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Bioetica

Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale

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Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.

 

Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?

 

La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.

 

Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.

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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.

 

In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.

 

Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.

 

Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.

 

Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.

 

Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…

 

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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.

 

La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.

 

Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.

 

Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.

 

«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.

 

La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!

 

Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?

 

«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.

 

Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.

 

Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.

 

Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.

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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.

 

Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.

 

È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.

 

Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.

 

Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.

 

Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.

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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.

 

Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.

 

«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.

 

La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.

 

Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.

 

Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.

 

Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.

 

Viva San Marco. Viva.

 

Roberto Dal Bosco

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Bioetica

Bioetica e persona umana

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Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato capofila del pensiero bioetico in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.   Dopo aver chiesto che cosa sia la vita, la bioetica deve rispondere a una domanda ancora più radicale: chi è colui che vive, e che cosa significa che egli ha un corpo, o piuttosto che è un corpo. Da come si definiscono la persona e la sua corporeità dipende, infatti, la risposta a quasi ogni questione clinica: chi sia tutelabile, fino a quando, e a quale titolo.  

La persona è sostanza

Per il personalismo ontologico la comprensione della persona passa per la ricerca metafisica, che si rivolge all’intero e non si accontenta di descrivere ciò che l’uomo fa. La persona va colta nella sua dimensione sostanziale e non soltanto funzionale, senza per questo trascurare i signa personae, cioè gli indizi che ne segnalano la presenza.   La tradizione classica ha fissato il concetto in una serie di formule. Aristotele (384-322 a.C.) definì l’uomo animal rationale, indicando il genere prossimo e la differenza specifica, ma in un modo che forse non rende piena ragione dell’originalità dell’essere umano, irriducibile a semplice elemento del cosmo. Dopo l’avvento del cristianesimo la prima determinazione decisiva è quella di Boezio (480-525 circa): la persona è rationalis naturae individua substantia, sostanza individuale di natura razionale.   Il richiamo alla sostanza mette in luce che la persona è un soggetto esistente, un sostrato, e non una semplice attività. Sulla stessa linea si collocano Riccardo di San Vittore (morto nel 1173) e Tommaso d’Aquino (1225-1274), nelle cui formule si riflette la tensione tra il riferimento universale alla specie, per cui tutti apparteniamo all’umanità, e il carattere individuale, per cui ciascuno vi appartiene a suo modo.   Notiamo che individuo non significa «indivisibile» in senso atomistico: significa indiviso in sé e diviso da ogni altro, dotato cioè di unità. L’individualità non implica che l’uomo sia un atomon, ma che esista come un tutt’uno distinto dagli altri.

Né funzione, né sola relazione

Il pensiero contemporaneo si chiede se la persona possa essere considerata soltanto relazionale, e se dunque un essere umano non più capace di relazionarsi possa ancora dirsi persona. La risposta personalista non nega la relazionalità, anzi: come osserva Vittorio Possenti (1938-), la razionalità implica la relazionalità, perché la vita dello spirito è per sé apertura. Ma la relazione presuppone un soggetto che si relazioni, e non può prenderne il posto.   Per questo la filosofia della persona è legata in radice a quella della sostanza, verso cui una parte del pensiero moderno nutre un profondo sospetto, desiderando sostituirla con quella di funzione. Nelle Categorie Aristotele definisce la sostanza prima come ciò che non è in un soggetto né si predica di un soggetto: essa esiste in sé, basta a se stessa, non dipende da altri soggetti. L’atto d’essere è l’atto primo e radicale da cui prendono vita tutti gli altri atti, quelli secondi, della persona. Tommaso la considera la più perfetta di tutte le realtà, perché sussiste in una natura razionale.   La persona è dunque un in se existens e un per se existens: non esiste in altro come suo modo, né in vista d’altro, ma in vista di se stessa. Per questo si pone come fine e non come mezzo. La tradizione metafisica riserva alla sola persona divina l’aseità, l’essere da sé; l’uomo, che è ab alio, porta il sigillo della contingenza.   Ne discende anche che la persona eccede i propri atti. Le teorie empiriste, da Locke (1632-1704) a Hume (1711-1776) fino a Derek Parfit (1942-2017), vedono nella persona un insieme di stati successivi privi di un sostrato comune; l’approccio sostanziale salvaguarda invece l’eccedenza della persona rispetto a ciò che compie. Diventare persona non è un processo, ma un evento istantaneo, un possesso del proprio statuto ontologico stabilito una volta per tutte; la personalità, invece, è qualcosa che si acquisisce gradualmente attraverso gli atti personali.  

