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Intelligenza Artificiale

Il padrino dell’AI: per ora c’è solo un «moderato» rischio per l’umanità

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Geoffrey Hinton, un informatico britannico, è dai più conosciuto come il «padrino dell’intelligenza artificiale». Il suo fondamentale lavoro sulle reti neurali ha rotto gli schemi imitando i processi della cognizione umana e ha continuato a costituire la base dei modelli di apprendimento automatico di oggi.

 

In una lunga intervista rilasciata al canale TV americano CBS News, Hinton ha condiviso i suoi pensieri sullo stato attuale dell’IA, che dice essere in un «momento cruciale», con l’avvento dell’intelligenza artificiale generale (AGI) che incombe più di quanto avevamo pensato.

 

«Fino a poco tempo fa, pensavo che ci sarebbero voluti dai 20 ai 50 anni prima che avessimo un’IA generica», ha detto Hinton. «E ora penso che potrebbero essere 20 anni o meno».

 

AGI è il termine che descrive una potenziale IA che potrebbe esibire livelli di intelligenza umani o sovrumani. Piuttosto che essere apertamente specializzato, un AGI sarebbe in grado di apprendere e pensare da solo per risolvere una vasta gamma di problemi.

 

Per ora, l’AGI sono è spesso invocata per potenziare le capacità dei modelli attuali. Hinton inoltre afferma che dovremmo considerare attentamente le sue conseguenze sin da ora, il che potrebbe includere il problema del tentativo da parte della macchina di spazzare via l’umanità.

 

«Non è inconcepibile, è tutto quello che dirò», ha dichiarato Hinton alla CBS. Come noto, la prospettiva dell’Intelligenza Artificiale come minaccia per la civiltà umana circola da anni.

 

Tuttavia Hinton sostiene che il vero problema imminente è come la tecnologia AI di cui già disponiamo potrebbe essere monopolizzata da governi e società assetati di potere. Si tratta di una posizione non dissimile a quella di Elon Musk, che contesta il dominio prima di Google e ora di Microsoft nel settore dell’IA.

 

«Penso che sia molto ragionevole che le persone si preoccupino di questi problemi ora, anche se non accadrà nel prossimo anno o due», sostiene Hinton nell’intervista. «La gente dovrebbe pensare a questi problemi».

 

«Siamo a questo punto di transizione ora in cui ChatGPT è una specie di idiot savant, e inoltre non capisce davvero la verità», ha detto l’informatico alla CBS. «È molto diverso da una persona che cerca di avere una visione del mondo coerente».

 

Ma lo scienziato britannico prevede che «ci sposteremo verso sistemi in grado di comprendere diverse visioni del mondo», il che potrebbe essere inquietante, perché significa che chiunque stia utilizzando l’IA potrebbe usarla per spingere una propria visione del mondo.

 

«Non vogliamo che una grande azienda a scopo di lucro decida cosa è vero», ha avvertito lo Hinton.

 

Come riportato da Renovatio 21, Musk, oramai quasi una decina di anni fa aveva parlato del fatto che creare l’AI era «come evocare un demone».

 

Musk e altri lo scorso mese hanno pubblicato una pubblica richiesta di moratoria per fermare l’Intelligenza Artificiale.

 

L’anno passato il pioniere dell’AI e capo del personale di Open AI Ilya Sutskever aveva affermato che «può darsi che le grandi reti neurali di oggi siano leggermente consapevoli». Recentemente un ingegnere di Google, Blake Lemoine, ha dichiarato pubblicamente che il chatbot AI dell’azienda, LaMDA, è «senziente», ossia dotato di una coscienza comparabile a quella degli esseri umani.

 

Come riportato da Renovatio 21, Eliezer Yudkowsky, riconosciuto come uno dei più accaniti critici all’Intelligenza Artificiale in circolazione negli ultimi due decenni, ha lanciato un appello per chiedere la distruzione materiale dei data center dell’AI prima che sia troppo tardi.

 

 

 

 

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Intelligenza Artificiale

Chatbot AI mettono in pericolo gli escursionisti

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Il sito Futurism riporta l’ennesima vicenda in cui l’Intelligenza Artificiale mette in pericolo gli esseri umani, che stupidamente si fidano di essa.

 

Qualche mese fa, due escursionisti che cercavano di affrontare una parete rocciosa di una montagna vicino a Vancouver, hanno dovuto chiamare una squadra di soccorso dopo che sono caduti nella neve. La coppia indossava solo scarpe da ginnastica a suola piatta, ignari che le altitudini più elevate di una catena montuosa potrebbero essere ancora innevate appena dopo l’inverno. 

