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Economia

Putin e i BRICS preparano valute alternative per il commercio

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Nel suo discorso di saluto al BRICS Business Forum Vladimir Putin ha menzionato una nuova valuta di riserva internazionale.

 

La dichiarazione apre alla possibilità concreta di uno stravolgimento del sistema monetario globale.

 

Sebbene diversi funzionari russi abbiano sollevato la questione, soprattutto all’indomani delle sanzioni occidentali, è la prima volta che il presidente della Russia affronta la questione e la approva ufficialmente.

 

«Insieme ai partner BRICS, stiamo sviluppando meccanismi alternativi affidabili per insediamenti internazionali» ha detto il presidente Putin.

 

«Il sistema di messaggistica finanziaria russa è aperto per la connessione con le banche dei paesi BRICS. Il sistema di pagamento MIR russo sta espandendo la sua presenza. Stiamo esplorando la possibilità di creare una valuta di riserva internazionale basata sul paniere di valute BRICS».

 

La prospettiva non è passata inosservata presso i media dei Paesi BRICS, come l’indiano Swarajya: «il presidente russo Vladimir Putin mercoledì (22 giugno) ha affermato che i paesi BRICS stanno lavorando su meccanismi di pagamento alternativi affidabili per gli accordi internazionali» scrive la testata indiana.  «Inoltre, ha affermato che si sta valutando anche la creazione di una valuta di riserva internazionale basata sul paniere delle valute BRICS».

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimana fa il rublo è diventato la valuta per le transazione  all’interno dell’Unione Economica Eurasiatica. Come notavamo ancora tre mesi fa, due cose crescevano molto con la guerra ucraina: il valore del rublo e l’inflazione europea.

 

Ogni giorni che passa ci avviciniamo sempre più alla prospettiva della de-dollarizzazione.

 

Cioè, a un cambiamento epocale dell’equilibrio economico e politico del mondo.

 

Se questo passaggio sarà incruento, al momento non lo sappiamo dire. Ma conoscendo gli USA, dubitiamo che lasceranno andare il dominio globale del dollaro senza prima far scorrere un fiume di sangue.

 

 

 

 

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Economia

Manovre militari cinesi intorno Taiwan minacciano il commercio mondiale

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Decine di navi costrette a evitare lo Stretto di Taiwan, dove passa quasi il 50% del traffico container mondiale e l’88% delle imbarcazioni di maggiore stazza. Problemi anche per il trasporto aereo. Secondo Tokyo, quattro missili sparati ieri dai cinesi hanno sorvolato la capitale taiwanese.

 

 

Le esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan stanno creando problemi al traffico commerciale globale, come preventivato da molti esperti.

 

Lanciate ieri in riposta alla recente visita nella capitale taiwanese della speaker della Camera USA dei rappresentanti, Nancy Pelosi, le manovre di Pechino hanno di fatto chiuso lo Stretto di Taiwan.

 

Per evitare di incrociare le zone di operazione indicate dal governo cinese, decine di navi di diverso tipo hanno cambiato rotta e sono passate a est di Taiwan, compiendo un percorso più lungo.

 

L’aumento della distanza da coprire insieme a quello dei costi di assicurazione in una situazione di crisi fanno lievitare i prezzi di trasporto, alimentando ancor di più l’inflazione a livello globale. Lo stesso discorso vale per il traffico aereo.

 

Come calcolato da Bloomberg, nei primi sette mesi dell’anno quasi la metà del commercio container mondiale è passato attraverso lo Stretto di Taiwan; il dato per le navi di maggiore stazza è dell’88%.

 

L’interruzione della via di comunicazione marittima minaccia gli stessi interessi cinesi, considerato che gli esportatori in Cina usano in larga parte questo braccio di mare per far arrivare le proprie merci negli Usa e in Europa.

 

Osservatori fanno notare che quanto sta accadendo in questi giorni è solo un assaggio dei problemi che le catene globali di approvvigionamento avranno in caso di una invasione cinese di Taiwan: uno scenario potenzialmente peggiore di quello che si ha con gli effetti della guerra in Ucraina e dei ripetuti lockdown in Cina per il COVID-19.

 

Oggi le operazioni militari cinesi vicino a Taiwan rimangono intense. Decine di navi e aerei da guerra di Pechino hanno oltrepassato la «linea mediana» che informalmente divide lo stretto tra il territorio taiwanese e la Cina.

 

Con ogni probabilità il regime cinese vuole modificare lo status quo degli ultimi decenni: un modo per affermare che lo Stretto di Taiwan è territorio sovrano della Cina e non uno spazio internazionale.

 

Intanto Tokyo sostiene che quattro dei cinque missili balistici sparati ieri dalle Forze armate di Pechino sulla zona economica esclusiva giapponese hanno sorvolato prima Taipei.

 

Sarebbe la prima volta che accade, anche se il ministero cinese degli Esteri non conferma quanto dichiarato dalle autorità nipponiche.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Economia

I G7 vogliono fermare la produzione petrolifera russa

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Un’altra folle mossa suicida nella guerra economica contro Mosca

 

In una dichiarazione, i ministri degli Esteri del G7 hanno affermato che stavano valutando «un divieto totale di tutti i servizi che consentono il trasporto di petrolio greggio marittimo russo e prodotti petroliferi a livello globale, a meno che il petrolio non sia acquistato a un prezzo pari o inferiore da concordare in consultazione con i partner internazionali».

 

Questo è l’ultimo sforzo del G7 per attuare la politica proposta per la prima volta dal segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen, per limitare il prezzo pagato alla Russia per il suo petrolio.