Unitotalità di corpo e spirito

La persona è un soggetto sostanziale di natura spirituale, dotato di intelligenza, libertà e amore, e vive nell’apertura alla totalità dell’essere: a se stessa, agli altri, a Dio, al tutto. È un centro di unificazione dinamica che procede dall’interno, un’unità che dura nel tempo al di là dei flussi psicologici, della molteplicità delle sensazioni e dello sparpagliamento dell’io. Può perciò ritornare su se stessa attraverso l’autoriflessione, ed è questa interiorità, esclusiva della persona, a rendere il singolo irriducibile al genere o alla totalità: lo notava già Soren Kierkegaard (1813-1855).   La persona è anche un tutto, non una parte inserita in una totalità più ampia che diventerebbe fondante nei suoi riguardi. L’uomo come individuo è uno tra molti; come persona è singolare e irripetibile.   Questa unità non consente di trattare la corporeità come un’aggiunta inessenziale, come fa l’approccio idealistico. L’individuo umano è corporeo, e il corpo appartiene alla sua definizione.

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L’anima, forma del corpo

La dottrina tomista dell’unicità della forma sostanziale ha offerto un contributo decisivo alla soluzione del problema dell’unità del soggetto, che sembrava compromessa nelle antropologie di matrice platonica. Dire che l’anima è la forma sostanziale significa attribuirle la capacità di far sì che l’individuo appartenga a una precisa specie di vivente, quella contrassegnata da un corpo organico atto a esplicitare la vita razionale.   Restava da risolvere il problema di giustificare l’immortalità dell’anima. Tommaso vi giunge affermando che l’anima, oltre a essere forma sostanziale, è forma sussistente: possiede un essere autonomo, come risulta dalle sue operazioni indipendenti dal corpo, cioè la conoscenza dell’universale e l’autocoscienza. Vale qui il principio operari sequitur esse: l’operare dipende dall’essere, e a un diverso livello di immaterialità dell’operazione deve corrispondere un diverso livello di immaterialità dell’essere.   Intendere e volere sono facoltà con cui l’anima non si lega formalmente al corpo; alla dissoluzione del corpo non segue necessariamente la dissoluzione dell’anima.  

Persona ed essere umano

Se la persona è sostanza, resta da chiedersi chi sia persona. Secondo il filosofo utilitarista Peter Singer (1946-) non tutti i membri della specie Homo sapiens sono persone, e non tutte le persone sono membri della specie Homo sapiens. Ma se la nozione di persona non indica la specie umana, osserva la critica personalista, non ne indica nessun’altra: nessun’altra specie è in grado di riconoscere il diritto alla vita proprio della persona.   Si definisce la persona come ente autocosciente, razionale, autonomo, e si trascura che l’essere umano non è soltanto questo: uno dei suoi caratteri è di essere corporeo, di essere divenente. La questione bioetica nasce proprio perché esistono persone umane che non possono vivere come persone senza l’aiuto di altre: gli esseri umani allo stadio embrionale, fetale o infantile, i malati cronici o mentali, i malati terminali, le persone in stato vegetativo persistente.   Come ricorda Adriano Pessina (1953-2020), la reciprocità non è costitutiva soltanto della moralità ma della stessa possibilità dell’esistenza personale, ed è il luogo a cui ricondurre ogni discussione bioetica. Circoscrivere il rispetto e il diritto alla vita alle sole fasi di esercizio della vita morale significa dimenticare che la moralità si esplica a cicli intermittenti.   È qui che il personalismo pone il suo argomento fondamentale: guardare all’origine. Essere umano è colui che nasce da altri esseri umani, ed è questa la condizione per procedere a qualsiasi ulteriore definizione dell’uomo, ricorda ancora Pessina.   Robert Spaemann (1927-2018) ne trae la conseguenza: esiste un unico criterio per la personalità, l’appartenenza biologica al genere umano. Se «qualcuno» esiste, esiste da quando esiste questo organismo umano individuale, e fino a quando questo vive. L’essere umano è strutturalmente una persona: la condizione non dipende dalla sua volontà, ma dalla sua origine.  