 

«Siamo saliti lassù con degli stivali per loro», ha detto al Vancouver Sun Brent Calkin, leader della squadra di ricerca e soccorso di Lions Bay. «Abbiamo chiesto loro le dimensioni dello scarpone e gli abbiamo portato scarponi e bastoni da sci».

 

Si scopre che per pianificare la loro sfortunata spedizione, gli escursionisti hanno seguito incautamente i consigli dati loro da Google Maps e dal chatbot AI ChatGPT.

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Ora, Calkin e il suo team di soccorso stanno avvertendo che non è prudente fare affidamento su app e chatbot AI per pianificare un’escursione complicata attraverso la natura selvaggia.

 

Con la quantità di informazioni disponibili online, è bene documentarsi bene prima di affrontare questo tipo di escursioni, ha sottolineato Calkin al Vancouver Sun. Un recente articolo di Mountain Rescue England e Wales ha accusato i social media e le cattive app di navigazione per le troppe chiamate alle squadre di soccorso, ha osservato il giornale.

 

Stephen Hui, autore del libro 105 Hikes, ha fatto eco a quell’avvertimento e ha ammonito che ottenere informazioni affidabili è una delle più grandi sfide presentate dai chatbot e dalle app AI. Con l’Intelligenza Artificiale in particolare, Hui ha detto al Vancouver Sun, non è sempre facile dire se ti le informazioni sono obsolete oppure recenti e affidabili. 

 

Dal suo test di ChatGPT, Hui non è rimasto troppo colpito: può darti «direzioni decenti» sui sentieri più comuni e popolari, ma va in evidente difficoltà nel tracciare percorsi più impervi e meno battuti. 

 

I chatbot AI faticano a fornire informazioni pertinenti in tempo reale.

 

«Il periodo dell’anno è un grosso problema» in British Columbia, ha detto Hui al Vancouver Sun. «La vista più ricercata è la cima della montagna, ma questo è davvero accessibile solo agli escursionisti da luglio a ottobre. In inverno, le persone potrebbero ancora cercare quelle viste e non rendersi conto che ci sarà neve».

 

C’è da dire che il tipo di persona che chiede a un chatbot consigli escursionistici probabilmente non conosce nemmeno le domande giuste da porre.

 

È di gran lunga più consigliato chiedere a un essere umano con esperienza della zona, ha suggerito Calkin, anziché affidarsi a queste nuove tecnologie che ancora, per troppe cose, risultano totalmente fuorvianti e inattendibili.

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Intelligenza Artificiale

Xiaomi ora utilizza robot umanoidi per assemblare auto elettriche

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  Il colosso cinese dell’elettronica di consumo Xiaomi ha annunciato un periodo di prova per un paio di robot umanoidi impiegati nella sua fabbrica di veicoli elettrici a Pechino. In un’intervista con la CNBC, il presidente di Xiaomi Lu Weibing ha dichiarato che i robot dell’azienda hanno completato con successo il 90,2% del lavoro in tre ore.   Un video di pubbliche relazioni condiviso dall’azienda mostra due robot, posizionati alle due estremità della catena di montaggio, che applicano con cautela i dadi delle ruote al telaio di un veicolo.    

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Con un tempo di ciclo di 76 secondi, l’operazione appare piuttosto lenta – una coppia di umani potrebbe senza dubbio svolgerla più rapidamente – ma rappresenta uno dei primi esempi di robot umanoidi integrati con successo in un contesto produttivo industriale. Secondo Lu, i robot sono comunque abbastanza veloci da reggere il ritmo del resto della fabbrica.   «Per integrare i robot nelle nostre linee di produzione, la sfida più grande è riuscire a tenere il passo», ha detto Lu alla CNBC. «Nella fabbrica automobilistica di Xiaomi, ogni 76 secondi, una nuova auto esce dalla catena di montaggio. I due robot umanoidi sono in grado di tenere il passo con il nostro ritmo».   Nonostante il risultato positivo, Lu mantiene moderate le aspettative. «I robot nelle nostre linee di produzione non svolgevano un lavoro ufficiale, erano più simili agli stagisti», ha detto al conduttore.   Si tratta comunque di un traguardo notevole per Xiaomi e per la Cina, che ha già impiegato più robot industriali di qualsiasi altro Paese nella storia.   Sebbene Xiaomi sia l’ultima a introdurre robot bipedi sulla catena di montaggio, non è la prima. A febbraio, l’azienda britannica Humanoid ha completato un progetto pilota simile, vantando un tasso di successo superiore al 90% in un compito di impilamento di contenitori, secondo Humanoids Daily.   I compiti differiscono: i robot di Humanoid gestivano con minor precisione un oggetto più grande, mentre quelli di Xiaomi dovevano posizionare parti molto più piccole con accuratezza millimetrica. C’è inoltre la questione di cosa si intenda per «umanoide»: i robot Xiaomi erano realmente bipedi e completavano i compiti su due gambe, mentre quelli di Humanoid erano fissati a una base stabile.   Resta da vedere chi, se mai ce ne sarà uno, sarà il primo a impiegare robot bipedi in un contesto industriale a tempo pieno, ma il fatto che un numero crescente di aziende riesca a farlo è già di per sé sorprendente.   Come riportato da Renovatio 21, negli anni sono stati registrati casi con robot industriali che hanno ucciso esseri umani: è successo in Tesla ma anche in Corea.   Come riportato da Renovatio 21, la prossima strategia nazionale dell’amministrazione Trump si concentrerà, oltre che nel settore dei semiconduttori, AI, produzione di terre rare, anche sul predominio nell’ambito dei robot umanoidi.