 

La risposta di Mosca è chiara. Secondo RT, i funzionari russi hanno affermato che avrebbero semplicemente smesso di rifornire i Paesi che aderiscono all’iniziativa. I russi avrebbero anche indicato che se le esportazioni di petrolio diventano non redditizie, il Paese interromperà del tutto la produzione.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Yellen è nel gruppo di vertice che con la Von der Leyen e Mario Draghi ha deciso per l’incredibile blocco delle riserve russe presso le Banche Centrali straniere – si tratterebbe di 300 miliardi di dollari, un atto che il Financial Times, che ha fatto lo scoop tempo dopo, è considerabile come il primo vero atto di guerra economica della storia.

 

La Russia quindi si dice disposta a cessare la produzione di petrolio: sembra incredibile, ma la classe dirigente occidentale che vuol combattere la Russia non ha mai sentito parlare della campagna orientale di Napoleone, che nell’avanzata trovò che il nemico bruciava le sue stesse città per impedire l’invasione dell’imperatore illuminista (cioè, massone) europeo.

 

Nel frattempo, fuori dall’Occidente NATO, gli affari con Mosca prosperano.

 

Secondo Bloomberg, le esportazioni della Svizzera verso la Russia sono aumentate dell’83% nei primi sei mesi dell’anno; soprattutto i componenti dei jet e le turbine a gas sono saliti alle stelle.

 

Le indicazioni indicano che i fornitori di Paesi terzi hanno utilizzato la Svizzera per sfuggire alle sanzioni dell’UE.

 

«Le esportazioni svizzere verso la Russia di turbojet, pompe ad aria e altri macchinari sono aumentate negli ultimi due mesi mentre i produttori si sono dati da fare per evadere gli ordini firmati prima che le sanzioni sull’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca rendessero illegali alcune vendite», riferisce la testata economica americana.

 

«Dopo aver variato da 1 milione di franchi svizzeri (1,04 milioni di dollari) a 2,5 milioni di franchi al mese da gennaio ad aprile, le esportazioni di turbojet, turboeliche e altre turbine a gas sono balzate a 11,2 milioni di franchi a maggio e 5,9 milioni di franchi a giugno».

 

«Le esportazioni totali svizzere verso la Russia, per un valore di 492 milioni di franchi, sono aumentate di circa l’83% a giugno rispetto a gennaio, il mese prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, trainate principalmente dalle vendite di prodotti farmaceutici, medicinali, diagnostici e sangue».

 

 

 

 

 

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Ambiente

Stato americano boicotta banche anti-combustibili fossili tra cui BlackRock, Goldman Sachs, JP Morgan

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L’Agenda Verde comincia a trovare ostacoli. Realtà statali cominciano a rivoltarsi contro le imposizioni dell’Agenda verde nella vita dei cittadini.

 

Secondo una notizia andata in onda sulla WBOY-TV del West Virginia, lo Stato americano ha nominato cinque banche nella sua prima «lista di istituti finanziari con restrizioni» a causa di un «conflitto di interessi» sulla politica del carbone.

 

Il 29 luglio il tesoriere di stato Riley Moore ha annunciato che BlackRock Inc., Goldman Sachs Group Inc., JPMorgan Chase & Co., Morgan Stanley e Wells Fargo & Co. non sono idonei ai contratti bancari statali perché sono «impegnati nel boicottaggio delle società di combustibili fossili».

 

Il tesoriere ha inoltre affermato che «qualsiasi istituzione con politiche volte a indebolire le nostre industrie energetiche, la base imponibile e il mercato del lavoro ha un chiaro conflitto di interessi nel gestire i dollari dei contribuenti».

 

«Ogni istituto finanziario inserito nell’elenco degli istituti finanziari con restrizioni oggi ha pubblicato politiche ambientali o sociali scritte che limitano categoricamente le relazioni commerciali con le società energetiche impegnate in determinate attività di estrazione, estrazione o utilizzo del carbone, piuttosto che considerare il profilo finanziario o di rischio di ciascuna società», ha detto Moore.

 

Si tratta di un caso unico, il primo di quella che potrebbe essere una serie di ribellioni delle autorità locali contro il Grande Reset ecologico e i suoi agenti.

 

La notizia è stata ripresa dai media con copertura nazionale

 

Sebbene all’inizio di quest’anno siano stati approvati progetti di legge simili in Kentucky e Texas, il New York Times afferma che questa «è la prima volta che uno stato si è mosso per interrompere i rapporti bancari con le principali società di Wall Street a causa delle obiezioni ai loro sforzi per ridurre le pericolose emissioni di riscaldamento del pianeta».

 

Una delle banche coinvolta , JPMorgan, lavora con il sistema universitario pubblico del West Virginia.

 

Moore ha affermato che quei contratti sarebbero stati liquidati entro la fine dell’anno e che lo stato cercherà nuovi fornitori di servizi non ostili all’industria del carbone.

 

Il carbone rappresenta più di 11.000 posti di lavoro in West Virginia.

 

I piani di finanziarizzazione del mondo naturale, con l’imposizione dell’Agenda Verde dove convergono ONU, DAVOS e grande capitale, sono stati descritti su Renovatio 21 da articolo di William Engdahl come  «Wall Street, il piano diabolico per finanziarizzare tutta la natura».

 

Si tratta del «piano più radicale e potenzialmente più distruttivo finora per fare letteralmente trilioni di dollari su qualcosa che è il diritto naturale e l’eredità dell’intera razza umana: la natura stessa, tutta la natura, dall’aria, dall’acqua dolce alle foreste pluviali fino ai terreni agricoli».

 

Agenda Verde vuol dire deindustrializzazione; deindustrializzazione vuol dire riduzione della popolazione – attraverso la povertà, la fame, la sterilizzazione.

 

L’Agenda Verde è una maschera colorata della Cultura della Morte.

 

 

 

 

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