Il corpo, epifania della persona

Nel contesto attuale si registra una dissociazione tra l’esteriorità del corpo e l’interiorità della persona, una rottura dell’unità dell’uomo che è sintesi di un elemento corporeo e di uno spirituale. Nella definizione dell’io entra necessariamente il corpo, perché è impossibile percepirsi senza di esso; eppure l’io non si identifica con il corpo, ma lo eccede. La persona è corporea, ma trascende il corpo: non nel senso di poterne prescindere, bensì nel senso di avere la capacità di compiere operazioni non esclusivamente corporee.   L’ambivalenza si esprime nelle formule «io ho un corpo» e «io sono un corpo» (Gabriel Marcel, 1889-1973), entrambe valide e nessuna assoluta. Dire «ho un corpo» richiede una precisazione, perché non lo possiedo come un oggetto: non posso prenderne le distanze, né usarlo senza che le conseguenze si ripercuotano sull’intera persona. E «sono un corpo» va completato con il chiarimento che non sono soltanto corpo. Per questo la filosofia dell’uomo preferisce il termine corporeità, che esprime meglio l’unità corporeo-spirituale e indica la soggettività umana nella sua condizione corporea.   La scuola fenomenologica ha permesso di superare in parte il dualismo tra uno spiritualismo disincarnato e un materialismo fisicista, grazie alla distinzione introdotta da Edmund Husserl (1859-1938) tra Körper, il corpo in senso puramente materiale, e Leib, il corpo vivente, proprio degli esseri dotati di caratteristiche psicofisiche.   L’uomo non è un organismo animale cui sia stata aggiunta una coscienza: è «intelligenza corporea», «spirito incarnato», secondo la formula di Ramón Lucas Lucas. Di fronte all’organismo, proprio dell’animale, l’uomo è caratterizzato dalla corporeità.

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Il corpo amico, il corpo nemico

La postmodernità, una volta dissolto il soggetto, ha concentrato la sua attenzione sul corpo in senso assoluto. La cura del proprio corpo diventa il dovere principale, motivo di soddisfazione ma anche forma laica di ascesi, per le rinunce che comporta; e la nuova colpa di cui vergognarsi è quella di un corpo poco curato. Il corpo, da messaggero della propria identità presso gli altri, diventa un nemico da sorvegliare, sempre pronto a tradirci.   Con il declino di una teleologia naturale la cura del fisico non consiste più nel favorire la natura, ma nel modificarla o correggerla: il corpo, come scrive Maria Teresa Russo, non è più un dato, ma un compito da realizzare, da sottoporre a building, costruzione o anche decostruzione.   Anche il rapporto mente-corpo, oggi, non è la semplice riproposizione dell’antico dibattito anima-corpo. Il termine «mente» si rifà all’inglese mind del Trattato sulla natura umana di Hume e indica l’insieme delle funzioni coscienti: il rapporto riguarda dunque funzioni psicologiche e neurofisiologiche, non i soggetti di tali funzioni. È una impostazione riduzionista che esclude la dimensione metafisica, e che tende a ridursi ulteriormente a rapporto mente-cervello, escludendo arbitrariamente aspetti della corporeità, come la funzione delle mani, importanti per l’espressione delle facoltà psichiche e intellettive.   Il corpo ha invece un carattere epifanico, rivelatore: è «l’organo per essere visto», dice Maurice Merleau-Ponty (1908-1961). Svela la persona agli altri e, allo stesso tempo, la vela. Ma è anche limite: normalmente passa sotto silenzio, mentre nel dolore, nella fatica, nella malattia diventa opaco, pesante, estraneo.   La salute è stata definita come la vita nel silenzio degli organi e come inconsapevolezza del proprio corpo (Georges Canguilhem, 1904-1995); nel corpo si vive una dialettica tra attività e passività, praxis e pathos, che Paul Ricoeur (1913-2005) riassume nell’espressione «io subisco questo corpo che governo».  