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L’Iran bombarda per rappresaglia i data center dell’AI

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All’inizio di questa settimana, droni iraniani hanno colpito tre strutture di Amazon Web Services (AWS) negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, provocando interruzioni globali dei servizi online. Gli esperti ritengono che gli attacchi rappresentino il primo caso in cui grandi aziende tecnologiche americane sono state prese di mira in un’operazione militare.

 

Gli attacchi hanno causato «danni strutturali, interrotto la fornitura di energia elettrica alle nostre infrastrutture e, in alcuni casi, hanno richiesto interventi di spegnimento incendi che hanno causato ulteriori danni causati dall’acqua», ha ammesso il gigante della tecnologia in un aggiornamento del 2 marzo riportato da Futurism.

 

Secondo quanto riportato dal Financial Times, fonti affiliate alla Guardia Rivoluzionaria iraniana hanno affermato che l’Iran avrebbe preso di mira sia gli stabilimenti di Amazon che quelli di Microsoft, sebbene quest’ultima non abbia ancora subito interruzioni nella regione.

 

Gli incidenti evidenziano come i data center siano diventati obiettivi chiave sul campo di battaglia. La regione circostante, in Medio Oriente, è stata un’importante attrazione per gli hyperscaler (i principali fornitori di servizi cloud su larga scala) statunitensi, come sottolinea la CNBC, il che potrebbe significare che un numero ancora maggiore di asset americani è a rischio.

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A far salire la posta in gioco è l’ascesa dell’intelligenza artificiale, che richiede data center potenti, già emersi come focolai di controversie lontano da qualsiasi teatro di guerra. Aziende come OpenAI, Oracle e Nvidia hanno annunciato importanti investimenti negli Emirati Arabi Uniti, tra cui importanti data center e un vasto «campus di Intelligenza Artificiale», nell’ambito del programma Stargate del presidente Donald Trump, una travagliata e visionaria – nonché inquietante – iniziativa da 500 miliardi di dollari annunciata quasi subito dopo il suo insediamento.

 

«L’Iran e i suoi alleati hanno preso di mira i giacimenti petroliferi in passato, ma i loro attacchi di questa settimana ai data center degli Emirati Arabi Uniti dimostrano che ora sono considerati infrastrutture critiche», ha dichiarato alla CNBC Patrick Murphy, direttore esecutivo dell’unità geopolitica della società di consulenza Hilco Global.

 

Gli attacchi evidenziano anche la crescente domanda di sicurezza delle infrastrutture per mantenere online le operazioni, che secondo Murphy potrebbe portare i governi a includere i data center in Medio Oriente «nei quadri di pianificazione della sicurezza nazionale insieme agli impianti energetici, alle reti di telecomunicazioni, agli impianti di trattamento delle acque e agli hub dei trasporti».

 

Rafforzare questi obiettivi potrebbe risultare difficile, poiché i data center potrebbero essere resi offline prendendo di mira turbine, unità di aria condizionata e altre strutture esposte.

 

«Gli iraniani considerano i data center parte del conflitto», ha dichiarato al Financial Times Matt Peal, direttore del Center for Strategic and International Studies. «Questo è un modo per avere un impatto concreto sulla regione».

 

Nel frattempo, Amazon è scossa dalla crescente instabilità geopolitica che minaccia le sue attività. «Anche se lavoriamo per ripristinare queste strutture, il conflitto in corso nella regione rende il contesto operativo più ampio in Medio Oriente ancora imprevedibile», ha dichiarato l’azienda ai clienti in una nota. «Raccomandiamo vivamente ai clienti con carichi di lavoro in esecuzione in Medio Oriente di agire ora per migrare tali carichi di lavoro verso regioni AWS alternative».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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