchiano, fermiamoci, ancora una volta, a pensarci.

 

L’esistenza della civiltà è appesa ad un filo. Quanti sono gli idioti che non lo hanno ancora capito?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine da Telegram

 

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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