Corpo e anima: una ricognizione storica

Nell’antropologia greca il corpo è uno dei principi ontologici dell’essere umano, ma è il principio della materialità, il luogo dell’irrazionalità che l’anima, sede dell’intelligenza, deve domare. Per Platone (428/427-348/347 a.C.) il corpo (soma) è il sepolcro (sema) dell’anima e il carcere da cui evadere. Anche per Aristotele il corpo è sede delle passioni che disturbano la contemplazione, ma non è più la tomba dell’anima: ne è lo strumento reale, sostrato e materia, potenzialità ricettiva di una forma. L’anima, per lui, è l’entelechia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza, e l’uomo è un «sinolo» di corpo e anima; ma, legata al corpo, ne condivide il destino di corruzione.   Tommaso d’Aquino vuole salvare l’unità dell’essere umano, compromessa dal dualismo platonico, senza escludere, come in Aristotele, l’immortalità dell’anima. L’anima è forma sostanziale e, insieme, sostanza piena e realtà sussistente solo come forma di un corpo; corpo e anima non sono due sostanze esistenti in atto, ma da essi risulta un’unica sostanza in atto, la persona. Questa intuizione impedisce anche la considerazione strumentale del corpo, condizione della storicità e della personalità stessa dell’uomo.   Con Cartesio (1596-1650) il quadro si spezza: il corpo è res extensa, sostanza estesa e priva di coscienza, perfettamente organizzata «come un orologio», e l’anima è res cogitans, la cui unica funzione è il pensiero. Con Leibniz (1646-1716), al corpo vengono riconosciute leggi di sviluppo intrinseche, ma il legame con l’anima diventa problematico e può essere garantito solo da Dio, attraverso una sorta di armonia prestabilita.  

Salute e malattia

La questione del corpo ha una conseguenza immediata sul modo di intendere la salute. Nella cultura greca la salute è il giusto equilibrio delle forze dell’organismo, la misura conveniente: lo afferma l’Antica medicina ippocratica, e Platone la lega a un criterio non quantitativo ma qualitativo, di valore. Creare condizioni di salute significa far sì che le parti del corpo dominino o siano dominate in conformità alla natura; la parte non si cura senza il tutto, e il corpo non si cura senza l’anima. Da qui la proposta terapeutica platonica: chi esercita molto l’attività razionale procuri anche al corpo il suo movimento, e chi plasma il corpo si dedichi alla musica e alla filosofia.   La modernità ha elaborato diversi paradigmi. Il paradigma positivista, nato con la clinica, considera la medicina una scienza della natura e la malattia un’alterazione quantitativa rispetto a una norma, da ricondurre a una disfunzione fisiologica. Il paradigma struttural-funzionalista del primo Novecento vi aggiunge il sistema sociale: la malattia minaccia la stabilità di un sistema in cui ciascuno ha un ruolo, e la medicina diventa attività di controllo sociale. Il modello nominalista-radicale ribalta tutto, e fa della malattia una costruzione arbitraria dipendente da criteri sociali o culturali. Il paradigma fenomenologico guarda invece al vissuto, al significato che il soggetto dà alla propria situazione.   Il più recente, bio-psico-sociale, intende la salute come condizione vitale complessa del soggetto in relazione al suo ambiente, e la medicina non più solo come cure ma come care: relazione curativa, alleanza terapeutica tra il malato e chi lo cura.   La postmodernità, infine, ha liquefatto la nozione di salute, oscillante tra lo star-bene e il ben-essere. La «salute» fa riferimento a una norma stabilita in base a parametri misurabili; l’«essere in forma», il fitness, invece, è una nozione liquida, che non è né precisa né misurabile dall’esterno, proiettata nel futuro e mai pienamente realizzabile: una salute per tutti e per nessuno, che alimenta una costante sensazione di inadeguatezza. Anche la «qualità della vita» è un codice inventato dalla sensibilità postmoderna: rischia di mettere in dubbio che un’esistenza segnata da un handicap o da una malattia cronica valga la pena di essere vissuta.   La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1946, secondo cui la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la sola assenza di malattia, è da considerarsi utopistica. Si è tentato di correggerla, opponendo alla nozione di salute come stato quella di processo dinamico o equilibrio, e a quella di completo benessere quella di capacità relativa: la Carta di Ottawa (1986) precisa che per raggiungere il benessere l’individuo o il gruppo deve poter identificare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i bisogni, modificare l’ambiente o adattarvisi.

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La definizione personalista di salute

Per il personalismo la salute riguarda l’equilibrio dell’intera persona, e non è una proprietà dell’organismo. Va distinta una salute perfetta, concetto-limite cui ci si può soltanto approssimare, da una salute relativa, che consiste, nella formula di Pedro Laín Entralgo (1908-2001), nella capacità fisica di realizzare con il minimo fastidio e il minimo danno i propri progetti vitali.   Richard Siebeck (1883-1965) ne coglie il punto: la salute non è un fine ultimo, perché si è sani per vivere e per agire, e il senso della salute si trova nel progetto di vita buona che ciascuno si propone di realizzare. Platone affermava che prima viene la virtù, poi seguono la salute e la saggezza, come un dio è seguito dal suo corteo.   In questa luce la salute è un bene penultimo, cioè relativo, e perciò la scoperta che anche nella limitazione della malattia si è capaci di, si conserva cioè la possibilità di volere e di amare, può aiutare a non cadere nella disperazione davanti a una malattia cronica o mortale. È un equilibrio che riguarda tutta la persona, «il ritmo della vita, un processo incessante in cui l’equilibrio si ristabilizza sempre», scrive Hans-Georg Gadamer (1900-2002). Quattro sono dunque le dimensioni della salute, che si intersecano e si compenetrano: quella organica, quella psichica e mentale, quella ecologico-sociale e quella etica.  

Quale bioetica per quale persona

Se la persona è sostanza e non semplice funzione, se è unità di corpo e spirito e non somma di meccanismi, e se il suo corpo non è un oggetto da possedere né un nemico da sorvegliare ma la sua stessa epifania, ne discende che la bioetica non può misurare la dignità sul grado di esercizio delle facoltà, né ridurre la salute a prestazione o a benessere percepito.   Il criterio resta quello dell’origine: l’essere umano è persona perché nasce da altri esseri umani, e lo è per tutto il tempo in cui il suo organismo vive.   Su questo fondamento, come mostra la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia, si regge la tutela di chi non può far valere le proprie ragioni: il nascituro, il malato cronico, il morente.  

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Isabel Vaughan-Spruce, attivista cattolica pro-vita del Worcestershire, si è dichiarata non colpevole di cinque capi d’accusa previsti dalla legge inglese e gallese sulle zone cuscinetto per l’aborto. Le accuse si basano su una preghiera silenziosa nei pressi di una clinica a Birmingham. Lo riporta LifeSite.

 

Mercoledì scorso durante un’udienza preliminare al tribunale dei magistrati di Birmingham, ha negato le accuse dopo essere stata incriminata per la prima volta nel dicembre 2025. È la prima persona a essere incriminata in base alle nuove norme nazionali, entrate in vigore nell’ottobre 2024.

 

La legge vieta qualsiasi attività volta a influenzare, o svolta in modo imprudente circa la possibilità di influenzare, la decisione di una persona di «accedere, fornire o agevolare la fornitura di servizi di aborto» entro 150 metri da una struttura che pratica l’aborto.

 

Society for the Protection of Unborn Children (Società per la Protezione dei Bambini Non Nati) ha riferito che le presunte violazioni si sono verificate in cinque giorni tra giugno e novembre 2025 all’esterno di una struttura nella zona di Kings Norton e che i pubblici ministeri sono riusciti a far trattare gli episodi come cinque reati distinti anziché uno solo.

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La difesa ha sostenuto che proseguire con l’accusa costituirebbe un abuso di procedura. Il vice giudice capo Tan Ikram dovrebbe decidere il mese prossimo se il caso andrà a processo; in caso affermativo, i pubblici ministeri hanno dichiarato che è improbabile un’udienza prima di gennaio.

 

Nel primo giorno dell’udienza di tre giorni sull’abuso di procedura, Ikram ha osservato che la legge richiede che un «atto» venga commesso all’interno della zona cuscinetto, indicando che l’attuale accusa «non è stata formulata correttamente» e che «spetta all’accusa chiarirla».

 

Ha inoltre dichiarato in tribunale: «Questo caso non riguarda il diritto all’aborto, bensì un reato penale definito dal Parlamento… I tribunali non sono qui per giudicare le opinioni delle persone».

 

Il secondo giorno ha formulato cinque nuove accuse, «una per ogni volta che aveva pregato in silenzio all’interno della “buffer zone“» o zona cuscinetto.

 

Il team di difesa di Vaughan-Spruce ha sostenuto che la sua assistita è stata «presa di mira», sottolineando che se le sue convinzioni pro-vita non fossero già note, «la sua presenza all’interno della ‘zona cuscinetto’ non sarebbe stata considerata un reato». Inoltre, affermano, il Parlamento non intendeva che la legge «criminalizzasse una condotta di questo tipo» o che prevalesse sui «diritti assoluti alla libertà di pensiero e di professare una particolare fede religiosa».

 

Vaughan-Spruce è già stata oggetto di precedenti procedimenti giudiziari falliti. Le ultime accuse giungono dopo precedenti tentativi delle autorità di perseguirla per determinate idee espresse mentre si trovava in una «zona cuscinetto».

 

Come ripportato da Renovatio 21el novembre 2022 è stata arrestata mentre se ne stava in silenzio sul marciapiede di Birmingham. Quando gli agenti l’hanno interrogata, ha spiegato: «Magari sto pregando tra me e me, ma non ho detto nulla ad alta voce». Quell’arresto, ripreso anche in video, è diventato virale e ha scatenato indignazione a livello internazionale.

 

Settimane dopo fu arrestata di nuovo per il «crimine di pensiero» di preghiera silenziosa. All’epoca intervennero in totale sei agenti di polizia e uno di loro le confermò: «Hai detto che stai pregando, e questo è il reato».

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Nel primo caso i tribunali affermarono che le prove contro di lei non potevano essere dimostrate. Alla fine i tribunali si schierarono dalla sua parte e la polizia dovette scusarsi per il proprio operato nel 2023.

 

Nel 2024 Vaughan-Spruce ha citato in giudizio la polizia delle West Midlands e ha ottenuto un risarcimento di 13.000 sterline (15.390 euro), con il tribunale che ha riconosciuto l’arresto illegittimo e altre violazioni commesse dagli agenti.

 

«Rimanere in silenzio e sostenere determinate convinzioni» non dovrebbe «mai essere un crimine».

 

In base alla nuova legge nazionale sulle zone cuscinetto, Vaughan-Spruce, co-direttrice della March for Life UK e direttrice della campagna 40 Days for Life Birmingham, si è trovata nuovamente ad affrontare un procedimento giudiziario.

 

Parlando con l’organizzazione Alliance Defending Freedom, la Spruce ha affermato: «Rimanere in silenzio ed esprimere determinate convinzioni in uno spazio pubblico non dovrebbe mai essere un crimine. Eppure, nonostante sia stato scagionato da ogni accusa in diverse occasioni e abbia ricevuto un risarcimento finanziario dopo due arresti ingiustificati, l’anno scorso sono stato nuovamente incriminato per la mia semplice presenza all’interno di una “zona cuscinetto”, e oggi ho ricevuto nuove accuse. Sono profondamente turbato da questa violazione del diritto fondamentale alla libertà di pensiero e alle mie convinzioni cristiane pro-vita, profondamente radicate in me. Prego che prevalgano il buon senso e la libertà, affinché nessun altro debba subire trattamenti criminali per le proprie convinzioni».

 

La Vaughan-Spruce non è l’unica cittadina britannica incappata in un reato di pensiero – letteralmente, psicopolizia in un senso ancora più profondo di quello ideato da Giorgio Orwell. Vi è infatti anche il caso del veterano dell’esercito britannico Adam Smith-Connor, colpevole di aver violato una «zona cuscinetto» pro-aborto pregando con la mente nei dipressi di una clinica per aborti.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo Smith-Connor era stato arrestato nei pressi dell’attività di aborto di Bournemouth, Dorset, del British Pregnancy Advisory il 14 novembre 2022, dopo aver pregato in silenzio per suo figlio Jacob, abortito 22 anni fa.

 

L’amminstrazione Trump, anche per bocca direttamente del vicepresidente JD Vance, aveva accusato la «persecuzione della preghiera silenziosa» fuori dagli abortifici britannici, parlando di arresti che sanno di «follia».

 

L’avvento di un sistema di psicopolizia non riguarda solo questi singoli episodi, ma è una tendenza che ha un fondamento istituzionale e tecnologico.

 

Moltissime grandi aziende, nonché università e tema di ricercatori, stanno lavorando a strumenti bioelettronici di lettura del pensiero, al punto che in ambito di giurisprudenza si comincia a parlare di diritti di «libertà cognitiva» – a significare come sia riconosciuto che neanche la cognizione è più libera.

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Non si tratta solo degli esperimenti della società Neuralink di Elon Musk (che ha ora l’OK per i test sull’uomo dopo aver sperimentato su suini e primati): anche Facebook era attiva in ricerche di questo tipo, così come lo sono università e centri di ricerca all’avanguardia.

 

La Cina già utilizza sperimentalmente sensori psicodigitali per valutare, e correggere, l’attenzione degli alunni.

 

Come riportato da Renovatio 21, il guru del gruppo estremista noto come World Economic Forum, Klaus Schwab, durante un incontro pubblico a Davos con il cofondatore di Google Sergej Brin parlò della possibilità, di lì a breve, di sapere esattamente cosa stavano provando e pensando tutti gli spettatori della sala – ovviamente tramite chip biologici e interfacce cerebrali.

 

 

Il pensiero eccitava molto lo Schwab, già teorizzatore – come altri importanti discepoli a Davos – della fusione uomo-macchina (che chiama «Quarta rivoluzione industriale», come da titolo del suo libro, prefato in Italia da John Elkann) che ha raccontato, senza vergognarsi, come in futuro negli aeroporti saranno effettuate scansioni celebrali sui viaggiatori di modo da trovare eventuali idee terroriste.

 

L’antiabortismo è per moltissimi già paragonabile al terrorismo.

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Immagine da ADF UK 

 

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Bioetica

L’amministrazione Trump nega di aver rinviato la decisione sulla pillola abortiva a dopo le elezioni di medio termine

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L’amministrazione Trump smentisce una nuova notizia secondo cui alti funzionari della Casa Bianca avrebbero ritardato di proposito i provvedimenti sulla pillola abortiva fino a dopo le elezioni di medio termine del mese prossimo, sebbene diversi attivisti pro-vita nazionali affermino di aver ricevuto lo stesso messaggio. Lo riporta LifeSite.   Il Washington Sun ha riferito che un «alto funzionario dell’amministrazione», rimasto anonimo, avrebbe detto che i funzionari guidati dal capo di gabinetto della Casa Bianca, Susan Wiles, avrebbero «direttamente» indicato al procuratore generale Todd Blanche di «procedere con cautela in qualsiasi azione relativa all’aborto», perché «un approccio aggressivo sull’aborto genererebbe attenzioni indesiderate».   «Nessuno vuole che intraprendiamo azioni concrete prima delle elezioni di medio termine», avrebbe aggiunto il funzionario. La Casa Bianca ha risposto che la notizia era «completamente falsa» e che tali conversazioni «non sono mai avvenute tra funzionari della Casa Bianca e funzionari del Dipartimento di Giustizia». Il Sun ha però citato diversi attivisti pro-vita e conservatori che avrebbero sentito la stessa versione.

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Tom McClusky, direttore degli affari governativi di CatholicVote, ha detto di sentire «la stessa cosa da ogni agenzia con cui parlo e dai membri del Congresso. È sempre la stessa: non succederà nulla fino a novembre». La presidente di Students for Life, Kristan Hawkins, ha parlato di incontri «incoraggianti» con funzionari dell’amministrazione, ma Kristi Hamrick, della stessa organizzazione, ha affermato che «tutto tranne le elezioni viene rimandato a dopo le elezioni».   «Una volta terminate le elezioni di metà mandato e con l’inizio della fase di transizione, abbiamo sentito dire che non ci saranno più mezze misure», ha dichiarato un «conservatore in contatto con l’amministrazione» rimasto anonimo, aggiungendo: «Abbiamo sentito dire che abbiamo degli amici, e ci sono sicuramente persone che sono fermamente pro-vita».   Il nodo è il rifiuto dell’amministrazione Trump di applicare una disposizione del Comstock Act del 1873, che rende illegale per il servizio postale statunitense e per altri corrieri consegnare qualsiasi «articolo, strumento, sostanza, farmaco, medicinale o cosa che sia pubblicizzato o descritto in modo tale da indurre altri a usarlo o applicarlo per praticare l’aborto», oppure di annullare la decisione della Food and Drug Administration (FDA) dell’epoca Biden che ha eliminato l’obbligo di dispensazione di persona per le pillole abortive.   L’Ufficio di consulenza legale del Dipartimento di Giustizia di Biden ha sostenuto, in sostanza, che la norma Comstock non intendeva ciò che dice e che le pillole abortive potevano essere spedite, consegnate e ricevute liberamente «qualora il mittente non avesse l’intenzione che il destinatario le usasse illegalmente». E poiché «esistono molteplici modi in cui i destinatari in ogni stato possono usare questi farmaci, incluso per provocare un aborto, senza violare la legge statale», «la semplice spedizione di tali farmaci in una determinata giurisdizione non è una base sufficiente per concludere che il mittente intenda che vengano usati illegalmente».   Durante la campagna per tornare alla Casa Bianca nel 2024, Donald Trump dichiarò che non avrebbe annullato questi cambiamenti. Finora ha mantenuto la promessa, con forte frustrazione dei sostenitori pro-vita; nel maggio 2025 l’amministrazione promise però una revisione dei dati sulla sicurezza della pillola abortiva, da cui i pro-vita sperano un cambio di rotta. L’assenza di azioni concrete da allora, unita alla richiesta dell’amministrazione ai tribunali di respingere le cause degli Stati pro-vita contro la pillola fino al completamento della revisione, ha alimentato quella frustrazione.

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La conclusione della revisione non è prevista prima di novembre, il che rafforza il sospetto che i tempi siano dettati da ragioni politiche. L’amministrazione insiste di procedere con la massima cautela e accuratezza nell’analisi dei dati di sicurezza. Ciò può spiegare il rafforzamento delle motivazioni per abrogare le norme della FDA, ma il Comstock Act non dipende dalla sicurezza delle pillole per chi le assume.   Le pillole abortive ordinate per posta sono diventate lo strumento più efficace della lobby abortista per aggirare le leggi statali e preservare la «libertà di scelta» senza la sentenza Roe v. Wade. Gli ultimi dati del Guttmacher Institute, organizzazione che è de facto il braccio ricerca e sviluppo della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood, indicano negli Stati Uniti 1.125.930 aborti clinici nel 2025, un lieve aumento rispetto al 2024, attribuito in gran parte alle pillole abortive. Il rapporto annuale 2024-2025 di Planned Parenthood rivendica 434.450 aborti praticati negli USAdall’organizzazione, un record e l’8 per cento in più rispetto all’anno precedente.   Scollegare del tutto le pillole dalla supervisione medica amplifica però rischi già noti, ricorda LifeSite. I pro-vita citano un’analisi dell’aprile 2025 dell’Ethics & Public Policy Center, secondo cui quasi l’11 per cento delle donne soffrirebbe di sepsi, infezioni, emorragie o altre patologie gravi dopo il mifepristone, sulla base di dati assicurativi. Risultati analoghi della Restoration of America Foundation entrerebbero in un «insieme crescente di prove che indicano come i rischi per la salute associati agli aborti con mifepristone siano gravi, diffusi e significativamente sottostimati».

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Immagine di Mathieu Landretti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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